Novelle
NOVELLE
GIOVANNI VISCONTI VENOSTA.
FIRENZE. SUCCESSORI LE MONNIER 1871.
Proprietà degli Editori
Ecco un libro, che, speriamo, si potrà dir popolare, nel senso più sano e più schietto della parola. Per lungo tempo i libri fra noi furono scritti da chi studiava perchè fossero letti solo da chi studiava. La letteratura era lusso, passatempo o mestiere. I tempi nuovi domandano una letteratura nuova, che ritragga le idee operative della società moderna, risponda alle aspirazioni più vivacemente sentite, e insegni il modo di adempierle, noti i vizi dei contemporanei e si studi di correggerli; sia scuola, educazione, apostolato.
Quando nella nazione, non viva ancora, si svegliò potente il desiderio e la volontà determinata di essere, l’Italia cominciò ad avere una letteratura più pratica. Manzoni, Grossi, Azeglio dipinsero il passato per educare l’avvenire. Ora che abbiamo un presente, cominciano gli scrittori ad esercitarvi intorno l’opera loro.
Giovanni Visconti Venosta è fra questi. Le vicende ch’egli racconta sono di ieri, e saranno pur troppo anche di domani: i personaggi che vi hanno parte, voi gl’incontrate tutti i giorni, e ciascuno di voi potrebbe dare a ciascuno di essi un nome proprio. Non angosce di grandi passioni, non pompa di declamazioni, non sfoggio di stile: non usciamo mai dalla vita quotidiana, dall’eloquio e dai costumi casalinghi; ma dalla bonomia ironica e tutta manzoniana del racconto scaturiscono spontanei gli alti insegnamenti, e al riso sano ed allegro provocato dalla barzelletta ingenua, talora si mesce una lagrima involontaria spremuta dai più nobili movimenti del cuore.
Questi pregi, che ci hanno raccomandato il libro del Visconti Venosta, confidiamo che lo raccomanderanno del pari ai lettori.
Gli Editori.
R.... nella valle di.... 1 gennaio 1864.
Le due cose più brutte che ho vedute nella mia infanzia sono proprio quelle che non solo non mi uscirono mai dalla memoria, ma che ci rimasero anzi più scolpite e più vive. Le cose belle e ridenti trovano una via facile e armonica nella fantasia infantile, e l’attraversano rapidamente lasciandovi spesso poca traccia di sè. Queste due brutte cose erano una vecchia sorella del curato e un suo passero, e formavano nel mio pensiero una cosa sola; tanta era l’abitudine di vedere questi due esseri in compagnia. La sorella del curato infatti diceva d’avere, dal canto suo, circondato questo passero di tutti i suoi affetti, ch’erano quelli d’un celibato severo. Che cosa dicesse l’altro non so. Parmi che vivesse nel celibato esso pure; ma anche qui non so se fosse un celibato spontaneo, o un celibato imposto dalla sua amica per non introdurre alcuna disparità. Questo passero era zoppo e mezzo spennato; si faceva di solito tutto raggruppato e grosso; lasciava cadere un’ala a terra, e non teneva aperto che un occhio. Faceva le viste di non dar retta e di non accorgersi di nessuno; ma la sorella del curato diceva che capiva tutto, e che era un mostro di talento. Ella si era privata per lui del cocuzzolo di un celebre cappellino, che in sua gioventù aveva fatto fare apposta per andare alla città a vedere l’entrata di un vescovo. Se n’era privata, e l’aveva riempito di bambagia per farne un letticciolo, ordinaria dimora del passero. Fu questo uno di quegli atti di entusiasmo e di annegazione, di cui se ne riscontrano tanti nella vita della donna.