Divina Commedia di Dante: Paradiso - Dante Alighieri

Divina Commedia di Dante: Paradiso

La gloria di colui che tutto move per l’universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende fu’ io, e vidi cose che ridire né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire, nostro intelletto si profonda tanto, che dietro la memoria non può ire.
Veramente quant’ io del regno santo ne la mia mente potei far tesoro, sarà ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro fammi del tuo valor sì fatto vaso, come dimandi a dar l’amato alloro.
Infino a qui l’un giogo di Parnaso assai mi fu; ma or con amendue m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue sì come quando Marsïa traesti de la vagina de le membra sue.
O divina virtù, se mi ti presti tanto che l’ombra del beato regno segnata nel mio capo io manifesti,
vedra’mi al piè del tuo diletto legno venire, e coronarmi de le foglie che la materia e tu mi farai degno.
Sì rade volte, padre, se ne coglie per trïunfare o cesare o poeta, colpa e vergogna de l’umane voglie,
che parturir letizia in su la lieta delfica deïtà dovria la fronda peneia, quando alcun di sé asseta.
Poca favilla gran fiamma seconda: forse di retro a me con miglior voci si pregherà perché Cirra risponda.

Dante Alighieri
О книге

Язык

Итальянский

Год издания

1997-08-01

Темы

Italian poetry -- To 1400; Epic poetry, Italian

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