La plebe, parte I
ROMANZO SOCIALE
VITTORIO BERSEZIO
PARTE PRIMA
PROPRIETÀ LETTERARIA
TORINO PRESSO C. FAVALE E COMP. EDITORI PIAZZA SOLFERINO, CASA PROPRIA 1869.
Era mio pensiero dapprima scrivere una lunga prefazione, nella quale, con rinforzi di citazioni e di dottrina raccattata qua e colà, manifestare al lettore qual significato io creda si debba oggidì attribuire al vocabolo Plebe , e quale l'obbligo, cui verso questa parte diseredata del genere umano ha la società moderna; dimostrare il qual obbligo è lo scopo ultimo di questo mio nuovo romanzo.
Ma una posteriore ispirazione, che credo più felice, me ne sconsigliò affatto. Appunto per annoiar meno i miei buoni lettori io adotto la forma del racconto, vestendo della vita del dramma i concetti che voglio esporre, e sarebbe stato un andar contro del tutto alle mie buone intenzioni, quella noia cui voglio risparmiare ai miei lettori, dargliela dal bel principio tutta concentrata nelle pagine pesanti di una prefazione.
Lascio quindi ogni altro indugio ed entro di botto nel mezzo dell'argomento, dicendovi soltanto l'idea di questo lavoro essermi stata primamente ispirata dalle parole del nostro gran filosofo Vincenzo Gioberti, il quale in quell'aureo libro che è il Rinnovamento scriveva essere fra i debiti e i bisogni più urgenti dell'epoca nostra quello di elevare la plebe a grado e dignità di popolo.
L'idea di questo mio scritto è certamente troppo superba ragguagliata alle mie poche forze; ma se queste riusciranno impari all'argomento, voi, diletti leggitori, mi userete indulgenza pensando alla rettitudine della intenzione.
I Derelitti.
Era una notte d'inverno, ed una fitta nebbia copriva la città di Torino. Chi ha visto a quella stagione ed a quell'ora le brutte e infangate stradicciuole di quella parte dell'oradetta città che chiamano Torino vecchia; quelle stradicciuole in cui stanno raccolte e come a confino le miserie più gravi, i cenci più logori e le più scandalose turpitudini; chi le ha viste quando quella caligine nebbiosa le ingombra e depone sopra ogni cosa, sul selciato, sulle pareti annerite delle case, sui panni e in volto a chi passa, una specie di rugiada fredda e fastidiosa che ti punge con piccolissime goccie gelate negli occhi e ti immolla le vesti addosso e ti penetra sotto a dar freddo sino alle intime midolle; chi ha visto a quell'ora quei quartieri sa che cosa sia la cupa tristezza delle abitazioni dei poveri in mezzo allo squallore della miseria ed al cattivo tempo della stagione.
Vittorio Bersezio
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PREFAZIONE.
PARTE PRIMA.
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
CAPITOLO VI.
CAPITOLO VII.
CAPITOLO VIII.
CAPITOLO IX.
CAPITOLO X.
CAPITOLO XI.
CAPITOLO XII.
CAPITOLO XIII.
CAPITOLO XIV.
CAPITOLO XV.
CAPITOLO XVII.
CAPITOLO XXI.
CAPITOLO XXII.
CAPITOLO XXIII.
CAPITOLO XXIV.
CAPITOLO XXV.
CAPITOLO XXVI.
CAPITOLO XXVII.
NOTE: