ARIOSTO.

Seguon gli Scotti ove la guida loro
Per l'alta selva alto disdegno mena,
Poi che lasciato ha l'uno e l'altro Moro,
L'un morto in tutto, e l'altro vivo a pena.
Giacque gran pezzo il giovine Medoro,
Spicciando il sangue da sì larga vena,
Che di sua vita al fin saria venuto,
Se non sopravenia chi gli diè aiuto.

Gli sopravenne a caso una donzella,
Avvolta in pastorale et umil veste,
Ma di real presenzia, e in viso bella,
D'alte maniere e accortamente oneste.
Tanto è ch'io non ne dissi più novella,
Ch'a pena riconoscer la dovreste;
Questa, se non sapete, Angelica era,
Del gran Can del Catai la figlia altiera.

Poi che 'l suo annello Angelica riebbe,
Di the Brunel l'avea tenuta priva,
In tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe,
Ch'esser parea di tutto 'l mondo schiva:
Se ne va sola, e non si degnerebbe
Compagno aver qual più famoso viva;
Si sdegna a rimembrar the già suo amante
Abbia Orlando nomato, o Sacripante.

E, sopra ogn'altro error, via più pentita
Era del ben che già a Rinaldo volse.
Troppo parendole essersi avvilita,
Ch'a riguardar sì basso gli occhi volse.
Tant'arroganzia avendo Amor sentita,
Più lungamente comportar non volse.
Dove giacea Medor, si pose al varco,
E l'aspettò, posto lo strale all'arco.

Quando Angelica vide il giovinetto
Languir ferito, assai vicino a morte,
Che del suo Re che giacea senza tetto,
Più che del proprio mal, si dolea forte,
Insolita pietade in mezo al petto
Si sentì entrar per disusate porte,
Che le fe' il duro cor tenero e molle;
E più quando il suo caso egli narrolle.

E rivocando alla memoria l'arte
Ch'in India imparò già chirurgia,
(Chè par che questo studio in quella parte
Nobile e degno e di gran laude sia;
E, senza molto rivoltar di carte,
Che 'l patre a i figli ereditario il dia)
Si dispose operar con succo d'erbe,
Ch'a più matura vita lo riserbe.

E ricordossi che passando avea
Veduta un'erba in una piaggia amena;
Fosse dittamo, o fosse panacea,
O non so qual di tal effetto piena,
Che stagna il sangue, e de la piaga rea
Leva ogni spasmo e perigliosa pena,
La trovò non lontana, e, quella côlta,
Dove lasciato avea Medor, diè volta.

Nel ritornar s'incontra in un pastore,
Ch'a cavallo pel bosco ne veniva
Cercando una iuvenca, che gli fuore
Duo dì di mandra e senza guardia giva.
Seco lo trasse ove perdea il vigore
Medor col sangue che del petto usciva;
E già n'avea di tanto il terren tinto,
Ch'era omai presso a rimanere estinto.

Del palafreno Angelica giù scese,
E scendere il pastor seco fece anche.
Pestò con sassi l'erba, indi la presse,
E succo ne cavò fra le man bianche:
Ne la piaga n'infuse, e ne distese
E pel petto e pel ventre e fin a l'anche;
E fu di tal virtù questo liquore,
Che stagnò il sangue e gli tornò il vigore:

E gli diè forza, che poté salire
Sopra il cavallo the 'l pastor condusse.
Non però volse indi Medor partire
Prima ch'in terra il suo signor non fosse,
E Cloridan col Re fe' sepelire;
E poi dove a lei piacque si ridusse;
Et ella per pietà ne l'umil case
Del cortese pastor seco rimase.

Nè, fin che nol tornasse in sanitade,
Volea partir: così di lui fe' stima:
Tanto sè intenerì de la pietade
Che n'ebbe, come in terra il vide prima.
Poi, vistone i costumi e la beltade,
Roder si sentì il cor d'ascosa lima;
Roder si sentì il core, e a poco a poco
Tutto infiammato d'amoroso fuoco.

Stava il pastore in assai buona e bella
Stanza, nel bosco infra duo monti piatta,
Con la moglie e co i figli; et avea quella
Tutta di nuovo e poco inanzi fatta.
Quivi a Medoro fu per la donzella
La piaga in breve a sanità ritratta;
Ma in minor tempo si sentì maggiore
Piaga di questa avere ella nel core.

Assai più larga piaga e più profonda
Nel cor senti da non veduto strale,
Che da' begli occhi e da la testa bionda
Di Medoro avventè l'arcier c'ha l'ale.
Arder si sente, e sempre il fuoco abonda,
E più cura l'altrui che 'l proprio male.
Di sè non cura; e non è ad altro intenta,
Ch'a risanar chi lei fere e tormenta.

La sua piaga più s'apre e più incrudisce,
Quanto piu l' altra si restringe e salda.
Il giovine si sana: ella languisce
Di nuova febbre, or agghiacciata or calda.
Di giorno in giorno in lui beltà fiorisce:
La mísera si strugge, come falda
Strugger di nieve intempestiva suole,
Ch'in loco aprico abbia scoperta il sole.

Se di disio non vuol morir, bisogna
Che senza indugio ella sè stessa aïti:
E ben le par che, di quel ch' essa agogna,
Non sia tempo aspettar ch' altri la 'nviti.
Dunque, rotto ogni freno di vergogna,
La lingua ebbe non men che gli occhi arditi;
E di quel colpo domandò mercede,
Che, forse non sapendo, esso le diede.

O Conte Orlando, o Re di Circassia,
Vestra inclita virtù, dite, che giova?
Vostro alto onor, dite, in che prezzo sia?
O che merce vostro servir ritruova?
Mostratemi una sola cortesia,
Che mai costei v'usasse, o vecchia o nuova,
Per ricompensa e guidardone e merto
Di quanto avete già per lei sofferto.

Oh, se potessi ritornar mai vivo,
Quanto ti parria duro, o Re Agricane!
Che già mostrò costei sì averti a schivo
Con repulse crudeli et inumane.
O Ferraù, o mille altri ch'io non scrivo,
Ch'avete fatto mille pruove vane
Per questa ingrata, quanto aspro vi fora
S'a costu' in braccio voi la vedesse ora!

Angelica a Medor la prima rôsa
Coglier lasciò, non ancor tocca inante;
Nè persona fu mai si avventurosa,
Ch'in quel giardin potesse por le piante.
Per adombrar, per onestar la cosa,
Si celebrò con cerimonie sante
Il matrimonio, ch'auspice ebbe Amore,
E pronuba la moglie del pastore.

Fêrsi le nozze sotto all'umil tetto
Le più solenni che vi potean farsi;
E più d'un mese poi stero a diletto
I duo tranquilli amanti a ricrearsi.
Più lunge non vedea del giovinetto
La donna, nè di lui potea saziarsi:
Nè, per mai sempre pendegli dal cello,
Il suo disir sentìa di lui satollo.

Se stava all'ombra, o se del tetto usciva,
Avea dì e notte il bel giovine a lato:
Matino e sera or questa or quella riva
Cercando andava, o qualche verde prato:
Nel mezo giorno un antro li copriva,
Forse non men di quel commodo e grato
Ch'ebber, fuggendo l'acque, Enea e Dido,
De' lor secreti testimonio fido.

Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto
Vedesse ombrare o fonte o rivo puro,
V'avea spillo o coltel subito fitto;
Così, se v'era alcun sasso men duro.
Et era fuori in mille luoghi scritto,
E così in casa in altri tanti il muro,
Angelica e Medoro, in varii modi
Legati insieme di diversi nodi.

Poi che le parve aver fatto soggiorno
Quivi più ch'a bastanza, fe' disegno
Di fare in India del Catai ritorno,
E Medor coronar del suo bel regno.
Portava al braccio un cerchio d'oro, adorno
Di ricche gemme, in testimonio e segno
Del ben che 'l Conte Orlando le volea;
E portato gran tempo ve l'avea.

Quel dono già Morgana a Ziliante,
Nel tempo the nel lago ascoso il tenne;
Et esso, poi ch'al padre Monodante
Per opra e per virtù d'Orlando venne,
Lo diede a Orlando: Orlando ch'era amante,
Di porsi al braccio it cerchio d'or sostenne,
Avendo disegnato di donarlo
Alla Regina sua di ch'io vi parlo.

Non per amor del Paladino, quanto
Perch'era ricco e d'artificio egregio,
Caro avuto l'avea la donna tanto
Che più non si può aver cosa di pregio.
Sè lo serbò ne l'Isola del pianto,
Non so già dirvi con the privilegio,
Là dove esposta al marin mostro nuda
Fu da la gente inospitale e cruda.

Quivi non si trovando altra mercede,
Ch'al buon pastore et alla moglie dessi,
Che serviti gli avea con sì gran fede
Dal dì che nel suo albergo si fur messi;
Levò dal braccio il cerchio, e gli lo diede,
E volse per suo amor che lo tenessi;
Indi saliron verso la montagna
Che divide la Francia da la Spagna.

Dentro a Valenza o dentro a Barcellona
Per qualche giorno avean pensato porsi,
Fin che accadesse alcuna nave buona,
Che per Levante apparecchiasse a sciorsi.
Videro il mar scoprir sotto a Girona
Ne lo smontar giù de i montani dorsi;
E, costeggiando a man sinistra il lito,
A Barcellona andâr pel camin trito.

Ma non vi giunser prima ch'un uom pazzo
Giacer trovaro in su l'estreme arene,
Che, come porco, di loto e di guazzo
Tutto era brutto, e volto e petto e schene.
Costui si scagliò lor, come cagnazzo
Ch' assalir forestier subito viene;
E diè for noia e fu per far lor scorno.

* * * * *

The troop then follow'd where their chief had gone,
Pursuing his stern chase among the trees,
And leave the two companions there alone,
One surely dead, the other scarcely less.
Long time Medoro lay without a groan,
Losing his blood in such large quantities,
That life would surely have gone out at last,
Had not a helping hand been coming past.

There came, by chance, a damsel passing there,
Dress'd like a shepherdess in lowly wise,
But of a royal presence, and an air
Noble as handsome, with clear maiden eyes.
'Tis so long since I told you news of her,
Perhaps you know her not in this disguise.
This, you must know then, was Angelica,
Proud daughter of the Khan of great Cathay.

You know the magic ring and her distress?
Well, when she had recover'd this same ring,
It so increas'd her pride and haughtiness,
She seem'd too high for any living thing.
She goes alone, desiring nothing less
Than a companion, even though a king
She even scorns to recollect the flame
Of one Orlando, or his very name.

But, above all, she hates to recollect
That she had taken to Rinaldo so;
She thinks it the last want of self-respect,
Pure degradation, to have look'd so low.
"Such arrogance," said Cupid, "must be check'd."
The little god betook him with his bow
To where Medoro lay; and, standing by,
Held the shaft ready with a lurking eye.

Now when the princess saw the youth all pale,
And found him grieving with his bitter wound,
Not for what one so young might well bewail,
But that his king should not be laid in ground,—
She felt a something strange and gentle steal
Into her heart by some new way it found,
Which touch'd its hardness, and turn'd all to grace;
And more so, when he told her all his case.

And calling to her mind the little arts
Of healing, which she learnt in India,
(For 'twas a study valued in those parts
Even by those who were in sovereign sway,
And yet so easy too, that, like the heart's,
'Twas more inherited than learnt, they say),
She cast about, with herbs and balmy juices,
To save so fair a life for all its uses.

And thinking of an herb that caught her eye
As she was coming, in a pleasant plain
(Whether 'twas panacea, dittany,
Or some such herb accounted sovereign
For stanching blood quickly and tenderly,
And winning out all spasm and bad pain),
She found it not far off, and gathering some,
Returned with it to save Medoro's bloom.

In coming back she met upon the way
A shepherd, who was riding through the wood
To find a heifer that had gone astray,
And been two days about the solitude.
She took him with her where Medoro lay,
Still feebler than he was with loss of blood;
So much he lost, and drew so hard a breath,
That he was now fast fading to his death.

Angelica got off her horse in haste,
And made the shepherd get as fast from his;
She ground the herbs with stones, and then express'd
With her white hands the balmy milkiness;
Then dropp'd it in the wound, and bath'd his breast,
His stomach, feet, and all that was amiss
And of such virtue was it, that at length
The blood was stopp'd, and he look'd round with strength.

At last he got upon the shepherd's horse,
But would not quit the place till he had seen
Laid in the ground his lord and master's corse;
And Cloridan lay with it, who had been
Smitten so fatally with sweet remorse.
He then obey'd the will of the fair queen;
And she, for very pity of his lot,
Went and stay'd with him at the shepherd's cot.

Nor would she leave him, she esteem'd him so,
Till she had seen him well with her own eye;
So full of pity did her bosom grow,
Since first she saw him faint and like to die.
Seeing his manners now, and beauty too,
She felt her heart yearn somehow inwardly;
She felt her heart yearn somehow, till at last
'Twas all on fire, and burning warm and fast.

The shepherd's home was good enough and neat,
A little shady cottage in a dell
The man had just rebuilt it all complete,
With room to spare, in case more births befell.
There with such knowledge did the lady treat
Her handsome patient, that he soon grew well;
But not before she had, on her own part,
A secret wound much greater in her heart.

Much greater was the wound, and deeper far,
Which the sweet arrow made in her heart's strings;
'Twas from Medoro's lovely eyes and hair;
'Twas from the naked archer with the wings.
She feels it now; she feels, and yet can bear
Another's less than her own sufferings.
She thinks not of herself: she thinks alone
How to cure him by whom she is undone.

The more his wound recovers and gets ease,
Her own grows worse, and widens day by day.
The youth gets well; the lady languishes,
Now warm, now cold, as fitful fevers play.
His beauty heightens, like the flowering trees;
She, miserable creature, melts away
Like the weak snow, which some warm sun has found
Fall'n, out of season, on a rising ground.

And must she speak at last, rather than die?
And must she plead, without another's aid?
She must, she must: the vital moments fly
She lives—she dies, a passion-wasted maid.
At length she bursts all ties of modesty:
Her tongue explains her eyes; the words are said
And she asks pity, underneath that blow
Which he, perhaps, that gave it did not know.

O County Orlando! O King Sacripant!
That fame of yours, say, what avails it ye?
That lofty honour, those great deeds ye vaunt,—
Say, what's their value with the lovely she
Shew me—recall to memory (for I can't)—
Shew me, I beg, one single courtesy
That ever she vouchsafed ye, far or near,
For all you've done and have endured for her.

And you, if you could come to life again,
O Agrican, how hard 'twould seem to you,
Whose love was met by nothing but disdain,
And vile repulses, shocking to go through!
O Ferragus! O thousands, who, in vain,
Did all that loving and great hearts could do,
How would ye feel, to see, with all her charms,
This thankless creature in a stripling's arms?

The young Medoro had the gathering
Of the world's rose, the rose untouch'd before;
For never, since that garden blush'd with spring,
Had human being dared to touch the door.
To sanction it—to consecrate the thing—
The priest was called to read the service o'er,
(For without marriage what can come but strife?)
And the bride-mother was the shepherd's wife.

All was perform'd, in short, that could be so
In such a place, to make the nuptials good;
Nor did the happy pair think fit to go,
But spent the month and more within the wood.
The lady to the stripling seemed to grow.
His step her step, his eyes her eyes pursued;
Nor did her love lose any of its zest,
Though she was always hanging on his breast.

In doors and out of doors, by night, by day,
She had the charmer by her side for ever;
Morning and evening they would stroll away,
Now by some field or little tufted river;
They chose a cave in middle of the day,
Perhaps not less agreeable or clever
Than Dido and Æneas found to screen them,
When they had secrets to discuss between them.

And all this while there was not a smooth tree,
That stood by stream or fountain with glad breath,
Nor stone less hard than stones are apt to be,
But they would find a knife to carve it with;
And in a thousand places you might see,
And on the walls about you and beneath,
ANGELICA AND MEDORO, tied in one,
As many ways as lovers' knots can run.

And when they thought they had outspent their time,
Angelica the royal took her way,
She and Medoro, to the Indian clime,
To crown him king of her great realm, Cathay.[1]

[Footnote 1: This version of the present episode has appeared in print before. So has a portion of the Monks and the Giants, in the first volume.]

* * * * *

No. III.

THE JEALOUSY OF ORLANDO.
THE SAME.

Feron camin diverso i cavallieri,
Di quà Zerbino, e di là il Conte Orlando.
Prima che pigli il Conte altri sentieri,
All'arbor tolse, e a sè ripose il brando;
E, dove meglio col Pagan pensosse
Di potersi incontrare, il destrier mosse.

Lo strano corso the tenne il cavallo
Del Saracin pel bosco senza via,
Fece ch'Orlando andò duo giorni in fallo,
Nè lo trovò, nè potè averne spia.
Giunse ad un rivo, che parea cristallo,
Ne le cui sponde un bel pratel fioria,
Di nativo color vago e dipinto,
E di molti e belli arbori distinto.

Il merigge facea grato l'orezo
Al duro armento et al pastore ignudo;
Si che nè Orlando sentia alcun ribrezo,
Che la corazza avea, l'elmo e lo scudo.
Quivi egli entrò, per riposarsi, in mezo;
E v'ebbe travaglioso albergo e crudo,
E, più che dir si possa, empio soggiorno,
Quell'infelice e sfortunato giorno.

Volgendosi ivi intorno, vidi scritti
Molti arbuscelli in su l'ombrosa riva.
Tosto the fermi v'ebbe gli occhi e fitti,
Fu certo esser di man de la sua Diva.
Questo era un di quei lochi già descritti,
Ove sovente con Medor veniva
Da casa del pastore indi vicina
La bella donna del Catai Regina.

Angelica e Medor con cento nodi
Legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
Co i quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi
Non creder quel ch'al suo dispetto crede:
Ch'altra Angelica sia, creder si sforza,
Ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza.

Poi dice: Conosco io pur queste note;
Di tal io n'he tante e vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote;
Forse ch'a me questo cognome mette.
Con tali opinion dal ver remote
Usando fraude a sè medesmo, stette
Ne la speranza il mal contento Orlando,
Che si seppe a sè stesso ir procacciando.

Ma sempre più raccende e più rinuova,
Quanto spenger più cerca, il rio sospetto;
Come l'incauto augel che si ritrova
In ragna o in visco aver dato di petto,
Quanto più batte l'ale e più si prova
Di disbrigar, più vi si lega stretto.
Orlando viene ove s'incurva il monte
A guisa d'arco in su la chiara fonte.

Aveano in su l'entrata il luogo adorno
Coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al più cocente giorno
Stare abbracciati i duo felici amanti.
V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno
Più che in altro de i luoghi circonstanti,
Scritti, qual con carbone e qual con gesso,
E qual con punte di coltelli impresso.

Il mesto Conte a piè quivi discese;
E vide in su l'entrata de la grotta
Parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.
Del gran piacer che ne la grotta prese,
Questa sentenzia in versi avea ridotta:
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
Et era ne la nostra tale in senso:

Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
Spelunca opaca e di fredde ombre grata,
Dove la bella Angelica, che nacque
Di Galafron, da molti in vano amata,
Spesso ne le mie braccia nuda giacque;
De la commodità che qui m'è data,
Io povero Medor ricompensarvi
D'altro non posso, che d'ognior lodarvi:

E di pregare ogni signore amante
E cavallieri e damigelle, e ognuna
Persona o paësana o viandante,
Che quì sua volontà meni o Fortuna,
Ch'all'erbe, all'ombra, all'antro, al rio, alle piante
Dica: Benigno abbiate e sole e luna,
E de le nimfe il coro che provveggia,
Che non conduca a voi pastor mai greggia.

Era scritta in Arabico, che 'l Conte
Intendea così ben, come Latino.
Fra molte lingue e molte ch'avea pronte
Prontissima avea quella il Paladino
E gli schivò più volte e danni et onte,
Che si trovò tra il popul Saracino.
Ma non si vanti, se già n'ebbe frutto;
Ch'un danno or n'ha, che può scontargli il tutto.

Tre volte, e quattro, e sei, lesse lo scritto
Quello infelice, e pur cercando in vano
Che non vi fosse quel che v'era scritto;
E sempre lo vedea più chiaro e piano;
Et ogni volta in mezo il petto afflitto
Stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase il fin con gli occhi e con la mente
Fissi nel sasso, al sasso indifferente.

Fu allora per uscir del sentimento;
Sì tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi n'ha fatto esperimento,
Che questo è 'l duol che tutti gli altri passa.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
La fronte priva di baldanza, e bassa;
Nè potè aver (che 'l duol l'occupò tanto)
Alle querele voce, o umore al pianto.

L'impetuosa doglia entro rimase,
Che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggian restar l'acqua nel vase,
Che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
Chè, nel voltar che si fa in su la base,
L'umor, che vorria uscir, tanto s'affretta,
E ne l'angusta via tanto s'intrica,
Ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica.

Poi ritorna in sè alquanto, e pensa come
Possa esser che non sia la cosa vera:
Che voglia alcun così infamare il nome
De la sua donna e crede e brama e spera,
O gravar lui d'insopportabil some
Tanto di gelosia, che sè ne pera;
Et abbia quel, sia chi si voglia stato,
Molto la man di lei bene imitato.

In così poca, in così debol speme
Sveglia gli spirti, e gli rifranca un poco;
Indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
Dando già il sole alla sorella loco.
Non molto va, che da le vie supreme
De i tetti uscir vede il vapor del fuoco,
Sente cani abbaiar, muggiare armento;
Viene alla villa, e piglia alloggiamento.

Languido smonta, e lascia Brigliadoro
A un discreto garzon che n'abbia cura.
Altri il disarma, altri gli sproni d'oro
Gli leva, altri a forbir va l'armatura.
Era questa la casa ove Medoro
Giacque ferito, e v'ebbe alta avventura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
Di dolor sazio e non d'altra vivanda.

Quanto più cerca ritrovar quiete,
Tanto ritrova più travaglio e pene;
Che de l'odiato scritto ogni parete,
Ogni uscio, ogni finestra vede piena.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
Chè teme non si far troppo serena,
Troppo chiara la cosa, che di nebbia
Cerca offuscar, perchè men nuocer debbia.

Poco gli giova usar fraude a sè stesso;
Chè senza domandarne è chi ne parla.
Il pastor, che lo vede così oppresso
Da sua tristrizia, e che vorria levarla,
L'istoria nota a sè the dicea spesso
Di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
Ch'a molti dilettevole fu a udire,
Gl'incominciò senza rispetto a dire:

Come esso a prieghi d'Angelica bella,
Portato avea Medoro alla sua villa;
Ch'era ferito gravemente, e ch'ella
Curò la piaga, e in pochi dì guarilla;
Ma che nel cor d'una maggior di quella
Lei ferì amor: e di poca scintilla
L'accese tanto e sì cocente fuoco,
Che n'ardea tutta, e non trovava loco.

E, sanza aver rispetto ch'ella fosse
Figlia del maggior Re ch'abbia il Levante,
Da troppo amor constretta si condusse
A farsi moglie d'un povero fante.
All'ultimo l'istoria si ridusse,
Che 'l pastor fe' portar la gemma inante,
Ch'alla sua dipartenza, per mercede
Del buono albergo, Angelica gli diede.

Questa conclusion fu la secure
Che 'l capo a un colpo gli levò dal collo,
Poi che d'innumerabil battiture
Si vide il manigoldo Amor satollo.
Celar si studia Orlando il duolo; e pure
Quel gli fa forza, e male asconder puollo;
Per lacrime e suspir da bocca e d'occhi
Convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

Poi ch'allagare il freno al dolor puote
(Che resta solo, e senza altrui rispetto),
Giù da gli occhi rigando per le gote
Sparge un fiume di lacrime su 'l petto:
Sospira e geme, e va con spesse ruote
Di qua di là tutto cercando il letto;
E più duro ch'un sasso, e più pungente
Che se fosse d'urtica, sè lo sente.

In tanto aspro travaglio gli soccorre,
Che nel medesmo letto in che giaceva
L'ingrata donna venutasi a porre
Col suo drudo più volte esser doveva.
Non altrimenti or quella piuma abborre
Nè con minor prestezza sè ne leva,
Che de l'erba il villan, che s'era messo
Per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.

Quel letto, quella casa, quel pastore
Immantinente in tant'odio gli casca,
Che senza aspettar luna, o che l'albore
Che va dinanzi al nuovo giorno, nasca,
Piglia l'arme e il destriero, et esce fuore
Per mezo il bosco alla più oscura frasca;
E quando poi gli è avviso d'esser solo,
Con gridi et urli apre le porte al duolo.

Di pianger mai, mai di gridar non resta;
Nè la notte nè 'l dì si dà mai pace;
Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
Su 'l terren duro al discoperto giace.
Di sè si maraviglia ch'abbia in testa
Una fontana d'acqua sì vivace,
E come sospirar possa mai tanto;
E spesso dice a sè così nel pianto:

Queste non son più lacrime, che fuore
Stillo da gli occhi con sì larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore;
Finîr, ch'a mezo era il dolore a pena.
Dal fuoco spinto ora il vitale umore
Fugge per quella via ch'a gli occhi mena;
Et è quel che si versa, e trarrà insieme
E 'l dolore e la vita all'ore estreme.

Questi, ch'indizio fan del mio tormento,
Sospir non sono; nè i sospir son tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
Che 'l petto mio men la sua pena esali.
Amor, che m'arde il cor, fa questo vento,
Mentre dibatte intorno al fuoco l'ali.
Amor, con che miracolo lo fai,
Che 'n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

Non son, non sono io quel che paio in viso;
Quel, ch'era Orlando, è morto, et è sotterra;
La sua donna ingratissima l'ha ucciso;
Si, mancando di fe, gli ha fatto guerra.
Io son lo spirito suo da lui diviso,
Ch'in questo inferno tormentandosi erra,
Acciò con l'ombra sia, che sola avanza,
Esempio a chi in amor pone speranza.

Pel bosco errò tutta la notte il Conte;
E allo spuntar della diurna fiamma
Lo tornò il suo destin sopra la fonte,
Dove Medoro insculse l'epigramma.
Veder l'ingiuria sua scritta nel monte
L'accese sì, ch'in lui non restò dramma
Che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
Né più indugiò, che trasse il brando fuore.

Tagliò lo scritto e 'l sasso, e sin al cielo
A volo alzar fe'le minute schegge.
Infelice quell'antro, et ogni stelo
In cui Medoro e Angelica si legge!
Così restâr quel dì, ch'ombra nè gielo
A pastor mai non daran più, nè a gregge:
E quella fonte già si chiara e pura,
Da cotanta ira fu poco sicura:

Che rami, e ceppi, e tronchi, e sassi, e zolle
Non cessò di gittar ne le bell'onde,
Fin che da sommo ad imo si turbolle
Che non furo mai più chiare nè monde;
E stanco al fin, e, al fin di sudor molle,
Poi che la lena vinta non risponde
Allo sdegno, al grave odio, all'ardente ira,
Cade sul prato, e verso il ciel sospira.

Afflitto e stanco al fin cade ne l'erba,
E ficca gli occhi al cielo, e non fa motto;
Senza cibo e dormir così si serba,
Che 'l sole esce tre volte, e torna sotto.
Di crescer non cessò la pena acerba,
Che fuor del senno al fin l'ebbe condotto.
Il quarto dì, da gran furor commosso,
E maglic e piastre si straccio di dosso.

Quì riman l'elmo, e là riman lo scudo;
Lontan gli arnesi, e più lontan l'usbergo
L'arme sue tutte, in somma vi concludo,
Avean pel bosco differente albergo.
E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
L'ispido ventre, e tutto 'l petto e 'l tergo;
E cominciò la gran follia, sì orrenda,
Che de la più non sarà mai ch'intenda.

In tanta rabbia, in tanto furor venne,
Che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovvenne,
Che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma nè quella nè scure nè bipenne
Era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe' ben de le sue prove eccelse;
Ch'un alto pine al primo crollo svelse;

E svelse dopo il primo altri parecchi,
Come tosser finocchi, ebuli o aneti;
E fe' il simil di querce e d'olmi vecchi,
Di faggi e d' orni e d' illici a d' abeti;
Quel ch'un uccellator, the s'apparecchi
Il campo mondo, fa, per por le reti,
De i giunchi e de le stoppie e de l'urtiche,
Facchi de cerri e d' altre piante antiche.

I pastor, che sentito hanno il fracasso,
Lasciando il gregge sparso alla foresta,
Chi di quà, chi di là, tutti a gran passo
Vi vengono a veder che cosa è questa.

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The poet breaks off here, and enters afterwards at large into the consequences of the madness of Orlando; omitted in this work, for the reasons mentioned at page 224.

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No. IV.

THE DEATH OF CLORINDA.