Il secolo che muore, vol. III
F. D. GUERRAZZI
VOLUME III.
ROMA Casa Editrice Carlo Verdesi e C. Via del Mortaro, 17 — 1885
PROPRIETÀ LETTERARIA
Roma, Tipografia Nazionale.
INDICE DEL TERZO VOLUME.
— Dei sei sepolti, tu ci hai narrato la via che li condusse al sepolcro solo di quattro; di due non sappiamo altro che sono là dentro: ora, questo metodo di far morire i personaggi del dramma prima che siano in certo modo vissuti davanti a me , io lettore giudico addirittura irregolare, ed anco un tantino sgarbato. Mi difenderò domani: intanto noto di passo che il camminare all'indietro non dovrebbe fare specie pei tempi che corrono.
Oggi, buona gente, che siete qui tratta dal desiderio di sapere il fine di Omobono e di Fabrizio, ve la dirò la storia dolorosa: statemi a udire, e certo per loro pregherete, se pure vi sia rimasto briciolo di fede nella vita futura.
Di colta vi devo avvisare che adesso mi tocca a mettere sopra la scena tre personaggi nuovi, se voglio tirare innanzi il mio dramma: e siccome voi sapete che non mi aiutano architetti, nè muratori, nè tappezzieri, molto meno pittori, sartori, scultori e barbieri, e mi tocca a fare tutto da me, così toglietevi in santa pace che io ve li descriva.
Il primo gli è uomo e per giunta cristiano, debitamente battezzato in Duomo, dov'ebbe nome di Egeo Bernazzi. Avendolo a descrivere, incomincio dal capo, membro, come ognuno sa, nobilissimo del corpo umano e domicilio legale dell'anima; in parte egli era calvo e in parte circondato da una maniera di siepe di stipa, pari a quella che costumano mettere intorno all'orto per difesa dei cavoli; presentava tre varietà di colori: ebano in cima, nel mezzo rame, in fondo argento, per la ragione che il parrucchiere traditore gli tingeva i capelli, dove ei, mirandosi allo specchio, se li poteva vedere, gli altri lasciava incolti, senza curarsi se dietro gli sonassero le tabelle: gli orecchi parevano lampioni di carrozza, e ci si notava la traccia del buco, perocchè un dì costumasse portare le campanelle, ed altresì sopra le braccia aveva dipinto a punta di ago tinta in inchiostro un cuore trafitto e un Amore incatenato, ma non gli si vedevano, tenendo le braccia sempre coperte. Io credo che le ciglia, vergognando degli occhi, gli stessero calate per nasconderglieli, dacchè, quando acceso dalla rôsa di mordere li spalancava.... misericordia! — rassomigliavano, nati e sputati, quelli del pesce-cane. La scienza, lo dice lei , ha trovato che, novantanove su cento ci è da scommettere che l'uomo nasce dal gorilla o dall'urang; per me penso che, una volta rotto il diaccio e messo in sodo che i progenitori nostri furono bestie, si deve negare recisamente ch'essi appartenessero ad una specie sola, e sostengo che per parecchi di noi il vero Adamo dev'essere stato un pesce-cane. La faccia di Silla, si legge, che pel colore rassomigliava ad una mora aspersa di farina, quella di Marat al fimo di vacca chiazzato di sangue, questa di Egeo alla vinaccia sbrizzolata a bottoncini neri, come un lavoro di mosaico; il naso, un grumo di mosto, e vi so dire che se lo avesse esposto all'incanto, gli osti se lo sarieno conteso a colpi di boccale per metterlo d'insegna alla cantina; la bocca dava la immagine vera di una gramola lasciata mezzo aperta con un lucignolo di canapa dentro; costui si lisciava, pettinava e ungeva perpetuamente, si lavava poco, sicchè gli durava perenne in cima alle ugne un orlo certo meno amabile, ma non però più nero del collarino che circonda il collo alle tortore.