NOTE
(a) In Italiano — Peste, peste bubonica, peste orientale, pestilenza, contagio, morìa. — In Latino — Pestis, pestilentia, febris pestilentialis, contagium pestilentiale, morbus pestiferum, lues pestifera. — In Francese — Peste, peste du Levant, peste d'Orient, pestilence, la maladie, fièvre pestilentielle, fièvre adéno-nerveuse; (Pinel.) — Inglese — Pest, pestilence, plague. — Tedesco — Pest, pestilenz, Beulen-pest, Menschen-pest. — Belgio — Pest, pest-koorts. — Danese — Pest, pestilents. — Svedese — Pest, pestilents. — Spagnuolo — Pest, pestilencia. — Portoghese — Peste, Pestilencia. — Russo — ПовѢшріе, моровое повѢшріе, чума, пагуба. — Polacco — Powietrze, powietrze morowe. — Illirico — Kugga, Bubba, Csumma o Ciumana, Moria, Morje, Mor. ([Torna] al testo)
(b) Pestis siquidem uno nomine Europa omnis de repente intremiscit: teterrimos illius effectus intuentibus horror ingruit atque terror et quantam miseriæ, quantamque illa afferat vastationem ii solummodo sibi possunt effingere qui tantæ cladis oculati testes fuere. Evolvantur cujusque temporis monumenta, perlegantur, si fieri potest, absque ullo animi motu innumeræ Pestis cædes, profunda illius vulnera, et miserrimæ diuturnæque in urbibus regionibusque vastatis reliquiæ. Quævis descriptio, accurata licet, longissime semper a veritate distabit (l'A. in alt.º l.º). ([Torna] al testo)
(c) Nei primi secoli dopo il mille le navi de' Veneziani solevano trasportare i crociati in Asia, e mantenevano un commercio molto attivo coi paesi del Levante, e più particolarmente coll'Egitto e colla Siria; commercio di cui i Veneti erano già in possesso molto tempo anche prima di detta epoca. Dette navi al loro ritorno, cariche di mercanzie, frutto degli ottenuti trionfi e del commercio, assieme colle ricchezze dell'Oriente portavano non di rado in patria anche la peste. Secondo il Gallicciolli ed alcune Cronache, pare, che dal 1000 a tutto il 1400, Venezia fosse stata travagliata dalla peste più di quaranta volte, e secondo altri autori più di sedici volte nel solo secolo XIII. Dissi pare, giacchè le notizie che abbiamo intorno alle pesti di Venezia sino al secolo XIV sono così confuse, che non si saprebbe precisamente dire se le regnate epidemie fossero state tutte di vera peste, ovveramente di altre malattie. Mi astenni perciò dal farne menzione, limitandomi ad accennarne alcune soltanto delle più memorabili (V. facc. 282, 284, 297, 318, 323, 419, ec.). Le più chiare ed esatte notizie che ci offra la Storia intorno alle pesti di Venezia di que' primi secoli si riferiscono a quella terribile del 1347-48, da cui l'Italia e l'Europa tutta fu crudelmente afflitta (V. facc. 419, 297), ed alle successive del 1361, 1377, 1381-82, 1391, e 1397. Che che ne sia; a malgrado la poca esattezza e precisione della Storia delle pesti di que' primi secoli, chiaramente apparisce, che prima dell'istituzione dei Lazzeretti, la maggior frequenza dell'importazione della peste in Italia seguisse sempre il maggiore o minor movimento delle relazioni commerciali coll'Oriente. La Repubblica Veneta, che, come si è detto, manteneva un esteso e quasi esclusivo commercio col Levante, nel quale non aveva altri concorrenti che i Genovesi e i Pisani, e dirigeva le sue speculazioni commerciali principalmente in Siria e nell'Egitto, mentre i Genovesi le indirizzavano in vece verso il Bosforo ed il Mar nero e facevano i loro affari in Costantinopoli, a que' tempi esente dal contagio; la Repubblica Veneta, dicesi, per le reiterate invasioni del contagio fatta accorta del pericolo in cui di continuo versava per tali frequenti e libere comunicazioni, dovette sentire prima d'ogni altra nazione di Europa il bisogno di stabilire un mezzo di provvedimento sanitario capace di preservare la Capitale ed i Veneti Stati dall'invasione di un morbo crudele, che l'avea tante volte contaminata e deserta, senza per ciò esser costretta di abbandonare il suo commercio col Levante, al quale essa doveva la sua ricchezza e prosperità. Nè tardo dovea venire alla mente de' Veneti il pensiero, che questo mezzo altro esser non poteva che l'isolamento delle persone e delle robe infette o sospette che provenivano per la via di mare dal Levante e che tutte dovevano fare scala a Venezia, onde toglierle così all'immediata comunicazione coi sani. E siccome Venezia è circondata da ogni parte da molte belle Isolette, le quali quasi tante ancelle forman corona a questa regina del mare; così, adottata l'idea dell'isolamento, è naturale che la Repubblica pensar dovesse a convertire una delle dette Isolette a ricetto delle persone e delle merci infette o sospette di pestilenza. Scoppiata essendo nuovamente la peste a Venezia nel 1403 (V. facc. 421), questa servì di potente impulso per determinare definitivamente la Signoria Veneta a mandare tosto ad esecuzione il divisato progetto. A questo fine la detta Serenissima Signoria in quel medesimo anno 1403 tolse agli Eremitani della regola di s. Agostino l'Isola che abitavano, e su cui fin dal 1249 avevano eretto un convento ed una chiesa col titolo di Santa Maria di Nazareth (forse perchè accoglievano ed assistevano i pellegrini infermi che ritornando da Terra Santa concorrevano a Venezia), la dichiarò di jus patronato della Repubblica, e istituì su di essa un Ospitale, dove ammetter si dovevano i poveri d'ambo i sessi afflitti dalla peste: al qual Ospitale assegnò la Chiesa, gli edifici, gli orti e le possessioni del soppresso convento. Sono stati destinati alcuni serventi, un Cappellano, ed un Priore con salario da pagarsi dal pubblico; e fu prescritto che l'Officio del Sale pagar dovesse tutte le spese di vitto e medicine. Ai Monaci Agostiniani venne assegnata, in cambio di quella che loro si aveva tolta, l'altra piccola Isoletta di Santo Spirito, dove Fra Gabriele de Garofolis Spoletano, ch'era il priore del soppresso convento di Santa Maria di Nazareth, uomo pio e di santa vita, fondò l'Istituto de' Canonici regolari. In seguito, oltre alle persone infette o sospette di peste, si mandarono in detta Isola all'espurgo anche le mercanzie che provenivano dal Levante. Per tal modo la Signoria Veneta fu la prima che con sano consiglio abbia pensato ad isolare le persone e le merci provenienti dall'Oriente, ed a sottoporle a contumacia; e colla istituzione de' suoi Lazzeretti diede bell'esempio all'Europa, e le insegnò il modo di preservarsi dal più micidiale e più temuto dei mali. E siccome con tre successivi Decreti del Senato, uno del 1448 e due del 1456, l'Isola ove mandavansi gli appestati e i sospetti, venne appellata Nazaretum, dall'antico nome forse della sua Chiesa, Santa Maria di Nazareth; così quel nome si conservò, corrotto in seguito dal volgo, che ripete materialmente le voci secondo il suono di esse senza conoscerne il significato e l'origine, cangiata la n in l, e Lazzaretto fu sempre in seguito chiamato quel luogo dove si isolavano le persone e le robbe sospette di peste per far quarantena. Di mano in mano che gli altri popoli d'Italia ed i stranieri ad imitazione de' Veneti andarono adottando nei loro Stati li medesimi presidj di difesa contro la peste, coll'imitazione delle stesse leggi e regolamenti di sanità adottarono pure lo stesso vocabolo dei Veneti per distinguere i loro Stabilimenti di Contumacia. Questa etimologia del nome Lazzaretto mi sembra abbastanza chiara e fondata sulla Storia, senza farla derivare dal mendico della parabola pieno di ulceri, nè da Lazzaro fratello di Marta e di Maria risuscitato dal Redentore N. S. G. C. come suppone il Muratori, e come lo trovo ripetuto da quasi tutti i nostri Dizionarj, forse perchè nella Palestina ed altrove si ponevano sotto la proiezione di S. Lazzaro gli Ospedali dei lebbrosi; e nemmeno da El hazar, Ospedale presso la Moschea del Cairo, come pretende Volnay; e molto meno poi da Jacopo Lanzerotti, che fu il primo Priore nel detto Ospitale di Santa Maria di Nazareth, come s'era pensato da alcuni altri. Perchè poi in tutti i migliori Dizionarj Italiani i detti luoghi per contumacie ed espurghi si chiamino Lazzeretti in vece di Lazzaretti, non saprei dirlo. Forse vi fu qualche Autore accreditato per conoscenza di lingua che per più eleganza così li nominasse, e gli altri poi si copiarono l'un l'altro senza ulteriori esami. Quell'antichissimo Lazzeretto, il primo che sia stato istituito in Europa nell'indicata Isola di Santa Maria di Nazareth, ampliato e ristaurato più volte, sussiste ancora, ed è il nostro Lazzeretto Vecchio, di cui la Sanità Veneta si serve ancora utilmente; che anzi, ristaurato in questi ultimi anni con molta cura e dispendii, e uno dei più belli e comodi Lazzeretti di Europa. Offre decentissimi appartamenti bene ammobigliati, ed è capace a dar comodo ricetto a più che cento contumacianti di diversa provenienza, e ad ammettere contemporaneamente all'espurgo nelle ampie sue tettoje, sbarrate da cancelli di legno, divise e distinte secondo le varie contumacie, in sette separati recinti, parecchie migliaja di Colli di mercanzie. Nè al solo Lazzeretto piantato nell'indicato convento degli Eremitani si limitò la previdenza dei Veneti; ma, ritenuto forse che non bastasse quel luogo per soddisfare a tutti i bisogni della Sanità, il Senato Veneto decretò l'erezione di un altro Lazzeretto nell'Isola di s. Erasmo, il quale attivato poco prima del 1500, venne chiamato Lazzeretto Nuovo, e tale chiamasi ancora, quantunque quasi interamente distrutto, e da molti anni una parte di esso non serva più che per deposito dell'artiglieria di terra. Il primo Lazzeretto istituito nel 1403 nell'Isola di Santa Maria di Nazareth incominciò a distinguersi col nome di vecchio subito dopo fabbricato il nuovo, e Lazzeretto vecchio chiamasi anche oggidì, appellata collo stesso nome, l'Isola che lo contiene e che tutta agli usi di Lazzeretto, o ad abitazione e comodo de' suoi impiegati venne destinata. Nel 1769 essendo stato riconosciuto che il sopraccennato Lazzeretto nuovo non poteva più servire all'oggetto della sua istituzione per l'aria malsana che vi si respirava, per le sue fabbriche diroccate e quasi inservibili, per la sua lontananza e perchè interrati erano i canali, il Senato ordinò al Magistrato Veneto di versare sul cambiamento di situazione più salubre e più comoda al commercio ove piantare un altro Lazzeretto che chiamar dovevasi Novissimo. Dopo molte difficoltà ed incertezze il Magistrato Veneto di Sanità nel 1782 riconobbe, che per la salvezza della materia e pel risparmio l'Isola di Poveglia era preferibile ad ogni altra; e soltanto nel 1793, dominando ancora la Veneta Repubblica, fu per la prima volta destinata Poveglia ad uso di Lazzeretto provvisorio, ed ivi accolti alcuni appestati, spurgate le robe e il naviglio che le aveva portate; e quantunque da tutti i Governi che hanno succeduto alla Veneta Repubblica fosse stata riconosciuta l'Isola di Poveglia opportunissima per lo stabilimento di un Lazzeretto per le provenienze infette o più gravemente sospette, solo nel 1814, ristabilitosi in queste Provincie il Governo Austriaco, venne quell'isola destinata a tal uso (Vedi Cenni Storici sull'Isola di Poveglia e sulla sua importanza sotto l'aspetto sanitario, che ho pubblicato in Venezia nel 1837), ed ora il Lazzeretto di Poveglia è il Lazzeretto Centrale per la peste di tutto il litorale Adriatico, il più valido baluardo di difesa della salute degl'II. RR. Stati Austriaci contro la peste; nè vi ha alcun altro Lazzeretto in Europa, ch'io conosca, che per quanto risguarda l'opportunità della situazione, per un favorevole concorso di circostanze affatto speciali di quella isolata località sia al caso di meglio corrispondere all'oggetto della sua istituzione, e di offrire agli Stati di Europa una maggior guarentigia per la pubblica sicurezza.
Fin dal Marzo 1348, come si è detto (facc. 421), furono eletti dal Maggior Consiglio della Veneta Repubblica tre Nobili col titolo di Savj all'apparir della peste, o Provveditori di Sanità, e nel 1485, aggiunti ai primi altri tre Nobili col titolo di Sopraprovveditori, fu creata una Magistratura perpetua con grandissimi poteri, alla quale era interamente ed esclusivamente affidato, oltre alla sopravveglianza e direzione generale dei Lazzeretti, la disposizione ed attivazione eziandio di tutte le misure e provvedimenti che in qualsivoglia modo alla tutela e conservazione della pubblica salute si riferivano. Fu per tal modo costituito quel tanto celebre Magistrato Veneto di Sanità, cui il Senato aveva a quel tempo accordato amplissimi poteri, e conferito ben anche il titolo di Supremo, la cui rinomanza ed alta riputazione di saggezza non è per anco estinta in Europa; tanto durano le prime impressioni allorchè sono bene stabilite! Ora dell'antico Magistrato Veneto di Sanità tuttora conservasi il nome, ridotti però assai limitati di tale Magistratura i mezzi e le facoltà. ([Torna] al testo)
(d) Fino dall'anno 1827 sono state introdotte in Egitto, d'ordine dello stesso Vice-Re Mehmed-Alì, pratiche sanitarie, e stabilite contumacie pei bastimenti, non che istituiti Consigli di Sanità per garantire possibilmente il paese dalla peste. Nel 1828 vennero convertiti ad uso di Lazzeretto provvisorio alcuni grandi Magazzini o Sciune, che esistevano ad Isbe, piccola penisola presso Damiata, circondata in parte dalla foce del ramo del Nilo di Damiata (l'antico ramo Fatmetico), ed in parte dal mare, e fu pubblicato in Arabo il relativo Regolamento, col quale sono stati anche nominati i varj Impiegati del nuovo Stabilimento. Nel 1831 per lo sviluppo del Colèra nel paese di Suez venne nominata al Cairo una Commissione composta per la maggior parte di Europei, con facoltà di agire indipendentemente da ogni altra Autorità pel bene della pubblica salute nell'Egitto. Nel Gennajo 1832 è stata istituita ad Alessandria un'altra Commissione, detta Consolare di Sanità pubblica, composta dei Consoli d'Austria, d'Inghilterra, di Francia, di Russia e di Svezia, che in turno mensile dovevano presiederla; la qual Commissione, indipendentemente dal Governo, doveva regolare le cose della Sanità, segnatamente per ciò ch'era riferibile alle contumacie dei bastimenti che approdano ad Alessandria e per le cose della peste. In Aprile dello stesso anno 1832 fu posta dall'I. R. Console Generale Austriaco in Alessandria la prima pietra per l'erezione di un grande Lazzeretto ad una certa distanza dalla Città, al così detto porto nuovo; il qual Lazzeretto fino al 1835 altro non era che uno spazio chiuso da quattro muri con alcuni interni provvisorii ripari. Ora però è ben ridotto, comodo e decente, capace di dar sfogo a venti differenti contumacie contemporaneamente. Gl'Impiegati e Guardiani addetti a quello Stabilimento sono tutti Europei.
Tutti i Consoli residenti in Alessandria avevano convenuto di riunirsi in Consiglio ogni anno per rieleggere o confermare la sopraccennata Commissione Consolare di Sanità, la quale doveva esser formata sempre da cinque Membri tratti dal Corpo Consolare. Detta Commissione assunse in seguito il nome di Comitato Consolare di Sanità, e sussiste ancora.
In una delle sopraindicate sedute pubbliche dell'intero Corpo Consolare tenutasi in Alessandria nel giorno 22 Agosto 1835, subito dopo la terribile peste dell'Egitto degli anni 1834-35, nella quale sono morte più di 150,000 persone, venne adottata con saggio consiglio una misura, la quale, ove fosse stata sinceramente sostenuta e mandata ad effetto, avrebbe forse portato grandi vantaggi all'umanità ed al commercio. Nella detta sessione generale de' Consoli era stato adottato «di affidare la direzione generale di tutti gli Stabilimenti di Sanità, e di tutti i lavori dello stesso Comitato Consolare di quel Regno, ad un Commissario Superiore di Sanità, che rimpiazzando il Presidente mensile avesse a presiedere permanentemente il Comitato dei Consoli, e dal quale, come da un centro regolatore, partir dovessero tutti gli ordini tendenti ad assicurare la conservazione della pubblica salute in Egitto, e provvedere a tutti i bisogni sì ordinarii che straordinarii del servizio sanitario, modellando le istituzioni e le discipline sanitarie del Regno, sopra quelle degli Stati ben regolati di Europa; e in modo tale da ispirare fiducia all'estero, e procurare alla navigazione ed al commercio dell'Egitto le maggiori agevolezze compatibili coi riguardi della salute pubblica; e nel medesimo tempo provvedere alla miglior salute e prosperità dell'interno».
Questa determinazione del Corpo Consolare venne accolta con entusiasmo dal Vice-Re, che l'approvò subito; e per mandarla ad effetto in modo corrispondente alle grandi viste dell'utile pubblico, cui pare s'abbia avuto in mira nell'adottarla, si rivolse all'I. R. Console Generale Austriaco Consigliere de Laurin pregandolo «d'interessare il Governo Austriaco a scegliere e lasciare in Egitto, almeno per tre anni, un individuo valente, che avesse già servito con buon successo ed in una categoria superiore nella Sanità, il quale avesse da assumersi l'incarico di organizzare e dirigere i pubblici Istituti e le cose della Sanità di quel Regno secondo i sistemi vigenti in Europa». Il Consolato Generale Austriaco se ne incaricò. Scrisse al suo Governo. Ed il Governo Austriaco, sempre premuroso e zelante allorchè si tratta del bene dell'umanità e dell'utile pubblico, instituì delle pratiche, e con sincero e leale interesse emanò degli ordini ai Presidenti dei suoi varii Governi onde rinvenire possibilmente l'individuo fornito delle qualità necessarie per ben corrispondere all'invito del Governo dell'Egitto, e che fosse disposto di accettare il difficile e dilicatissimo incarico che si voleva affidargli.
Ciò però non doveva esser facile, giacchè molte ragioni potevano dissuadere un Impiegato Superiore di Sanità, che godesse favorevole opinione in Europa, dall'assumersi un incarico di tanta importanza, in un paese lontano, in un clima cocente, qual è quel dell'Egitto, fra popolazioni non per anche disposte e mature per una generale riforma sanitaria; e con molta probabilità d'incontrare ostacoli e contrarietà gravissime nella nuova posizione in cui andava a collocarsi, che per la qualità delle circostanze doveva essere assai dilicata e difficile. Pure a malgrado tutto ciò, il Governo Austriaco era riescito a rinvenire e prescegliere l'individuo che possedeva le qualità richieste dal Governo Egizio, capace di condurre a termine la malagevole impresa, ed a cui il Supremo Dicastero Aulico dello stesso Governo Austriaco non aveva esitato di dichiarare, che dietro le pratiche precorse era venuto in cognizione ch'Ei possedeva perfettamente tutte le qualità occorrenti per la direzione degli affari della Sanità dell'Egitto. L'individuo prescelto aveva anche manifestata definitivamente a quel Governo, col mezzo dell'I. R. Console Generale Austriaco residente in Alessandria, la sua determinazione di partire anche subito per l'Egitto onde disimpegnare l'onorevole incarico nel miglior modo che per lui si potesse; e lo stesso Regio Console riscontrava tale avviso, e già sembrava ogni cosa definita e conclusa, allorchè insorte in Alessandria cose che non si conoscono, la missione non ebbe più luogo, ed il ben concepito progetto si dileguò. Scriveva poco dopo l'I. R. Console Generale Austriaco, cioè il 15 Dicembre 1837, che il Comitato Sanitario Egizio stanco di aspettare più oltre l'arrivo di un Commissario permanente dall'estero aveva deliberato nella seduta del 29 Decembre, che fosse urgente di provvedere alla nomina di soggetto presente; e che quindi in quella stessa seduta del 29 Novembre (1837) era stato deciso, che il detto posto di Commissario permanente debba esser dato al Medico primario di Sanità Dott. Grassi, oriundo di Pistoja in Toscana, che da circa venti anni esercitava la medicina in Alessandria. Questa nomina però non venne da S. A. il Vice-Re approvata, perchè (Ei disse) troppo le dispiaceva perdere un medico che faceva parte del corpo dei Medici della Marina; e non fu più nominato alcun altro. Così abortì uno dei migliori progetti sanitarii, la cui felice esecuzione avrebbe segnata epoca nella storia dell'umano incivilimento, dato probabilmente un valido impulso a più importanti migliorie e cambiamenti nell'andamento delle cose sanitarie d'Oriente, e promossi forse sommi vantaggi al commercio in generale ed a quello dell'Egitto in particolare per effetto specialmente delle maggiori agevolezze e di un trattamento contumaciale più mite nei porti di Europa, a cui le derivazioni dall'Egitto avrebbero potuto aspirare, dipendentemente dalla maggiore fiducia dei Governi Europei verso quella Magistratura Sanitaria, allorchè fosse stata modellata sui loro stessi sistemi, e diretta da Impiegati Sanitarii Europei conosciuti ed accreditati in Europa.
Anche nell'Isola di Candia (l'antica Creta), e precisamente nella Città di Candia, capitale dell'Isola e residenza del Bascià, esistono da parecchi anni provvedimenti sanitarii, un Lazzeretto, o luogo per le contumacie, diretto da Impiegati Europei, ed un Consiglio o Comitato di Sanità. Sarebbe desiderabile, che le istituzioni sanitarie stabilite in Egitto per le provenienze dalla via del mare fossero in armonia e corrispondenza con quelle dell'interno; mentre se rimangono libere ed indipendenti da ogni vincolo sanitario le derivazioni per la via di terra dall'alto Egitto, dalla Siria, dalla Palestina ecc., diventano illusorie e vuote di effetto le restrizioni sanitarie ed i rigori contumaciali per le sole provenienze dal mare.
Quantunque l'Egitto fra i paesi Ottomani d'Oriente sia stato il primo ad adottare pratiche ed istituzioni sanitarie, e s'abbia per esse principalmente giovato dell'opera degli Europei; quantunque quel Governo siasi spinto più d'ogni altro del Levante Ottomano nella via del progresso ed avanzato si trovi nell'incivilimento Europeo, pure le istituzioni sanitarie di quel Regno, come del resto della Turchia, sono ancora imperfette, e tali da non inspirare molta fiducia. Verrà forse tempo in cui i Turchi, abiurati i loro antichi pregiudizii, le loro teorie stazionarie, la loro marcia apatica e rutinaria, convinti dall'eloquenza dei fatti, scorgeranno i sommi beneficii che loro possono derivare da un cauto e ben regolato sistema sanitario, universale, proporzionato alle località, circostanze e bisogni del paese, ed adotteranno di buon grado in tutte le loro provincie la legislazione sanitaria come principio; mettendo Costantinopoli a livello delle altre grandi città commerciali dell'Occidente, preservando quelle popolazioni dal flagello più grande e più distruggitore, il quale del continuo le va orribilmente decimando, ed offrendo agli economisti ed ai medici novella prova dell'utilità dell'isolamento. Ma oggidì esse non possono considerarsi altrimenti se non come un'iniziativa ad un sistema sanitario che si andrà in seguito perfezionando, allorchè le popolazioni della Turchia meglio preparate dall'influenza Europea, saranno più mature per questa grande riforma; e materialmente convinte in forza de' risultamenti, dei sommi beneficii delle istituzioni sanitarie, verranno esse stesse a ricercarle ed invocarle dai loro vicini Europei con altrettanta sollecitudine ed interesse con quanta diffidenza ed antipatia ora sembrano respingerle.
Le istituzioni di sanità incontrarono a Costantinopoli maggiore opposizione che in Egitto; ed appena nel 1837 si è cominciato ad attivare in quella capitale alcune imperfette misure sanitarie, a merito particolarmente dello spirito d'innovazione del Sultano Mahmud II e della sua fermezza, non che delle insistenti sollecitazioni degli Europei, tra' quali in ispecieltà del Dott. Bulard, che in quell'anno era passato dalle Smirne a Costantinopoli, e che colla solita sua intrepidezza s'era dedicato allo studio della peste e all'assistenza de' pestiferati. Halil-Bascià fu uno dei primi e più benemeriti proteggitori delle nuove istituzioni sanitarie che si progettarono a Costantinopoli, delle quali la prima misura, per quanto è a mia cognizione, fu quella di ordinare, che col 1.º di Novembre di quell'anno (1837) tutti quelli fra le truppe acquartierate lungo le rive del Bosforo, che venivano attaccati dalla peste, dovessero, senza alcuna eccezione, esser inviati alla Torre del Leandro, locale destinato ad uso di Ospital Militare pei pestiferati, e dove il Dott. Bulard s'è chiuso poi per assisterli il giorno 17 dello stesso mese di Novembre, ed il Dott. Lago di Casale in Piemonte, di lui compagno, il giorno seguente 18 detto.
Parecchi progetti di organizzazione sanitaria sono stati presentati successivamente al Governo Ottomano, e pareva fosse stato da prima prescelto quello di Reschid-Bascià, che riferivasi ad una realizzazione di misure sanitarie parziali nella Turchia Europea, dalle frontiere della Bulgaria, della Servia, e dell'Albania fino a Costantinopoli esclusivamente. Ma l'attivazione delle progettate misure sanitarie incontrava a Costantinopoli molta opposizione nello spirito del popolo attaccato alle sue vecchie abitudini e pregiudizii, e nelle di lui superstizioni religiose, fomentate dalle maligne istigazioni di alcuni scaltri malintenzionati e invidiosi. La ferma volontà del Sultano Mahmud però non si lasciò intimidire dalle contrarietà nè dal popolare mal talento; ma fece sì, che gli Ulema, dopo una dozzina di secoli, trovassero nel Corano l'ordine formale di prendere precauzioni contro la peste; quindi si cercò di persuadere il popolo, che le misure e precauzioni di sanità, non solo non erano in opposizione ai principii religiosi ed alle leggi del Corano, ma invece vi concordavano perfettamente. Quindi, in dipendenza di un ordine del Gran Signore, il Divano si è adunato ed ha adottato le seguenti misure.
1.º «Il principio della legislazione sanitaria Europea, considerato come base di una nuova istituzione, è adottato dall'Imp. Ottomano».
2.º «I lavori preparatorii di organizzazione saranno immediatamente messi in esecuzione».
3.º «Il Sig. Dott. Bulard sarà incaricato dalla Sublime Porta a far parte dell'Intendenza Sanitaria che deve istituire, ed a presiedere ai dettagli di organizzazione e di applicazione».
4.º «Dodici milioni di piastre sono destinati al servizio delle quarantene».
In seguito al quale firmano è stata nominata una Commissione Sanitaria provvisoria, incaricata di stabilire le basi del nuovo sistema sanitario ottomano da seguirsi, la quale venne composta di
- Abdul-hak-Molla-effendi, ex Medico in capo di S. A. il Sultano, Pres.
- Membri
- Hassan-bey, del Dipartimento della Marina,
- Essaad-effendi, ex Direttore della Stamperia Imperiale,
- Selim Bascià, Direttore della Scuola politecnica,
- Musurus Segretario Interprete d'Ambasciata — e del
- Dott. Bulard.
Questa Commissione, costituita nel dì 1.º Marzo 1838, si dedicò tosto con molto zelo a discutere intorno alle disposizioni del nuovo Piano di Regolamento generale sanitario, e sulla sua applicazione, non che sopra le misure temporarie da prendersi per combattere la malattia ovunque si manifestasse. Detta Commissione, che prese in seguito il nome di Consiglio Superiore di Sanità, pubblicò nella Gazzetta di Stato Turca del 14 Saffer 1255 (19 Aprile 1839) una specie d'introduzione al nuovo sistema sanitario che volevasi attivare, fece stampare e distribuire parecchie Istruzioni ai diversi capi delle Provincie, Città, Borgate e Villaggi, indirizzò Avvisi agli abitanti ne' quali venivano indicate le norme da osservarsi e i mezzi di far ricorso tanto all'apparir della peste, che allorquando fosse giunta alla sua più grande attività, sì per le case infette che per le sane, emanò disposizioni penali per le contravvenzioni alle leggi di sanità, disegnò commissarii speciali e medici incaricati di trasferirsi tosto sopra luogo dovunque fosse per svilupparsi la peste; compilò altre istruzioni speciali e norme relative alle condizioni affatto particolari di Costantinopoli, dipendenti dalla sua posizione, dall'eterogeneità de' suoi abitanti, dalla moltiplicità dei rapporti individuali, natura delle risorse, bisogni ecc., e finalmente preparò materiali per il suo rapporto generale sul Piano d'organizzazione e di applicazione.
Ordinava frattanto il Governo, che fosse prontamente eretto un Lazzeretto centrale, e stabilito un Cordone Sanitario. Quattro milioni di piastre vennero depositate nella Cassa del Ministero della Guerra per le prime spese dell'organizzazione sanitaria; ed il Capudan Bascià (Akmet) fu incaricato di scandagliare le differenti Baje del Bosforo, e determinare quella che poteva ricevere un maggior numero di bastimenti ed essere con maggior convenienza appropriata al Lazzeretto Centrale che si doveva erigere. Fu destinato un Ispettore alle costruzioni Sanitarie. Finalmente il Gran Signore (Mahmud II) ha decretato, che le spese per l'irruzione della peste debbano star a carico del tesoro. Tutto ciò accadeva nei mesi di Aprile e Maggio del 1838.
Insistette nuovamente il Governo per l'immediata esecuzione di due grandi progetti, cioè 1.º del ridetto Lazzeretto centrale per la peste, 2.º di un Ospedale pei pestiferati. Il Capudan Akmet-Bascià, accompagnato dai Membri del Consiglio Sanitario; visitò le posizioni di Stenia, d'Unkiar-Skelessi e di Fener-Baktchè, e dopo uno scrupoloso esame decise, che la penisola di Fener-Baktchè sarebbe la situazione più opportuna per piantarvi il Lazzeretto Centrale di cui si trattava, siccome quella ch'era più vicina a Costantinopoli, ed essendo nel canale stesso del Bosforo, offriva ai bastimenti provenienti dal Mediterraneo maggiore facilità di approdo ed oltracciò presentava le più favorevoli condizioni di facile isolamento e di salubrità.
Riguardo all'Ospedale pei pestiferati, un Piano era stato già presentato dal Dott. Bulard, che sembrava avesse ad esser adottato con alcune modificazioni. Secondo detto Piano, lo Stabilimento doveva esser diviso in tre distinti corpi di fabbrica; cioè 1.º l'Ospedale propriamente detto pei malati di peste; 2.º l'Ospedale pei convalescenti; 3.º il Lazzeretto, dove i guariti, finita la convalescenza, scontar dovevano la lor contumacia prima di porsi in libera comunicazione colla Città.
Scoppiati alcuni accidenti di peste a Cipro, in Alessandria d'Egitto ed a Giaffa in Soria, in seguito al passaggio de' pellegrini, che in folla si recavano da più parti a Gerusalemme, il Dottor Bulard insistette perchè fosse stabilita una contumacia di osservazione ai Dardanelli contro tutte le provenienze da Cipro, dall'Egitto, dalla Siria e dagli altri porti del bacino del Mediterraneo, e vi riuscì. Una contumacia di osservazione venne quindi determinata per la prima volta dalla Sublime Porta ai Dardanelli contro le indicate provenienze. È rimarcabile che le ragioni allora indicate a giustificazione di detta misura furono, 1.º l'attività della peste scoppiata in Siria, in Egitto ed in alcune Isole del Mediterraneo, che esponeva la Capitale a divenir da un momento all'altro teatro di stragi; 2.º la mancanza di Lazzeretti e di un sistema sanitario regolare in Egitto e negli altri indicati luoghi. Contemporaneamente all'adottata contumacia fu pubblicato il relativo Regolamento.
Ma cotale misura non fu di lunga durata, come si rileva dal seguente brano di lettera scritta da Costantinopoli in data 30 Maggio 1838, e riportata nel Lloyd Austriaco. «Reso avvertito il nostro Governo che da Jaffa dovevano giungere alcune navi con passeggieri sospetti di malattia contagiosa, credette poter tosto dar mano alle meditate riserve di contumacie, e Lunedì infatti i due battelli a vapore il Principe di Metternich e lo Stambul venuti dalle Smirne furono i primi assoggettati a quarantena. Esso non tardò per altro ad avvedersi della impossibilità di poter per ora mandarsi ad effetto sì importanti disposizioni, difettando di Lazzeretti, d'impiegati, d'ogni mezzo in somma indispensabile a mantenere una compiuta segregazione, e perciò dopo il mezzodì dello stesso giorno i due piroscafi vennero ammessi a libera pratica».
Infrattanto il Governo Turco aveva incaricato il Medico Austriaco Herzschläger di visitare l'Asia Minore per fissare i siti in cui piantare i Lazzeretti. Lettere di Smirne del giorno 12 Maggio 1838 annunziavano l'arrivo del detto Medico in quella città, ed i timori che si avevano a Smirne per la peste che si era dichiarata a Calimnos, sulla costa vicina all'Isola di Stanchio, e nei dintorni della città stessa, non che i provvedimenti sanitarii ch'erano stati colà ordinati onde impedire che il morbo penetrasse nella Città. Quel Governatore si adoprava con zelo e premura acciò le ordinate disposizioni preservatrici venissero ovunque fedelmente osservate, interdetta ogni comunicazione co' luoghi infetti.
Il Consiglio Sanitario a Costantinopoli continuava ad unirsi due volte per settimana, onde discutere coi Commissarii delle legazioni a tal uopo nominati i numerosi articoli del nuovo Regolamento Sanitario, e si occupava del progetto d'istituire un Lazzeretto formale nell'Isola di Rodi, e di altri simili Stabilimenti lungo i confini della Siria.
La bassa invidia però, questa detestabile passione, vergogna dell'umanità, e fatalmente tanto comune, aveva operato intanto i suoi segreti maneggi a danno del Dott. Bulard, ed occasionato gravi disgusti fra esso ed il rimanente della Commissione Sanitaria. Per queste ragioni, ed altre forse che ignoro, il Dott. Bulard ebbe a lasciare Costantinopoli, la Commissione e tutti i suoi lavori, e si è trasferito in Germania. Il Governo Turco in questo frattempo aveva interessato la Corte Imperiale d'Austria a mandargli degli abili Impiegati di Sanità, i quali avessero specialmente cognizioni ed esperienza nelle cose dei Lazzeretti. Per le amichevoli relazioni esistenti fra le due Corti, venne tosto consentito a tale ricerca, e da Semlino, o da altri luoghi confinanti, sono stati spediti gl'Impiegati che si ricercarono, i quali essendo anche Medici, furono tanto più ben accetti a Costantinopoli, dove giunsero ai primi di Agosto (1838).
Arrivati detti Signori a Costantinopoli, S. A. il Sultano si è compiaciuta di sollevare S. E. Abdul-hak-Molla dalla Presidenza del Consiglio Sanitario, sotto pretesto che essendo egli Cadiaskar d'Anatolia, non poteva attendere ai lavori della Commissione; ordinando contemporaneamente che la parte religiosa e la direzione generale delle contumacie dovessero dipendere dai Signori Essaad-effendi, e Namik-Bascià; la parte Medica all'incontro, fosse affidata esclusivamente ai nuovi Signori Impiegati mandati dall'Austria, Dott. Minas, Dott. Neuner, ed un terzo di cui non conosco il nome.
Sia che la situazione prescelta dal Capudan-Bascià per l'erezione del nuovo Lazzeretto centrale, di cui s'è parlato di sopra, non fosse stata giudicata soddisfacente; sia che non si avesse voluto molto aspettare detto Stabilimento (mentre un certo tempo sarebbe stato assolutamente necessario per condurre a termine la fabbrica che dovevasi innalzare dalle fondamenta); sia che l'Erario fosse esausto per le spese della guerra, a cui si andava con grande operosità preparandosi, S. A. destinò in vece la bella e vasta Caserma di Cavalleria di Scutari, a Kouléli presso Gschingoelgoei per farvi un Lazzeretto. Questo immenso edificio situato in una delle più amene situazioni del Bosforo, sul pendio di un colle, presso la deliziosa Villa Imperiale di Kiosk, sulla costa d'Asia alla vista di Costantinopoli, da cui è cinque miglia circa distante, poco lungi da Hissar d'Anatolia, celebre per il gran ponte su cui Dario fece passare il suo numeroso esercito a danno de' Greci, unisce condizioni desiderabili per la sua nuova destinazione. Egli è tutto circondato da sorgenti d'acqua, da annosi alberi, da siepi di gelsomini e di rose, da una bella natura ricca di vegetazione. La sua fronte adorna di colonnami, presenta una lunghezza di 164 piedi sopra 169 di larghezza. Due portoni uno a mezzogiorno l'altro a settentrione conducono ad un vasto cortile lungo 314 passi, largo 226, dove mette capo un gran numero di locali terreni; e da dove si ascende al primo e secondo piano, nei quali sono state fatte molte separazioni a comodo e sicurezza de' passeggieri e pegli equipaggi dei grandi navigli contumacianti. Quindici vasti magazzini terreni accolgono le mercanzie. Un grande atrio è destinato per sballarle, ed una stanza contigua pel riscaldamento, nella quale si eseguisce il disinfettamento col mezzo del calorico a 40 gradi T.º R.r secondo il metodo del Dott. Pariset. Nel piano terreno, oltre al parlatorio, una stanza pel ricevimento de' contumacianti, una per l'espurgo delle lettere, e varie altre pel custode delle rimesse, pel portinajo, pegli Hamals o facchini, pei serventi di contumacia destinati allespurgo delle mercanzie, ecc.; vi sono pure due infermerie, capaci di 20 letti ciascuna, una farmacia, un luogo da bagni, molti stanzini per gl'infermieri, ed un locale ad uso di depositorio per i cadaveri. Ivi pure trovasi un Ristoratore. Addetti al servizio dello Stabilimento vi sono alcuni pochi impiegati amministrativi, un Medico, un Chirurgo, un Farmacista, ed una Mammana. Al di fuori, in un lungo fabbricato, stanno la Cancelleria dello Stabilimento ed un Corpo di Guardia per 50 uomini. A qualche distanza due Cimiteri, uno pei Turchi, l'altro pei Franchi. Questo è il primo Lazzeretto che sia stato istituito a Costantinopoli. Esso venne inaugurato nel giorno 28 Dicembre 1838, alla presenza di S. A. il Sultano Mahmud II.
Qualche mese prima che questo Lazzeretto fosse stato attivato, in conseguenza dei varii casi di peste accaduti a bordo del battello a vapore Principe di Metternich Cap. Fard, proveniente da Trebisonda, la vecchia Dogana è stata destinata alla purificazione delle mercanzie e dei passeggieri sospetti del detto naviglio.
Il Gran Signore continuava a prendere sempre più viva premura ai lavori del Consiglio Sanitario, e nulla ommetteva per affrettare il momento in cui poter mettere in vigore le disposizioni preservatrici ch'Egli aveva decretate e con tanta fermezza sostenute.
Il Consiglio Sanitario infrattanto aveva terminato il Regolamento nella parte che riferivasi alle contumacie, ed aspettavasi l'avviso officiale che facesse conoscere l'epoca in cui doveva esser posto in esecuzione. Nel dì 9 Dicembre 1838 il Consiglio stesso ebbe l'onore di esser presentato a S. A. il Sultano, che l'accolse con molta bontà, e lo ringraziò della spiegata operosità.
Successero in questo mentre, per ragioni che ignoro, dei cambiamenti nel personale componente il detto Consiglio Sanitario, ed alla Presidenza di esso venne destinato S. E. Hifzy-Mustafà-Bascià, ed a Membri del medesimo, oltre ai Signori spediti da Vienna Dott. Minas, Dott. Neuner, ed il terzo che non conosco, tre altri Europei, tra i quali due Medici. Presso il detto Consiglio di Sanità assistevano i Signori Commissarj Delegati dalle Potenze straniere in numero di cinque. Fra essi eranvi il Sig. Dott. Pezzoni Consigliere di Stato attaccato alla Legazione Imperiale di Russia a Costantinopoli, uomo distinto per talenti e per cognizioni, che da oltre 20 anni soggiorna in quella Capitale, ed il Sig. Cadalvène, noto nel mondo letterario per alcune opere importanti sull'Oriente.
I seguenti Signori componevano
Da una parte
IL CONSIGLIO DI SANITÀ
- Hifzy-Mustafà-Bascià, Presidente.
- Membri
- Dott. Minas.
- Dott. Mac Carthy.
- Dott. Neuner.
- Dott. Bernard.
- Dott. Marchand.
- G. Franceschi.
Dall'altra
I DELEGATI DELLE POTENZE STRANIERE
- A. Pezzoni.
- Ed. De Cadalvène.
- Ant. de Raab.
- F. Bosgiovich.
- J. Bosgiovich.
Essi dopo aver deliberato sulla scelta delle misure di contumacia più adattate a quella Capitale contro le provenienze marittime, hanno compilato di comune accordo il relativo Regolamento Organico di Sanità, il quale, ottenuta che ebbe la Superiore sanzione, venne pubblicato colle stampe in data 27 di Rèbiul-Ewel 1255 (10 Giugno 1839), ed attivato. Il Governo Turco lo ha tosto comunicato alle Legazioni Straniere con preghiera d'informarne il commercio delle rispettive nazioni. Venne quindi diramato e conosciuto da tutta Europa. Detto Regolamento non è in sostanza che una succinta compilazione o imitazione dei Regolamenti Europei adattata alla navigazione marittima dell'Oriente, ed ai bisogni e circostanze speciali di Costantinopoli, in cui si è procurato di conciliare, per quanto fu possibile, le garanzie sanitarie coi bisogni del commercio marittimo.
Questo Regolamento prevede il caso, che i navigli di contumacia carichi di mercanzie con patente sospetta o brutta sieno alcune volte impediti dal tempo di ridursi fino all'ancoraggio del Lazzeretto di Kouléli; e dappoichè l'Intendenza Sanitaria non aveva ancora disponibili i rimorchi per condurveli immediatamente, restò stabilito, che verrebbero costruiti nel più breve termine dei Magazzini in pietra alla punta di Fener-Baktché per ricevere i carichi dei navigli che si trovassero nel preveduto caso. I Signori Delegati delle Potenze Straniere accordarono tre mesi di tempo per la costruzione dei detti Magazzini. Non si sa però che sieno stati per anche eretti.
A tenore del Regolamento Sanitario, ogni naviglio che approda a Costantinopoli deve esser munito di una patente di Sanità, obbligato a rimetterla al preposto dell'Ufficio dell'Intendenza Sanitaria incaricato di reclamarla.
Le patenti di Sanità sono distinte in tre categorie — netta, sospetta e brutta.
Sono considerate
Nette le patenti rilasciate trenta giorni dopo l'ultimo accidente di peste;
Sospette, se quindici giorni dopo l'ultimo caso di peste;
Brutte, se nell'intervallo dei primi quindici giorni dopo l'ultimo accidente.
I navigli portatori di patente netta non sono soggetti ad alcuna contumacia o riserva, siano essi carichi o vuoti.
Ogni naviglio soggetto a contumacia e diretto per Costantinopoli, è tenuto a spiegare sull'albero di mezzana la relativa bandiera corrispondente alla patente da cui è accompagnato: cioè
bianca, se la patente è netta,
bianca e nera, se è sospetta,
nera, se è brutta.
Per lo stesso Regolamento, i navigli tanto di patente sospetta che brutta arrivati vuoti, possono dar fondo all'entrata del porto, o nel canale di Costantinopoli, a qualche distanza da terra, ed ivi scontare la loro contumacia sotto la semplice sorveglianza dei Guardiani del bordo. La stessa facilitazione è accordata anche ai bastimenti arrivati carichi, qualunque sia la loro patente, però soltanto dopo aver scaricato a Kouléli o a Fener-Baktché le loro mercanzie.
Ogni naviglio di patente sospetta o brutta, carico o vuoto, se proveniente dal Mar bianco, deve prendere a bordo ai Dardanelli o a Gallipoli un Guardiano di Sanità; se dal Mar nero, all'Officio sanitario di Kavuk, o a quello di Silvi-Bournou.
Qualunque sia la patente, viene permesso al Medico delle contumacie di recarsi a bordo nel caso speciale che vi avesse qualche malato, per assicurarsi del carattere della malattia.
Tutti i passeggieri sono obbligati di scontar contumacia al Lazzeretto di Kouléli. Il periodo contumaciale è fissato a 15 giorni per le patenti brutte, 10 per le sospette.
Il maximum della contumacia delle mercanzie è stabilito di 20 giorni.
Per l'Art.º 17 del detto Regolamento, i diritti di contumacia dovevano esser percetti soltanto due mesi dopo la data della conclusione e segnatura definitiva del Regolamento; vale a dire soltanto dal 10 Agosto 1839 in poi.
L'Art.º 19 del Regolamento medesimo avverte, ch'esso non conteneva che le misure di precauzione dirette contro le provenienze dalla via del mare, e che il Consiglio di Sanità si riservava a discutere, sopra le proposizioni dei Signori Delegati delle Potenze straniere, e ad esaminare con essi la questione relativa ai cordoni sanitarii, non che quella delle misure locali di disinfezione.
Non mi consta che altri provvedimenti Sanitarii risguardanti le provenienze dalla via di terra, oltre quelli già ordinati e attivati dal Consiglio Sanitario del 1.º Marzo, di cui s'è fatto cenno di sopra, sieno stati adottati. Forse, la morte del Sultano Mahmud seguita poco dopo (cioè il dì 28 Giugno, pubblicata il 1.º Luglio); i gravi pensieri dai quali era occupato il Divano per l'innalzamento al trono del nuovo Signore Abdul-Meschid; le conseguenze della battaglia di Nisib; lo stato d'incertezza e di agitazione in cui trovossi in seguito la Capitale dell'Impero per le differenze insorte con Mehmed Alì; e finalmente lo smembramento della Commissione Sanitaria per la partenza da Costantinopoli dei Signori Medici spediti dall'Austria che ne formavano parte[2], paralizzarono i progressi delle nascenti istituzioni sanitarie, e minacciarono di porre questa parte della pubblica Amministrazione sopra un piede retrogrado. Su di ciò si legge nella Gazzetta Universale in data di Costantinopoli 3 Luglio 1839 quanto appresso:
«Il fatto seguente merita di essere narrato siccome quello ch'è assai caratteristico........ Per rendere anche il nuovo Sultano bene accetto al Popolo il Divano stanziò — «di solennizzare l'innalzamento del nuovo Sultano dimettendo dalle contumacie gli appestati e i sospetti di esserlo.» — Fortunatamente la risoluzione giunse prestamente a notizia dei rappresentanti delle grandi Potenze, e riuscì ai loro sforzi combinati d'impedirne l'esecuzione. La cosa per altro aveva traspirato e prodotta grandissima soddisfazione fra gli abitanti, il che conferma la loro avversione per siffatte disposizioni. Che la plebe vi sia contraria, nulla di più naturale, ma nessuno sarebbesi immaginato che potesse trovar favore nel Divano; e questo non è buon pronostico per la loro durata».
Che alla morte del Sultano Mahmud, e all'innalzamento al trono del nuovo Signore, la plebaglia di Costantinopoli abbia manifestato il desiderio che venissero tolte tutte le misure di sanità, aperti i Lazzeretti, e sciolti da ogni vincolata separazione i viaggiatori sospetti di pestilenza, è cosa su cui non si dubita. Ma non si può però credere egualmente, che tale insana popolare tendenza, figlia di una crassa ignoranza e dei più strani pregiudizii, abbia potuto trovar appoggio nelle disposizioni del Divano. Comunque sia la cosa, è certo, che le misure sanitarie sono state conservate, lo Statuto del 10 Giugno mantenuto e sussiste tuttora in vigore, anzi si dice che sieno state assegnate nuove e considerevoli somme per la manutenzione dei Stabilimenti Sanitarii.
Valga a conferma di questa asserzione la deliberazione presa dal Comitato Sanitario Consolare in Alessandria nella seduta del 27 Settembre 1839, colla quale fu stabilito «che in vista della continuazione in attività delle misure sanitarie a Costantinopoli, i legni procedenti dal Levante con patente netta, sieno ammessi nei porti Egizii a libera pratica».
Fu già accennato di sopra, siccome fin dall'Aprile 1838 dalla Commissione o Consiglio Superiore di Sanità, di cui allora formava parte il Dott. Bulard, erano state ordinate ai Capi o Governatori delle diverse provincie turche, città, borgate, ecc., delle norme sanitarie, tanto pei casi di minacciata salute pubblica, quanto per quelli di peste già scoppiata ed attiva.
Dette disposizioni non mancarono di produrre lor frutti in alcune provincie della Turchia. Già nella terza città dell'Impero, a Salonicchio o Salonicchi (l'antica Tessalonica nella Romelia, popolata da oltre 70 mila abitanti) sono stati tosto introdotti, e con buon effetto attivati e mantenuti, varii provvedimenti sanitarii. I seguenti brani di lettere scritte da Salonicchi e da altri paesi della Turchia da Europei distinti, degni di pienissima fede, offrir potranno un'idea di quello che si è fatto nell'argomento delle nuove istituzioni sanitarie nelle varie provincie dell'Impero Ottomano.
«Salonicco li 20 Giugno 1838».
«Il Governo Ottomano fra le altre misure civilizzatrici che ha adottato da più anni, ha compreso finalmente che quelle tendenti ad estirpare dal suo territorio la peste erano le più salutari, poichè questo flagello esponendo queste contrade a divenire il teatro di continue stragi, impediva i progressi delle sue altre moltìplici innovazioni e poneva barriera insuperabile alla prosperità dei suoi popoli. Ha cercato quindi ad imitazione dei Governi Europei, di adottare delle misure sanitarie ed istituire dei Lazzaretti su tutti i punti del suo Impero. Tali misure abbenchè nascenti e per conseguenza imperfette, sono suscettibili di miglioramento...... Mi limiterò a far cenno di quelle prese in questa Città per parte delle Autorità locali».
«Havvi un mese circa che questo Governatore convocò a generale udienza i primati della Città, i capi delle differenti religioni, ed i Dragomani dei Consolati Europei, ed annunziò loro che da quel giorno in poi qualunque bastimento proveniente da Giaffa, Alessandria, Smirne, Scio, o da qualsiasi porto infetto dal contagio, sarebbe soggetto ad una provvisoria quarantena. Che a tale effetto aveva preso sulla riva del mare quattro spaziosi magazzeni destinati a ricevere le merci e passeggieri dei suddetti bastimenti in guisa di Lazzaretti, quali merci e passaggieri vi passerebbero un dato numero di giorni da stabilirsi fra il rispettivo Console ed il Governatore. Che in fine una barca con due Impiegati sanitarj è destinata di recarsi a bordo del bastimento approdante qualunque, per esaminare la sua fede di Sanità e riconoscere se gli sono applicabili le suddette disposizioni».
«Effettivamente alcuni giorni dopo un bastimento Ellenico arrivando da Giaffa con passeggieri e carico (composto però di merci non suscettibili) le disposizioni sanitarie annunziate furono messe in vigore per la prima volta, vale a dire fu isolato il bastimento, si sbarcarono i passeggieri nei magazzeni sopradescritti ed, affinchè l'equipaggio del bastimento non possa infrangere queste misure, si collocò ad una certa distanza una barca di osservazione montata da due individui. Si praticò la medesima cosa a riguardo di un altro bastimento arrivato da Alessandria e tutti e due subirono una quarantena di sette giorni».
«Nella medesima adunanza annunziò pure il Governatore l'instituzione di un Lazzaretto dalla parte di terra onde impedire l'introduzione della malattia per mezzo di relazioni coll'interno, in un'epoca che in qualche villaggio della Provincia di Nevrocoppo e della Città di Serres aveva scoppiato il contagio».
«Questo Lazzaretto consiste in un vasto fabbricato di legno, composto di molte stanze, distante dalla Città un miglio circa. Gli inservienti di questo Lazzaretto sono in numero di tre; un corpo di guardia è destinato ad invigilare e mantenere il buon ordine. Le provenienze da paesi infetti debbono fare una quarantena pel momento di sette giorni, salvo a prolungare questo periodo a seconda delle circostanze. Finora però i piedoni ed i Tartari subiscono semplicemente un profumo».
..... «Da tutto quel che precede, dobbiamo augurarci a noi un felice risultato tostocchè queste Autorità si troveranno guidate dai lumi che loro potranno fornire le incivilite nazioni non meno che l'esperienza, ma insino ad ora le disposizioni suddette sono non solo insufficienti, ma non offrono per anco veruna garanzia. Non possiamo perciò alcunamente considerarci esenti dalla malefica influenza del contagio».
«Salonicco 22 Agosto 1838».
«In Salonicco le misure Sanitarie abbenchè, come anteriormente lo esposi, siano tuttora insufficienti, hanno nondimeno avuto qualche perfezionamento e qualche salutare innovazione vi fu introdotta, giacchè il Lazzaretto destinato a ricevere i numerosi passeggieri che settimanalmente qui giungono dal Piroscafo Austriaco Maria Dorotea consistente fin oggi in un gran Caffè Turco, fu commutato in una Casa isolata, comoda e situata ad una conveniente distanza dalla Città. Da qualche tempo però le provenienze di Costantinopoli e Smirne non offrendo verun soggetto di timore, i passeggieri che arrivano con detto piroscafo sono assoggettati ad un semplice profumo. Ma le provenienze di Egitto e di Soria continuano a subire una quarantena di 21 giorni».
..... «Ad instar di Salonicco, in Serres pure furono messe in pratica delle misure sanitarie dietro il relativo Gransignorile Firmano. Un locale ad una certa distanza dalla Città è destinato a servire di Lazzaretto. Ivi, i passeggieri provenienti da paese infetto subiscono una quarantena di 7 giorni e le merci di 21. Delle venti porte della Città, quattro sole sono aperte per prevenire con più facilità l'introduzione furtiva del male; e guardiani sonovi installati ad oggetto di esaminare i passaporti dei forestieri. Ai capi dei villaggi circonvicini è ingiunto di annunziare ai villani che senza Ceskerè, ossia Passaporto, non saranno ammessi in Città. I Curati sono incaricati d'invigilare sulla natura della malattia de' loro parrocchiani ed ai Medici vietato d'intraprenderne la cura se preventivamente non abbiano esaminato i caratteri della malattia. Gli uni e gli altri devono immediatamente avvertire la polizia locale in caso di sospetto. Verificandosi il male, la Casa infetta debb'essere isolata ed i suoi abitanti recarsi in un luogo apposito fuori della Città. Finalmente il Tartaro, portatore dei pacchetti della posta Austriaca che attraversi un paese infetto, come lo era ultimamente Nissa, non è introdotto in Serres, ma ricevuto fuori delle porte».
«Egualmente soddisfacenti notizie porge lo stato sanitario di Cavalla ove non si è punto introdotta la peste quest'anno. E sebbene nei villaggi di Cepelgè e Koslukioi la malattia vi fosse scoppiata tempo fa, non però di meno.... da un mese a questa parte non si è sentito alcun caso e le relazioni commerciali egualmente che le comunicazioni sono libere come per lo passato. Anche in Cavalla è stato reso pubblico il predetto Firmano del Gran Signore e quel Musselim ha incaricato il Doganiere delle merci di fissare d'accordo coll'Agente Consolare Austriaco il numero de' giorni di contumacia per le provenienze sospette. Una goletta Ellenica proveniente d'Alessandria con passeggieri, dopo un viaggio di 29 giorni, fu assoggettata ad una quarantena di 7 giorni».
«Nella Città di Nevrocoppo e nel villaggio detto Demerlì Provincia di Pravista ha avuto luogo qualche accidente. Misure rigorose d'isolamento si sono praticate per parte de' paesi vicini ed àvvi motivo di sperare che queste, in unione al benefizio della presente stagione, perverranno a far cessare compiutamente il male».
«Salonicco 14 Novembre 1838».
..... «La salute pubblica ha continuato ad essere soddisfacente, ed entrati essendo nella stagione invernale puossi pronosticare, affidati all'esperienza, che non verrà nel corso dell'inverno alterata».
«Si osserva con soddisfazione la ferma e salutare intenzione della Porta di proseguire nella intrapresa d'instituire dei regolari Lazzaretti in tutti i porti del suo dominio, giacchè da più di un mese ha spedito a questa parte un impiegato Turco, incaricato della direzione delle misure sanitarie e della organizzazione dei Lazzaretti di terra e di mare tanto in Salonicco come in Serres. Un piccolo Ufficio di Sanità è stato di già fabbricato sulla riva del mare e contiguo alle porte della Città ove si profumano le lettere provenienti da paesi infetti e si ricevono i Costituti de' Capitani arrivanti. Il Lazzaretto, di cui feci cenno nella precedente, continua però ad essere quel medesimo di prima, ma il direttore suddetto sembra avere l'ordine di fabbricare degli appositi Lazzaretti ed introdurvi un sistema più regolare. Anche un medico di Sanità è stato da due settimane spedito da Costantinopoli coll'incombenza, all'approdo dei navigli sospetti, di visitare i passeggieri e l'equipaggio, nonchè di recarsi due volte al giorno nel Lazzaretto ad ispezionare lo stato sanitario delle persone che vi si trovano».
«Antivari ... Maggio 1838».
«S. E. il Rumeli Valessi Ahmed Pascià, già noto per le sue virtù e per l'energia della sua indole, la cui mercè fu efficacemente compressa la insurrezione ed i passati disordini di Scutari, intento a promuovere ogni miglior ordinamento per la coltura delle popolazioni da lui governate, aveva già fin dal Novembre p. p. introdotto a Bitoglia, Megarivo e Koriga certe disposizioni per arrestare il corso della peste, che allora faceva strage in quei luoghi; riducevansi queste all'incendio della casa, ove succedeva il caso pestilenziale, a farne uscire nuda la famiglia in campo apposito ben custodito, e finalmente ai profumi delle abitazioni».
«Il nuovo Regolamento osservato ora con tutto rigore è fondato invece sui seguenti principii».
«Appena succede un caso di morte, deve darsene dal capo della contrada, sotto pena di carcere, immediato rapporto allo Starnadar-Agassi (Direttore generale degli ospedali), il quale spedisce all'istante sul luogo il medico del reggimento Silvestro Stanidi, in cose di peste espertissimo, con un numero ragguardevole di Chavassi all'oggetto di verificare la vera causa della morte; la diagnosi vien desunta dalla brevità del decubito, dai sintomi essenziali della malattia (insigne debolezza già dal principio della malattia senza causa visibile, immensa cefalea con delirio e vomito bilioso, carbonchi) e dall'autopsia cadaverica. Ove si tratti di peste, viene il cadavere dai membri della famiglia sepolto in una fossa profonda, e n'è mediante la calcina agevolata la decomposizione. La famiglia poi viene sotto buona scorta, presi prima vestiti netti, segregata in un campo apposito, distante pochi minuti dalla città e dimora sotto tende apposite, gelosamente custodita».
«La filantropia di S. E. provvede giornalmente a tutti i bisogni indispensabili alle famiglie esposte. La comunicazione dei sospetti cogli abitanti della città ed altri è affatto tolta, e le guardie medesime, benchè non abbiano alcuna comunicazione immediata coi sospetti, non possono pure, sotto pena di morte, abbandonare il posto loro assegnato. Ogni giorno il sopra accennato Dott. Silvestro fa la sua visita. Ov'egli scopra il più leggiero sintomo morboso, viene l'individuo dagli altri separato e fatto passare sotto altre tende. La segregazione dura quaranta giorni, computando dal dì dell'ultimo accidente morboso avvenuto in famiglia. Le case vengono nel frattempo ventilate, e poscia regolarmente disinfettate coll'acqua e profumi, e di bel nuovo imbianchite. Le abitazioni poi non vengono date alle fiamme, se non in quei casi ove in una abitazione già contaminata e poscia purgata segua di nuovo qualche morte coi caratteri sospetti e con breve decubito. — Ogni caso di contravvenzione sanitaria viene immancabilmente punito di morte».
Scrivono da Samos (Isola dell'Arcipelago Greco appartenente all'Impero Turco, a 3 leghe dalla costa dell'Anatolia) in data degli ultimi di Maggio 1838.
«Mentre le diverse parti dell'Impero Ottomano cominciano a sentire l'impulso della mente cultrice del Sultano, e le principali Isole dell'Arcipelago turco, incoraggiate dalla metropoli, spontaneamente s'adoperano per conformarsi alle intenzioni del capo dello stato, l'Isola di Samos fu la prima ad entrare nel nuovo sistema. Dopo averla dotata d'istituzioni, che sono il vero Palladio degl'interessi de' Samj, il principe Vogorides, che n'è il Governatore, volle anche aggiungervi l'ordinamento sanitario, qual necessario compimento dell'amministrazione da lui creata. Perciò, non appena la guerra e la pirateria, che ne inceppavano l'esecuzione, cessarono, tosto, sotto l'amministrazione del giovane Costantino Musurus suo delegato, venne istituito su regolari basi un sistema sanitario, analogo alla topografia dell'Isola, a' suoi siti, ai suoi abitanti, alle sue rendite. Si cominciò con l'ottimo Lazzaretto di Stefanopoli, sull'Isolotto d'Aprocostò, all'imboccatura del porto di Vatchy, ch'è l'unico per l'Isola. Poscia si aggiunsero uffizii di sanità a Vourlioti, Carloras, Marato-Campo, Coumecca, Spatiareys e Kora, i quali si concatenano tutti fra loro in modo da circoscrivere l'Isola interamente e rendere impossibile ogni violazione alla legge. Per tal maniera si riuscì a tener la peste lontana sempre dall'unica Isola di Samos, ad onta delle sue frequenti relazioni con le Isole circonvicine, soggette e colpite sì spesso dal contagio, con Scala nova, con Sokiah, ed altre città dell'Asia del pari flagellate. Così l'esempio di Samos diverrà di un'immensa utilità per convincere le popolazioni dell'Arcipelago dell'utilità delle leggi sanitarie. Ogni anno 3000 Samii si partono e vanno a giovare della lor opera di mietitori le pianure di Mileto, appunto nel tempo in cui colà la peste infierisce. Sovente taluno d'essi ne fu percosso, e si comprende quale pericolo traggano seco, al loro ritorno, dopo uno o due mesi di dimora in quei luoghi per lo meno sospetti. Ma l'amministrazione previde anche questo caso, prendendo una disposizione particolare che assegna loro uno special sito per iscontare in paese straniero la contumacia; la fortezza di Licurgo o di Logoleti, è quella che dopo l'espulsione di questo capo, serve di asilo temporaneo a quella falange agricola. Alcune barche sospette, che talvolta tentarono approdare altrove che nei siti provvisti d'ufficii sanitarii, vennero abbruciate o colate a fondo».
Però non convien credere che collo stesso zelo, colla medesima abilità e diligenza venissero poste in pratica ed osservate le nuove discipline e prescrizioni di Sanità in tutte le altre provincie dell'Impero Ottomano. Il seguente stralcio di lettera da Adrianopoli in data 25 Marzo 1839 farà conoscere, che in alcuni luoghi in vece si abusava di esse. Nè ciò dee sorprendere: mentre, se siffatti inconvenienti s'ebbero alcune volte a deplorare nei paesi più colti, qual meraviglia che succedano anche in Turchia?
«Romelia — Adrianopoli 25 Marzo 1839».
«Lo stato sanitario è perfetto in tutta la Romelia. Per altro non è raro che i viaggiatori si sottraggano ai rigori sanitarii mediante sportule ai preposti delle quarantine. È questo un abuso che merita di venire additato».
Citerò ancora due lettere recenti scritte da ragguardevoli soggetti costituiti in autorità, onde provare che le pratiche ed istituzioni di Sanità continuano in Turchia, non solo nella Capitale, ma eziandio nelle principali città e territorii dell'Impero Ottomano, sebbene imperfette e parziali, come ho già soprattocco; e come, null'ostante la loro imperfezione, non mancassero di produrre i lor buoni effetti per la pubblica salute; mentre dall'epoca della loro attivazione la peste non deserta più come faceva le popolazioni ottomane, e molte per esse ne sono già rimaste interamente illese. Dal confronto fra lo stato della pubblica salute degli stessi paesi anteriore all'attivazione delle misure sanitarie sopraccennate, e quello che le ha accompagnate o susseguitate, risulta una sensibile differenza a vantaggio delle nuove istituzioni, dalla quale emerge novella e convincentissima prova dell'utilità dell'isolamento e delle segregazioni nelle circostanze di peste.
Seguono le lettere.
«Salonicco li 14 Ottobre 1839».
«Le provenienze marittime di Smirne, che durante il corso della passata estate erano assoggettate in questa rada ad una quarantena di 7 fino 21 giorni a seconda delle indicazioni più o meno gravi sulle fedi di Sanità, sono ammesse dal principio dello scorso Settembre a libera pratica. Quelle però dell'Egitto e Soria fanno una quarantena di 11 giorni se il bastimento porta carico e passeggieri, e di sette giorni se vuoto o semplicemente carico di sale».
«Nella città di Salonicco e nei dintorni, non si è sentito quest'anno, nè in oggi si sente, verun accidente di peste, dimodocchè i porti di Volo, Salonicco, Stavrò, Ciajari, Orfano, Cavalla, Chieramotì e Lagos sono del tutto esenti di questo morbo».
«Smirne li 22 Ottobre 1839».
«Questa città di Smirne e suoi contorni, come pure l'interiore della Natolia e le Isole adiacenti, continuano gioire d'una perfetta salute, senza sospetto di peste ed altri mali contagiosi. Continuano ciononostante alcune misure sanitarie, sebbene imperfette e parziali, da parte del Governo Ottomano, ed è da sperare, che vista la stagione avanzata si terrà, almeno per qualche tempo, lontano il morbo da queste contrade».
Che se dopo tanti secoli di osservazioni e di esperienze si credesse di aver bisogno ancora di nuove prove per dimostrare la contagiosità della peste, e quindi l'utilità delle segregazioni e dell'isolamento all'avvicinarsi di essa, le osservazioni fatte in questi ultimi anni negli stessi paesi d'Oriente, ed i risultamenti ottenuti dalle nuove istituzioni sanitarie colà introdotte, quantunque imperfette e parziali, servir potrebbero di prova novella per dimostrarlo, e per convincere i più increduli, non che a far palese quanto sia vana l'idea di riprodurre oggidì in campo siffatte quistioni. Pare impossibile, che a' nostri giorni, e dopo tanti secoli di funeste esperienze vi sia ancora chi neghi l'esistenza del contagio pestilenziale, e chi di buon senno creda esser tuttora un problema il carattere contagioso della peste, e che per provare ciò in che tutti i popoli e tutte le colte nazioni da tanti secoli sono già perfettamente d'accordo, si addimandino ancora novelle prove, nuovi esperimenti.
Ho letto ultimamente in un Giornale Italiano Medico-Chirurgico (Il Severino. Fascic. di Agosto e Settembre 1839) le risposte date dal professore Clot-Bey Ispettore di Sanità al servizio del Bascià d'Egitto[3] ai quesiti che gli vennero indirizzati dal Ministro degli affari esteri d'Inghilterra sopra tale argomento, e non posso dissimulare quanto restassi meravigliato dal tenore di quelle risposte; da che, essendo il sullodato professore un Medico rinomato, da quindici anni stabilito in Egitto e in un posto sanitario eminente, dove ebbe occasione di fare molte esperienze sulla peste, si doveva credere ch'ei fosse nel caso di parlare di quella materia con piena cognizione di causa. Dalla soluzione che il detto professore ha data ai quesiti propostigli dal Ministro di S. M. Britannica rilevasi, attraverso una certa confusione con cui palesa le proprie idee, siccome egli appartenga alla setta degli anticontagionisti, da che si legge che abbia opinione:
1.º «che l'atmosfera sia il principale e forse l'unico agente per il quale la malattia si formi, si sviluppi e si diffonda».
2.º «che il contatto con persona infetta di peste sia per sè stesso di un'inocuità assoluta».
Questa è in concreto l'opinione del privilegiato professore della Sanità nell'Egitto, destinato a formare i nuovi Esculapii in quel Regno; opinione che non concorda nè con quella dello stesso Governo Egizio, nè con quella del Comitato Sanitario de' Consoli stabilito in Alessandria, di cui ho parlato di sopra, nè con quella del Dott. Bulard sullo stesso argomento, anzi è a quest'ultima direttamente opposta, ciò che non può non recar meraviglia ove si consideri essere il Dott. Bulard uno dei più coraggiosi, più sperimentati ed abili Medici di quanti mai hanno studiato la peste in Levante, certamente non inferiore a Clot-Bey in esperienza e dottrina sulla peste, e che ha raccolto appunto in Egitto le sue belle e numerose sperienze sopra siffatta materia.
L'indicata opinione del professore Clot-Bey, che gode di molta riputazione e di molto favore in Egitto, spiega in qualche modo il motivo dell'azzardata ed assurda proposizione fatta dal Dottor Bulard di servirsi di delinquenti per instituire dei nuovi esperimenti onde provare la contagiosità della peste, quantunque egli ritenga fermamente la sussistenza della contagiosità, ed abbia chiaramente e positivamente dichiarato tale essere la sua opinione, il suo convincimento fuori di ogni limite di quistione e di dubbiezza.
Allorchè saranno più generalmente conosciute in Europa le opinioni del nuovo professore dell'Egitto intorno la peste e la sua comunicabilità, è supponibile che esse offriranno soggetto a molte osservazioni e disquisizioni dei dotti Medici di Europa, le quali valeranno, io spero, a spargere più chiara luce sopra questo argomento, ed a frenare in tale proposito quella certa fatale tendenza, quella sciaurata passione dei giovani Medici per tutto quello che odora di novità di sistema o di singolarità d'opinione, ed impedire che non abbraccino in così grave ed importante argomento false dottrine, erronee opinioni, onde affascinati da esse non avventurino di divenire in circostanze di peste strumenti fatali di distruzione per la società, anzi che ministri benefici di salute e di pace; e serviranno a disingannarli, affinchè preoccupati dalla falsa idea dell'assoluta innocuità del contatto con persone infette di peste non si espongano pazzamente a restar vittime dell'erronea dottrina, come avvenne nell'ultima peste dell'Egitto del 1834-35 di parecchi giovani Medici stranieri ottimamente istituiti e delle più belle speranze, e di altre persone utili, che perirono miseramente dalla peste in Alessandria, vittime delle nuove dottrine anticontagioniste.([Torna] al testo)
(e) Il Governo Francese nell'anno scorso (1838) ha indirizzato a tutti i suoi Agenti Consolari residenti nel Levante il seguente quesito:
«Quelle est l'opinion des médecins du pays et des personnes éclairés sur la durée de l'incubation de la peste, sur son importation par telles ou telles marchandises, par des hardes et objets quelconques? Sur quels faits cette opinion est-elle fondée?»
Questa domanda, non v'ha dubbio, ha uno scopo legislativo. Essa tende a conoscere, se sopra la base di una più lunga e più illuminata esperienza, acquistata nei luoghi stessi del Levante, nei quali la peste è più familiare e più conosciuta, e sopra fatti meglio constatati, si potrebbe adottare senza pericolo una riforma negli attuali sistemi di contumacia, che fosse adattata alla maggior estesa dei nostri rapporti commerciali col Levante e più corrispondente agl'interessi delle popolazioni di Europa. Io non saprei dire quali sieno state le opinioni che il Governo Francese abbia ottenuto in riscontro dai suoi Agenti Consolari del Levante, nè se sieno state esse fra loro concordi, del che ne dubito. Qualunque però si fossero, convengo coll'opinione del Dottor Bulard, che non condurranno mai ad alcun utile risultamento, e ne andrà per esse fallito lo scopo.
Nell'anno scorso avendo avuto la fortunata occasione e l'onore di trattenermi in discorso sopra questo grande argomento con personaggio ragguardevolissimo, uno dei più grand'uomini di Stato viventi, ebbe Egli ad esternare bellissime idee, parto di sublime e limpidissima mente solita a penetrare d'un tratto nel midollo delle quistioni e scorgerle sotto il vero punto di vista. Si degnò Egli di farmi avvertito, che sarebbe forse stato meglio dividere la questione promossa dal Governo Francese in due parti e trattarle separatamente. Cercar di conoscere cioè;
1.º Per quanto tempo il germe pestilenziale, o l'elemento contagioso, il principio riproduttore della peste può restare latente ed inoperoso nel corpo umano vivente senza alterare l'armonia delle funzioni e senza dar segni sensibili dell'esistenza sua.
2.º Per quanto tempo lo stesso germe pestilenziale può restar attaccato e nascosto entro ai corpi inanimati (mercanzie, bagagli, vestiti ecc.) senza perdere la sua attività o forza riproduttiva, senza venir alterato e scomposto, mantenendosi in istato tale, che posto a contatto col corpo dell'uomo vivo, sotto date circostanze favorevoli, possa sviluppare la stessa terribile malattia.
Divisa per tal modo la quistione, riuscirebbe, non v'ha dubbio, più agevole svilupparla, ed i risultamenti o conclusioni della scienza sanitaria e dell'esperienza verrebbero di conseguenza molto più utili ai grandi interessi sociali.
Ed in vero, per quanto risguarda la prima parte della quistione, ove dietro le dette investigazioni e disquisizioni di valenti Medici, e persone dell'arte abili e sperimentate; colla scorta dei principii della scienza, e sull'appoggio di un'estesa ed illuminata esperienza, si arrivasse a dimostrare e provare che, ammesso anche come fatto positivo lo stadio d'incubazione della peste, questo non possa essere in verun caso di lunga durata, e che l'elemento morbifico o germe riproduttore della peste, qualunque sia la sua natura, non possa restare lungamente latente, innocuo ed inoperoso nel corpo dell'uomo vivo senza dar segni sensibili dell'esistenza sua, ed offrir qualche traccia della sua presenza ed attività, si avrebbe allora di conseguenza dimostrato e provato l'inutilità delle lunghe quarantene per gli uomini, e la necessità di riformare questa parte importante della pubblica amministrazione sanitaria, sollevando così la navigazione ed il commercio da inutili pesi, promovendo vieppiù le nostre relazioni coi paesi d'Oriente, ed i movimenti commerciali in ogni miglior modo facilitando.
Il Dott. Bulard negli ultimi numeri del suo Giornale La Peste parlando intorno alla sopraccennata quistione promossa dal Governo Francese, giustamente avverte;
a) «siccome la scienza nello studio della peste sia impotente a riconoscere gli agenti esterni, che indipendentemente da noi e senza che ce ne avvediamo, esercitano la loro influenza sopra i nostri organi; sia che si consideri la malattia come effetto accidentale di una causa atmosferica, sia che se ne rapporti la propagazione ad una ragion di contatto»;
b) «che qualunque sia l'origine e la natura dell'elemento morbifico della peste, la manifestazione nell'economia animale di un'influenza specifica non è negata da alcuno; e non è se non sulla causa di questa manifestazione che esiste la divergenza delle opinioni di quelli che hanno scritto sopra tale materia».
Dalle quali considerazioni ed avvertenze si viene indirettamente a concludere che, sia che si ammetta il contagio, sia che se 'l neghi e si riconosca solamente una propagazione per infezione; sia che si ritenga che l'uno e l'altra possano sussistere simultaneamente e costituire così una duplice via patogenica per la più estesa diffusione del morbo; sia che si voglia ammettere la necessità dei miasmi (che sarebbero secondo alcuni il risultato della decomposizione delle materie animali e vegetabili, e secondo altri il prodotto di una causa sconosciuta, materiale, suscettibile di perpetuarsi sotto certe condizioni locali favorevoli, e di moltiplicarsi per il solo fatto di un'attitudine individuale posta sotto l'influenza climaterica di certi mezzi favorevoli al morboso sviluppo), ovveramente tale necessità non piaccia adottare; qualunque sieno queste diverse opinioni e la causa che ammetter si voglia produttrice della malattia, non si potrà mai negare l'esistenza di un agente esterno, di un principio morboso sui generis, qualunque esser possa la di lui natura, di un ente sconosciuto e invisibile, che sfugge ai nostri sensi, e che come il fluido elettrico non è percettibile che pei suoi effetti.
A fin che meglio si giunga a conoscere l'opinione del Dottor Bulard sopra questo argomento, ed eziandio com'egli la pensi intorno alla comunicabilità della peste, riporterò un altro breve estratto dello stesso Foglio.
«L'apprezzamento di siffatte teorie ed il convincimento che ci somministrano i fatti da noi religiosamente osservati, ci hanno condotto a considerare la peste come una malattia di cui la causa specifica primordiale, estranea alla sua origine (qualunque sia la parte da cui essa venga), riveste ben tosto per un puro fenomeno di elaborazione un nuovo carattere di specificità esclusivamente individuale, come lo dimostrano la sua contagiosità e l'innocuità sua col mezzo dell'isolamento, nella stessa maniera che la pustola maligna, la rabbia, ed il vajuolo che nascono primieramente dalle influenze esterne, si trasformano in seguito di tal maniera, ch'esse non sono più suscettibili di propagarsi se non in ragione di una causa specifica puramente individuale».
«Considerando la peste come contagiosa, non vogliamo già dire ch'essa lo sia in una maniera assoluta; al contrario crediamo che questa proprietà sia sempre limitata nella sua attività da diverse circostanze che ne modificano la durata, l'intensità ed i risultati».
Ammesse le quali idee, e posto come principio inopponibile, che a produrre la malattia della peste sia necessaria l'azione di una causa esterna o agente estraindividuale, di un elemento morbifico, che introdotto nel corpo dell'uomo vivo subisca un'elaborazione, cadono in acconcio le seguenti riflessioni:
L'agente esterno o principio morbifico della peste, qualunque esser si voglia la di lui origine e natura, sia che venga assorbito per mezzo dell'organo cutaneo, sia che s'insinui per la via de' vasi polmonari, o per qualsivoglia altra via s'introduca nel corpo dell'uomo vivo, allorchè trova nell'individuo la necessaria attitudine o suscettività e le condizioni climateriche favorevoli al suo sviluppo, deve necessariamente esercitare un'azione, un'influenza sull'economia animale dell'uomo, sullo stato e condizione del suo organismo, come qualunque altro ente materiale estraneo atto a produrre un effetto, che venga introdotto nel corpo dell'uomo vivo. Detta azione o influenza non si può concepire senza ritenere nel tempo medesimo una mutazione nella maniera di esistere, un deviamento o alterazione nello stato e andamento ordinario delle funzioni. Il fenomeno di elaborazione, considerato necessario per sviluppare la malattia, di cui la causa primordiale estranea ha bisogno a fine di acquistare quel carattere di specificità individuale che la rende comunicabile, non si può egualmente concepire senza ammettere una manifestazione proporzionata all'attività del principio che la occasiona e la mantiene. Dal che, viene ad essere in qualche modo dimostrato e provato, che l'elemento morbifico della peste, così infesto all'uomo, l'ente sconosciuto, invisibile, la cui azione è necessaria a produrre la malattia, non può restare per molti e molti giorni di seguito latente, inoperoso nel corpo dell'uomo vivo, senza alterar l'armonia delle di lui funzioni, senza offrir traccia e dar segni dell'esistenza sua, della sua influenza ed attività; quindi risulta dimostrato e provato che il periodo d'incubazione della peste non può essere in verun caso di lunga durata, e di conseguenza che la pratica attuale delle lunghe quarantene per gli uomini è da ritenersi esagerata, irragionevole e suscettibile di modificazione; senza che da tale riforma s'abbia a temere alcun pericolo o pregiudizio per la pubblica incolumità.
Giova considerare in oltre essere inconcepibile l'idea, che il principio morboso della peste, il germe o ente organico impercettibile, qualunque sia la sua natura, possa rimanere immutabile per molti e molti giorni di seguito entro al corpo dell'uomo vivo, senza venir alterato e scomposto ne' suoi elementi costitutivi, malgrado l'influenza o l'azione dell'aria, dell'acqua, del calorico, della luce e degli altri agenti esterni; a malgrado il giornaliero e continuo movimento o circolazion degli umori, l'ordinario processo delle varie funzioni vitali e naturali, l'azione dei cibi e delle bevande, la loro elaborazione, il trasporto e movimento per la via dei linfatici, la loro azione d'inalamento, di esalamento, le secrezioni ed escrezioni, ecc.; è inconcepibile, dicesi, come detto principio morboso estraneo, detto germe o ente sconosciuto invisibile sia il solo che in mezzo a tanti movimenti, mutazioni, elaborazioni, all'azione di tanti agenti esterni abbia a mantenersi illeso, indecomposto, immutabile, conservare tutta la sua attività per molti e molti giorni di seguito, e conservarla così integralmente da essere in istato di sviluppare dopo venti o trenta giorni, sotto date favorevoli circostanze, la stessa funesta malattia della peste con tutto il terribile apparato de' suoi sintomi. Questa idea non è concepibile. Tale supposizione non regge all'analisi, alla critica della ragione, al severo esame della scienza. Vediamo ora come regger possa al confronto dell'osservazione e dell'esperienza.
Percorrendo la storia delle varie pestilenze che afflissero l'umanità, non mi è riuscito di rinvenire alcun fatto da cui si possa dedurre con qualche fondamento, esser possibile che il germe pestilenziale o l'elemento morbifico della peste sia rimasto latente ed inoperoso nel corpo dell'uomo vivo, prima di produrre la relativa manifestazione, oltre il periodo di dodici giorni; e quantunque sia impossibile di precisare in una maniera assoluta la durata del così detto stadio d'incubazione del prefato germe o elemento riproduttore della malattia, pure non mi sono note osservazioni capaci di provare in modo attendibile, e nemmeno a far supporre ch'esso abbia durato oltre l'indicato periodo. Che se qualche rarissimo caso trovasi indicato dagli autori che taluno sia caduto malato e morto dopo 15 o 20 giorni dall'ultima comunicazione avuta con persone o robbe infette, queste osservazioni vaghe ed affatto incomplete non provano punto che a tanto possa esser protratto il periodo d'incubazione del germe pestifero; dappoichè detti rarissimi casi sono stati raccolti in tempi di peste, nelle famiglie dove poco prima erano morti degli altri pestiferati, in mezzo al centro di attività della malattia, sotto l'influenza delle cause generali morbose, e speciali di circostanza, alle quali poteva egualmente essere attribuito lo sviluppo della malattia stessa senza riportarsi all'ultimo contatto più lontano. — Per esempio — M.r Bulard volendo attenersi alla lettera della quistione; ammessa l'introduzione di un principio patogenico nell'individuo, e tentando di fissare il tempo che passa tra l'azione primitiva del detto principio sopra l'economia animale e l'invasione della malattia a cui ha dato luogo, riporta alcune sue osservazioni raccolte al Cairo ed a Smirne, fra le quali è notabile la seconda così concepita
2.e Observation
(17 jours d'incubation)
Caire, 1.er Janvier 1835.
«M. Giglio, sujet anglais, meurt de peste le 3 janvier après trois jours de maladie; le 17 un de ses frères habitant la même maison est attaqué et succombe le 20».
Primieramente, i due fratelli Giglio che abitavano la stessa casa sotto l'influenza delle medesime cause generali morbose, potevano aver contratto la malattia l'uno dall'altro per contatto immediato o mediato. Poteva essersi trovato il secondo entro la sfera di attività del contagio preparata dal primo, ed averlo preso, successivamente al Cairo nella stessa casa ove decombeva malato il fratello, nè àvvi alcuna ragione per dover stabilire che tutti e due abbiano presa la malattia in Alessandria nel medesimo tempo, e che giunti al Cairo, in uno siasi sviluppata subito, nell'altro diciassette giorni più tardi. Poteva nel secondo fratello mancare in sulle prime l'attitudine individuale necessaria a contrarre la malattia ed averla acquistata successivamente, cioè alcuni giorni dopo. Poteva il seminio contagioso essere rimasto attaccato e indecomposto per un tempo più o meno lungo alli stessi vestiti o ad altri oggetti d'uso di quell'individuo, e quindi germogliare dopo alcuni giorni per l'effetto di un più immediato e ripetuto contatto, per un cambiamento nelle condizioni atmosferiche favorevole al morboso sviluppo, per una maggior predisposizione individuale acquistata; per essersi esposto soltanto dopo la morte del fratello nell'ambiente da lui abitato ad una potente influenza entro il raggio di un'atmosfera contagiosa, e cose simili. Quindi il fatto non è che un'osservazione vaga e incompleta che nulla prova in contrario al mio assunto, e che non può neppur servire di appoggio ad una supposizione che a tanto possa protrarsi il periodo d'incubazione del principio pestilenziale. Tanto meno l'accennato fatto può servire di prova, quanto che fra le tante osservazioni riportate dal Dottor Bulard questa è l'unica in cui egli accenni avere lo stadio d'incubazione oltrepassato i dodici giorni. Che anzi asserisce (Fog. N.º 19, 22 Giugno 1838), che nella peste di Smirne del 1837, dal 12 Maggio al 1.º Luglio, il periodo scorso fra il primo e l'ultimo attacco di peste da cui vennero colti individui della stessa famiglia, o abitanti la medesima casa, vale a dire la supponibile durata del periodo d'incubazione, sopra 180 individui è stato il seguente:
- 9 volte di 1 giorno
- 10 volte di 2 giorni
- 15 volte di 3 giorni
- 54 volte di 4 giorni
- 38 volte di 5 giorni
- 42 volte di 6 giorni
- 8 volte di 8 giorni
- 4 volte di 12 giorni.
Questi dati, sebbene incompleti ed insufficienti a provare in una maniera assoluta la precisa durata del periodo d'incubazione della peste, pure possono sparger qualche lume sopra questo argomento. Essi però valgono a confermare l'opinione che il detto stadio d'incubazione della peste non arriva mai ad oltrepassare l'indicato periodo di dodici giorni, e che quasi sempre l'elemento morboso riproduttore del contagio introdotto nel corpo dell'uomo vivo, allorchè trovi attitudine individuale ed un concorso di circostanze atmosferiche telluriche favorevole al suo sviluppo, suole manifestare in un termine più breve i micidiali di lui effetti.
Sicchè, non pei principii della scienza, non pei dettami della ragione, nè sull'appoggio dell'esperienza dovendosi ritenere possibile che il detto principio pestilenziale o germe contagioso resti per lungo tempo latente ed inoperoso nel corpo umano vivente senza manifestare la sua azione e dar segni sensibili dell'esistenza sua; resterà di conseguenza dimostrata e provata l'inutilità delle attuali lunghe quarantene per gli uomini, e la necessità di regolare questa parte della pubblica amministrazione.
Che se in seguito alle surriferite dimostrazioni, e sull'appoggio della ragione e di un'illuminata esperienza si perverrà a stabilire d'accordo un sistema comune meno esagerato e cauto egualmente, e delle massime di ragionevoli facilitazioni nel trattamento sanitario contumaciale, sarà certamente uno dei più grandi servigi che la politica e la scienza sanitaria riunite al medesimo scopo abbiano mai recato all'umanità e all'interesse delle nazioni. Se si determinerà di abbreviare soltanto di pochi giorni gli attuali periodi di quarantena per gli uomini, riconosciuto inutile ed esagerato il rigore attuale, la navigazione e il commercio dei varii Stati di Europa ne risentiranno sommi vantaggi; si risparmieranno gravose spese, danni, ed un tempo prezioso per tutti, ma specialmente per le classi de' commercianti e naviganti, e saranno menomati altresì i pericoli a cui è esposta la salute de' contumacianti per una lunga reclusione in istato d'inerzia entro ad un Lazzeretto o sopra un bastimento, e tolte delle pratiche esagerate, irragionevoli, che contrastano mostruosamente coi progressi della scienza, collo spirito del secolo, colle provvide cure e col zelo da cui sono animati i Governi pel bene e la prosperità delle suddite popolazioni, e coi grandi miglioramenti che si operano tuttodì negli altri rami dell'economia pubblica.
Relativamente poi alla seconda parte della quistione — per quanto tempo, cioè, il principio pestilenziale o germe del contagio può restar latente ed inoperoso ne' corpi inanimati, per esempio, nelle mercanzie, nei vestiti, bagagli ecc., senza perdere la sua facoltà di svilupparsi e riprodursi appena che favorevoli se ne presentino le circostanze; lo stesso ragguardevolissimo personaggio nella sopraccennata conferenza graziosamente accordatami il dì 14 Ottobre 1838, mi fece osservare, siccome la quistione così concepita diventava inutile affatto, e che il versare su di essa non avrebbe mai condotto ad alcun utile risultamento per lo scopo legislativo. In fatti, il problema così concepito sarà sempre di un'assai difficile ed incerta soluzione, ed anzi non si perverrà mai a scioglierlo; mentre non si giungerà mai a riconoscere e stabilire con fondamento bastante, per quanto tempo i germi del contagio, sottratti all'azione dell'aria libera e della luce, possano restare annidati entro ai corpi inanimati suscettibili di ritenerli, conservando integra la loro facoltà di svilupparsi e riprodursi appena che si presentino favorevoli circostanze. Mercanzie suscettibili di ogni sorte stivate in balle o riposte in casse, vestiti di ogni genere e specialmente le pellicce ed altri oggetti suscettibili conservati in bauli od altri recipienti chiusi, ove manchi l'azione dell'ossigeno atmosferico, possono tener in sè occulto e custodito il contagio per un tempo assai lungo, riportarlo a grandi distanze, comunicarlo a quelli che primi li maneggiano o li toccano, anche dopo alcuni anni più o meno secondo le circostanze; ma questo tempo sarà sempre per noi un mistero, nè i tentativi per determinarlo arriveranno mai ad ottenere risultamenti che soddisfacciano, a malgrado i più costanti e coraggiosi sforzi.
Da parecchi scrittori, tanto antichi che moderni, sono riportati casi di robbe infette che dopo molti mesi ed anche dopo molti anni, tirate in luce e toccate, infettarono le persone. Tra i moderni, racconta il Dott. Bulard, che in una peste che distrusse quasi tutta la popolazione di Smirne, un giovane, dopo aver sepolto tutti gl'individui della sua famiglia ed esser rimasto solo possessore della sostanza di essi, depose nella cavità di un grosso albero parecchi effetti de' quali non amava disfarsi; indi, ricoperta ogni cosa con diligenza, passò in Europa per vivervi più tranquillo. Dopo circa trent'anni fu preso dalla smania di rivedere il suo paese natio. Ritornò a Smirne, e pensando al suo deposito, la curiosità e l'interesse lo spinsero a farne ricerca. Lo trovò. Ma ebbe a pagar cara la sua imprudenza. Quegli effetti avevano conservato il germe della peste. Ne fu attaccato e morì. Per tal modo la peste soleva rinnovarsi spesso a Costantinopoli.
Non sono molti anni dacchè la peste essendo penetrata nel convento de' Missionarii Lazzaristi di S. Giovanni d'Acri, furono messi in casse gli archivii del convento, e riposti in un magazzino che si tenne rigorosamente chiuso. Quattro anni dopo, il Superiore del convento volle trar fuori dai cassoni i registri e riporli al loro sito. Per far ciò si servì da prima delle pinzette, ma stancato dalla lentezza con cui procedeva l'operazione, le lasciò, e prese i registri colle mani. Lo stesso giorno fu attaccato dalla peste e morì. Altri frati e persone del convento vennero attaccati poco appresso e morirono egualmente. Abdala-Bascià fece segregare tosto il convento e lo assoggettò a rigorosa quarantena. La città venne preservata dal flagello. E per parlar degli esempii riportati dagli autori antichi, basterà forse ricordare quello riferito da Senerlo (de feb. lib. 3, cap. 4) di un lenzuolo che conservò in sè annidato il germe dell'infezione per quattordici anni; mentre dopo questo periodo di tempo il detto lenzuolo essendo stato spiegato e maneggiato servì a spargere a Breslavia nella Slesia il reo seme pestilenziale nel 1542; e per cui nello spazio di ventidue settimane morirono di peste in quella città quattromila novecento persone, e si diffuse poi in parecchie altre della Germania (V. pag. 358); come pure l'altro accaduto egualmente in Costantinopoli e riportato dal P. Maurizio da Tolone e da altri Autori da' quali il buon Padre lo tolse, delle funi cioè, che in una circostanza di gravissima pestilenza servirono a portare gli infermi ai destinati ricoveri ed i morti ai sepolcri, e le quali, allorchè di esse non s'ebbe più bisogno per tali ufficii, vennero gittate dietro una cassa ed ivi dimenticate stettero senza esser mosse più di 20 anni; ma ripigliate dopo detta epoca da un servo, costui s'infermò poco dopo di peste e morì, e da lui in altri il rio seme essendosi propagato, perirono in quella Capitale in conseguenza di detta causa, oltre dieci mila persone.
Parecchi altri esempii di questo genere sono riportati dal Fracastoro, da Giorgio Garnero, dall'Hunzer, da Alessandro Benedetto, da Erasmo Heden e da altri scrittori, che provano siccome effetti suscettibili, o nascosti o per altra ragione posti fuori della possibilità di esser penetrati e purgati dall'azione dell'aria e della luce, conservarono in sè annidato per molti anni di seguito il rio germe pestilenziale, il quale si è poi comunicato altrui per contatto, e valse a produrre e propagare sotto l'influenza dell'opportunità individuale e del favorevole concorso di circostanze atmosferiche telluriche, la stessa terribile malattia.
Sicchè, essendo difficilissimo, anzi impossibile, conoscere e determinare il tempo durante il quale i germi del contagio possono restar latenti nei corpi inanimati, negli effetti suscettibili (mercanzie, vestiti, masserizie, robbe ecc.), senza perdere la loro facoltà e forza riproduttiva appena si presentino circostanze favorevoli al loro sviluppo; dappoichè la soluzione di questo problema che dipende da un'infinità di circostanze diverse, le quali non possono essere nè conosciute nè determinate, non potrà mai ottenersi in modo attendibile per la scienza, nè utile e soddisfacente per lo scopo legislativo, sarà di conseguenza molto meglio ammettere come principio, come fatto positivo e generale, che tutte le robbe ed effetti suscettibili (mercanzie, bagagli, vestiti ecc.) provenienti dai luoghi infetti o sospetti, sia dal Levante o dalle altre parti dove regna o suol regnare la peste, debbano essere considerate come se effettivamente fossero già infette di contagio: e, posto ciò, cercar di conoscere e determinare quali siano i mezzi, quale il metodo più sicuro, più sollecito e più conveniente per espurgarli, avendo in vista principalmente di conciliare, per quanto è possibile, gli eminenti riguardi della sicurezza pubblica con la convenienza de' privati, e cogl'interessi della navigazione e del commercio.
Instituite che si avranno siffatte investigazioni, bene analizzati i sistemi attuali di disinfettazione e di espurgo, e dietro li più accurati e diligenti esami praticati colla scorta delle più estese cognizioni e scoperte della chimica moderna e di una più illuminata esperienza, riconosciuti e determinati i metodi migliori, quelli cioè che mentre soddisfanno a tutte le viste della sicurezza pubblica, sono atti a darci li richiesti risultamenti per la Sanità col minor dispendio di tempo e col minor danno della navigazione e del commercio, e a conciliare meglio che oggidì non si fa tutti i grandi interessi sanitarii politico-commerciali, allora sì che si potrà dire di aver fatto nella pubblica Amministrazione Sanitaria felicemente alcun passo, e colti que' vantaggi per la sicurezza e prosperità nazionale cui ebbe in mira ne' suoi atti ufficiali l'illuminata politica degli Stati di Europa nell'intromettersi in questo grande argomento.
Se non m'inganno, è assai probabile che dalla soluzione di questo secondo quesito si colgano vantaggi ancora maggiori e più considerevoli che dalla soluzione del primo; pervenendo a riconoscere l'inutilità, l'inconvenienza e perfino il ridicolo di alcune pratiche di espurgo usate attualmente nei Lazzeretti di Europa, la necessità di riformare questa parte importantissima di economia sanitario-commerciale, e stabilire d'accordo metodi di disinfezione più semplici, più regolari, più ragionevoli, più spicciativi; ma nello stesso tempo egualmente cauti e sicuri, concretandosi sui mezzi di un'applicazione utile ed immediata; e sopprimendo tanti irragionevoli, indebiti ed esagerati rigori, vincoli, ritardi e dispendii che gravitano senza ragion sufficiente sul commercio e paralizzano parte considerevole dell'utile che da questo rapido distributore delle ricchezze conviene attendersi per l'incremento della prosperità nazionale.
Se nelle congiunture di peste scoppiata o appena cessata in una città o paese ecc., vengono spurgati in pochi giorni quantità di effetti che hanno servito ad uso dei pestiferati, lordi ancora di sanie, di sangue, di escrementi, e maneggiati successivamente e indossati da persone sane, senza che per ciò ne segua alcuna nuova infezione[4]; se si espurgano tuttogiorno in pochi minuti le lettere, i dispacci, le carte che vengono da luoghi infetti o sospetti, ponendole immediatamente in libera circolazione; se una quantità infinita di esperimenti ci hanno già da tanti anni dimostrato, che oggetti infetti immersi nell'acqua, o esposti all'azione dell'aria libera, della luce o del calorico portato ad un grado forte, vennero dai detti agenti perfettamente spurgati in un breve tempo; come pure da altri dati mezzi disinfettanti sono stati egualmente distrutti o scomposti in breve tempo e con sicurezza i germi pestilenziali che ragionevolmente ritener si dovevano in quegli oggetti annidati; perchè sarà tuttora necessario tener le merci chiuse in un Lazzeretto quaranta giorni e continuar ad esporre a pericolo la vita di tanti uomini, obbligarli a mettersi con quelle merci a contatto due volte al giorno (il così detto espurgo di prova) per chiarirsi se vi sia o no la peste, e continuare in varie altre antiche pratiche irragionevoli con un completo indifferentismo e senza alcun altro esame?
Nelle pratiche di espurgo delle varie merci sospette di peste, nei mezzi usati e nella durata dei periodi contumaciali o d'aspettazione che sono in vigore nei varii Lazzeretti di Europa, sussistono delle anomalie e differenze considerevoli in guisa, che sembra che dette misure disciplinari preservative non abbiano per base principii solidi, massime generali dettate dalla ragione, dalla scienza e dall'esperienza, ma unicamente il capriccio od un cieco empirismo. Le stesse merci e persone della medesima provenienza sono soggette in un Lazzeretto a 10 giorni di contumacia, in un altro a 14, in un terzo ora a 21 ora a 28, in un quarto a 40. In alcuni Lazzeretti si espurga col cloro e coll'aria, in altri coll'aria sola, in altri col calorico, in altri finalmente si usa l'espurgo di prova, e via discorrendo. Per esempio, al Lazzeretto di Orsova, limitrofo alla Turchia, al punto dove si riuniscono le frontiere dell'Austria, della Valacchia e della Servia, la contumacia è di soli dieci giorni senza alcuna disinfettazione; a Odessa, che non è che tre giorni distante da Costantinopoli, si fanno quattordici giorni di contumacia, fumigazioni di cloro e spoglio; in Valacchia quattordici giorni ed una fumigazione di zolfo; in Egitto sette giorni; in Grecia quindici giorni; a Malta e negli altri porti Europei del Mediterraneo, dell'Oceano e dell'Adriatico, distanti da Costantinopoli da cinque giorni a due mesi, si esige una contumacia di vent'uno, vent'otto e fino quaranta giorni, senza che si conosca su qual base, sopra quali osservazioni ed esperienze sieno fondate nè l'esagerata severità degli uni, nè la maggiore facilitazione degli altri. Così in alcuni Stati di Europa li Colli di mercanzie che provengono da un paese sano e sono diretti ad altro paese egualmente sano, ancorchè nell'effettuare il tragitto sieno stati obbligati a passare per paese sospetto o infetto, arrivati alla loro destinazione, non sono sottoposti ad alcuna contumacia o riserva, e con grande utilità del commercio vengono messi immediatamente in libera circolazione, perchè le Autorità Sanitarie del luogo della partenza hanno il dovere di sigillare detti Colli di merci col sigillo della Sanità e con quello del rispettivo Console, scortarli con relativo Processo Verbale, in cui dev'essere constatata la qualità dei suggelli e la loro integrità, e munito ciascun Collo di un forte involucro a doppio strato, che si chiama coperta di sanità, farli proseguire così senza più alla loro destinazione, accompagnati dalla relativa Fede o certificato Sanitario. Giunti che sieno al luogo al quale sono destinati, dopo un tragitto più o meno lungo pel paese infetto, vengono depositati al Lazzeretto, dove non si fa che spogliarli degl'involucri esterni o coperte di Sanità; indi, verificata l'integrità dei suggelli, e colla scorta del relativo Processo Verbale riconosciuto esser integro il Collo ed essere stata rispettata la sua inviolabilità, sono posti immediatamente a libera pratica, trattenute soltanto al Lazzeretto le coperte che vengono con ogni diligenza spurgate, indi consegnate a chi di diritto per gli usi e bisogni ulteriori, senza altri aggravii e formalità; mentre invece in altri paesi le stesse merci, per la sola ragion del passaggio attraverso il paese sospetto o infetto, sono trattate nello stesso modo come se direttamente procedessero da luogo infetto, ed assoggettate alla stessa rigorosa quarantena.
Biasima il Dott. Bulard, e a ragione, siffatta disarmonia, tanta varietà di pratiche sanitarie o di mezzi impiegati per respingere ed annientare la peste. A ragione egli dice essere ormai tempo che questa grande quistione economico-politica fissi l'attenzione dei varii Governi di Europa, e che si cerchi di mettersi d'accordo intorno ai varii sistemi sanitarii di aspettazione, manipolazione, od espurgo; procurando di conciliare per quanto è possibile con una saggia legislazione la sicurezza pubblica coi bisogni del commercio e di una navigazione ognor più crescente ed estesa in Oriente dove suol regnare la peste, senza che pratiche sanitarie esagerate ed inconvenienti pongano indebiti ostacoli ai progressi dei nostri rapporti commerciali e giungano a falcidiare una parte dell'utile e dei beneficii, che le popolazioni di Europa hanno ragione di attendersi da queste ampie sorgenti di ricchezza e di prosperità nazionale. E non sarà questo un bell'argomento di utile pubblico da prendersi in disamina dal Congresso sanitario Europeo, senza bisogno ch'egli si occupi prima di tutto, come propone il Dott. Bulard, ad instituire nuovi esperimenti a fine di provare la contagiosità della peste, servendosi a tal uopo dei delinquenti che la legge ha condannati alla pena capitale; poi, qualora ciò non corrispondesse alle vedute del legislatore, appellarsi al coraggio e alla filantropia dei Medici membri del Congresso, invitandoli a subire detti terribili sperimenti, e ad incontrare una gloriosa morte? Come mai sperare che tale idea strana potesse venire bene accolta in Europa? È bensì vero e giusto il principio che il Dottor Bulard allega ad appoggio della sua proposizione; quello cioè «che una disposizione legislativa non può essere basata che sopra la perfetta conoscenza del fatto al quale essa si adatta»; ma non è giusta la sua applicazione, nè la conclusione che da tale principio generale egli intende tirarne. A' nostri giorni, e dopo che una funesta esperienza di molti secoli ha posto fuori di ogni quistione e di dubbio la contagiosità della peste, non v'ha più bisogno di nuovi sperimenti per provare questa verità di universale accettazione, e su cui oltre l'esperienza di secoli, esistono moltissime cognizioni tradizionali ed infinite e sempre costanti osservazioni antiche e moderne di tutti i tempi, di tutti i paesi, in modo tale che non vi ha più chi ne dubiti, e non si può dire di non avere di questo fatto piena conoscenza.
Tutti li nuovi esperimenti, tutte le nuove osservazioni che, servendo all'opinione del Dottor Bulard, si potrebbero fare dai signori Medici componenti il Congresso, menerebbero alla conclusione che la peste è contagiosa. Ma questo già lo sappiamo. Questo quesito interessante, che il Dott. Bulard propone doversi sciogliere dal Congresso prima di passare alla decisione del problema amministrativo, è già sciolto da secoli. Il carattere contagioso della peste non è più per l'Europa un problema. È un fatto già riconosciuto, che non ha più bisogno di prova e sul quale tutti i dotti e sperimentati Medici, non escluso lo stesso Dott. Bulard, tutti i Magistrati Sanitarii, tutti i Governi e le persone più illuminate e imparziali di tutti i tempi, di tutti i paesi sono già perfettamente d'accordo. Giova sperimentare qualunque volta v'abbia penuria di fatti, quando si abbiano buone ragioni per dubitare, e la quistione penda incerta, irresoluta; ma allorquando i fatti abbondano, allorchè sono tutti concordi nè sussistono fondate ragioni per dubitare, e la quistione è stata già risolta da molto tempo in guisa che la soluzione del problema è divenuta un fatto certo, invariabile, ammesso dal generale consentimento, a che pro scandalezzare il genere umano col produrre ora in campo siffatta quistione?
Intorno poi alla qualità degl'individui sui quali si propone di fare detti sperimenti, lasciando da parte gl'immensi imbarazzi, difficoltà e pericoli cui sarebbero esposti i Signori del Congresso per ottenere e mantenere sempre pronte al sacrificio le indicate vittime infelici; convien riflettere, che essendo il pubblico esempio il principale scopo cui mira la legge nel punire il delitto, ed il terribile castigo inflitto al delinquente innanzi agli occhi di tutti, essendo diretto non a vendicare la società, ma a servir di freno ai malvagi mal intenzionati, onde impedire la rinnovazione della colpa; commutando la pena capitale in un esperimento di peste, verrebbe a mancare lo scopo salutar della legge, e si tradirebbero con ciò i più grandi interessi della società. Relativamente ad alcuni Stati converrebbe poi ricercare, chi si crederà in diritto di fare tali commutazioni, come rispetto ad altri, chi sarà quello che le farà? E qualora anche queste commutazioni venissero fatte, i Signori Medici componenti il Congresso si crederanno poi in diritto di attentare alla vita dei loro simili? Saranno poi essi disposti a fare, sebbene in altro modo e con altro mezzo, quello che senza la commutazione sopraccennata avrebbe spettato all'esecutor di giustizia? E se mancheranno i delinquenti per le preaccennate esperienze, come supporre che i Signori Medici chiamati a formar parte del ridetto Congresso vengano presi dalla vocazione di morire di peste, e si offrano spontanei, in luogo dei delinquenti condannati alla pena capitale, a subire sì terribili e funesti sperimenti per provare la contagiosità della peste, la di lei essenza patologica, ed il trattamento curativo che le conviene, ecc.?
Allorchè il Dott. Bulard concepì quest'idea, e scrisse e sostenne con tanta fermezza che per poter basare un'irrevocabile (!!) legislazione sanitaria, prima di tutto, e prima d'introdurre alcuna modificazione o riforma negli attuali sistemi sanitarii, e fare alcun cangiamento nell'attuale legislazione di contumacie, Lazzeretti ecc., fosse necessario decidere la quistione scientifica col mezzo di esperimenti, onde eruire la verità del contagio pestilenziale (!!) convien dire che venisse sedotto dalla fervida sua fantasia, dalla nobile sua passione di raccogliere più estese cognizioni ed esperienze in un argomento in cui diede tante prove di sublime carità e di coraggio, mentre non s'avvide, che i nuovi esperimenti in tale proposito istituiti, e così com'egli li propone, renderebbero sì lunghe, imbrogliate e difficili le operazioni del Congresso, che bisognerebbe aspettare mezzo secolo almeno prima di poter sperare la desiderata riforma degli attuali sistemi di contumacia, e che alcun utile cangiamento avesse luogo. Sicchè i felici risultamenti e le conclusioni di questo Congresso Sanitario Europeo non sarebbero più per noi, ma per le generazioni future, che sole sperar potrebbero di godere il frutto di tanta scienza sanitaria riunita, fusa al crogiuolo della propria sperienza; ed i Signori Medici ed altre persone dotte e sperimentate chiamate a comporlo, prima di partire per l'isola che si pensa assegnar loro a quartiere e porsi all'opera, pensar dovrebbero seriamente a mettere in buon assetto tutte le cose loro, perchè non si tratterebbe niente meno che di una definitiva traslocazione; giacchè «il preziosissimo albero che recar deve gli attesi benefici frutti per tutto il mondo» non può crescere sì presto, nè dare speranza di frutto che dopo cinquanta o sessanta anni. Sedotto dall'ardente suo zelo l'onorevole collega non fece riflesso che ove, per un'illimitata deferenza alle di lui opinioni e proposizioni, i Governi di Europa avessero la bontà di ordinare ai loro commissarii Medici, che prima di tutto occupar si dovessero della contagiosità della peste, ciò che non è probabile, mettendo in dubbio le osservazioni costanti ed i fatti di tanti secoli, si arrischierebbe per ciò appunto di trovarsi nel bujo più fitto che mai sopra questa materia; mentre intraprendendo le proposte sperienze sopra i delinquenti o sopra i Medici del Congresso, chi ci assicura che sarebbe per combinarsi in essi la suscettività o attitudine individuale necessaria a contrarre la malattia, quella che il Dott. Bulard chiama organisme impressionable par les circonstances prédisposantes, e non piuttosto trovare in essi quella certa impassibilità o inattitudine individuale al contagio, sia idiosincrasica, sia artificiale; quello stato o condizione dell'organismo per cui le vie d'assorbimento divengono refrattarie all'influenza morbifica di certe cause patogeniche; quella immunità che si osserva spessissimo in circostanze di peste e che tutti i Medici pratici, compreso lo stesso Dott. Bulard, hanno riconosciuta ed accennata; ovveramente, che per mancanza dell'influenza o concorso delle circostanze atmosferico-telluriche opportune al morboso sviluppo non avesse luogo la malattia, a malgrado l'attitudine individuale e l'introduzione dei principii di secrezione morbifica sia per inoculazione, sia per assorbimento, sia per ingestione o applicazione endermica; giacchè, per quanto attivo sia il seme, per quanto fertile e adattato il terreno che lo riceve e ricco di principii favorevoli al sollecito suo sviluppo, ove manchi l'aria, l'acqua, l'opportuno grado di calorico, la luce, quelle condizioni in somma atmosferico-telluriche che sono indispensabili alla sua elaborazione e sviluppo, il germe non si svolgerà, non pullulerà, non darà alcun prodotto, ma indecomposto ed inerte resterà a marcire entro quel corpo medesimo che doveva prestargli vita e alimento. Allora sì che i signori Medici oppugnatori della contagiosità della peste, i grandi agitatori e fabbricatori di nuovi sistemi comparirebbero schierati in battaglia con armi e bagaglio a cantar vittoria, ed in vece che sciogliere la quistione la si avrebbe avviluppata, resa difficile e incerta. Sicchè coi nostri pericolosi sperimenti avremmo reso un cattivo servigio all'umanità.
Senza immergerci in nuove quistioni scientifiche, delle quali già ne abbiamo abbastanza, che terminerebbero come tante altre senza nulla concludere e lascierebbero in statu quo le già radicate opinioni intorno alla peste; in vece di prender la cosa dalla creazione del mondo, non sarebbe forse meglio e più utile ammettere la comunicabilità della peste come un fatto certo e positivo di generale accettazione, una verità già dimostrata e provata, cercar di profittare del passato e delle esperienze ed osservazioni che già possediamo copiosissime su questa materia, nonchè dei progressi fatti dalle scienze fisiche pei nostri bisogni presenti e futuri, ed a fine di cogliere il contemplato scopo della sicurezza e prosperità pubblica con una saggia legislazione meglio corrispondente ai nostri bisogni ed ai nostri interessi? Ciò sarebbe, a mio credere, molto più saggio e più conveniente, senza dover protrarre di molti anni una riforma già riconosciuta utile e sommamente importante agl'interessi della società, per la sola ragione di occuparsi a combattere le capricciose opinioni contrarie di qualche scienziato invaso dalla smania di singolarizzarsi e rendersi celebre nella via del progresso, o di tal altro saputello del facile sentenziare, schierato materialmente sotto le bandiere di qualche ardito innovatore e propagator di sistemi, senza obbligar il Congresso ad entrare nel caos di siffatte quistioni, dalle quali, come si è detto di sopra, non si possono sperare risultamenti decisivi, e soltanto v'ha la grande probabilità di suscitare nuove quistioni e render più tarda, più difficile la riforma cui mira l'illuminata politica dei Governi di Europa.
Lo stesso Dott. Bulard non avendo ora più bisogno di convincere sopra questo argomento alcuni Medici dell'Egitto coi quali ebbe delle discrepanze, e di provare per la via esperimentale l'assurdità delle loro opinioni anticontagioniste; e d'altronde conoscendo ora un po' meglio come la pensino su tale argomento i Medici ed i Governi di Europa, è probabile che fosse per convenire spontaneo sulla superfluità di promuovere siffatta quistione e sull'inopportunità dei proposti sperimenti. Ciò tanto più facilmente è credibile, quanto che essendo egli già pienamente convinto e persuaso del carattere contagioso della peste, non si sa concepire come possa cotanto insistere per provare un fatto di cui egli stesso ha l'intimo convincimento. Ch'egli così la pensi intorno alla contagiosità della peste, li seguenti brani tratti dalli stessi suoi scritti serviranno sempre più a dimostrarlo.
Economie Sanitaire
Etiologie.
«Quoique cette cause soit complétement inconnue (la cause prochaine et essentielle de la peste) on sait qu'elle est essentiellement contagieuse, c'est-à-dire qu'elle ne peut se propager que par une voie individuelle, soit qu'on se mette en rapport direct avec les pestiférés, ou avec des individus soupçonnés de l'être, soit qu'on touche des effets à leur usage ou considérés comme dépositaires du principe pestilentiel, soit seulement qu'on se trouve dans la sphère d'activité d'un pestiféré. Dans tous les cas, il y a eu rapport et la maladie peut se communiquer, mais non pas nécessairement; au contraire, ses effets sont toujours circonscrits et toujours subordonnés à certaines circonstances qui paraissaient provoquer les causes prédisposantes.»
A. B.
(Supplément au N.º 305 du Journal de Smyrne N.º 2)
«Dans les circonstances remarquables qui font l'objet de ce rapport et des quelles nous avons été témoin, la transmission du principe de la maladie ne peut nécessairement s'expliquer que par une cause tout individuelle, toute déduite d'une raison de contact ou de la sphère d'activité des malades, qui n'est elle-même qu'une forme de contact; elle ne saurait être rapportée ni à une cause locale ni à une influence accidentelle d'atmosphère, car pas un seul cas de peste n'existait en Egypte depuis 1824».
«Tel était l'état sanitaire d'Alexandrie et de toute l'Egypte à cette époque. Il n'y avait de pestiférés que dans le Lazaret où les accidents finissent toujours par s'éteindre sans que jamais d'autres cas de peste surgissent simultanément au dehors et puissent faire croire à une influence pathogénique endémique.»
«Rendons-nous donc à l'évidence des chiffres, au matérialisme des faits, et convenons que la raison d'effets si différents gît, toute, dans des causes individuelles si différentes aussi; que la différence des résultats est nécessairement déduite de la différence d'action, en un mot, qu'ici l'isolement sauve, et que là la libre pratique tue.»
(A. Bulard, De la Peste Orientale, Paris 1839, pag. 18 e 40).
Osserverò in oltre, siccome il Dott. Bulard, mentre richiede un Congresso Sanitario Europeo perchè occupar si debba ad istabilire un sistema sanitario uniforme in tutti i paesi, atto a guarentire la sicurezza pubblica, provvedere convenientemente agli interessi della navigazione e del commercio delle nazioni, ed a riconoscere in qual modo distruggere con sicurezza e nel più breve tempo possibile i germi del contagio pestilenziale che possono trovarsi annidati negli oggetti e nelle merci che vengono d'Oriente; mentre egli stesso avverte, che questo Congresso composto di Medici dotti ed esperimentati e di uomini di Stato, dovrebbe occuparsi dei grandi problemi di economia politica e commerciale per una radicale riforma sanitaria, non riserva poi alle deliberazioni e conclusioni del Congresso dette grandi quistioni politico-amministrative riferibili alla radicale riforma sopraccennata, da che le decide egli stesso anticipatamente; e quello che pare lo interessi maggiormente si è, che i detti signori Medici ed uomini di Stato componenti il Congresso faccian la parte di testimonii competenti onde convalidare gli esperimenti e servire alla conferma ed al sostegno delle di lui opinioni; ed abbiano a prestarsi in particolare alla ripetuta applicazione del rimedio la cui scoperta il Dott. Bulard riserva per sè. (V. Omodei. Annali Univ. di Medicina Fascic. Febbrajo e Marzo 1839 fac. 455. Dott. Beer Gesundheits-Zeitung 3 Dicembre 1838 N.º 97).
Ed in vero; prima ancora che sia stato dai Governi deliberato sulla massima se il detto Congresso debba aver luogo o no, egli ha già deciso ed annunciato;
«Che detto Congresso di dotti dovrà radunarsi sopra un'Isola del Mediterraneo e precisamente a Malta (Op. cit. pag. 451);
Che il primo atto del Congresso dovrà essere la redazione delle proprie ricerche, sperienze e discussioni (ivi);
Che dopo finito questo lavoro preparatorio dovrà passare immediatamente ai fatti della medicina sperimentale (ivi);
Che i sperimenti da farsi dal Congresso dovranno precisare se la peste si propaghi per contatto immediato o mediato; se in distanza, cioè per la sfera d'influenza dei malati, ovvero per innesto (pag. 452).
Ed acciocchè questi sperimenti possano condurre a risultati pratici vantaggiosi alle legislazioni, 1.º che debbano istituirsi fuori delle località di peste, indi nel loro centro, durante l'influenza del morbo e dopo cessato lo stesso, come pure ne' suoi diversi rapporti di tempo e di luogo; 2.º che le esperienze debbano eseguirsi sopra stranieri ed indigeni, sani e malati, vaccinati e non vaccinati; avanti e dopo il vajuolo naturale, con e senza fonticoli ed altri esterni rivelenti, avanti e dopo superata la peste, ed in persone che non ebbero relazione alcuna con effetti infetti e che non si trovarono mai nel mezzo della sfera dell'influenza del male ecc. ecc. (ivi).
(Ci vuol altro che mezzo secolo per poter combinare tutte queste circostanze onde mandar ad effetto tutte le indicate specie di esperimenti. Occorreranno ben altro che soli delinquenti, vaccinati e non vaccinati, per eseguirli, per mettere in pratica tutte le indicate diverse specie di esperienze, ed i signori Membri componenti il Congresso dovranno fare parecchie passeggiate in corpo fuori dell'Isola per eseguire le loro esperienze nelle località ove abbia fatto centro la peste, poi dove essa avesse appena cessato, e ne' suoi diversi rapporti di tempo e di luogo).
Non riserva, dissi, la soluzione delle sopraccennate grandi quistioni al Congresso, giacchè anticipatamente ha deciso ed annunciato:
Che tutti i Lazzeretti Europei contro la peste possono essere rimpiazzati da un solo Lazzeretto centrale, e che questo debba essere a Malta (pag. 455);
Che 24 ore per le merci, e 7-8 giorni per le persone sarebbero l'estremo termine che in qualunque caso e sotto ogni rapporto potrebbero offrire la più sicura guarentigia di Lazzeretto (pag. 455);
Che tutti i profumi di espurgo sono empirici e riescono affatto superflui (ivi); e cose simili.
Ma ancora più rimarcabile si è, che il ridetto signor Dottor Bulard pubblica le sue opinioni, pianta le sue proposizioni con tuono assoluto e franco senza darsi poi la pena di provarle, sicchè pare che esiga una cieca deferenza per esse. Il perchè, quelle opinioni e proposizioni non potrebbero esser poste a calcolo nella scelta delle misure per il nostro ben essere. Non basta accennare una verità, bisogna provarla. Chi vuol essere creduto e seguito, se anche non può sperar di convincere, deve cercar almeno di persuadere. Non basta invocare la scienza, convien dimostrare ed appoggiare alla scienza ciò che si propone e si dice. Convien ragionare, ed ai fatti contrapporre dei fatti e non parole e vaghe asserzioni; res non verba.
E tanto meno disposti saranno forse i Medici ed i Governi di Europa a deferire ciecamente alle di lui proposizioni, quanto che in esse s'incontrano non di rado delle contraddizioni; per esempio: —
Il Dott. Bulard ha ripetutamente e vivamente rappresentato tanto nelle sue Memorie lette alle Società Mediche della Germania, quanto nella sua Opera ultimamente pubblicata a Parigi, la necessità che il Congresso, prima di tutto e prima d'intraprendere alcuna riforma degli attuali sistemi sanitarii, debba occuparsi a provare col mezzo di esperimenti la contagiosità della peste come ho accennato di sopra, giacchè, dice egli, una disposizione legislativa non può essere basata che sopra la perfetta conoscenza del fatto al quale essa si applica.
È però osservabile, siccome alcuni mesi prima, cioè in Marzo 1838, aveva detto e pubblicato a Costantinopoli quanto segue:
«La contagion de la peste est aujourd'hui un fait qui, dans l'esprit du legislateur, n'a plus besoin du demonstration; l'observation médicale, d'une part, et l'immunité des mesures sanitaires de l'autre, sont trop affirmatives de cette vérité pour qu'il puisse subsister le moindre doute à cet egard. En effet, avant l'erection des Lazarets, l'Europe, toute entière fut plusieurs fois envahie par les pestes les plus meurtrières; l'Angleterre, la France, l'Italie, l'Allemagne, la Russie, furent successivement le théâtre des plus affreux ravages. Mais depuis que de mesures répulsives ont étè appliquées aux frontiéres de ces differens états, ils en ont été constamment préservés, et si quelquefois des rares accidens y ont eclaté après l'arrivée des navires infectes, ils ont été aussitôt combattus, anéantis, et n'ont ainsi servi qu'à mieux prouver encore que la peste est réellement importée et que les mesures sanitaires en empêchent toujours l'extension.»
A. B.
(Vedi Supplément au N.º 310 du Journal de Smyrne N.º 7, 31 Mars 1838)
Così pure nello stesso discorso tenuto sulla peste del Levante addì 16 Novembre 1838 all'I. R. Società Medica di Vienna, in quello stesso col quale accennò siccome egli intendeva preparare le generazioni avvenire pel completo scioglimento del quesito sulla peste, dare a detto quesito la maggiore pubblicità, e richiamare la mente del legislatore e degl'intelligenti sulla importanza della loro cooperazione per l'eseguimento di misure che renderebbonsi atte a fare della storia della peste un libro morto (!!), nello stesso discorso, dicesi, in cui espose che il Congresso dovrà eruire la verità del contagio pestilenziale col mezzo degli esperimenti, e indicò le svariate forme e specie di essi, da farsi dal Congresso, per provare la contagiosità della peste, soggiunge poco dopo quanto segue: —
1.º «La contagiosità della peste è una cosa di fatto, dimostrata dall'osservazione Medica e dall'immunità che ne risulta dall'isolamento.»
2.º «I vantaggi di rigorose quarantene sono immensi per le popolazioni, amministrazione industria, commercio, agricoltura, politica, interessi pubblici e privati.»
E se i vantaggi di una rigorosa quarantena sono immensi, non si saprebbe poi come sole 24 ore di contumacia e di espurgo per qualunque merce, in qualunque caso e sotto qualunque rapporto, possano bastare per la più sicura guarentigia della salute pubblica.
Egli ha detto (pag. 455, Op. cit.) che «tutti i Lazzeretti Europei ponno essere rimpiazzati da un solo Lazzeretto Centrale;» e poco appresso «propose Malta come luogo pel solo Lazzaretto Centrale» giacchè «la sola Malta (dic'egli) riunisce quasi tutti i vantaggi de' Lazzeretti Europei.» Indi accortosi che così facendo sarebbe rendere un cattivo servigio a quelle provenienze d'Oriente che sono dirette pei porti dell'Adriatico, soggiunge che si potrà riparare all'inconveniente «facendo sopra qualche isola dell'Adriatico un secondo Lazzeretto destinato al commercio di questo mare.» Ma nella pagina precedente (454) aveva già annunciato, siccome «riteneva per sommamente necessaria una nuova visita dello stato attuale degli Stabilimenti sanitarii in Europa, tanto riguardo alla loro costruzione ed alle pratiche nel medesimo osservate, quanto al tempo delle contumacie ecc.»
Ora, se tutti i Lazzeretti di Europa devono andar soppressi, e venir rimpiazzati da un solo a Malta, o tutto al più da due, a che perdere inutilmente il tempo e l'opera nell'analizzarli ed esaminare la loro costruzione?
Finalmente sopra questo argomento riporterò alcune giuste e saggie osservazioni del Dott. Cervelleri, che si leggono nelle Effemeridi di Medicina e Chirurgia ecc. di Napoli.
«Riuniscasi il Congresso in Malta, sia qui eretto un Lazzeretto generale per gli oggetti provenienti d'Oriente, s'attenda massimamente alle misure più salutari per conseguire il grande oggetto di tale riunione, ma si travagli attivamente a tanta opera, senza intrattenersi in episodii teorici, senza occuparsi in esperimenti difficili, e di dubbia risultanza. Si può profittare dei molti fatti, e delle esperienze da altri raccolte: i materiali che esistono congiuntamente ad altri fatti che in breve periodo il congresso sanitario sarebbe in grado di raccogliere, potrebbero fornir bastevoli elementi alla parte del lavoro risguardante il più sicuro ed uniforme accordo di leggi sanitarie. Ogni altro minuto esame potrebbe esser tacciato di troppa sottigliezza teorica, e sarebbe da riserbarsi a miglior tempo.»
«La quistione della estinzione della peste dovrebbe poi risolversi in Egitto, mentre essendo ivi l'antica sua sede ed origine, ivi dovrebbe il Congresso esaminar tutte le condizioni, le influenze che promuovono lo sviluppamento del contagio, e proporre i mezzi come distruggerlo; opera questa difficoltosa oltre ogni dire, alla quale non si potrà pervenire che dopo lunghissimi studii. Da ciò si vede, che se questo quesito dovesse occupare in prima l'attenzione del Congresso, l'affare diverrebbe sempre più complicato, e lo scioglimento più difficoltoso e lontano.»
«Dopo avere il Dott. Bulard richiesto un Congresso Sanitario Europeo, ed indicato ne' modi i più generali e spesso esagerati gli argomenti de' quali tal Congresso dovrà occuparsi, dice esistere nelle sue mani i materiali scientifici, ed amministrativi necessarii alla facile soluzione de' proposti quesiti. Qui sembraci incorso in evidente contraddizione il dotto nostro collega. Se i materiali necessarii alla soluzione de' proposti quesiti esistono in sue mani, perchè proporre al Congresso tanti problemi, come se la peste fosse malattia nuova, e bisognasse ora studiarla per la prima volta? Perchè non pubblicar con franchezza e lealtà quei materiali scientifici? Qual ragione potè indurre il valente autore a serbarli ignorati sino all'epoca della riunione del Congresso, o rivelarli a richiesta de' Governi? Fa dunque mestieri che gli si faccia una petizione diplomatica perchè egli renda di pubblica ragione le sue scoperte? Mentre che si propone ai Governi un Congresso Sanitario Europeo, mentre si propongono le molte difficili quistioni, delle quali dovrà tal Congresso occuparsi, nonchè i moltiplici sperimenti creduti necessarii allo scioglimento degl'ideali quesiti, si annuncia esser pronti i materiali scientifici per la soluzione facile dei proposti quesiti, e, ciocchè fa più meraviglia, s'indicano di già le conseguenze pratiche alle quali menano! Qui il dilemma è chiarissimo: o i materiali scientifici ed amministrativi esistono, o debbono ancora raccorsi; o il Congresso Sanitario è chiamato ad esaminare e sanzionare i materiali scientifici raccolti dal Dott. Bulard, o dovrà procedere, come se quest'argomento della peste sia oscuro ed affatto ignorato; o il problema è risoluto, o è da risolvere. Nel primo caso, perchè proporre inumani e perigliosi esperimenti, perchè domandar la riunione di un Congresso scientifico? Perchè esporre come dubbio o problema in teoria ciocchè si è esposto come fatto nelle applicazioni? Vi sarebbero forse conseguenze senza premesse, effetti senza cagioni? Per un uomo, come il Dott. Bulard, che a proprio rischio ha studiato la peste sul teatro delle sue stragi, e che si è fatto ammirare pel suo filantropico zelo, è grave torto il farsi richiedere per manifestare i risultamenti della propria esperienza, ovvero attendere un'epoca indeterminata per produrli.»
«La stessa e più forte censura è da apporglisi pel segreto che vuol serbare circa il rimedio per la cura della peste, ch'Ei dice aver ritrovato. Adunque tutti gli uomini che morranno di peste sino alla riunione dell'ancor problematico Congresso saran vittime del misterioso silenzio del Dott. Bulard. Noi non vogliam tacciarlo di ciarlatanismo, ma certo ha egli contratto col mondo intiero un obbligo, del quale è giuoco forza isdebitarsi. Ogni uomo ha il diritto di domandargli la rivelazion del ritrovato rimedio. E se il Congresso non si convocherà; e se veruna formale petizione verrà fatta al Dott. Bulard, indugierà egli a pubblicare i suoi materiali scientifici col pericolo di violare i diritti più sacri dell'umanità? Egli ha eccitato per tutta Europa un desiderio vivissimo, e non dovrebbe tardare a soddisfarlo. Non sarebbe poi gran male, che pubblicasse i suoi materiali scientifici prima della riunion del proposto Congresso sanitario. Potrebbero anzi per tal modo i dotti valutarli innanzi tempo e farvi quelle aggiunzioni, delle quali naturalmente abbisognano progetti siffatti. I componenti il Congresso trarrebbero così profitto dalle cognizioni del Dott. Bulard, e dalle proprie non solo, ma eziandio da quelle de' molti dotti, i quali certamente prenderebbero a disamina il proprio argomento.»
«Dobbiamo in fine notare, che, sceverato dalle speculazioni metafisiche, che costituiscono una utopia e non già un piano facilmente, rapidamente e generalmente adottabile, il progetto del Dott. Bulard sembraci utilissimo e di universale interesse.»
Ciò intorno ai pensamenti e proposizioni del Dott. Bulard nel detto Congresso, il quale, come egli dice «deve confluire possentemente sopra il morale delle popolazioni d'Oriente e sulla legislazione di Europa.»
«Con una riforma sanitaria radicale e razionale saranno effettivamente armonizzati gl'interessi delle contrade elettive della peste, e di quelle che ne sono garantite. Con questo mezzo l'Oriente e l'Occidente saranno definitivamente chiamati ad una comunione franca ed intera. Ma a fin che si realizzino prontamente e sicuramente i beneficii dipendenti da questa innovazione, conviene che l'Europa intera vi concorra in un Congresso Sanitario di dotti, di cui l'alta missione sia esaminare e riconoscere tutto ciò che vi ha di reale e di utile, o di esagerato in questo progetto.»
Che se per amore di verità, per interesse del pubblico bene ho creduto dover avvisare a quel poco di strano o d'irragionevole che mi parve poter notare nei pensamenti e proposizioni del Dott. Bulard relativamente al Congresso, dalla cui troppo franca esposizione ove si fosse egli prudentemente astenuto è probabile che avrebbe più facilmente raggiunto il suo scopo, debbo però per giustizia dichiarare, esser egli meritevole di grandissima lode pel coraggio, per l'ammirabile intrepidezza e perseveranza con cui intraprese lo studio della peste e si espose per tanti anni di seguito a privazioni, a disagi, all'immediato pericolo di un'infezione pestilenziale, e di perder per essa la vita, mosso dal più sublime sentimento di carità e dall'amor della scienza. Meritevoli certamente di memoria e di encomio sono le belle e dotte sue osservazioni sulla peste, nelle quali s'incontrano quelle grandi verità pratiche che invano si cercherebbero in un gran numero di opere voluminose sullo stesso argomento. Molti articoli del suo Giornale La Peste, e della sua Opera sopra il medesimo subietto, specialmente nella parte pratica, meriterebbero di esser attentamente studiati e conosciuti da tutti quelli che amano di acquistare chiare e precise conoscenze sopra la peste, e di non trovarsi nell'imbarazzo all'occasione di qualche insorgenza di contagio e nel pericolo di render palese la loro vergognosa nudità. Il Dott. Bulard ha poi il grandissimo merito di essere stato quello che ha dato il più valido impulso all'introduzione delle istituzioni sanitarie a Costantinopoli ed in varie provincie dell'Impero Ottomano.
Essendo questo un argomento di grande utilità pubblica, l'argomento del giorno, che ha meritato di destar l'attenzione dei Governi di Europa, e di cui hanno parlato e parlano molti Giornali delle varie nazioni, ho creduto non dover defraudare di tali notizie i benevoli leggitori di questa mia Opera. E sebbene il soggetto fosse tale da non doversi trattare in una Nota, e la Nota risultar dovesse necessariamente troppo lunga, pure, non potendosi combinare altrimenti, pensai che fosse meglio fare così che far niente. E giacchè sono sul parlar delle quistioni promosse dai Governi di Europa ai Medici dell'Oriente sopra questo medesimo grande argomento, spero non sarà discaro a' miei lettori di conoscere il tenore dello quistioni indirizzate dal Governo Inglese ai Medici dell'Oriente sulla natura contagiosa della peste. Alle quali quistioni il professore Clot-Bey, Ispettore della Sanità dell'Egitto, avendo risposto e comunicate le date risposte, al Dott. Raffaele Zarlenga, si trovano e gli uni e le altre diligentemente riportati nei due Fascicoli Agosto e Settembre-Ottobre e Novembre 1839 del Giornale Italiano Medico-Chirurgico Il Severino, nell'ultimo de' quali viene dato pure il ritratto del Sig. Dott. Clot-Bey, già elevato dal Vice-Re dell'Egitto nel 1835 al grado di Bey di primo ordine, ultimamente promosso dal Governo Francese ad ufficiale della legion d'onore, da Sua Santità a Cavaliere di S. Gregorio Magno, da S. M. il Re di Napoli a Commendatore del real ordine di Francesco I. e da S. M. l'Imperatore di tutte le Russie decorato eziandio dell'ordine di s. Alessandro Newsky per le sue benemerenze verso il Governo Egizio, dove si è dedicato alla direzione del grande Stabilimento d'istruzion pubblica pochi anni sono trasportato a Kassel-En, nella qual direzione come nella parte dell'istruzione venne ora rimpiazzato da altri. Dice il Dott. Zarlenga, che il ridetto Professore (Clot-Bey) si propone «di pubblicare quanto prima il risultato delle sue osservazioni sulla peste.»
Quistioni proposte dal Governo Inglese ai Medici dell'Oriente col mezzo de' suoi Agenti Consolari nel Levante Ottomano.
1.º La peste si comunica per contagio?
2.º La peste si comunica per contagio o per qualche altro mezzo, ed in questo caso per quale?
3.º Il contatto con una persona infetta è necessario per produrre la peste, o pure basta solo il semplice avvicinamento di una persona infetta?
4.º I corpi stati in contatto con una persona infetta possono comunicare la peste, e, potendolo, quali sono queste sostanze?
5.º Quanto tempo può l'infezione della peste restar nascosta in un individuo infetto prima di appalesarsi per segni evidenti?
6.º Per quanto tempo la materia contagiosa della peste nascosta nei corpi inerti può conservare il suo potere contagioso?
7.º Quali sono i mezzi per i quali i corpi contenenti la materia contagiosa della peste potrebbero essere purificati?
Queste sono le quistioni indirizzate dal Nobile Lord Ministro degli affari esteri di S. M. la Regina d'Inghilterra ai Medici dell'Oriente sulla natura contagiosa della peste, e che il Dott. Zarlenga ha pubblicate nei fascicoli 92, 93, 94, 95 del Giornale sopraccitato, indicando essergliele state offerte ed inviate dallo stesso professore Clot-Bey.
Intorno alle risposte date dal ridetto professore Clot-Bey alle sopraenunciate quistioni ho già detto nella Nota precedente (lettera d) quanto forse poteva occorrere che fosse conosciuto. Ivi ho anche esposto francamente il mio sentimento sopra quelle risposte. Credo superfluo intrattenere ulteriormente su di esse i miei lettori. Quelli che amassero di conoscerle per esteso potranno leggerle nello stesso Giornale Il Severino nei fascicoli sopraccitati, dove vi son riportate. Lo stesso Dott. Zarlenga redattor dell'articolo accenna il suo divisamento di pubblicare in peculiar memoria l'originale francese dell'autore contenente le soluzioni dei detti quesiti con le sue osservazioni.
Prima di chiudere quest'articolo mi permetterò di presentare al pubblico una mia idea, perchè presa in esame, vi dia quel peso che può meritare.
Giacchè sembra che il progetto del Dott. Bulard sul Congresso Sanitario Europeo sia stato aggiornato a tempo indeterminato; giacchè con saggio divisamento e per puro amore di scienza si tiene ogni anno, ora in una ora nell'altra delle principali città di Europa un Congresso di dotti a cui intervengono per ordinario uomini distintissimi per talenti per esperienza e per dottrina, sì nazionali che stranieri, e la sezione de' Medici si osserva per solito essere la più numerosa; giacchè i progressi della scienza, l'utile pubblico, e specialmente la salute del popolo costituiscono il principalissimo scopo di tali riunioni scientifiche, le quali dall'illuminata politica de' Sovrani di Europa vengono con ogni specie di modi e favori incoraggiate e protette; giacchè in esse, pei profondi studii di tanti uomini celebri, per la vicendevole comunicazione dei lumi e della particolare sperienza, le più difficili quistioni scientifiche vengono trattate e maestrevolmente svolte; dappoichè la società ha ragion di sperare sempre maggiore profitto dagli sforzi riuniti di tanti uomini sommi nell'arte, sì favoriti e protetti da possenti mezzi e dalle Sovrane provvidissime disposizioni sorretti; perchè non potrebbonsi in queste annue adunanze di savii e maestri di scienze salutari le sopraccennate grandi quistioni politico-sanitarie di generale interesse utilmente agitare? Qual'altra quistione scientifica potrebbesi mai presentare ad una dotta adunanza che avesse un più grande interesse per l'umanità e che fosse di un maggior utile pubblico, più generale e più riconosciuto? I riconoscimenti e le conclusioni di una società così colta e rispettabile, di soggetti distinti per talenti, per esperienza e per dottrina, non potrebbero mancare di esercitare una possente influenza sulle opinioni dei Magistrati e dei Governi delle varie nazioni d'Europa, e di cooperare per tal mezzo a quell'utile riforma dei Sanitarii sistemi, che si riconosce necessaria e che incessantemente viene reclamata dai più grandi interessi di tutte le nazioni. In tal guisa que' dotti sperar potrebbero di esser nel caso di retribuire in qualche modo alla generosa ospitalità ed al favore de' Principi che con tanta magnanimità e cortesia li accolgono, e lasciar onorevoli traccie dei loro nobili sforzi ed una grata memoria impressa nella riconoscenza de' popoli.
L'imparziale giudizio di un Consesso di dotti delle varie nazioni sopra alcune grandi verità pratiche di utile pubblico, apprezzando i fatti al suo giusto valore, e concedendo al merito il dovuto onore, ovviare forse potrebbe eziandio, almeno in parte, alle fatalissime conseguenze che dipendono da quelle picciole gelosie di mestiere, da quella sciaurata meschina rivalità mascherata con finissima arte sotto ogni specie d'ipocrisia, per cui tanti uomini abili e delle più felici disposizioni, anzichè venire incoraggiati e protetti, giacciono nell'avvilimento e nell'impotenza di alcuna cosa operare a vantaggio della società, vittima di odiosi secreti maneggi.
In vece che limitare a soli 15 giorni la durata delle sopraccennate dotte adunanze, ove nulla ostasse alla massima, si potrebbe protrarla a 20, dedicando esclusivamente gli ultimi cinque giorni al trattamento e discussione di que' subbietti che risguardano le malattie popolari a contagio specifico, e principalmente la peste orientale.
E dappoichè sento che nei due anni successivi 1840, 1841 la riunione di dotti avrà luogo, il primo anno in Torino, il secondo forse a Firenze, sarà soddisfacente il veder partire d'Italia questo generoso appello alla scienza per un'utile riforma de' sanitarii sistemi, reclamata dagl'interessi di tutte le nazioni, che corrisponda egualmente ai progressi delle scienze, alle voci dell'umanità, e alla natura delle attuali relazioni fra l'Oriente e l'Occidente; partire da quel paese medesimo che vanta la gloria delle prime istituzioni sanitarie, e di saggie e provvidissime leggi a difesa della pubblica salute, e che fu il primo benemerito della diffusione fra gli altri popoli di conoscenze utili sopra questa materia, per l'attivazione di misure repulsive e preservatrici contro il flagello più grande e più devastatore della specie umana.
Ed ove per una più chiara dimostrazione dei fatti, per ragionamenti convincentissimi venisse dato alle sopraccennate dotte adunanze di ridestare sopra questo grande argomento l'attenzione de' Principi e dei Governi che tengono in mano il freno regolatore della prosperità de' popoli, e riescir potesse determinarli definitivamente ad abbracciare d'accordo il grande progetto di sanitaria riforma e mandarlo ad effetto, l'illustre Consesso avrebbe colto felicemente il suo scopo, aggiunto nuovo splendore alla gloria d'Italia, e recato un grande beneficio agl'interessi di tutte le nazioni commerciali marittime che mantengono più o meno estese relazioni coi paesi d'Oriente. ([Torna] al testo)
(f) Fra le malattie contagiose a tipo epidemico, la peste è una delle più difficili a conoscersi al suo primo apparire. Nessun'altra presenta tanta diversità, quantità e gravità di sintomi in un tempo più breve e con maggiore rapidità; e siccome per ordinario suol comparire sotto mentite sembianze ed inattesamente, così facilmente s'insinua sconosciuta e confusa con altre malattie, delle quali, ingannando, usa assumere l'aspetto. La peste è quella malattia che in tutti i tempi ha dato luogo ad un maggior numero di dispareri e discussioni fra i medici, di controversie, di bizzarre teorie e contraddizioni fra gli autori. Fra le malattie antiche che affliggono ancora la specie umana è quella in cui la scienza ha fatto i minori progressi, in cui la parte diagnostica è tuttora la più difficile, l'etiologica la più sconosciuta, la terapeutica la meno efficace, ed in cui tutte le investigazioni ed i tentativi finora intrapresi hanno avuto i minori risultamenti. S'inganna d'assai chi crede che la peste sia una malattia facilmente riconoscibile, che i segni di essa abbiano una tale uniformità da poter facilmente essere contraddistinti. Per convincersi di questa verità basterà consultare la storia, e si vedrà per essa, siccome in un gran numero di casi, medici riputatissimi chiamati a dar giudizio non la riconobbero, e sono incorsi in gravissimi sbagli fecondi delle più funeste conseguenze.
Senza parlar delle pestilenze dei remoti tempi, di una delle quali (la celebre peste di Atene) narrando Tucidide, così si esprime «I medici non sapevano trovarvi rimedio, e nel principio non s'accorsono che malattia che la si fusse; ma essi tanto più erano i primi a morire, quanto eglino più che gli altri s'approssimavano» (Tucid. lib. II. cap.48, traduzione dello Strozzi), farò alcuni cenni intorno a quelle che si riferiscono a questi ultimi secoli.
Nella peste di Venezia del 1555-56 Nicolò Massa, medico a que' tempi riputatissimo, incorse in grave errore, da che chiamato a dare giudizio sulla natura del male non ebbe a riconoscerla, ed attribuì a vizio dell'aria quelle infermità.
Più grave ancora fu lo sbaglio commesso dai medici nella celebre successiva peste della stessa città di Venezia degli anni 1575-76, e specialmente dei due rinomati professori di Padova Mercuriale e Capodivacca, chiamati espressamente a Venezia dalla Repubblica per riconoscere la vera natura del morbo, il quale per peste non riconobbero, per cui i Magistrati essendosi abbandonati con soverchia fiducia a quelle opinioni, furono trascurate le necessarie precauzioni di sanità, e Venezia ebbe a soffrire per quella pestilenza la perdita di circa sessantamila persone (V. facc. 365).
Il medesimo errore venne commesso dal celebre Ingrassia (Filippo), Protomedico della Sicilia, nella peste di Palermo degli stessi anni 1576-76.
Le acerrime quistioni insorte fra i medici sull'indole della malattia nella peste di Montpellier del 1629 furono pur cagione di gravissime sventure; da che, mentre i medici nelle loro dispute s'incalzavano l'un l'altro con sillogismi, mentre i Magistrati attendevano la decision della lite, la peste estendeva tacitamente le sue conquiste, in guisa che non fu più possibile di arrestarla, e Montpellier perdette da quella pestilenza circa la metà de' suoi abitanti, di quelli cioè ch'eran rimasti in città (pag. 384-86).
Nella peste che afflisse l'Italia agli anni 1629-30-31, la parte settentrionale del Milanese ebbe pur molto a soffrire dipendentemente da questa causa, cioè per non essere stata la malattia riconosciuta se non quando avea già fatto di molti progressi, nè v'era più tempo di arrestarla (V. facc. 393).
Nella stessa Milano a quel medesimo tempo alcuni medici e chirurghi essendosi ostinati a sostenere che quel male non fosse peste, contro l'autorità di molti altri, dotti e sperimentati che l'affermavano, furono eziandio cagione che il contagio ampliasse le sue conquiste; e finalmente la morte abbattendo a visiera alzata gran numero di vittime, disingannò gl'increduli e diede fine alla lite (facc. 394).
Nella peste di Verona del 1630, a malgrado le ferme dichiarazioni di alcuni dotti e sperimentati medici, a malgrado la gravissima mortalità e la più chiara evidenza dei fatti, non mancarono medici e chirurghi che mettessero in dubbio l'esistenza della peste; quelle subite moltiplicate morti chi a vermini attribuendo, chi a maligne febbri ma non pestilenti, negando fermamente che in Verona peste vi fosse (facc. 404).
Ancor di peggio avvenne nel- l'ultima memorabile peste di Venezia degli anni 1630-31, giacchè ad onta di tre conformi giudizii medici, da' quali venne concordemente dichiarato che que' morbi che incutevano tanto timore pur troppo vera peste si fossero, avendo il Senato con poco sano consiglio ordinato che si convocassero trentasei medici per sapere col fondamento delle loro opinioni la qualità di essi mali e i rimedii proprii a medicarli, codesti trentasei medici, com'era da prevedersi, si divisero in due contrarie opinioni, gli uni sostenendo che fosse peste e che in conseguenza si dovessero prendere le più severe precauzioni, e gli altri negandolo. A favore di ciascuna essendosi dichiarato un forte partito, gravi quistioni si suscitarono. Ed in tanto, mentre i medici acremente disputavano fra loro, mentre i Magistrati in sì grave incertezza se ne stavano inoperosi attendendo la decisione della medica controversia, la peste estendeva le sue conquiste, e non essendo stato più possibile di arrestare il corso al contagio, orrendo strazio fece di quegli abitanti, a tale che in 11 mesi uccise circa 94000 persone (V. pag. 416-418).
La medesima cosa a un di presso avvenne a Firenze nello stesso anno 1630, quando il micidiale contagio recatovi da Bologna serpeggiò occulto per qualche tempo (Rondinelli, Relazione del contagio stato in Firenze l'anno 1630 e 1633. V. facc. 430).
Nella terribile peste di Napoli del 1656 avvenne all'incirca lo stesso. I medici in sulle prime non la riconobbero. Di essa nei principii i perniciosi effetti ascrivevano «chi a febbri maligne, chi ad apoplessie, chi ad altri mali. Non mancò ad ogni modo chi, per più accurata osservazione fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma pervenuto all'orecchie del Vicerè, che costui andava pubblicando il male essere contagioso, fu il medico posto in oscuro carcere, dove ammalatosi ottenne per sommo favore d'andar a morire in sua casa; donde gli altri medici fatti accorti, proseguirono ad occultare la qualità del male (Giannone, Storia Civile del Regno di Napoli. V. p. 467-68).»
A quegli stessi anni 1656 lo stesso accadde anche a Genova. Ivi in sulle prime invalse l'opinione che quel morbo fosse mal comune; e si continuò a regolarsi alla cieca, secondo che comportava l'opportunità ed a tenore degli argomenti che all'improvviso accadevano. Ma nello spazio di pochi giorni accresciutasi a dismisura la mortalità fra quella popolazione, ogni dubbio si cambiò in certezza, e si cercò, ma invano, di por riparo con ogni diligenza alla piena dello struggitore contagio. In poco più di sei mesi ne sono perite pressochè settantamila persone.
A Malta egualmente nella funestissima peste del 1676, i gravi dispareri insorti tra i medici sulla vera natura del morbo, lasciarono al contagio aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione, e quell'Isola da detta pestilenza venne pressochè interamente deserta (facc. 497-98).
A Vienna parimenti nel 1712 nei primi malati la peste non fu conosciuta. Il contagio serpeggiò occulto per qualche tempo fra le puerpere del civico spedale, senza che si sospettasse della natura del morbo; ed anche quando vennero trasportate tutte le puerpere e le gravide dal civico spedale in un apposito Lazzeretto fuori della città, insorse grave discrepanza d'opinione fra i medici sulla natura del male, e le discipline e provvedimenti da opporsi ai di lui progressi vennero per sì fatti contrasti ritardati per qualche tempo (V. facc. 513-15).
Troppo note sono le scandalose quistioni, i gravi dispareri insorti fra i medici al tempo della peste di Marsiglia del 1720-21, i quali diedero occasione alle immense sciagure e rovine a cui fu soggetta quella città, ed al profluvio di opere e di scritture che abbiamo sopra quella pestilenza, non essendo, ch'io sappia, sopra alcun'altra stato scritto altrettanto.
Questa fu la circostanza in cui i due professori di Montpellier Chicoaneau e Verny, invitati dalla Corte Sovrana a dare un definitivo giudizio sulla natura dei mali che recavano a Marsiglia tante stragi e rovine, presero un grossolano errore, e non li riconobbero per peste, a malgrado ch'essa si mostrasse co' suoi più manifesti segnali e fosse giunta a tale da escludere qualunque dubbio anche fra le persone che non eran dell'arte. Ciò ch'ebbe a recare ancora più meraviglia si fu, che M.r Chirac, medico del Reggente, che godeva allora di molta riputazione, appoggiò con una Memoria le false opinioni dei detti due professori (facc. 522, 547-48).
Anche nella città di Messina la peste nel 1743 s'introdusse incognita e mal appresa. Il Capitano del bastimento proveniente da Missolongi, con carico di lana ed altri effetti, che portò il contagio in quella città, infermato e morto al Lazzeretto, fu giudicato dai medici esser morto da resipola retrocessa. Le febbri accompagnate da bubboni e da altri sintomi pestilenziali, che dopo circa due mesi si erano manifestate in un quartiere della città, vennero dichiarate bensì malattie epidemiali, ma in conto alcuno nè contagiose nè pestifere. Per le quali dichiarazioni essendosi i Magistrati abbandonati ad una cieca fiducia, vennero trascurate le più opportune precauzioni.
Egualmente in questo corso di pestilenza, come in altri casi, vi fu pur uno fra i medici che vide chiaro e che sostenne esser que' morbi peste effettivamente. Ma detta opinione così isolata e vivamente combattuta dagli altri, non prevalse. Moltiplicatosi però poco appresso in modo spaventevole il numero de' malati e dei morti, i medici ed i Magistrati si accorsero del loro errore, ma troppo tardi. Si ordinarono delle misure di difesa, ma pur troppo queste non corrisposero perchè applicate fuori di tempo, e Messina per l'ignoranza de' medici, per l'improvvida credulità de' Magistrati, fu ridotta a tali e sì crudeli estremità di sventure da non aversi parole sufficienti a descrivere. Di circa quarantamila abitanti essa ne perdette più che ventottomila (facc. 623 e seg.).
A Kiovia città della piccola Russia, allorchè nel 1770 dalla Podolia s'è introdotto il contagio, successe all'incirca la medesima cosa, si mossero le stesse incertezze, le medesime quistioni. La peste da principio fu messa in dubbio, e non se n'è ravvisato il pericolo se non allorquando, la mortalità divenuta assai grande, alla cieca fidanza successero il terrore, la confusione ed un fatale abbandono (facc. 787).
A Jassy e a Cozim a detta epoca avvenne a un di presso lo stesso.
Anche nella memorabil peste di Mosca degli anni 1770-71-72 si è osservato avverarsi siffatto destino, che viene affermato dalla storia aver luogo in quasi tutte le pesti, cioè l'errore di alcuni medici nella diagnosi della malattia, la loro ostinazione nel continuare a negarla, a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, e l'opinione di altri dotti e sperimentati che costantemente l'affermano. Avvenne in fatti in quella terribile pestilenza, che, scoppiata la malattia in Novembre 1770 nel grande Ospedale militare di Mosca ed in alcune separate casuccie ad esso vicine, ove abitavano i custodi colle loro famiglie, e morte circa venti persone con manifesti indizj di peste, tanto il primario medico di quell'Ospedale, Dott. Schafonshy, che altri undici medici chiamati a consiglio, non esitarono a dichiarare che quei morbi erano vera peste pur troppo. A questa opinione però si è opposto il primo fisico della città, Dott. Rinder, il quale ad appoggio della sua incredulità non dubitò di accampare il solito falso argomento — che se peste fossero stati que' morbi, ne sarebbero senz'altro già andate infette molte altre persone, e segnatamente i medici che assistettero i malati, i serventi e i circostanti coi quali vissero in comunicazione, quando invece essi tutti si mantenevano sani. — La qual'opinione, sebbene in sulle prime non abbia prevalso, e l'Ospedale fosse stato tosto circondato da guardie ed accuratamente segregato dalla città; pure per fatalissima combinazione essendosi minorato il numero degli ammalati sospetti nell'Ospedale, e scorse sei settimane senza che si sentisse parlare di peste nella città, al primo spavento successe fatalmente una piena sicurezza; e l'opinione del fisico della città, sostenuta non solo dal volgo, solito a giudicare le cose dagli effetti che lo colpiscono, ma eziandio da un gran numero di notabili di quella capitale, prevalse così, che vennero trascurate tutte le cautele di sanità e lasciato libero il campo all'insidioso contagio, il quale, manifestatosi in Marzo 1771 nell'amplissima casa ad uso di fabbrica di panni situata nel centro della città ed abitata da circa tremila operai, non tardò molto a divampare in incendio, in guisa che non fu più possibile di arrestarlo, e Mosca perdette per quella pestilenza circa centotredicimila persone (Vedi Mertens De peste, Oreus, Semoilowitz, ecc.).
Nella peste di Spalatro del 1784 si à verificato eziandio il medesimo scandalo. Morto essendo in uno dei sobborghi della città un individuo, che aveva servito nel Lazzeretto al maneggio di alcune merci sospette provenienti dalla vicina Turchia, e ch'era uscito poco prima dal detto Stabilimento e morti in appresso parecchi altri individui, egualmente che il primo dopo breve decubito e con manifesti segnali di peste, alcuni medici, e tra questi fatalmente uno per l'ufficio suo molto influente, non la riconobbero, e continuarono ostinatamente a negarla, a malgrado la contraria opinione di altri abili e sperimentati (tra' quali il riputatissimo Dott. Bajamonti) che per tale fermamente la dichiararono. Sicchè, trascurati que' provvedimenti, che opportunamente attivati avrebbero impedita la dilatazione del contagio e salvate quelle popolazioni, venne in vece, per soverchia credulità de' Magistrati a quelle false opinioni, lasciato aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione, che ridusse la città di Spalatro alle più grandi estremità di sventure; di poco o nessun giovamento essendo riuscite le misure sanitarie prese con molta fretta allorchè moltiplicate le morti ebbero queste a dissipare i dubbii sulla natura del male; e la città di Spalatro perdette per quella pestilenza più di un terzo de' suoi abitanti, e molti pure ne perdettero i luoghi vicini (Vedi Bajamonti Storia della peste di Spalatro degli anni 1783-84. P. Fedele da Zara Cappuccino. Della peste di Spalatro Op. ined.).
Anche nell'ultima peste di Malta del 1813 le opinioni de' medici furono discordi sopra la qualità della malattia, che si ritenne generalmente essere stata introdotta in quell'Isola da un bastimento inglese proveniente da Alessandria d'Egitto con carico di merci suscettibili, sul quale erano morti di peste per via parecchi uomini dell'equipaggio. I medici inglesi affermavano che fosse peste: i maltesi negavanlo ostinatamente (tranne alcuni pochi), sostenendo che fosse in vece una malattia maligna propria di quelle località. Il perchè, il popolo di Malta lusingato da quelle false opinioni, non volle credere all'esistenza del contagio se non allorquando s'era già molto avanzato. Continuava ad ammassarsi nelle Chiese, far processioni, i parenti e gli amici continuavano a visitare i malati senza scrupolo e senza precauzioni, si nascondevano per quanto potevasi alla vigilanza della polizia le vittime del contagio che si andava ogni dì più estendendo, non solo nella città capitale detta La-Vallette; ma eziandio nella maggior parte dei villaggi vicini, prima che una possente autorità protettrice avesse potuto opporsi ai di lui progressi.
Quel Comitato di Sanità, di concerto col Lord Alto Commissario Governatore civile dell'Isola, conoscendo quanto fosse fatale quello stato d'incertezza e d'indecisione, pubblicò un Avviso, col quale venne dichiarato essere stato positivamente riconosciuto dal Collegio medico nella sua sessione del giorno 12 Maggio di quell'anno, che le malattie correnti erano vera peste, e che sarebbe stato severamente punito chiunque avesse tentato di far credere diversamente, cioè quelle non esser peste; e veniva promesso un generoso premio in denaro a quelli che avessero indicati gli autori di tali voci contrarie al fatto. Nel medesimo senso il Governatore emanò un'altra Notificazione in data 24 Maggio, nella quale era riportato il voto medico sulla natura di que' mali, sottoscritto dal protomedico del luogo, Dott. Luigi Caruana, e da altri dodici medici maltesi e tre inglesi; e nessuna controversia ebbe luogo dappoi. Frattanto però il contagio aveva avuto il tempo di dilatarsi e moltiplicare le sue conquiste in modo che non fu più possibile di circoscriverlo a malgrado le più saggie e provvide cure di quelle autorità. Si estese fino a Gozzo, e l'Isola di Malta venne per più mesi desolata da questo flagello, che le fece soffrire la perdita di circa ottomila de' suoi abitanti, avendo attaccato segnatamente gl'indigeni. I turchi, i greci che abitavano nella capitale, vennero risparmiati, e più particolarmente ancora ne andarono esenti gl'inglesi, ciò che era per gli abitanti un incomprensibile mistero (Skiner Joseph. On the Late Plague ecc. Rapporto del Prefetto del Mediterraneo al Ministro dell'Interno 11 Giugno 1813).
I medesimi errori, la stessa imperizia medica nel conoscere la malattia ebbero luogo anche nella peste di Bukarest agli stessi anni 1813-14. Introdotta, per quanto sembra, da Costantinopoli nella Valacchia col mezzo dei greci ch'erano del numeroso seguito del principe Caradscha, il quale proveniente da Costantinopoli giunse a Bukarest in Febbrajo 1813, ed essendo morti per via alcuni di essi ne' Casali posti sulla strada che conduce a Bukarest, la peste vi serpeggiò occulta e sconosciuta per qualche tempo. Di tratto in tratto al giungere di avvisi allarmanti di malattie sospette che regnavano nei dintorni della capitale, venivano spediti dei medici nei villaggi vicini ad oggetto di riconoscere la natura di essi mali, che sotto il nome di febbri maligne traevano al sepolcro molte persone. Detti medici però al loro ritorno riferivano, che si trattava di una febbre maligna, ovveramente di una malattia particolare a cui non sapevano qual nome potersi attribuire. In Giugno di quell'anno scoppiò la peste nella stessa città di Bukarest. Ivi pure non fu conosciuta e si ebbe a commettere dai medici lo stesso errore, il medesimo sbaglio nella diagnosi. Uno di essi (Dott. Mesitsch) che vide il vero, e che per più accurata osservazione fatta ebbe a dichiarare que' morbi essere vera peste, non fu creduto, e nessun peso si diede alle di lui opinioni. Non fu riconosciuto esservi la peste nella città se non allorquando il micidiale contagio aveva già attaccato quasi contemporaneamente un gran numero di famiglie, s'era mostrato in tutto il suo formidabile aspetto, ed aveva ucciso moltissime persone. Di ottantamila abitanti che componevano la popolazione di Bukarest, ne sono morti per quella pestilenza in undici mesi, cioè da Giugno 1813 a Maggio 1814, da venticinque a trentamila, senza contare quelli che sono periti nei villaggi vicini (V. Grohmann Beobachtungen ueber die im Jahr 1813 Herschende Pest zu Bucharest).
Lo stesso finalmente avvenne nella peste di Noja (città del Regno di Napoli a quattro leghe da Bari) nel 1815. Ai primi di Dicembre di quell'anno (1815) morti a Noja quasi contemporaneamente alcuni individui con petecchie e piccioli tumoretti all'inguinaja, quelle autorità si sono messe tosto in allarme. Ond'è, che convocati i medici del luogo e fatti venire da Bari alcuni altri dei più accreditati, si tenne consiglio per conoscere col fondamento delle loro opinioni la natura di quelle malattie. Fu assicurato da quel consiglio non trattarsi che di un tifo o febbre putrida esantematica che non diveniva mortale se non per la miseria delle persone affette, e che non vi aveva alcun fondamento per temere di peste. Queste assicurazioni però non tranquillizzarono interamente le autorità; molto più che d'altra parte pervenivano ad esse avvisi, che a Noja si era sviluppato un contagio con buboni. Si convocarono quindi di nuovo i medici, coll'intervento anche di un chirurgo, e fatti venire da Bari li stessi due professori che primi avevano dato giudizio sulla natura di que' mali divenuti ancor più sospetti, vennero invitati a meglio esaminarli e dare su di essi un definitivo giudizio. Ma fatalmente dopo molti dialoghi ed inutili digressioni sui sintomi e sull'andamento della malattia, proposero, fosse pubblicato in Noja che la malattia altro non era che una febbre maligna contagiosa prodotta dalla miseria e dai cattivi alimenti. Questa relazione vaga ed incompleta, mentre da un lato servì ad inspirare al popolo una fatale fidanza, per cui credette poter impunemente trascurare le necessarie precauzioni e cautele di sanità, accrebbe dall'altro i dubbii concepiti dalle autorità; le quali avendo fatto riflesso, che «i primi rapporti in fatto di peste sono sempre dubbii o equivoci, per effetto dell'astuzia del morbo, o dell'imperizia dei medici nel ravvisarlo, non già per mancanza di abilità o per mal talento, ma per non aver avuto l'opportunità di vederla altra volta, e della lusinga che concepisce il paese infetto nel crederla piuttosto di altra natura»; che quella medica relazione, mentre lasciava tuttavia incerte le autorità sulla vera natura del male, ondeggianti in una fatale incertezza, impediva loro di prendere quegli energici provvedimenti, che per tutelare la pubblica salute ed ovviare ai maggiori mali avrebbero potuto esser creduti necessarii nel caso di vera pestilenza; che siffatto ordine di cose poteva compromettere la loro responsabilità e nuocere sommamente agl'interessi di quella popolazione ed alla salute del Regno, decisero d'invitare i medici a rispondere brevemente ed immediatamente se la malattia da essi osservata in Noja fosse o no peste, prevenendoli, che qualunque risposta estranea a questo dilemma militare, sarebbe stata inutile, ed avrebbe impegnata la personale loro responsabilità. — Dopo seria discussione, fu dai medici conchiuso trattarsi di febbre pestilenziale, e se ne espose il parere in iscritto, scusandosi di non averla chiamata tale nel principio per non confermare l'allarme prima di assicurarsene all'evidenza. Dietro ciò sono state prese indilatamente e con molta fretta tutte quelle altre più rigorose misure e precauzioni di sanità che potevano essere suggerite dalla circostanza, sì per impedire la dilatazione del contagio negli altri paesi del Regno, e sì per arrestarlo nel comune di Noja ed a sollievo degl'infelici Nojani. Ma fatalmente era omai troppo tardi perchè sperar si potesse di ottenere da que' provvedimenti vantaggi decisivi, i quali si sarebbero probabilmente conseguiti ove misure pronte ed efficaci fossero state attivate. Ma nessun freno essendo stato posto in sulle prime al contagio, egli aveva già avuto fatalmente il tempo di propagarsi in un gran numero di famiglie, ed allorchè fu riconosciuto e dichiarato dai medici, non era più possibile di circoscriverlo ed estinguerlo con pochi danni. Di 5300 abitanti che costituivano la popolazione di Noja, nello spazio di sei mesi la peste ne colpì 938, dei quali sono morti 716 e 212 sono guariti (V. Morèa Vitangelo Storia della peste di Noja. Napoli 1817).
Questi fatti storici, nella maggior parte già descritti a suo luogo, allorchè ebbi a far menzione delle varie pestilenze a cui si riferiscono, ho creduto di dover qui riportare uniti e presentarli alla vista e alle meditazioni del saggio, raccolti come in un quadro, onde i Magistrati e i Governi cui incombe il dovere della tutela della pubblica salute, possano averli presenti nelle gravi e difficili circostanze di peste e di altre malattie popolari a contagio specifico, a dovuto lume e regola delle lor direzioni, perchè non abbiano a lasciarsi illudere per soverchia deferenza alle opinioni di que' medici che ne' casi dubbii di peste si sollevano a paladini oppugnatori del contagio, e non trascurino di prendere quelle caute precauzioni che valgano a guarentire la pubblica sicurezza restando inoperosi per attendere la decisione delle mediche controversie, le quali, come ho già soprattocco, per un fatale destino s'incontrano quasi sempre nei casi di peste, specialmente nelle città, e furon pur troppo tante volte cagione d'inenarrabili sciagure, d'irreparabili danni e perdite dolorosissime alla misera umanità. Sicchè fatti accorti dall'esperienza; sieno al caso di evitare cautamente quegli errori fatali di soverchia credulità, d'inoperosa incertezza, i quali impressero indelebili macchie alle più belle pagine della storia di Magistrati d'altronde riputatissimi e delle migliori intenzioni, di uomini illustri e per ogni altro riguardo stimabilissimi.
Mi si chiederà forse; — donde deriva questo singolare fenomeno, quasi costante nelle congiunture di peste; questo sì frequente ingannarsi de' medici nel riconoscere quella malattia; tante ostinate quistioni, tanta insistenza nel negarla a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, tante acerrime liti e contese allorchè si tratta di dar un concreto giudizio sulla vera natura di morbi resi sospetti di peste, e determinare ai primi attacchi l'indole loro, il loro carattere: in somma, qual è la vera causa di questo fatalissimo destino che non si osserva in alcun'altra malattia ed in vece ha luogo quasi sempre allorchè si tratta della peste? Come mai può ciò avverarsi, mentre sono già i primi medici di ciascun paese, i più accreditati, quelli che per tali riconoscimenti vengono chiamati a consiglio?
Se della massima importanza e sommamente decisivo è il pronto riconoscere e l'esatto determinare l'esistenza di questo fierissimo morbo, della peste cioè, ed il leale e franco dichiararlo alle autorità allorchè viene riconosciuto, onde non siano ritardati gli opportuni provvedimenti e quelle robuste e saggie misure sanitarie che sole possono salvare il paese, altrettanto difficile (è forza confessarlo) riesce tale riconoscimento specialmente nei primi attacchi, sì perchè la peste è una malattia insidiosissima e suol presentarsi per lo più sotto ingannevole aspetto, procede con rapido corso, nè dà tempo di bene esaminarla, sì perchè, subdola e proteiforme di sua natura, mente d'ordinario nel principio un'altra malattia, e più comunemente suol comparire sotto le sembianze di tifo o febbre maligna, nervosa, ovvero con sintomi che molto alla febbre nervosa o tifoidea si assomigliano, ed in qualche raro caso eziandio sotto le apparenze di una febbre intermittente perniciosa subcontinua; e comunque dotto ed istrutto sia il medico, è assai facile che resti ingannato e prenda abbaglio nella diagnosi della peste, specialmente se non l'ha mai veduta coi proprii occhi e non fu mai al caso d'instituire confronti, fare su di essa osservazioni od esperienze, e deve parlare, scrivere e dar giudizio su ciò che non ha mai veduto se non cogli occhi degli altri, se non dietro conoscenze imprestate dagli altri, imbrattate forse dalla pece di sistema, dettate dall'entusiasmo o dalla prevenzione.
Ed il più delle volte nemmen questo sta in soccorso del medico, mentre fra tanti diligenti e studiosi giovani che frequentarono assidui e frequentano le Università, non saprei dire se vi sia alcuno che abbia inteso un corso regolare di lezioni sulla peste, ed abbia potuto formarsi per esse un'idea giusta di questa terribile malattia. Ed è pur doloroso il dover osservare, che in generale anche dai più studiosi e dotti medici pratici si coltiva assai poco questa partita, quasi fosse uno studio a parte nè occorresse occuparsene, come di cosa lontana che non può gran fatto interessarli, giacchè ravvisano assai remoto il pericolo e quasi ipotetico.
Ma ciò ch'è ancor più doloroso a pensare e può riescire una volta o l'altra grandemente fatale, si è, che nemmen tutti quelli cui per l'officio loro incombe di essere bene istrutti di questa materia e coltivarne assiduamente e premurosamente lo studio, se ne occupano abbastanza, e all'occasione sono costretti mostrarsi così vergognosamente ignari e nudi da destare pietà; fatale imperizia, atta a compromettere più di qualunque altra la sicurezza delle suddite popolazioni, ed alla quale per mala sorte non vi si dà gran pensiero!
Sotto questo punto di vista non posso che sommamente applaudire all'opinione del chiarissimo collega Sig. Consigliere Protomedico Knolz esternata nella sessione della grande società medica di Vienna del 2 Febbrajo 1838, di cui ho parlato disopra, quella cioè di spedire alcuni medici nei paesi del Levante a studiare la peste ed istituire su di essa le più diligenti ricerche, non già come il mezzo più certo, per isciogliere i quesiti più importanti sulla peste e dimostrare siccome le proposizioni del Dott. Bulard non possono servir di base per una riforma, ma, secondo il mio modo di vedere, col solo oggetto di studiare la peste, istruirsi in quella malattia, farne la pratica, vederla cogli occhi proprii, vedere e trattare i pestiferati, fare esperienze, e ritornare in Europa con un buon capitale di cognizioni utili sopra della materia, delle quali i Magistrati e i Governi poter giovarsene all'evenienza de' casi con minor pericolo di compromettere i più preziosi interessi dell'umanità, ed a fin che il giudizio medico da cui le autorità sogliono prender norma e consiglio per basare le loro determinazioni e stabilire i provvedimenti necessarii, aver possa, oltre i suffragi della scienza quelli eziandio di un'illuminata esperienza.
È osservabile che mentre si esigono lunghi studii ed una pratica assidua ed accurata in appositi Stabilimenti scientifici per bene istituire ì giovani medici nella conoscenza e trattamento delle diverse altre malattie, nelle quali, ancorchè pericolose e contagiose, gli errori diagnostici non potrebbero decidere che della vita di pochi, si trascurino poi interamente qualunque pratica, qualunque istituzione ed esperienza riguardo alla malattia che fra tutte le altre è la più difficile a conoscersi, la più pericolosa, ed in cui gli errori diagnostici (ciò che non è di verun'altra) possono riescir fatali ad intere popolazioni, l'incolumità, la prosperità compromettere delle più floride città e d'intere provincie.
Che se per imperizia, per inesperienza o per quelle difficoltà ed incertezze che sono proprie dell'arte, accade che alcuni medici abbiano la mala sorte di commettere simili sbagli e pronunciare un falso giudizio in fatto di peste, non è a sorprendersi se insistono e cercano con tutti i sforzi di sostenere la già esternata opinione a malgrado l'evidenza dei fatti, e quantunque siensi in seguito avveduti del loro errore, in guisa che volontieri tornerebbero indietro se potessero farlo senza vergogna. La nostra superbia c'impedisce di mostrare di esserci ingannati, ed anzichè confessare generosamente di aver torto, cerchiamo sovente di occultare l'errore fino a noi medesimi. Per ciò appunto alcune volte si grida alto per far tacere fino il sentimento della propria coscienza e trarre gli altri in inganno sul conto nostro. Per saper tornar indietro e non lasciarsi intimidire dai riguardi occorrono una certa forza e superiorità di carattere, un intimo amore di verità e di giustizia; ciò che non è che di pochi.
Vi sono poi anche degli ostinati e duri, che non sono capaci nè di conoscere i proprii errori, nè di pentirsi, nè di tornar indietro.
Ma non sempre l'imperizia, l'inesperienza, o le difficoltà dell'arte sono le cagioni dei falsi giudizii che vengono pronunciati dai medici in siffatte gravi congiunture. Talvolta l'adulazione, la soggezione, i riguardi, il timor di affrontare un'opinione autorevole, un partito possente; d'incorrere nello sfavore e nel risentimento dei grandi e di aver a provarne in seguito le terribili conseguenze; l'amor della propria pace, un naturale inchinevole facile a piegarsi all'altrui volontà ed a cedere per timidezza alle prepotenti opinioni contrarie a malgrado il proprio interno convincimento, e cose simili, hanno non di rado una parte considerevole in siffatti decisivi giudizii. I grandi, i ricchi, i potenti, sogliono odiare le cose tristi e lugubri, evitarne per fino la vista, e male accolgono solitamente le melanconiche voci, i mesti annunzii di calamità e di sciagure, e molti sono quelli che hanno gran premura di non dispiacere ai grandi e potenti e di non incorrere nel loro sfavore. Il popolo ama darsi bel tempo e vivere spensieratamente. Egli attacca, per ordinario, una certa odiosità a coloro che gli annunziano disgrazie e per cui teme veder troncato il corso a' suoi piccioli guadagni, li morde, li maledice, e con grande facilità si fa strumento delle secrete manovre dei tristi e dei scaltri; la numerosa e possente classe dei negozianti e tutti quelli che dipendono da essa e vivono del commercio, temono lo sviamento, l'arrenamento, la sospensione dei loro affari, ed hanno tutto l'interesse di smentire e far cessare le allarmanti voci di peste e la susseguente necessità delle restrizioni sanitarie. Le autorità temono lo scompiglio, il tumulto del popolo, le conseguenze di un allarme sparso fra la popolazione: temono di compromettere la propria responsabilità e d'incorrere nella Superiore disapprovazione. Scorgono tutta l'estesa e la grande entità de' bisogni cui dovrebbero provvedere immediatamente, le robuste e rigorose misure che sarebbero tenuti di porre in pratica qualora i dubbii fossero convertiti in certezza. L'infortunio le ha colte all'impensata; mancano spesso di mezzi e di facoltà; sicchè sarebbero assai contente poter ischivare tante spese tanti imbarazzi. Il perchè, sebbene penetrate dalle più pure intenzioni e della miglior volontà, non possono che parteggiare per l'opinione di chi nega l'esistenza del contagio, siccome quella che ha l'apparenza di favorire tutti gl'interessi, desiderar che prevalga; e quasi per naturale istinto, per amore del bene, sono disposte, a far bella ciera e buona accoglienza piuttosto agli oppugnatori che ai sostenitori della peste.
Ecco come tutto concorre a traviare l'opinione e il giudizio dei medici allorchè si tratta di decidere ai primi attacchi di un morbo sospetto se esso sia o no vera e real pestilenza. Ecco come, oltre alle naturali difficoltà dell'arte ed al solito insidioso andamento del morbo, al suo tacito insinuarsi sotto mentite forme, al suo lento e ingannevole avanzarsi nel principio, alla tregua apparente, alla temporaria sospensione de' suoi attacchi con cui usa talvolta deludere la pubblica vigilanza ed imbaldanzire il partito degli oppositori inesperti, un concorso fatale di circostanze si combina a traviare la pubblica opinione in circostanze di peste, ad impedire di veder chiaro: in somma a far sì che vengano trascurate o neglette quelle robuste misure di salvezza che sole possono aver buon effetto e preservare il paese dal minacciante pericolo; giacchè soltanto allora si può sperar d'arrestare il corso al contagio ed annientarlo con pochi danni, quando viene sollecitamente conosciuto e combattuto, e le autorità s'adoprano senza perdita di tempo robustamente al riparo con misure energiche, pronte, e adattate alla circostanza, senza lasciarsi intimidire dai riguardi, arrestare da meschine viste di economia o da altri motivi di secondo ordine, ma coraggiose e sollecite marciano con piede franco e sicuro innanzi al nemico a null'altro mirando che alla salute del popolo e a rendersi benemerite dell'umanità, della salvezza di tante vittime, che, trascurato il riparo, perirebbero sotto il flagello.
Dal che chiaro apparisce essere la parte che risguarda la diagnosi della peste incontrastabilmente la più necessaria a studiarsi, la più utile a sapersi, la più importante per l'umanità, e quella la cui ignoranza suol riescire la più fatale. Il perchè, tutti i giovani medici che calcano la via degl'impieghi, sia nella Sanità propriamente detta, o nei Dicasteri politico-amministrativi, ovveramente aspirano a diventar Condotti dai comuni popolosi delle Regie città, dovrebbero esser tenuti a conoscerla almeno in teoria, rendendosi familiari le osservazioni ed avvertenze pratiche di quegli autori più accreditati che scrissero le loro Opere dopo essere stati testimonii oculari di qualche epidemia di peste, e fecero le loro osservazioni sul campo stesso della malattia o nei spedali dei pestiferati nei paesi del Levante; mentre le Opere di que' scrittorelli dilettanti di peste ch'ebbero il ticchio di far stampare sopra questa malattia senza mai averla veduta, raccogliendo, rivestendo, spesso sfigurando le osservazioni degli altri, ed impastando, come più loro cade in acconcio, le proprie colle altrui idee, non sono, secondo me, Opere utili, specialmente per giovani medici che hanno bisogno di bene istituirsi nella parte pratica della peste, ed acquistar idee chiare ed esatte sopra la medesima, onde esser in istato di prontamente distinguerla da ogni altra, nei gravi frangenti di malattie popolari o di casi sospetti, poter fondare un giudizio, e non tradire per imperizia i più grandi interessi delle popolazioni e la pubblica fiducia di cui vengono onorati.
Sarei contentissimo poter produrre fin d'oggi un corpo di osservazioni ed avvertenze pratiche sopra questo suggetto ch'io ravviso di un'importanza superiore a qualunque altro; ma non essendo questo il luogo, nè avendo il tempo necessario per farlo, molto più che mi conviene una volta finirla con queste note divenute ormai troppo lunghe, mi limiterò ad alcune brevi indicazioni ed avvertenze per distinguere la peste dalla febbre nervosa-maligna o tifoidea colla quale suole più frequentemente confondersi, in riserva di trattare diffusamente questo argomento in altro luogo, giusta il Piano dato dell'Opera. Infrattanto, per tutto il resto che risguarda la diagnosi mi riporto alla nota N.º 58 pag. 695 del presente Volume, ed alle altre osservazioni ed avvertenze pratiche che si trovano sparse nel corso delle varie storie che vi sono riferite.
AVVERTENZE PRATICHE
per distinguere la peste dalla febbre maligna o nervosa.
1.º La febbre maligna o nervosa non suole propagarsi così rapidamente nè con tanta facilità come la peste, nè spargersi tanto ne' luoghi vicini che nei lontani e remoti così celeremente come la peste, allorchè abbiano avuto luogo comunicazioni immediate o mediate.
2.º La febbre maligna non assale così improvvisamente e subitaneamente senza segni prodromi o precursori come usa fare la peste.
3.º Il corso della febbre maligna non è così rapido come quello della peste, nè così grande la mortalità. Nella febbre maligna il numero dei guariti supera d'ordinario quello dei morti; nella peste succede precisamente il contrario.
4.º Nella febbre maligna le petecchie sono ordinariamente più picciole, in quantità più discreta e compariscono più tardi; nella peste sono più copiose, più larghe, più schiacciate, qua e là confluenti, formano alle volte delle echimosi più o meno grandi, ed in ogni caso compariscono più presto che nella febbre maligna.
5.º Allorchè si osservi che la sollecita comparsa delle petecchie viene susseguita ordinariamente dalla morte, non è più a dubitare esservi la peste, ancorchè i buboni e i carboni non si siano per anco manifestati.
6.º Le petecchie che diventano mortali il terzo o quarto giorno, ed i dolori o gonfiamenti nelle parti glandulari, sono i primi segni che devono accertare dell'esistenza della peste in un paese, specialmente se il morbo esiste nelle vicinanze, e se si può sospettare che l'ammalato abbia avuto pericolose comunicazioni.
7.º Le eruzioni o macchie che si manifestano al basso ventre, allorchè ad esse ne segua poco appresso la morte, saranno da ritenersi come indizio sicuro di peste.
8.º È vero che alcune volte anche nelle febbri maligne come nella peste si osservano gonfiamenti glandulari specialmente alle parotidi e alle glandule sottomascellari, macchie livide, larghe e di forma singolare, carbonchi e cose simili; ma dappoichè detti fenomeni nelle febbri maligne sono rari e le altre circostanze molto diverse da quelle che congiuntamente ad essi si osservano nella peste; dappoichè nelle febbri maligne detti fenomeni non compariscono d'ordinario se non nello stadio di declinazione o verso la fine della malattia, sotto un aspetto critico o metastatico, e sono di buon indizio; quando invece nella peste compariscono fin dal principio del morbo ed in qualunque stadio di esso, irrompono indistintamente in qualunque glandula, specialmente nelle inguinali e sotto ascellari, nè promettono crisi o remissione del morbo, ma piuttosto esasperazione di sintomi ed esito fatale; così sarà più conforme alla scienza ed all'esperienza risguardare que' segni come patognomonici della peste anzichè proprii delle febbri maligne.
9.º Nelle febbri maligne non si osservano metastasi, ingorgamenti o gonfiezze delle glandule sotto ascellari ed inguinali, mentre all'incontro i tumori o buboni inguinali e subascellari sono comunissimi nella peste.
10.º La febbre costituisce un carattere essenziale e indivisibile della febbre maligna. Non è lo stesso riguardo alla peste; mentre parecchi infetti di peste non hanno febbre, e moltissimi sono morti di peste senza aver mai presentato alcun indizio o segno di febbre; ciò che non è mai avvenuto nelle febbri maligne. Sicchè la febbre non può risguardarsi compagna indivisibile della peste, come lo è delle febbri maligne.
11.º In moltissimi casi di peste si osserva il singolare fenomeno, che i malati alcune ore prima di morire presentano alla vista dei circostanti le apparenze di un sensibile miglioramento e sembrano quasi convalescenti. La febbre è più mite, il polso più regolare, i sintomi più pacati e rimessi. Quelli che deliravano, rientrano in senno, rispondono adeguatamente alle ricerche che vengono loro fatte, accennano di star meglio, sono di buon umore, anzi talvolta di un'ilarità straordinaria, rendono grazie a Dio per essere stati liberati da tanto pericolo, si pongono a sedere sul letto (NB. sempre però col capo basso e quasi penzolante), chiedono da mangiare, e secondo ogni apparenza pare che stieno meglio effettivamente; quando due, tre, o più ore dopo, nello stesso giorno, nella susseguente notte inopinatamente se 'n muojono. Lo che non si osserva avvenire nel corso ordinario delle febbri maligne.
12.º L'aspetto della faccia dell'appestato è per lo più alquanto diverso da quello del malato da febbre nervosa o maligna. In quella del primo vi si scorge un non so che di particolare (facies pestilentialis), che non si rimarca in quella dell'altro. Ancorchè s'incontrino nella faccia e nella fisonomia dell'ammalato da febbre maligna alcuni di que' fenomeni che sono proprii del pestiferato (V. nota 58 facc. 695-96), pure nel primo non sono così marcati come nel secondo.
13.º Il carattere della peste in generale essendo quello di affettare principalmente il sistema nervoso, ed essendo l'occhio quella parte che più delle altre è ricca di nervi; gioverà osservare attentamente lo stato dell'occhio dell'ammalato, che nella peste, specialmente nel principio, suol essere torbido, spesso intollerante alla luce, ed aver perduto del suo naturale splendore; lo sguardo ottuso, melanconico, abbattuto, altre volte più vivo dell'ordinario, ma spaventato e torvo come nell'idrofobia. La fisonomia turbata, i lineamenti del volto alterati.
14.º In generale convien porre particolare attenzione ai segni patognomonici della peste che sono stati indicati alla facc. 697 nella nota 58, ed averli presenti alla memoria. Però importa non obbliare l'avvertenza già fatta di sopra, quella cioè, che alcune volte può esistere la peste senza che vi sia alcuno dei detti segni caratteristici, o non sussistere tutto al più che qualche indizio isolato di taluno di essi. Per tali casi appunto gioverà che il medico si risovvenga, che le orripilazioni, i brividi, il freddo, il dolor di testa, le vertigini ed il conseguente traballamento della persona (la marcia caratteristica dell'ubriachezza), la nausea, qualche volta accompagnata dal vomito, un particolar senso di stanchezza, l'apatia, o quella condizione dello spirito e della mente per cui l'ammalato mostra indifferenza sul proprio stato e sulle cose che lo circondano, sono indicati da alcuni autori pratici, che videro e trattarono la peste, come sintomi costanti e quasi patognomonici di questa malattia. È vero che detti sintomi sono comuni anche alle febbri nervose o maligne; ma, allorchè alle apparenze di una febbre nervosa primitiva si aggiungano gl'indicati sintomi in modo marcato e che ciò avvenga nel principio del male, converrà sempre sospettare la peste, specialmente se essa serpeggi nelle vicinanze o si possa dubitare che sia stata importata dal di fuori.
15.º Relativamente alla nausea, alle vertigini, ed a quel certo senso di debolezza, abbattimento o stanchezza della persona di cui si è parlato in altro luogo, conviene che il medico nell'istituire i suoi esami usi di molta attenzione, ed avverta siccome talvolta avviene che l'ammalato di peste non si lagni gran fatto di star male. Il medico lo trova steso supino sul letto accusando soltanto un po' di stanchezza per non aver potuto dormire la notte. Interrogato se abbia nausea, vomito, senso di angustia di oppressione o dolore ai precordii, dolor di testa, vertigini, ecc., risponde negativamente, ed accusa tutto al più di non aver appetito e di sentirsi qualche brivido per cui fu obbligato a meglio coprirsi. Il suo polso è in istato normale, il calor delle carni naturale, la lingua morbida, ecc. — Non conviene lasciarsi illudere. In tal caso gioverà far sortire l'ammalato dal letto, obbligarlo a fare alcuni passi, ed attentamente esaminarlo nella nuova sua posizione, per più chiaramente accertarsi del vero suo stato e convincersi se manchino effettivamente o no i sopraccennati sintomi, o se in vece il non provarne di essi molestia fosse stato per effetto della posizione orizzontale. Manifestandosi la nausea converrà osservare se dessa sia o no accompagnata da altri segni di gastricismo; giacchè ove la si rimarchi isolata, e null'altro segno indichi l'esistenza di saburre nelle prime vie, si avrà una ragione di più per sospettare la peste.
16.º Così pure relativamente ai buboni, considerati generalmente uno dei segni positivi e patognomonici della peste, converrà che il medico stia bene in guardia per non restare ingannato, e non commettere il gravissimo sbaglio di prendere un bubone pestilenziale per un venereo; ciò che può facilmente avvenire, specialmente ai medici incaricati delle visite ordinarie ai contumacianti ed ai facchini destinati all'espurgo delle merci nei Lazzeretti. Può accadere ciò che è accaduto altre volte, cioè la comparsa di un bubone all'inguine e credersi un bubone venereo, senza che ne sia avvertita la differenza della sede di esso, e senza che sia accompagnato da sintomi che indichino l'interessamento del sistema generale o da altri fenomeni capaci di dar sospetto, per cui l'ammalato non si lagni che di un leggiero mal essere. Quindi può facilmente venir preso come conseguenza dell'affezione locale, e così scorrere il primo stadio della malattia pestilenziale, che quantunque benigna può per altro esser fomite di altri più gravi e funestissimi attacchi. Alcune volte accade ben anche, che nel principio non si manifesti se non un semplice ingorgamento glandulare, una picciola gonfiezza, una tendenza al bubone, e che detta tendenza rimanga stazionaria o si dissipi poco appresso, e non venendo accompagnata da fenomeni che indichino un'affezione di tutto il sistema generale, essere ritenuta come dipendente da una cagione innocente, per effetto consensuale prodotta da irritazione in qualche altra parte, e cose simili. La peste che si presenta con forme così benigne e con sintomi di così poca importanza, è assai facile che tragga il medico in errore e che non dia sospetto nemmeno dell'indole sua, della sua vera natura. Da una semplice tendenza al bubone, dalla presenza d'un solo leggiero bubone isolato, insensibile, come dubitare di peste e dichiarare ch'essa esiste già nel paese o nello stabilimento? — In tali casi deve usare il medico di una prudente riserva, non precipitare il suo giudizio, ma cauto e vigile premunirsi contro l'errore colle osservazioni degli altri medici del luogo e seguire accuratamente il successivo andamento del male, che già ove si tratti di peste non tarderanno a comparir sulla scena in uno od altro malato degli altri sintomi che dissiperanno ogni dubbio. Appunto per questi ed altri consimili casi importa ch'ei sappia che i buboni venerei non irrompono nello stesso sito dei pestilenziali; che i venerei si manifestano sempre negli inguini stessi, e i pestilenziali all'incontro rarissime volte ivi compariscono, e più comunemente piantano la lor sede nella regione anteriore e superiore della coscia, due o tre dita trasverse sotto la commissura inguinale.
D'altra parte importa non lasciarsi soggezionare dai volgari sofismi soliti a porsi in campo dai medici che negano l'esistenza del contagio per giustificare la loro opinione, cioè — che se vera peste ella fosse i primi attaccati sarebbero quelli che si prestarono in servigio dei malati, i medici e sacerdoti che li hanno assistiti, che sarebbero state già più famiglie attaccate, che si sarebbero veduti buboni e carbonchi, che non si dee temere di peste e sparger senza forte ragione l'allarme — ed altre cose simili. Solite fole degli inesperti e di quelli che non vedono più lungo di una spanna, per confutare le quali basterà citare la storia ed i numerosi fatti da essa registrati alcuni de' quali ho riportato qui sopra. La dimostrata immunità dei custodi e serventi, dei famigliari e dei medici, e di quelle persone che hanno assistito e visitato i malati od altrimenti avuto seco loro delle comunicazioni, che viene allegata dai medici impugnatori dell'esistenza del contagio in una città o paese, suol d'ordinario trovar favore nella popolare credulità ed esser tenuta altresì in conto di molto valore dalle stesse autorità locali, per cui più facilmente si determinano a credere falsa l'opinione dei sostenitori della peste, e ad abbandonare le necessarie precauzioni e riserve di sanità; nè è raro il caso che ravvisando quelle subite dichiarazioni di peste sommamente pregiudicievoli agl'interessi delle popolazioni, siccome quelle che spargendo l'allarme fra il popolo possono esser cagione di torbidi e di tumulti, devengano eziandio a rigorose misure di punizione contro quei tali dell'arte che per una più accurata osservazione fatta, o perchè sorretti da una maggior esperienza, furono i primi a conoscere la peste e a denunziarla. Così è avvenuto di quel povero medico che nella peste di Napoli del 1656 fu condannato in carcere dal Governatore, dove ammalatosi, per somma grazia gli fu permesso di andar a morire a casa sua (V. pag. 467); così toccò in sorte all'egregio Dott. Santilli (Eusebio) medico dell'Ospedale nell'ultima peste di Tunisi degli anni 1818-19-20, il quale venne da S. E. il Bey rampognato fortemente e minacciato anche di morte, perchè contro l'opinione di molti altri medici del luogo avea dichiarato essere vera peste le malattie dominanti, e fu solo per l'intercessione e persuasive di onesta persona della stessa corte del Bey, che la pena di morte pronunciata contro di esso qual perturbatore della pubblica quiete, venne commutata in carcerazione e bastonate (V. Passeri Dott. Giuseppe, sulla Peste, col ragguaglio della peste di Tunisi avvenuta negli anni 1818-19-20, e Lettera sullo stato della medicina in quel Regno, Siena 1820).
Che se a convincere que' cotali della futilità del loro argomento non bastasse nè l'autorità della storia, nè l'evidenza dei fatti, ove tali fossero da intendere ragione allorchè se ne parla ad essi il linguaggio, si potrebbe far loro osservare;
che la causa della peste non è già nell'atmosfera;
che la peste non si propaga se non per via individuale, sia che si si metta in rapporto diretto coi pestiferati o cogli effetti che avendo servito ad uso dei medesimi, sono i depositarii del principio pestilenziale; sia che si si trovi entro la sfera di attività del pestiferato;
che diverse cause contribuiscono ad aumentare o diminuire i risultamenti della propagazione;
che l'attività o influenza del principio pestilenziale è sempre subordinata a certe condizioni atmosferiche provocatrici, ed a quelle modificazioni dell'organismo per cui l'uomo acquista la suscettività di venire impressionato da esso;
che ove manchi alcuna delle dette tre condizioni; cioè, la presenza dell'elemento lomogenico o principio contagioso della peste, la predisposizione individuale, ed il concorso favorevole di circostanze atmosferiche, la malattia non ha luogo, nè segue alcun morboso sviluppo;
che tanto le dette condizioni atmosferiche provocatrici, quanto le cause determinanti la predisposizione individuale, non sono nei primi momenti nè così attive, nè tanto generali, nè così pronunciate, da doversi sorprendere delle numerose eccezioni e della limitazione degli attacchi;
che sia in vece più ragionevole il pensare, che la somma dell'influenza degli agenti esterni per lo sviluppo o diffusione rapida delle malattie a tipo epidemico e contagiose, minore nei primi momenti, possa poi aumentarsi in seguito in ragione dell'aumento delle cause influenti e propizie a determinarla, ma che intanto sia da ammettersi esistere nel principio una minor massa di elemento morboso, minor azione, minor attitudine a risentirne il malefico influsso, minor concorso favorevole di circostanze necessarie per isvilupparlo.
Quindi tutte le persone che si espongono al contatto sono ben lungi dal venirne infallibilmente attaccate, molto più che (secondo l'opinione del Dott. Bulard) l'innocuità del contatto è la regola, la nocuità l'eccezione.
Quindi avviene anche nella peste ciò che si osserva nella sifilide, nella scabbia, nel vajuolo, ecc., e particolarmente nel colèra, cioè che moltissime persone esposte all'azione dell'elemento morbifico, non restano impressionate.
Quindi detta immunità dovrà esser maggiore nella prima invasione del morbo che negli altri suoi stadii, sia che ciò avvenga perchè gl'individui esposti sono meno atti a contrarre la malattia, o perchè al momento non si sono trovati sotto l'influenza della totalità delle condizioni richieste per produrre questo risultamento; molto più che la peste, come si è detto altrove, è subordinata a diverse circostanze che ne modificano gli effetti e l'intensità. — Se la cosa fosse diversamente, sarebbe ben picciolo il numero delle persone che in circostanze di epidemie pestilenziali scappano a questo flagello, specialmente nei paesi d'Oriente, ed in vece in quasi tutte le epidemie di peste (tranne pochissime eccezioni) la cifra dell'attività del male è minore della cifra d'inerzia: il numero degli attaccati molto minore dei risparmiati. — Altre considerazioni ancora si potrebbero addurre. Ma le già dette bastano forse a provare, che il sopraccennato argomento isolato non può essere ritenuto di verun peso per basare un giudizio medico sulla non esistenza della peste, siccome quello che non è fondato sulla scienza, nè sulla ragione, nè sull'esperienza, e contraddetto dai fatti e dall'autorità della storia.
Avendo offerto alcune traccie per conoscere la peste e per distinguerla dalle altre malattie colle quali suole più frequentemente confondersi, istituendo esami e confronti e studiandola sull'uomo vivo, farò ora alcuni cenni, per quanto giunger possono le scarse mie cognizioni, intorno all'esame dei cadaveri e alle interne lesioni che ci vengono fatte palesi col mezzo dell'autopsia cadaverica.
Esame esterno del cadavere.
L'ispezione del cadavere dell'uomo morto di peste e l'esame delle sue interne lesioni meritano, non v'ha dubbio, di fissare l'attenzione del medico che ama di acquistare idee pratiche, per quanto è possibile chiare ed esatte, onde poterlo distinguere dai cadaveri ordinarii di morti da altre malattie, e porsi in istato di conoscere la vera natura dei mali divenuti sospetti. Ciò è tanto più necessario, quanto che accade sovente che i medici d'ufficio ed altri più accreditati del paese siano chiamati a dare giudizio per morti sospette avvenute nei Lazzeretti o sopra bastimenti di contumacia od altrove, e non abbiano su che fondare il parere e le dichiarazioni loro se non sopra l'esame del cadavere.
Io non tacerò essere questa parte quanto importante altrettanto difficile ed incerta, mentre nei cadaveri s'incontrano moltissime varietà secondo i diversi stadii del morbo e le diverse epidemie pestilenziali, che già una peste non assomiglia mai intieramente ad un'altra. — Ora i cadaveri sono orribili a vedersi, neri, lividi, o gialli: ora appena cangiati d'aspetto e di forme eguali a quelle degli altri morti da malattie ordinarie — ora passano rapidamente in putrefazione e mandano un puzzo insopportabile: ora restano alcuni giorni senza dar segni di corruzione così come gli altri — ora sono tutti coperti di macchie livide, di suggellazioni, di echimosi, quasi altrettante larghe ammaccature che le contusioni le più violenti non arriverebbero a produrre in istato di salute, e queste crescono dopo la morte; ora non se ne vede appena traccia, nè sono punto dissimili dagli altri cadaveri ordinarii.
Secondo l'opinione comune e generalmente diffusa, la flessibilità del cadavere viene risguardata come segno sicuro di peste. La prima cosa che fanno i medici e chirurghi chiamati ad ispezionare i cadaveri morti da malattie sospette di peste è quella di assicurarsi se il cadavere è flessibile, se le membra si possano muovere a talento, se vi ha mollezza nelle articolazioni, ovveramente rigidità. Samoilowitz, Pugnet, e molti altri autori che scrissero di peste, appoggiano validamente questa opinione, ed è innegabile ch'essa sia fondata ai fatti ed all'osservazione.
Pugnet fra gli altri parlando dei cadaveri da lui esaminati nella peste del Cairo dell'anno 9.º (1801), così si esprime.
«Nous devons observer, en finissant ce memoire, que les cadavres de ceux qui ont succombé, ont été la plupart d'une mollesse et d'une flacidité remarquables. Plusieurs étaient marqués des larges taches bleues ou des longues flétrissures: plusieurs encore tombaient aussitôt dans un état de putréfaction tel, qu'ils étaient absolument inabordables.»
Anche il Dott. Bulard, parlando delle lesioni esterne che si osservano nei cadaveri della peste, indica come segni di peste — «la rigidità cadaverica più debole: la forza di coesione muscolare minorata: tutto il tessuto muscolare più molle: poco umido e leggiermente scolorato». Secondo me, la flessibilità del cadavere non è costante, nè può risguardarsi come segno sicuro di peste, quantunque a contagio avanzato si osservi nella maggior parte. Ecco quanto trovo notato su di ciò fra le osservazioni che ho avuto occasione di fare agli anni 1815-16-17 nel campo stesso della peste — nei primi individui colpiti nelle diverse indicate località mancava la flessibilità del cadavere, però in tutti i casi erano coperti da petecchie. — All'incontro il bravo e coraggioso medico italiano Eusebio Valli nella sua bella Memoria sulla peste di Smirne del 1784 parlando dell'opinione di Samoilowitz sulla mollezza delle articolazioni nei cadaveri come indizio di peste dice: «ragione miserabile per determinarsi a un sistema. Sappia egli che in Smirne i corpi di tutti gli estinti erano sommamente tesi ed irrigiditi. Questa particolarità non vedo che fin qui sia stata molto avvertita. Ella però non è men certa. Il Padre Luigi, Gioab, Marsanà, che vivono in mezzo ai pestiferati, che li curano, che presiedono agli spedali, sono i testimonii ai quali mi appello. Per quanto fossi persuaso nel fondo dell'animo mio che persone cui distingue il carattere e i talenti non mi avrebbero ingannato, pure condottomi un giorno allo spedale dei greci volli io stesso interrogare separatamente i becchini, e n'ebbi la conferma che ricercava...... Gli ebrei che per un pregiudizio mosaico non seppelliscono morti nè il Venerdì sera, nè il Sabbato, hanno potuto osservare che la rigidità è di durata. Nel tempo che mi trovava al Zante obbligato al letto per una febbre autunnale, diede fondo a quella rada un bastimento proveniente dalla Barbaria. Morì uno dell'equipaggio. Fu fatta la visita al cadavere dai medici della Sanità, e trovatolo contratto e duro quasi fosse una pietra, convennero non esservi dubbio di peste. S'accorsero dello sbaglio alla morte di un altro marinaro, comechè aveva due buboni.» (Valli, Della peste di Smirne, pag. 55-56).
Continuando nell'esame esterno del cadavere indicherò alcune altre osservazioni, che sebbene sieno soggette ad eccezioni e variazioni, sono però da risguardarsi come fenomeni che s'incontrano nel maggior numero de' casi.
La fisonomia del morto da peste si osserva per ordinario considerabilmente cangiata, il viso di un aspetto piuttosto lurido, però non gonfio, non contratto, non livido: le palpebre non sempre, ma per lo più sono interamente chiuse: il rossore degli occhi è d'ordinario più carico che non lo era nel corso della malattia: le narici e la bocca sovente imbrattate da una materia nerastra. — Le mani hanno lo stesso aspetto del viso. — Delle macchie più o meno larghe, più o meno livide, in ispecieltà sopra la regione anteriore del collo e superiore del torace si osservano spessissimo nei cadaveri della peste, segnatamente a contagio avanzato; le quali macchie, suggellazioni o echimosi s'incontrano per ordinario anche allo scroto ed alle grandi labbra. Alcune volte, ma più circoscritte, compariscono pure sul ventre, talvolta ancora sopra tutta la superficie del tronco, rarissime volte su tutto il corpo. Niente di meno, non è raro il caso vedere la cute delle gambe di un rosso livido fosco, come suol diventare dal freddo; e toccata colle dita staccarsi la cuticola. Sovente i vasi del collo sono gonfii, e come disegnati e rilevati sopra gl'integumenti che li coprono. — La parte anteriore del petto non di rado enfisematica. — Il ventre è alcune volte teso meteorizzato. Prescindendo dalle sopraccennate macchie, i corpi dei morti da peste sono in generale più pallidi degli altri, e come se fossero esangui; però, come si è detto, spesso molli e floscii. La pressione con un dito basta talvolta a far nascere un'echimosi. Qualche volta dopo la morte sorte sangue sciolto dalle narici, dalle orecchie, dalla bocca, di maniera che il sangue non solamente si spande in tutto il tessuto cellulare, ma eziandio al di fuori. — In molti casi nulla si osserva di tutto ciò, ed i cadaveri non appariscono differenti dagli altri.
Al contrario di quello che ha osservato Pugnet nella peste del Cairo; Orreo, Samoilowitz ed alcuni altri notarono che i cadaveri dei pestiferati dopo cinque o sei giorni non esalano alcun odore. Avendo io avuto occasione di vederne moltissimi, non mi sono mai accorto che passino in putrefazione più presto degli altri. Talvolta soltanto dopo morte comparivano indizii di bubone o carbone, e se esistevano buboni nel corso della malattia, seguita che n'era la morte, non iscomparivano, ma appassivano ed inclinavano al livido.
Gorgh descrive l'aspetto del cadavere di una donna morta di peste a Vienna nel 1713 nel seguente modo:
«Es war eine Weibsperson eines blühenden Alters, mit zerütteten Haaren, offenen Augen, mit etwas grausen drohenden Lefzen des Mundes, mit wenig schwarz herausgesteckter Zunge, die übrige Gestalt nicht unfreundlich!» — Ciò che in italiano suona come segue:
Era una donna di età fiorente, con capelli scompigliati, con occhi aperti, colle labbra aventi nell'atteggiamento alcun che di truce e minaccievole, colla lingua nera sporgente un poco in fuori, nel resto l'aspetto non era punto sgradevole.
Sezione dei Cadaveri.
Fino al principio di questo secolo si conosceva assai poco sulle lesioni interne di quelli che morivano di peste, e l'anatomia patologica della peste aveva fatto pochi progressi. L'eccessivo timore del contagio nei paesi dell'Occidente; i pregiudizii religiosi, la popolare ignoranza e l'insufficienza scientifica in quelli dell'Oriente, opponevano ostacoli insormontabili a siffatte investigazioni.
Negli antichi scrittori sulla peste si trovano appena alcune poche traccie di riconoscimenti di lesioni interne nei corpi dei pestiferati. Pare che il Magistrato di Sanità di Genova nella peste del 1656 fosse stato il primo a ordinare che si facessero sezioni di cadaveri, onde scoprire possibilmente per tal mezzo quali fossero le cause di tante subite ed irreparabili morti (V. facc. 487). In appresso vennero fatte sezioni dei cadaveri di persone morte dalla peste nel 1636 a Nimega, nel 1721 a Marsiglia, nel 1738 nell'Ukrania, ed in varii altri luoghi (V. pag. 598-618), ma con pochi risultamenti utili per la scienza e per l'umanità. Fra i moderni Pugnet, medico dell'armata francese dell'Egitto, abile e diligente osservatore della peste nei paesi del Levante, fu uno dei più benemeriti della storia anatomico-patologica della peste, e se non il primo fu certamente uno dei primi che siasi avanzato coraggiosamente in questo stadio fino allora percorso da pochi, e che abbia fatto esatte ed importanti osservazioni sulle interne lesioni che presentano i cadaveri dei pestiferati, le quali osservazioni unitamente a tante altre bellissime fece egli di pubblico diritto colle stampe nella sua Opera (Mémoires sur les fièvres pestilentielles et insidieuses du Levant. Paris 1802.)
Per amore di verità e di giustizia dobbiamo però confessare che le più esatte, le più importanti ed utili osservazioni in tale argomento, la più estesa conoscenza della storia anatomico-patologica della malattia della peste, le dobbiamo ai valenti ed intrepidi medici, specialmente francesi, che in questi ultimi anni si dedicarono a studiare la peste nei paesi del Levante, e che con un coraggio ed una negazione di sè medesimi degni di ammirazione e di altissima lode, affrontarono tutti i pericoli, trionfarono di tutti gli ostacoli, e spinti dall'amor della scienza, dal puro interesse dell'umanità, avendo intrapreso colla maggior diligenza ed esattezza e col necessario corredo di cognizioni scientifiche un gran numero di sezioni di cadaveri, riempirono utilmente questa lacuna, e contribuirono mirabilmente ai progressi della scienza medica sulla malattia della peste e sulle interne lesioni che s'incontrano nei corpi d'individui morti sotto questo flagello.
Fra i detti medici quanto abili e bene istituiti, altrettanto intrepidi e coraggiosi che si distinsero per tali dotte investigazioni e che meritano la nostra riconoscenza, è appunto il Dott. Bulard, le cui belle osservazioni nel proposito sono tali da meritare di essere più generalmente conosciute e studiate. Anche il sig. Professore Clot-Bey si è applicato con particolar zelo allo studio della peste sui cadaveri. È desiderabile ch'egli abbia a pubblicare sollecitamente le sue osservazioni, come ha fatto il Dott. Bulard, onde sparger per esse nuova luce sopra sì grave ed interessante argomento.
Quadro delle Lesioni.
Aperto il cranio. I seni della dura madre e tutti i vasi delle membrane del cervello, sono eccessivamente ingorgati di sangue nero. — Le tonache delle dette membrane sono sane. — Molte volte si resta sorpresi dallo stato di colapsus del cervello e del cervelletto, e dalla mollezza in cui si trova tutta la massa cerebrale. — In alcuni casi detta mollezza delle due sostanze è tale che si avvicina alla fluidità, per cui non è praticabile alcuna ricerca nell'interno. Generalmente però le due sostanze del cervello hanno bensì una minor consistenza, ma non è così osservabile. La sostanza grigia è di un colore più pallido. Tagliate attraverso, lasciano scolare una gran quantità di gocciolette di sangue. — I ventricoli del cervello ed i plessi coroidei nulla presentano d'innormale; poca o nulla è la sierosità che vi s'incontra. — I differenti plessi nervosi, ed in ispecieltà i plessi celiaci, appariscono senza alterazione. In generale il sistema nervoso sembra essere in condizione normale.
Aperto il petto. I polmoni e la pleura si trovano assai di rado alterati. Essi sono generalmente sani. — Sano egualmente è il mediastino. — I bronchi sono crepitanti, ma respettivamente molto meno ingorgati di sangue che il fegato e la milza. — La mucosa dei bronchi egualmente in istato normale. In qualche raro caso la si è trovata leggiermente infiammata. Lo stesso dicasi della pleura.
Il cuore è quasi sempre considerabilmente dilatato un terzo circa oltre il suo volume naturale. — Il ventricolo destro, e l'orecchietta destra in ispecieltà, molto più della sinistra. Ora sono distesi da molto sangue nero quagliato, ora contengono una sierosità sanguigna entro cui nuotano grumi di sangue nero ed altri rappigliamenti bianchi del colore del grasso, che sembrano linfa coagulata o aggregazioni di parte fibrinosa. Il tessuto del cuore è qualche volta assai lasco, pallido e sensibilmente molle. In altri casi all'incontro la sua tessitura non è punto alterata.
Il pericardio contiene spesso una sierosità sanguinolenta assai tenue. In questi tali casi si osservano nelle sue membrane spandimenti sanguigni circoscritti e come petecchiali.
Il sistema vascolare venoso è la sede di una congestione generale. Egli è sempre ingorgato di sangue nero rappigliato. Le vene cave, le subclavie, la vena pulmonare, sono spesso dilatate, e non di rado si trovano in esse, come anche nelle cavità dei ventricoli del cuore, quelle picciole aggregazioni di parte fibrinosa di cui s'è parlato di sopra. Le membrane dei detti vasi venosi sono considerabilmente impregnate di macchie livide o di una specie di echimosi in quelle parti che sono in diretto rapporto collo spandimento emorragiaco.
Le arterie il più delle volte sono sane, e quasi vuote di sangue. Soltanto in qualche caso si osservano lividure, sulla superficie esterna di alcuni de' principali rami e tronchi arteriosi.
Sezionato il basso ventre; lo sguardo dell'osservatore si dirige tosto allo stomaco. Questo viscere è il più delle volte considerabilmente disteso; contiene un liquido ch'è spesso nerastro, e glutinoso, la cui quantità varia. Rovesciandolo, si trova in quasi tutti i casi la sua membrana interna sparsa di punti gangrenosi o di petecchie coperte da un intonacamento mucoso giallastro. Dette petecchie, varie di estesa e di colore, sono talvolta così confluenti fra loro, che formano una superficie rosso-livida di aspetto uniforme, ma caratteristico, e che non si può confondere coll'aspetto della gastro-enterite acuta. Qualche volta detta membrana interna offre delle esulcerazioni, specialmente nelle pieghe o sinuosità della mucosa; ciò che forse ha fatto dire a Pugnet, parlando dello stomaco «en le renversant, nous découvrions toujours sa membrane interne, ou complétement sphacelée, ou surchargée de petits points gangreneux».
Esternamente quest'organo è in istato sano, come è sana del pari la superficie del tubo intestinale lungo tutta la di lui estesa, se se ne eccettui la tonaca profonda del duodeno, che si risente talvolta dei disordini dello stomaco sopraindicati. — Le membrane non sono neppure più molli dell'ordinario. — In alcuni casi però la superficie esterna degl'intestini tenui al pari di quella dello stomaco è di color pallido-giallastro, e come injettata a ramificazioni; la mucosa interna qua e là segnata da macchie larghe: talora presenta petecchie, o semplici punticchiamenti che continuano in tutta la sua lunghezza; ma in generale meno estesi e meno confluenti che nello stomaco. — La valvula del cieco è qualche rara volta distesa, infiammata, livida; più comunemente sana. — Gl'intestini crassi sono alle volte considerabilmente distesi: contengono gas, o materie verdastre semi-liquide, e non presentano alcuna alterazione sensibile.
Rarissime volte v'ha negli intestini quel liquido nerastro che si trova nello stomaco. Più sovente contengono un liquido bilioso.
Il fegato non presenta per ordinario alcun che di notabile riguardo al colore ed alla consistenza; bensì in moltissimi casi si trova aumentato di volume ed ingorgato di sangue. — La vescichetta del fiele, considerabilmente distesa, contiene maggior quantità di bile che nello stato ordinario. Queste differenze però non sono sempre notabili, che anzi la bile è generalmente poco copiosa e non molto densa. Quello che si osserva più costantemente si è che la bile è di un giallo o verde-giallastro più carico. — Tagliato il fegato attraverso, scola molto sangue nero, denso. In qualche raro caso sul margine esterno del lobo sinistro di questo viscere il Dott. Bulard ha trovato un picciolo carbone; e la pelle dell'addome corrispondente a questa alterazione era fortemente macchiata in nero livido. Qualche volta eziandio la superficie di quest'organo è seminata da punticchiamenti, o petecchie, e la vescica felea egualmente apparisce coperta dalle stesse petecchie di color bleu.
La milza è quasi sempre accresciuta di volume, in guisa che in parecchi casi supera due o tre volte il suo volume ordinario. L'aumento di volume della milza è uno dei fenomeni più costanti. La sua tonaca esterna è più molle del consueto, con punticchiamenti. Il suo parenchima è quasi sempre ingorgato di sangue nero del colore della feccia del vino, e talvolta trasformato in una sostanza quasi pultacea. Solo in alcuni rarissimi casi la milza è stata trovata presso che sana.
Il pancreas quasi sempre sano.
I reni si trovano per lo più aumentati di volume; un terzo, il doppio, il triplo alcune volte più grandi che nello stato ordinario. Presentano non di rado delle echimosi nella loro superficie. Aperti che siano, le sostanze corticale e tubulosa appariscono injettate di un sangue nero. I piccioli bacini renali si rinvengono così pieni di sangue da presentare l'aspetto di un'emorragia.
La membrana esterna delle vertebre è sovente macchiata da echimosi, la mucosa sempre sana.
La vescica per ordinario si trova sana. Contiene qualche volta un'urina sanguinolenta. — In alcuni rarissimi casi la sua tonaca mucosa presenta il fenomeno di uno spandimento sanguigno di color bleu e d'aspetto petecchiale.
Finalmente, convenendo, come feci, nelle osservazioni del Dott. Bulard per ciò che si riferisce alla maggior parte delle lesioni dei varii sistemi sopraindicati, sono pure con lui anche intorno alle lesioni del sistema linfatico.
Gioverà avvertire pertanto;
Che nella peste le lesioni del sistema linfatico sono le sole affezioni assolutamente costanti;
Che l'esame del cadavere mostra sempre di tutto il sistema linfatico, solo i gangli essere più o meno costantemente alterati, senza però che l'alterazione di cui sono la sede possa essere fisiologicamente rapportata ad una precedente alterazione del sangue, o come affezione consecutiva dell'alterazione di un altro sistema.
Che dessa è la sola alterazione che si mostri isolata da ogni altra affezione coesistente, e indipendente, come si disse, da qualunque altra;
Che sebbene i vasi linfatici non sembrino seguire la fase morbosa dei gangli; niente di meno si riconosce perfettamente, che i tronchi dei vasi bianchi che vanno fino alle glandule, sono più distesi; ed il loro sviluppo eguaglia alcune volte quello del sistema venoso formatosi evidentemente, come si è detto, a spese dell'arterioso;
Che l'alterazione patologica essenziale è nella sostanza loro propria e non nel tessuto cellulare ambiente, che è sano, e che non è se non secondariamente infiltrato;
Che l'alterazione della detta sostanza si manifesta ora nell'aumento del loro volume, ora nell'intensità del loro coloramento, ora nei differenti stati di degenerazione organica, cominciando dalla più leggiera modificazione infiammatoria fino alla putrescenza.
Detta alterazione, considerata in generale, varia moltissimo. Le differenze che si rinvengono nelle diverse autopsie cadaveriche, specialmente riguardo al volume, al colore ed alla consistenza, sono notabilissime. — Rispetto al volume, dalla grandezza di una picciola mandorla di pistacchio fino a quella di un ovo d'oca e più; — riguardo al colore, da quello della sostanza grigia del cervello fino al livido il più intenso; — e per consistenza finalmente, dalla cotennosa e quasi scirrosa alla molle e fino allo squagliamento della putrefazione. — In generale la sostanza delle glandule è più sovente cotennosa e di un grigio chiaro screziato di rosso bruno.
Diseccando i buboni e mettendoli a nudo, i più grandi si trovano ordinariamente composti di due gangli, l'uno più alterato dell'altro; p. e. l'uno di un color grigio cinereo con alcune traccie d'injezione, l'altro di color rossastro tendente al bleu injettato a ramificazioni: però l'inviluppo ganglionare notabilmente ingorgato.
Secondo lo sviluppo morboso dei gangli, si rinvengono dei disordini nelle parti vicine e sottoposte corrispondenti; p. e. allorchè la malattia si centralizza, per così dire, nei gangli ascellari o del petto, si osservano dei disordini corrispondenti nelle vene, nelle arterie, nei nervi; ed alcune volte anche delle echimosi o spandimenti sanguigni nella regione ascellare e sotto la pleura, seguendo il cammino degli organi linfatici fino al canale toracico od al gran simpatico destro, secondo la parte che n'è affetta.
Lo stesso avviene nel basso ventre allorchè la malattia in vece di concentrarsi nei gangli linfatici del tronco superiore, s'interna in quelli dei membri inferiori e nell'addome. Ed in quest'ultimo caso, penetrando nell'addome, e sollevando la massa intestinale, si scorge attraverso alla tonaca del peritoneo una emorragia, che tapezza la parte posteriore della cavità destra o sinistra (secondo la parte del bubone) dell'addome stesso.
In tutti i casi però il sistema ganglionare non è mai alterato tutto in una volta ed in tutte le sue parti, di maniera che un malato non presenta mai nel medesimo tempo buboni alle due ascelle, buboni alle due inguinaglie, alle regioni cervicali, alle poplitee. — I gangli respettivi dei due tronchi non sono mai simultaneamente attaccati.
Importa avvertire che di frequente accade che i fasci ganglionari non presentano così marcate le alterazioni che abbiamo descritte di sopra, nè di tanta entità ed intensità. — In tali casi non si nota se non che un ingorgamento più o meno considerevole dei gangli, una più o meno sensibile colorazione della loro sostanza, ed una qualche differenza nel grado della loro consistenza normale. Del resto, il sistema vascolare ed i nervi compresi nella reticella linfatica non offrono alcuna alterazione sensibile e l'aspetto generale non ha niente di particolare, nè presenta quel lividore dipendente da una congestione o stasi sanguigna.
Dietro le quali osservazioni sopra l'affezione primitiva e costante del sistema linfatico e le malattie de' gangli, apparisce in qualche modo il perchè lo stato che nella peste precede ordinariamente ogni altro fenomeno morboso, il sintomo che si osserva senza concomitanza di alcun altro, primitivamente ed insolitamente percettibile, sono i dolori ganglionari, da principio leggieri e come pulsativi, intermittenti, poi continui, profondi, e finalmente seguiti da intumescenza (buboni).
Le membrane del peritoneo in generale presentano un certo grado di ammollimento. Maneggiate o compresse, si lacerano con facilità.
Finalmente il tessuto cellulare non sembra appartenere ad alcuna delle parti di cui egli costituisce il mezzo d'unione. Più slegato di una tela di ragno, un soffio solo basta a rompere tutti i suoi punti di aderenza.
Da tutto ciò si può quindi concludere:
Che di tutte le affezioni concomitanti la peste, la sola costante è quella del sistema linfatico — ed in questo i soli gangli sono più o meno costantemente alterati. Essa sembra primitiva;
Che la congestione di tutto il sistema vascolare venoso è pure un fenomeno che si osserva in quasi tutti i cadaveri;
Che fra le affezioni, che accompagnano la peste, quella della milza è senza dubbio la più frequente. — Nelle sezioni dei cadaveri rarissimi sono i casi in cui si trovi quest'organo sano. Essa sembra secondaria;
Che dopo la milza il tubo digestivo, ed in ispecieltà lo stomaco, è quello che più frequentemente offre delle lesioni. È impossibile però determinare la necessità dell'esistenza di dette lesioni dello stomaco colla peste, molto più che non sono costanti.
Le affezioni degli altri organi sono più rare, come fu con qualche dettaglio accennato di sopra.
Dopo tutto ciò, ed a malgrado le lesioni che abbiamo indicato aver luogo più o meno frequentemente nella peste, a scanso di sbagli e di mala intelligenza, credo dover nuovamente notare ciò che altrove ho detto, sebbene con altre parole, cioè — che molte autopsie sono state fatte di cadaveri della peste senza che siano cadute sotto i sensi lesioni tali da poter essere riconosciute e giudicate come causa della seguita morte. —
Richiamandomi però alle cose precedentemente esposte, e gittando uno sguardo sul quadro delle lesioni che ho offerto, facendo attenzione alla qualità e gravità dei disordini che più o meno frequentemente s'incontrano nella peste, mi farò lecito di osservare, non dovere più recar meraviglia che questa malattia sia così eminentemente esiziale, e che la medicina possa così poco nella cura o sanazione di essa. Qualora anche l'esperienza di tutti i tempi non parlasse sì chiaro, il solo quadro offerto nella presente nota basterebbe a convincere, che non v'ha che un mezzo di trattare e di vincere la peste, quello cioè di attaccarla e distruggerla ne' suoi elementi, di render vani e privi di effetto i suoi colpi, ove non s'abbia potuto riescire di tenerla lontana ed impedir che s'inoltri. ([Torna] al testo)
(g) Nell'anno 1823 per Sovrana graziosissima Risoluzione fui promosso a Referente Sanitario presso il Governo delle Provincie Venete; nel 1825 a Consigliere effettivo di Governo e Protomedico presso lo stesso I. R. Governo; nel 1829 destinato Presidente del Magistrato di Sanità Marittima di Venezia, impiego onorevolissimo che mi offre l'opportunità di profittare d'un preziosissimo archivio ricco di tante belle Memorie, Regolamenti, Terminazioni, avvertenze, ecc., risguardanti sanitarii argomenti, ed appartenenti all'antico riputatissimo Magistrato Veneto di Sanità; al quale parecchi Governi di Europa usavano far ricorso chiedendo norme e consigli allorchè trattavasi di sistemare nei loro Stati quella parte della pubblica Amministrazione che alla Sanità Marittima si riferiva. Ed anche oggidì, per effetto forse della stessa alta riputazione di saggezza di cui godeva un tempo quella celebre Magistratura, varii de' principali Magistrati di Sanità Italiani e qualcun de' Stranieri non lasciano d'interpellare il parere del Veneto Magistrato nei casi dubbii di maggiore importanza, che interessano l'oggetto del comune istituto. Quanto onorevole e soddisfacente è pel Veneto Magistrato tale generosa fiducia, di cui va superbo, altrettanto lieto sarebbe di potervi corrispondere; ma se per causa di successione è divenuto l'erede usufruttuario di una parte della riputazione dell'antico Veneto Magistrato, gli duole di non poterlo essere egualmente delle sue facoltà. ([Torna] al testo)
Supplemento alla Nota [(d)]
sulle nuove istituzioni sanitarie nell'Oriente.
S. A. il Vicerè d'Egitto Mehmed-Alì con disposizione 31 Dicembre 1839 sciolse il Comitato Sanitario de' Consoli, o Commissione Sanitaria Consolare, instituita in Alessandria fino dal 1831 (V. pag. XLVII), e ve ne sostituì un altra composta di sette Intendenti tratti dal corpo de' Negozianti e di un Presidente. Il Presidente è lo stesso primo Ministro del Vicerè Boghos Jossouff. È stato compilato il relativo nuovo Regolamento Sanitario in lingua Italiana e venne comunicato in copia ai Signori Consoli prima ancora che fosse pubblicato.
I Signori Consoli Europei hanno protestato in data 4 Gennajo 1840 contro detta misura. Ciò nulla ostante venne pubblicata ed attivata.
Scrivono da Alessandria, che la nuova Intendenza offre tutte le possibili garanzie. — Il nuovo Regolamento non introduce notabili cambiamenti nelle disposizioni che già esistevano a difesa della salute pubblica; gli ufficii sanitarii continuano sul medesimo piede; e le relazioni sanitarie dell'Egitto cogli altri paesi rimangono com'erano prima.
Intorno allo stato della salute dell'Egitto, ecco alcuni particolari che ci pervennero da fonte sicura e che riportiamo in continuazione delle notizie già altrove riferite.
Nei mesi di Marzo, Aprile e Maggio del 1839 imperversava la peste nella Palestina e nella Samaria e faceva orribili stragi particolarmente a Sumatra. Alcune reclute levate dai villaggi della Palestina arrivarono in Egitto senza essere state sottoposte ad alcuna contumacia o riserva ed entrarono in libera comunicazione. A tale derivazione venne attribuita la peste bubonica che dopo sei mesi di tregua scoppiò in Alessandria nel giorno 12 Maggio 1839. Altri casi si succedettero nei giorni 13-15-17-18-20- 23-24-27-28-30; in tutto 27 persone furono attaccate nel mese di Maggio, delle quali più di una metà sono morte, 22 sono state colpite nel successivo mese di Giugno, ed il numero dei guariti superò quello dei morti. In Luglio non si ebbe che qualche raro caso. In Agosto ogni scintilla di contagio era spenta. Tale andamento mite ed una diffusione sì limitata di un morbo solitamente assai fiero, sono dovuti forse in parte alle sollecite cure dell'amministrazione, più probabilmente però alla possente influenza della stagione e all'alto grado del calore dei mesi di Giugno e Luglio; giacchè come abbiamo osservato alla pag. 735 ed altrove, il principio contagioso della peste non resiste all'azione di un calore assai forte; e secondo l'esperienza degli Orientali abitatori dei paesi molto caldi, circa il solstizio d'estate il germe pestifero suol perdere della sua attività, e se anche non si spegne affatto, resta per solito così illanguidito o assopito da non lasciar più per quell'anno gravi timori di ulteriori funeste conseguenze.
Spenta che fu la peste, insorsero delle altre malattie, e in data 1.º Dicembre dello stesso anno si ebbero da Alessandria le seguenti notizie.
«È sommamente doloroso di dover qui riferire che lo stato di salute della città di Alessandria sia ben lontano dall'essere soddisfacente. La cumulazione di due squadre, l'affluenza di povera gente del vicinato, la putrefazione delle acque stagnanti che il Canale del Mahmudie versa nell'antico Lago Marcotide, hanno sviluppato delle malattie epidemiche e di maligna natura»;
«Queste sono scorbuti, dissenterie, febbri gastro-enteriti e tifoide, che dal mese di Agosto in poi hanno imperversato in modo tale, che sopra una popolazione di circa 65000 anime, si è avuto dal 1.º Agosto p. p. a tutto jeri, il numero di 2287 morti. In questo numero non sono compresi i decessi degli Ospedali sia di terra sia di mare. Il numero dei morti di questi stabilimenti ammontava da 15 a 20 il giorno, e la squadra del Gran Signore sola, ebbe a soffrire la perdita di 2376 dei suoi».
«Da qualche giorno in qua però la mortalità ha diminuito, ma le reconvalescenze sono lunghe, e lasciano il paziente in uno stato di marasmo che pur troppo dà luogo a temere delle ricadute più funeste che la malattia stessa».
Posteriori notizie dalla medesima fonte sicura ci avvisano che nei giorni 13 e 14 Gennajo di quest'anno (1840) si sono manifestati due nuovi accidenti di peste in Alessandria. Ad essi tenne dietro qualche altro nel giorno 16, ed altri ancora nei giorni successivi. Il piroschafo Barone Eichoff giunto a Trieste nel giorno 22 Febbrajo a. c. reca più recenti notizie in data 6 dello stesso mese da Alessandria, sulla peste e sulle disposizioni sanitarie che si stavano attivando per arrestarla. Dette notizie sono del seguente tenore:
«Ogni giorno si annunciano uno o due casi di peste, di carattere piuttosto cattivo, poichè quasi tutti gli attaccati muojono in poche ore. Si spera però che colle energiche misure prese dal Magistrato sanitario il male non prenderà piede. S. A. il Vicerè ha ordinato che esso Magistrato venga di nuovo costituito da 7 intendenti, uno nominato dal Governo, e sei fra i negozianti ottomani, ellenici, francesi, inglesi, tedeschi e toscani, e sia presieduto da Boghos Bey. Il nuovo magistrato agisce con grande rigore ed attività, onde prevenire il progresso del contagio. Le due flotte, turca ed egiziana sono messe in quarantena e fu ordinato un espurgo generale, e lo stesso deve essere osservato nelle case e baracche delle famiglie de' marinari ed operai dell'arsenale. Le strade della città e dei contorni vengono ogni giorno nettate e scopate. Se un caso di peste succederà a bordo d'un bastimento, l'equipaggio deve essere sbarcato per fare la sua quarantena sotto le tende, e se ciò avviene nelle baracche, deggiono essere demolite, e distrutto col fuoco ogni oggetto suscettibile di contagio. Le provenienze dal Mar nero, da Costantinopoli e da tutto l'Impero ottomano sono considerate brutte, anche se fossero munite di patente netta, e perciò assoggettate a 21 giorni di quarantena. Si continuano i preparativi di difesa.» (Vedi Lloyd Austriaco 25 Febbrajo 1840 N.º 24).
D'altra parte, lo stato di salute di Costantinopoli continua ad essere soddisfacente. Nell'Albania, dopo l'estinzione della peste in Leskovaz e Nissa, e del toglimento delle contumacie a cui erano state sottoposte le dette due città, la salute pubblica continua ad essere perfetta. Soddisfacente del pari è quella della Romelia e di quasi tutte le Provincie Ottomane; tranne però alcuni paesi al di qua del Balkan e lungo la riva destra del Danubio.
A Silistria e nelle vicinanze s'era manifestata fino dall'anno scorso la peste, la quale era anche cessata senza che si avesse potuto conoscere il vero numero delle vittime che aveva uccise.
Riguardo alla nuova comparsa della peste da quella parte, ecco quanto viene accennato da una lettera di Galatz in data 2 Dicembre 1839:
...... «S'ebbero dei casi di peste recentissimi a Simila, villaggio di 150 case situato fra Rudsciuk e Turtukani, così pure a Babuk ed a Sfetkoi sulla strada fra Silistria e Costantinopoli sulla destra del Danubio di qua dal Balkan, però senza che siasi potuto sapere il vero numero dei malati. A Turtukani la casa, di un tale Cathrini Supunersi, fu infetta da un parente venutovi da Sfetkoi, onde vi morirono prima un fanciullo, poi una giovinetta, ed appresso il capo della famiglia ed un servitore. In un'altra casa soggiacquero nove individui, dei quali cinque Turchi, compresa la figlia dell'Hassan Bairaclar. È da deplorarsi l'indolenza delle Autorità turche, che nulla fanno per impedire che il flagello si propaghi. Fortunatamente gli abitanti di Sfetkoi abbandonarono spontaneamente le loro case e formarono un Lazzeretto in mezzo ai campi. All'incontro il Governo Valacco accrebbe la contumacia di Braila a 21 giorni per le persone, e a 40 per le mercanzie, mentre quello di Moldavia lasciò i termini com'erano prima. I porti di Galatz e Braila formicolano di bastimenti mercantili; e la salute vi è ottima anche nel vicino contado».
Un'altra lettera da Costantinopoli in data 8 Gennaro 1840 porta quanto segue:
........ «La peste al di qua del Balkan si propaga anzi che no. Vero è che fino al giorno 7 di Dicembre avea diminuito a Simila, ma a Turtukani continuava, e già dal 2 al 9 Dicembre n'erano morte 12 persone; a Silistria dal 21 Novembre al 13 Dicembre 137; nel Distretto di Turtukani e Rosgrod 69; ed in quello di Tsarakul, che fu isolato 120. Generali sono le doglianze sull'inerzia delle Autorità. In Moldavia ed in Valacchia non se n'ebbe finora alcun indizio nè nelle quarantene, nè sui bastimenti».
Servano questi pochi cenni a continuazione delle notizie sull'introduzione, andamento, ed effetti delle nuove istituzioni sanitarie nei paesi d'Oriente che trovansi raccolte alla Nota (d). Possano essi riescir bene accetti a' miei leggitori, tanto come fatti storici che contribuiscono a meglio conoscere ne' suoi rapporti politici e sanitarii le popolazioni d'Oriente, quanto per le conclusioni utili alla scienza, che da essi si possono trarre.
D'altronde, tali notizie sullo stato sanitario dell'Oriente, così unite e disposte, non essendo facile rinvenire altrove, contribuiranno, io spero, a provare il mio buon volere, ed a richiamare l'attenzione dell'Europa sull'argomento della peste pei sommi vantaggi che dallo studio accurato e perseverante di esso si potrebbero ritrarre per gl'interessi delle popolazioni tanto dell'Occidente che dell'Oriente, per il maggiore ravvicinamento di questi due popoli, la maggior estesa delle loro relazioni commerciali, la più libera, franca, sollecita comunicazione con vicendevole profitto; distruggendo o almeno abbattendo in parte quell'alta barriera che divide detti due popoli, e che innalzata dal bisogno, ingrandita dalla paura, conservata dall'ignoranza e dal pregiudizio, sussiste tuttora intatta da secoli, con grave danno di tutti e due, ergendosi quasi a testimonio della nostra timidità, del nostro difetto di conoscenze utili, in mezzo a tanto splendore e ridondanza di lumi che ci abbagliano ed acciecano, e della nostra apatia o indifferentismo per tutto ciò che direttamente e personalmente non ci risguarda.
P. S. Scrivono da Costantinopoli in data 12 Febbrajo:
Occorsero a Trebisonda alcuni casi di peste, per cui gli arrivi da quel porto vengono assoggettati a severa contumacia. L'ultimo piroscafo vi si è pure dovuto sottomettere. A Costantinopoli dunque oggidì si usano quelle rigorose misure precauzionali contro la peste che si trascurano alcune volte, non per ragione od in conseguenza di bene ponderato sistema, ma per imperizia o per particolari riguardi in qualche porto commerciale dell'Occidente.
[ INDICE] DELLE MATERIE TRATTATE NELLE NOTE
ANNESSE ALLA PREFAZIONE.
| (a) Come soglia chiamarsi la peste dalle varie nazioni nei respettivi loro linguaggi. | [pag. XLI] |
| (b) Squarcio latino tolto da un altro dettato dell'autore sopra lo stesso argomento | [ivi] |
| (c) Cagioni per le quali Venezia nei primi secoli dopo il mille fosse frequentemente travagliata dalla peste | [ivi] e seg. |
| Come la frequenza della peste prima dell'istituzione dei Lazzeretti in Europa seguisse sempre il maggiore o minor movimento delle relazioni commerciali coll'Oriente | [XLII] |
| I Veneti essendo stati i primi a sentire il bisogno di preservarsi dalla peste, furono eziandio i primi cui venisse il pensiero dell'isolamento, e dell'istituzione dei relativi provvedimenti sanitarii | [ivi] |
| Primo Lazzeretto in Europa instituito dai Veneziani nel 1403 nell'Isola di S. Maria di Nazareth, due miglia circa da Venezia nell'antico convento degli Eremitani | [XLIII] |
| Etimologia del nome Lazzaretto, col quale da tutti i popoli vennero in seguito distinti que' luoghi dove s'isolavano le persone e le robbe sospette di peste per far quarantena | [XLIV] |
| Altri Lazzeretti successivamente instituiti in Venezia | [XLV] |
| Prima Magistratura di Sanità creata in Venezia nel 1348 col titolo di Savj all'apparir della Peste, o Provveditori di Sanità | [XLVI] |
| Magistrato Supremo di Sanità creato in Venezia nel 1485 | [ivi] |
| Suoi amplissimi poteri e rinomanza | [ivi] |
| (d) Descrizione delle nuove istituzioni sanitarie stabilite in Oriente. | |
| Prime pratiche ed istituzioni di sanità in Egitto nel 1827 sotto il governo di Mehmed Alì — Consigli di Sanità — Regolamenti — Lazzeretti — Contumacie ecc. | [XLVI] e seg. |
| Ricerca fatta all'Austria dal Governo Egizio di un Impiegato Superiore di Sanità cui affidare la direzione generale di tutti gli affari di Sanità di quel Regno — Cure generose dell'Austria per soddisfarla — Scelta da essa fatta dell'individuo richiesto — Disposizioni di partenza del medesimo — Ragione addotta dal Comitato de' Consoli in Alessandria per giustificare il seguito cangiamento della loro opinione; dietro di che quel progetto è abortito | [XLVI] e seg. |
| Prime istituzioni sanitarie introdotte a Costantinopoli nel 1837 a merito dell'influenza Europea e della fermezza del Sultano Mahmud II — Loro andamento — Opposizione incontrata — Mezzi adoperati per vincerla — Benemerenza del Dott. Bulard in quella circostanza | [LII] e seg. |
| Firmano del Gran Signore — Ordini relativi del Divano — Istituzione di un Consiglio Superiore di Sanità ed erezione di un grande Lazzeretto centrale a Costantinopoli — Piano d'organizzazione sanitaria ivi adottato — Ordini del Consiglio di Sanità e del Governo Turco in oggetti Sanitarii | [LV] e LVI |
| Ricerca del Governo Turco all'Austria di abili impiegati di Sanità — Loro invio | [LVI] |
| Descrizione del nuovo grande Lazzeretto a Kouléli presso Costantinopoli nella bella e vasta caserma di cavalleria di Scutari — Sua inaugurazione | [LVI] e LVII |
| Continuazione delle misure di Sanità — Cambiamenti nel personale — Destinazione di un nuovo Consiglio Sanitario e di Delegati di Sanità da parte delle grandi Potenze straniere | [LVIII] e seg. |
| Nuovo Regolamento Sanitario stabilito a Costantinopoli per provvedere alle garanzie sanitarie ed ai bisogni del Commercio — Suo tenore | [LIX] e seg. |
| Morte del Sultano Mahmud ed innalzamento del nuovo Signore — Temporario arrenamento dei progressi delle nascenti istituzioni di Sanità | [LXI] |
| Frutti delle ordinate istituzioni sanitarie nelle varie Provincie dell'Impero Ottomano | [LXII] e seg. |
| A Salonicchi ed altri paesi della Romelia | [LXII] a LXVI |
| Ad Antivari ed in altri paesi dell'Albania Turca | [LXVI] a LXVIII |
| A Samos ed altre isole dell'Arcipelago appartenenti al Governo Turco | [LXVIII] e seg. |
| A Smirne | [LXX] |
| Le discipline di Sanità non sono dappertutto osservate | [LXIX] |
| Come i risultamenti delle nuove istituzioni sanitarie in Turchia provino incontrastabilmente l'utilità delle segregazioni e dell'isolamento, e quindi la contagiosità della peste | [LXX] |
| Risposte date dal Professore Clot-Bey fu Ispettore di Sanità al servigio del Bascià d'Egitto ad alcuni quesiti sulla peste che gli sono stati indirizzati dal Ministro di S. M. Britannica | [LXXI] |
| Considerazioni intorno le opinioni del detto Professore sulla peste | [LXXII] |
| (e) Il Governo Francese interpella col mezzo de' suoi Agenti Consolari nel Levante l'opinione dei medici e delle persone più illuminate del paese sulla durata dell'incubazione della peste e sui mezzi della sua importazione | [LXXIII] |
| Osservazioni sul tenore della detta domanda — Distinzione a farsi per lo scopo legislativo, ed a fine di vie meglio svilupparla | [LXXIII] e LXXIV |
| Ragionamenti e considerazioni sopra lo stesso argomento | [LXXIV] e seg. |
| Quale sia l'opinione del Dott. Bulard sulla causa produttrice della malattia e sulla sua comunicabilità | [LXXV] e LXXVI |
| Si prova che l'elemento morboso della peste non può restare per molto tempo latente nel corpo dell'uomo vivo senza dar segni sensibili della sua esistenza ed attività — Conclusioni da tale principio | [LXXVI] e seg. |
| Osservazioni sopra un caso di peste accaduto al Cairo, il cui sviluppo si credette nato dopo 17 giorni dalla primitiva azione del germe pestifero sull'organismo dell'uomo vivo — Confutazione di detta opinione | [ivi] e seg. |
| Altri numerosi fatti raccolti dal Dott. Bulard nella peste di Smirne del 1838, li quali tutti confermano l'opinione sopra enunciata | [LXXX] |
| Corollarii delle predette dimostrazioni — l'inutilità delle lunghe quarantene per gli uomini, e la necessità di regolare questa parte importante della pubblica amministrazione sanitaria | [LXXX] e seg. |
| Sul tempo che può restar latente nei corpi passivi (mercanzie, vestiti ecc.) il germe pestilenziale senza perdere la sua attività o forza riproduttiva — Inutilità di tale investigazione | [LXXXI] |
| Fatti storici i quali provano che il principio pestilenziale o germe del contagio annidato nei corpi passivi può conservare per molti mesi ed anni la sua attività o forza riproduttiva, sottratto che sia all'azione dell'aria e della luce | [LXXXII] e seg. |
| Le merci provenienti da luoghi infetti o sospetti debbono essere risguardate tutte come se fossero infette, per ciò che concerne il loro trattamento contumaciale. Opportunità di conoscere e determinare i mezzi ed i metodi più sicuri, più solleciti e più convenienti per espurgarle | [LXXXIII] |
| Inutilità ed incongruenza di alcune pratiche di espurgo usate tuttora in alcuni Lazzeretti di Europa, e necessità di una riforma | [ivi] |
| Fatti che lo provano — Altre considerazioni sopra questo importante argomento | [LXXXIV] e LXXXV |
| Differenze ed anomalie che si osservano nel trattamento e nei periodi contumaciali delle stesse merci e persone della medesima provenienza, secondo i diversi Stati e le pratiche dei differenti Lazzeretti | [LXXXVI] |
| Siccome meriti biasimo siffatta disarmonia e varietà di pratiche e quanto sia necessario per la sicurezza pubblica e pei bisogni della navigazione e del commercio, che i varii Governi di Europa si mettano d'accordo nei loro sistemi ed istituzioni di Sanità | [LXXXVII] |
| Pratiche sanitarie usate in alcuni Stati di Europa per agevolare il movimento commerciale di quelle merci le quali provenienti da paese sano, nel loro tragitto essendo obbligate a passare per paesi infetti o sospetti, vengono per ciò sottoposte a contumacia | [LXXXVI] e LXXXVII |
| Come il cercar di conoscere e togliere le pratiche sanitarie esagerate ed inconvenienti, tuttora sussistenti in Europa, che pongono indebiti ostacoli ai progressi dei nostri rapporti commerciali coll'Oriente, ed a mezzo di una saggia legislazione conciliare, per quanto è possibile, la sicurezza pubblica coi bisogni del commercio e della navigazione, sarebbe argomento utilissimo e meritevole da prendersi in disamina da un Congresso Sanitario Europeo, senza bisogno che detto Congresso si occupasse prima di tutto, come propone il Dott. Bulard, a provare la contagiosità della peste | [LXXXVII] e LXXXVIII |
| Erroneità di tale proposizione — Osservazioni critiche intorno alle idee e pensamenti del Dott. Bulard sullo stesso argomento | [LXXXVIII-IX], XC e seg. |
| Brani tratti dalle Opere e scritti del Dott. Bulard, i quali dimostrano come egli sia intimamente convinto e persuaso della contagiosità della peste, e come dalla stessa sua opinione venga sempre più dimostrata l'inutilità dei nuovi esperimenti sui quali egli insiste: nè vi sia bisogno di provare ciò ch'è già provato, e su cui tutti i medici più illuminati e sperimentati, lui compreso, e tutti i Magistrati e i Governi sono d'accordo | [XCII] a XCIV |
| Contraddizioni che appariscono nelle idee e proposizioni del Dott. Bulard relativamente al detto Congresso Sanitario Europeo e alle grandi quistioni politico-amministrative da riservarsi alle discussioni di esso | [XCIV] a XCVIII |
| Il detto Sig. Dott. Bulard pianta le sue proposizioni senza darsi cura di provarle: altro motivo per cui non possono servir di base alla riforma sanitaria che propone | [XCVI] |
| Osservazioni critiche del Dott. Cervelleri intorno ai pensamenti e proposizioni del Dottor Bulard sul Congresso Sanitario Europeo | [XCVIII] a CI |
| Nuove considerazioni sulla grande utilità di una riforma sanitaria radicale e razionale, e sui grandi beneficii dipendenti da tale innovazione, a cui conviene che l'Europa intera concorra con un Congresso di dotti | [CI] |
| Sul merito, cognizioni ed esperienza del Dott. Bulard nell'argomento della peste, e sulle sue benemerenze dei progressi della scienza ed introduzione delle nuove istituzioni sanitarie nell'Oriente | [CI] e CII |
| Quistioni indirizzate dal Governo Inglese ai medici dell'Oriente sulla natura della peste — Loro tenore | [CIII] |
| Risposte date dal Professore Clot-Bey a quelle quistioni | [ivi] (V. pag. [LXXI, LXXII]) |
| L'Autore assoggetta una sua idea nel proposito alle considerazioni dei Governi e dei dotti; ch'è la seguente — | |
| — Dappoichè il progetto del Dott. Bulard di un Congresso Sanitario Europeo sembra essere stato aggiornato a tempo indeterminato; e giacchè ogni anno in una od altra delle principali città di Europa si tiene un Congresso di dotti, a cui intervengono medici riputatissimi ed altri scienziati distinti per talenti, per dottrina ed esperienza, tanto nazionali che esteri, sarebbe a vedersi, se forse non si potessero in dette dotte adunanze quelle stesse grandi quistioni politico-sanitarie di generale interesse agitare, che si proponeva dovessero venire riservate agli esami e alle discussioni del Congresso Sanitario Europeo; nella ragionevole lusinga, che i riconoscimenti e le conclusioni di società sì dotte e così rispettabili fossero per esercitare una possente influenza sulle opinioni dei Magistrati e dei Governi di Europa, e di pervenire per tal mezzo ad ottenersi quell'utile riforma de' sanitarii sistemi di cui v'ha bisogno, e per cui principalmente è nata l'idea del Congresso Sanitario Europeo — | [CIV] e seg. |
| Altri vantaggi attendibili dal giudizio imparziale pronunciato in tali dotte adunanze sopra alcune grandi verità pratiche di utile pubblico | [CV] |
| Voti e motivi per isperar di ridestare sopra questo grande argomento l'attenzione dei Governi e dei Principi | [CV] e CVI |
| (f) Come la peste possa facilmente insinuarsi sconosciuta e confusa con altre malattie, delle quali suole assumere l'aspetto, e quanto sia difficile riconoscerla e distinguerla al suo primo apparire | [CVI] |
| Numerosi fatti desunti dalla Storia che provano questa asserzione, e fanno vedere siccome in tutti i tempi vi furono medici riputatissimi che, chiamati a dar giudizio, non seppero riconoscerla, ed incorsero in gravissimi sbagli fecondi di funestissime conseguenze | [CVI] a CXVII |
| Descrizione come ciò sia avvenuto nella peste di Atene, 451 anni avanti la nascita di G. C. | [CVI] e CVII |
| nella peste di Venezia del 1555 | [CVII] |
| —— idem del 1575-76 | [ivi] |
| —— di Palermo degli stessi anni | [ivi] |
| —— di Montpellier del 1629 | [ivi] |
| —— d'Italia, ed in ispecieltà della parte settentrionale del Milanese agli anni 1629-30-31 | [ivi] |
| —— della stessa Milano a que' medesimi anni | [CVII] e CVIII |
| —— di Verona del 1630 | [ivi] |
| —— di Venezia degli anni 1630-31 | [ivi] |
| —— di Firenze agli stessi anni | [ivi] |
| —— di Napoli nel 1656 | [CVIII] e CIX |
| —— di Genova della stessa epoca | [ivi] |
| —— di Malta nel 1676 | [ivi] |
| —— di Vienna nel 1712-13 | [ivi] |
| —— di Marsiglia del 1720-21 | [CIX] e CX |
| —— di Messina del 1743 | [CIX] e CX |
| —— di Kiovia al 1770 | [CXI] |
| —— di Jassy e Cozim alla stessa epoca | [ivi] |
| —— di Mosca degli anni 1770-71-72 | [CXI] e CXII |
| —— di Spalatro del 1784 | [ivi] |
| —— di Malta del 1812 | [CXIII] e CIV |
| —— di Bukarest del 1813-14 | [ivi] |
| —— di Noja del 1815 | [CXV] e CXVI |
| —— di Tunisi del 1818-19-20 | [CXXIX] |
| Quanto importi che detti fatti storici sieno presenti alla memoria dei medici e dei Magistrati nelle gravi circostanze di malattie popolari a contagio specifico onde starsene in guardia per evitare possibilmente simili errori fatali | [CXVII] |
| Quali sieno le vere cagioni del così frequente ingannarsi dei medici nel riconoscere e dichiarare la peste, delle loro liti e contese, ecc., e come ciò avvenga in quasi tutte le pesti, specialmente delle città e comuni popolose dove più medici sono chiamati a consiglio | [CXVIII] a CXXI |
| Punto di vista sotto cui si deve risguardare saggia e degna di elogio la proposizione del Sig. Protomedico Knolz «di spedire alcuni medici nel Levante a studiare la peste | [CXIX] |
| Altre considerazioni sui motivi che concorrono a traviare la pubblica opinione ed il giudizio medico allorchè si tratta di determinare la natura di morbi popolari resi sospetti di peste | [CXXI] e CXXII |
| Come per preservare il paese dalla peste ed arrestare il corso al contagio sia necessario sollecitamente conoscerlo, e con misure energiche, pronte e adattate apporsi al riparo, senza lasciarsi intimidire dai riguardi od arrestare da viste d'interesse o da altre di secondo ordine | [CXXII] |
| Siccome sia utile egualmente che necessario che i giovani medici che calcano la via degl'impieghi od aspirano a venir Condotti dai Comuni sieno bene istituiti nella parte pratica della peste ed abbiano idee chiare ed esatte sopra della malattia | [CXXII] e CXXIII |
| Sulla diagnosi della peste | [ivi] |
| Avvertenze pratiche | |
| per distinguere la peste dal tifo petecchiale, o febbre maligna, nervosa | [CXXVII] a CXXVII |
| — per riconoscere i buboni venerei dai pestilenziali, e per non restare ingannati dalla mitezza dei fenomeni nei casi di peste benigna — Modo di contenersi | [CXXVII] e CXXVIII |
| Sofismi soliti a porsi in campo da quelli che negano l'esistenza della peste per giustificare le loro false opinioni — come debbano confutarsi — ragioni che dimostrano l'erroneità di quelle opinioni | [CXXVIII] a CXXXI |
| Ispezione del cadavere. | |
| Esame esterno del corpo morto dell'appestato | [CXXXI] a CXXXV |
| Quanto sia difficile distinguere il cadavere dell'uomo morto da peste da quelli ordinarii appartenenti ad altre malattie — varietà che s'incontrano nei cadaveri dei pestiferati, secondo l'indole della epidemia, lo stadio del morbo, l'influenza delle cause esterne ed altre circostanze | [CXXVII] |
| Se la flessibilità del cadavere sia segno sicuro di peste | [ivi] e seg. |
| Sezione dei cadaveri. | |
| Quali fossero le conoscenze degli antichi sulle interne lesioni dei corpi dei pestiferati | [CXXXV] |
| Il Magistrato di Sanità di Genova nella peste del 1556 fu il primo ad ordinare che si facessero sezioni di cadaveri | [ivi] |
| Più diligenti osservazioni ed un maggior numero di sezioni intraprese nel principio di questo secolo dai medici che seguirono l'armata Francese in Egitto, e specialmente dal Dott. Pugnet | [CXXXV] |
| Come le più importanti osservazioni ed estese conoscenze sulla storia anatomico-patologica della peste le dobbiamo ai coraggiosi ed abili medici, specialmente francesi, che in questi ultimi anni si dedicarono a studiare la peste in Egitto e negli altri paesi del Levante | [CXXXVI] |
| Quadro delle Lesioni. | |
| Aperto il cranio; quali lesioni si trovino in quella cavità | [CXXXVII] |
| Quali nella cavità del petto | [ivi] |
| Stato del sistema vascolare | [CXXXVIII] |
| Sezionato il basso ventre, quale sia lo stato dei visceri in esso contenuti | [ivi] e seg. |
| Cosa di notabile presenti il fegato | [CXXXIX] |
| Cosa la milza | [ivi] |
| Si nota siccome le affezioni assolutamente costanti nella peste sono quelle del sistema linfatico, e di questo essere sempre i gangli più o meno alterati | [CXL] e seg. |
| Osservazioni sopra la detta alterazione del sistema ganglionare e sulle sue differenze e varietà | [CXLI] e CXLII |
| Riepilogo delle dette lesioni | [CXLII] e CXLIII |
| Conclusione che si può trarre dal sopraccennato quadro delle interne lesioni | [CXLIII] |
| (g) Rinomanza dell'antico Veneto Magistrato di Sanità, e come per effetto forse dell'alta di lui riputazione di saggezza si cerchino tuttora dagli esteri i consigli dell'attuale Magistrato di Sanità Marittima i cui poteri e facoltà sono pero oggidì molto limitati | [CXLIII] e CXLIV |
| Supplemento alla Nota (d). Sulle nuove istituzioni sanitarie dell'Oriente. | |
| Il Vice-Re d'Egitto scioglie la Commissione Sanitaria dei Consoli e ne sostituisce un'altra composta di Negozianti, presieduta dal suo primo Ministro Boghos Jossouff — Relativo Regolamento | [CXLV] |
| I Signori Consoli protestano contro tale misura | [ivi] |
| La nuova istituzione offre tutte le possibili garanzie — Gli Ufficii sanitarii e le relazioni sanitarie coi paesi esteri rimangono sullo stesso piede di prima | [ivi] |
| Stato di salute dell'Egitto — Peste nella Palestina e nella Samaria; — fa stragi a Sumatra | [ivi] |
| Col mezzo di alcune reclute giunte di là viene trasportata in Alessandria — Alcuni casi di peste si manifestano in quella città in Maggio di quell'anno (1839); altri ne susseguono in Giugno. In Luglio è cessata | [ivi] |
| Cause a cui sono da attribuirsi un andamento sì mite, ed esito così favorevole | [CXLV] e CXLVI |
| Il tifo ed altre malattie hanno incominciato ad imperversare in Alessandria poco dopo la cessazione della peste — Grande mortalità per esse prodotta | [CXLVI] |
| Nuovi casi di peste si manifestano in Alessandria nei giorni 13-14 e 16 Gennajo 1840 e nei successivi | [CXLVI] e CXLVII |
| Stato di salute a Costantinopoli e nelle varie Provincie dell'Impero Ottomano | [CXLVII] |
| Peste nei paesi al di qua del Balkan tra Silistria e Costantinopoli sulla riva destra del Danubio | [CXLVIII] |
| Numero degli attaccati in alcune di quelle località | [ivi] |
| Indolenza delle Autorità Turche | [ivi] |
| Osservazioni | [CXLIX] |
Pervenit ad miseros damno graviore colonos
Pestis, et in magnae dominatur moenibus urbis.
Viscera torrentur primo, flammaeque latentis
Indicium rubor est, et ductus anhelitus aegre.
Aspera lingua tumet, tepidisque arentia ventis
Ora patent, auraeque graves captantur hiatu.
Non stratum, non ulla pati velamina possunt;
Dura sed in terra ponunt praecordia: nec fit
Corpus humo gelidum, sed humus de corpore fervet.
Nec moderator adest, inque ipsos saeva medentes
Erumpit clades obsuntque auctoribus artes.
Quo propior quisque est, servitque fidelius aegro;
In partem leti citius venit, atque salutis
Spes abiit, finemque vident in funere morbi.
Ovidius Metamorph. L. VII.