A.

Ad Amore

Alato bambino,

Tiranno de’ cuori,
Ch’io segua il cammino
Che innanzi m’infiori?
Unendomi teco
Ch’io veggio sì cieco,
Oh quanto sarei
Più cieco di te!

Pur troppo gemei,

Fanciullo inumano!
Ma i lacci funesti
Che al piè mi cingesti
Del Tempo la mano
Mi sciolse dal piè.

A credulo cuore

Tu scaltro dispensi
Contento ed ardore
Che inebbriano i sensi:
Ma in mezzo al contento
Prepari il tormento;
L’ardor ti precede,
Ti segue il languor.

Nè l’alma si avvede

Del passo imprudente
Che quando a fuggire
Le manca l’ardire,
Che quando si sente
Già vinta dal cuor.

Quel dì che sul mondo

Vagisti bambino,
Un cenno iracondo
Del sordo Destino
Di face ferale
La destra immortale
Di penne funeste
Il dorso ti armò.

Le penne son queste,

O nume fallace,
Che a Pari infedele
Gonfiaron le vele,
E questa è la face
Che Troia bruciò.

Tu godi, o tiranno,

Di sparger la terra
Di gioia, d’affanno,
Di pace, di guerra;
Ma finta è la pace,
La guerra è verace,

L’affanno rimane,

La gioia sen va.
Insidie sì strane
Ci ordisci, ci tendi,
Che a render prigione
L’augusta Ragione,
Tuoi complici rendi
Ingegno e Beltà.

Chi crede a’ tuoi detti

Ne attenda la fine;
Le rose prometti
Per dargli le spine:
Ben sento che giova
Saperlo per prova;
Ma troppo al mio cuore

Tal prova costò.

La via del dolore
Io teco calcava;
Ma in mezzo del corso
Intesi il Rimorso
Che ferma, gridava,
Ma tardi gridò.

Quel giorno che il velo

Mi cadde dal ciglio,
Rimasi di gelo
Scorgendo il periglio:
Sul velo squarciato,
Sul laccio spezzato,
Il canto innalzai

Di mia libertà.

Ah libero omai
Dal giogo abborrito,
Sull’ara tua stessa
Crollata, depressa,
Innalzo pentito
L’altar d’Amistà.

1813.