CAPITOLO XIX. L’interpellanza.
La segreteria, gli uffici della Presidenza, i singoli deputati erano in quella mattina assaliti dai richiedenti biglietti per le tribune della Camera... In via della Missione fin dalle prime ore del mattino la folla faceva ressa davanti la porta chiusa dell’ingresso alla tribuna pubblica. Nei pressi di Montecitorio un’animazione insolita per la grande première parlamentare, che il pubblico intitolava Il Panamino italiano.
Nei corridoî e nelle sale di Montecitorio affluenza straordinaria di deputati, un affaccendarsi dei moretti ministeriali, ajutanti di campo del Governo a portare il verbo ai loro colleghi della maggioranza, gli oppositori a gruppi discutevano il piano di battaglia... Il deputato Collani, l’eroe del giorno, asserragliato dagli amici, dispensava le primizie inedite della sua interpellanza... Si facevano nomi di ministri ed ex ministri, di deputati morti e viventi, di funzionarî compromessi, si precisavano cifre di somme attinte alla banca, si susurrava di documenti scandalosi degli onorevoli Tizio, Cajo, Sempronio, di biglietti dolci di dame più o meno politicanti e di biglietti di banca in risposta... di prodezze da una parte, di sfacciate corruzioni dall’altra, i voti non disinteressati, di leggi votate o soltanto proposte a prezzo fisso.
Mai Montecitorio era stato più animato; ai fatti veri si accoppiavano fiabe fantastiche, insinuazioni calunniose... Si assicurava che il Governo si sarebbe opposto all’inchiesta parlamentare, d’altra parte si prevedeva che ormai l’inchiesta sarebbe stata ineluttabile.
Tutte le passioni, tutte le invidiuzze, le rivalità, gli odî sopiti sotto la cenere della cortesia di colleganza, levate le maschere, scoppiavano in accuse formali, in proteste virulente...
La farmacia non funzionava, tutto Montecitorio era farmacia, la maldicenza aveva invaso il palazzo. La malignità aveva buon gioco; bastava aver partecipato ad una commissione parlamentare qualunque, attinente agli interessi, alle riforme bancarie, per essere sospettati... Si studiavano le fisionomie dei colleghi, tentando indovinare il loro grado di compromissione. Un pallore insolito, o una cattiva digestione, un malessere, una preoccupazione qualunque, erano indizî di colpabilità.
— Guarda come è immusonato il deputato Donadio... Che ci sia anche lui?
— Non c’è caso, è due volte milionario. È l’onest’uomo per eccellenza.
— Lo dicono... Ma io la so lunga de’ fatti suoi... D’altronde è un affarista... Negozia di vini. E i vinaî non è per la delicatezza che brillano...
— È produttore; vorresti che se lo bevesse tutto lui?
Ed ogni gruppo aveva la vittima. Gli accusati erano quaranta, i sospettati duecento. Il nome dell’onorevole Sicuri era su tutte le labbra. Non valeva la loquela dell’onorevole Lastri a scolparlo...
— Dite un imbecille, sclamava Lastri, non un indelicato, come chiamò i corrotti l’inchiesta di Firenze per la Regìa... Un imbecille che s’è divorato e lasciato divorare in borsa un patrimonio, non un imbroglione. Un ingenuo caduto nelle panie di Ferretti...
— Ferretti, la gran canaglia, scattò a dire un deputato dell’Estrema Sinistra, è il Governo; Sicuri brogliava dunque col Governo o colla banca... Un’aggravante di più. D’altronde è stato candidato governativo, riuscito a forza di corruzioni. Finisce come ha cominciato...
Lastri non aveva che rispondere; pur troppo tutte le apparenze erano contro il suo protetto... In quel momento di eccitamenti e di passione, le difese eran fiato al vento.
Ad un tratto nel baraccone in ebullizione circolò una notizia che mise al colmo l’effervescenza della rappresentanza nazionale. L’arresto di Ferretti.
Da prima un senso di incredulità.
L’onnipotente giornalista, la ninfa egeria di tutti i ministri, l’amico intimo del presidente del Consiglio Bellitti, il sostenitore fervente del gabinetto, arrestato! Sembrava impossibile!... Per altro le conferme giungevano da ogni parte, coi più minuti particolari dell’arresto...
Testimonî oculari affermavano aver vista la carrozza scortata dai carabinieri dirigersi verso le carceri di Regina Cœli... Ferretti livido nel fondo del landeau con due delegati ed un capitano dei carabinieri.
La conferma, accolta con un grido universale di soddisfazione, con un «era tempo!» su cento bocche, aveva sparso il terrore fra i compromessi nei brogli bancarî.
Dunque non era vero che il Governo si sarebbe opposto all’inchiesta...
I deputati della maggioranza, ossequenti fino il giorno innanzi al potente giornalista, applaudivano il Governo a quel colpo d’energia...
— A tempo e in tempo! Non si dirà più che il Gabinetto parteggia per i compromessi.
La causa vera, il pretesto dell’arresto?
Chi diceva di un colossale ricatto tentato contro il governatore dell’Istituto Romano, chi di falsi in atti pubblici, altri assicurava si trattasse di una enorme frode a danno delle finanze pubbliche, perpetrata d’accordo con alcuni funzionarî... Ragioni di tutti i colori e per tutti i gusti, che tutte potevano aver ragione, stante la vastità delle operazioni dolose del direttore dell’Ordine...
— La ragione vera, la dirò io, sclamò il deputato d’Estrema:
Al brontolar della bufera
La ciurma è d’impaccio alla galera.
«Il Governo, impaurito della interpellanza che si svolgerà oggi dal nostro collega Collani, si affretta a liberarsi delle solidarietà compromettenti. Senza il terrore dal quale è invaso, non avrebbe mai osato. Troppe complicità lo legavano al Ferretti... Oggi la Camera, coll’abile colpo, è disarmata.
Al nome di Ferretti si associava quello di Sicuri... Si vociferava di cambiali false, dal deputato Sicuri avallate... Non eravi nulla di vero; tuttavia le cambiali, quantunque autentiche, esistevano, e ciò bastava a confermare la voce.
L’assenza di Giuliano era notata, mentre la maggior parte de’ compromessi, per sviare i sospetti, passeggiavano per i corridoî, mischiandosi ai gruppi ed allo conversazioni, ostentando una sicurezza che non era nei loro cuori, nella speranza che l’inchiesta sarebbe stata respinta, che lo scandalo sarebbe stato seppellito sotto un voto formale della Camera: lottavano di audacia tentando smentire col loro contegno le dicerie.
***
Ruggeri, giunto al mattino da Miralto, si era affrettato a recarsi al palazzo dell’Istituto Romano; gli ufficî erano ancor chiusi per l’ora mattutina... Anche là una insolita agitazione... L’anticamera del direttore era affollata di personaggi ufficiali, deputati, senatori, giornalisti, banchieri ed uomini d’affari d’ogni stampo e condizione...
Ad uno ad uno, come penitenti al confessionale, entravano nel gabinetto del quasi senatore, del grande finanziere sul cui capo stava per scatenarsi terribile la tempesta, e n’uscivano lieti o rannuvolati, frettolosi tutti, come vergognosi della sfilata davanti al pubblico in attesa, in quell’ora di sospetti, di accuse, di pericoli.
Il sentimento dell’amicizia, in Ruggeri, doveva essere eroico, per essere rimasto nell’anticamera, fra quel pubblico che si osservava a vicenda sospettoso, lusingati gli infimi di trovarsi in tanto alta e rispettabile compagnia.
Il turno suo avrebbe tardato infinitamente, ed il sorriso ironico di un giornalista, troppo assiduo in quell’anticamera per essere intimidito o sentirsi umiliato, decise Ettore di rivolgersi ad un usciere per chiedergli a quale ora si aprissero gli sportelli.
— Perchè, soggiunse a voce alta, io sono venuto non per chiedere, bensì per pagare... Se il governatore è occupato, conducetemi da un altro impiegato.
Comprese il giornalista, che quella era la risposta al di lui sorriso?
Probabilmente no; ma negli assembrati l’insolente distinzione fra postulanti e paganti, sollevò un bisbiglio... Tutti gli sguardi gli furono addosso, e non benevoli.
L’usciere interpellato aveva risposto:
— Quand’è così, venga con me.
Dal canto suo Ettore, pietoso nella tristezza profonda dell’animo, per attenuare l’effetto che le sue parole avevano prodotto, prima di andarsene si rivolse a un gruppo di deputati e di un senatore, per salutarli personalmente.
All’impiegato dal quale fu condotto spiegò la missione.
Ritirare le cambiali dell’onorevole Sicuri.
— La cassa si apre ora; scenda con me agli sportelli.
Con sorpresa Ruggeri seppe che le cambiali in scadenza per lire settantacinquemila erano state ritirate il giorno innanzi. Rimanevano accettazioni per altre lire centoventitremila non ancora scadute.
Ettore pensò che le settantacinquemila lire fossero state versate da Giuliano, e non insistendo per avere spiegazioni, sollecitò l’operazione del ritiro delle rimanenti... Volle assistere alla chiusura di ogni partita, chiedendo per di più una lettera di saldo completo d’ogni pendenza.
Uscendo respirò...
— L’onore è salvo! Alle accuse risponderanno le date e le cifre.
Ettore si ingannava. In quell’ora di sospetti, di recriminazioni, di vendette, non bastava aver saldato i proprî conti coll’Istituto Romano; il fatto solo, per un uomo politico, di aver avuto affari con quello stabilimento d’emissione, sentiva di broglio, diventava reato.
Logica nuova, ma la politica non ha bisogno di logica. I colpevoli trascinavano nella loro caduta a fascio gli innocenti... Al tempo soltanto la giustizia.
Nelle mani del governatore simoniaco, peculatore e falsario, rimanevano almeno dieci lettere di Giuliano chiedenti sconti, esprimenti simpatia per la causa dell’Istituto, nella lotta che si combatteva sui giornali ed alla Camera in favore e contro quell’Istituto, minacciato di soppressione a favore della banca unica.
Quelle dieci lettere imprudenti, dettate da Ferretti, in mano a Talleyrand sarebbero bastate a far impiccare dieci uomini, anche non politici... A ciò non pensava Ruggeri, mentre andava alla ricerca dell’amico per annunziargli l’esito felice delle sue pratiche.
Gli affari di Giuliano eran stati salutare distrazione al cordoglio che lo straziava. La missione compiuta, ricadde nella malinconia disperata, compagna nel triste viaggio di ritorno da Miralto.
I grandi dolori non si possono simulare, anche dagli uomini più rotti alle lotte della vita. Quando Ettore salì la scalca esterna di Montecitorio, alcuni deputati in crocchio notarono la di lui preoccupazione...
Che anche gli ex ci siano nella nota del senatore Arisi? disse qualcuno.
— Evvia! non è più deputato da dieci anni!
— Che importa? Chi ti dice che le sue sofferenze non datino da quell’epoca?
— Possibile... La faccia di sofferente ce l’ha... Si direbbe che esce da una malattia...
— Malattia bancaria, o cambiaria, come volete. È stato visto un’ora fa nell’anticamera dell’Istituto Romano.
— Chi te l’ha detto?
Il deputato interpellato si morse le labbra... Avrebbe dovuto confessare di avercelo incontrato.
— Lo dicevano or ora... in farmacia.
Ettore frattanto aveva messo in moto gli uscieri alla ricerca di Giuliano... Ricerca inutile...
— Certamente non ebbe il coraggio di venire alla Camera... Sarà in casa.
Prese una carrozza e si fe’ portare a Piazza Termini...
— Il signor conte deve essere malato, gli disse il domestico... Stamattina all’alba ha chiamato. Il letto era intatto, non si è quindi coricato. Ha ordinato di farla passare subito.
Ettore, entrando nella camera di Giuliano, sentì una stretta al cuore. Il dubbio di una nuova sventura. Aveva bussato replicatamente e non gli era stato risposto; la camera semi buja, appena illuminata dai raggi che entravano per le sconnessure delle imposte e dalla fiamma fioca di una candela quasi intieramente consunta, ultima rimasta nel candelabro... Giuliano steso sul divano...
— Suicidato?!
Corse verso l’amico scotendolo violentemente... Giuliano, svegliandosi, balzò in piedi impaurito, e durò fatica a riconoscere l’amico...
— Ah! sei tu... Grazie di avermi svegliato... Un incubo orribile... Quello di otto mesi fa... Apri, apri le imposte... Sei stato a Miralto? Sei passato da Montecitorio? Che fanno alla Camera? Apri, apri! Ho bisogno di luce!
Il disordine della stanza rivelò ad Ettore le angoscie provate da Giuliano in quella notte. Il letto intatto, gli abiti scomposti, i mobili alla rinfusa, e a terra carte, giornali, le candele consunte, i candelabri fumosi.
— Che hai fatto, Giuliano?
— Non so... Forse il delirio... Mi pare di aver avuto un accesso di febbre... A Miralto? Perchè andasti a Miralto? Ti ho cercato dappertutto...
— Tranquillizzati, i tuoi conti coll’Istituto Romano sono completamente saldati...
— Saldati!? Come ti sei procurati i denari? chiese Giuliano... È possibile? Non mi inganni? Chi? Chi ha pagato?
— La contessa Adele...
— Lei? Sono un miserabile! E che ti ha detto, la povera Adele?
— Nulla!... Non è il momento di parlare di Miralto... Ti dirò poi... Eccoti le cambiali... La dichiarazione di saldo completo della banca... In caso che il tuo nome venga pronunciato, le presenterai al presidente della Camera... Ed ora, rassettati, fa un po’ di toilette, che hai l’aria di uno spiritato, e va alla Camera... Al tuo posto! Colla testa alta... Se hai ragioni di arrossire, gli è con noi, non di fronte ai tuoi colleghi... Se lo stomaco ti dice, fa un briciolo di colazione. Poi occupa il tuo posto fra i primi. Hai due ore di tempo; la seduta si aprirà alle due.
Al miracolo fatto da Ruggeri, sì in buon punto intromessosi ne’ suoi affari, Giuliano ebbe una lacrima di riconoscenza e di rimorso insieme per la famiglia; dalla disperazione era passato alla gioja... Piangeva e rideva insieme.
— Salvato!
Intanto passava le cambiali numerandole come per accertarsi della verità alla quale non sapeva credere. Gli sembrava di sognare...
Ad un tratto ricadde nell’abbattimento; mandò un grido di sorpresa dolorosa...
— Ettore, non abbiamo fatto nulla! Mancano le cambiali scadute oggi!
— Quali? Non le hai ritirate tu? Qui c’è il saldo completo!
— Sei stato mistificato; non ho ritirato nulla!
— Eppure, le settantacinquemila lire furono pagate.
— Da chi? Da chi mai, se non da te? Per carità, corri alla banca a chiarire l’equivoco. Tutti i sacrifici di Adele sarebbero inutili. Settantacinquemila lire, capisci! Eccoti il biglietto di preavviso...
— Non turbarti; se c’è errore, ho la somma occorrente... Pure ti assicuro che alla banca le tue cambiali non vi sono più...
— Chi mai?...
Lasciandosi cadere su d’una seggiola stette pensoso.
— Oh!... sclamò. Quale umiliazione! Giulia! non può essere stata che lei... Essa ne sapeva qualche cosa; me ne parlò, io negai recisamente. Giulia! Ettore, Ettore, è troppo!
Ruggeri non disse parola. Non poteva essere altrimenti, ed osservava con pietà mista a disprezzo l’amico, le cui avventatezze dovevano essere riparate da due donne: la sposa tradita e l’amante milionaria.
Finalmente Ruggeri riprese:
— È troppo davvero! Credevo che da Ferretti, dal tuo Ferretti arrestato stamattina, da vile malfattore qual è, non si potesse scendere più in basso... Non mancava che le amanti tue pagassero i tuoi debiti.
«Giuliano, di’ la verità, devi altre somme alla marchesa?
— No, te lo giuro!...
— Ebbene eccoti le settantacinquemila lire; erano destinate alla banca, le porterai invece alla signora... La quale avrebbe dovuto comprendere che meglio era lasciarti in balìa all’inchiesta parlamentare, che disonorarti co’ suoi soccorsi.
— Non dire così... È una prova sublime di abnegazione e di affetto...
— Come vorrai! replicò indispettito Ruggeri, contando i biglietti di banca. Prendi la somma, corri dalla marchesa e portami le cambiali; ti aspetto qui. Purchè nulla sia trapelato del suo concorso... Si direbbe e... e si stamperebbe in tutta Italia che il deputato conte Giuliano Sicuri paga i debiti e le differenze di borsa coi denari delle donne innamorate de’ suoi begli occhî... De’ suoi begli occhi blu, soggiunse, ripensando alla teoria oculistica del commendatore Cerasi.
Giuliano nella gioja di sentirsi salvo, quantunque ferito nell’amor proprio per l’indubitato intervento di Giulia, era raggiante alla nuova prova d’amore.
Se avesse osato, avrebbe protestato contro Ruggeri. D’altronde, pensava: — Che c’è di male? Se non avessi potuto rimborsarla sarebbe stato altro affare... E poi, a mia insaputa; io non sono menomamente imputabile... Buona Giulia! Mentre io mi disperavo, essa accorreva tacitamente in soccorso mio... Senza neppur prevenirmi per delicatezza.
Frattanto si rassettava frettolosamente. Scampato al pericolo, al pericolo passato non pensava, divorato dall’impazienza di rivedere Giulia, di ringraziarla, di effondere ne’ caldi baci la riconoscenza traboccante.
— Poveretta, jersera mi avrà inutilmente aspettato...
Una nube ripassò sulla fronte rasserenata.
— Ferretti arrestato! E la liquidazione di domani? Dovrò nuovamente ricorrere ad Ettore... A lui che mi fa sì pesantemente sentire il suo appoggio, i suoi favori. Meno male! Domani si tratterà di riscuotere, non di pagare...
Ettore, mentre Giuliano stava vestendosi, indovinando gli intimi pensieri dell’amico, si sdegnava...
— Ha ragione il commendatore; l’acqua non risale alla sorgente. Sul pendìo precipita... È finita! Compirò il mio dovere, e poi l’abbandonerò al destino.
Allorchè Giuliano stava per uscire:
— Ti raccomando di far presto. Ritorna colle cambiali... Fra un’ora devi essere alla Camera... Sollecita!
Nella fretta, Giuliano usciva senza salutare... Sul limitare ristette pentito; ritornò ad Ettore:
— Come ringraziarti di tutto ciò che hai fatto per me?
— Non ringraziarmi... Va, e ritorna presto. Io sono sulle spine per quelle tue cambiali, più che se fossero in mano del notajo per il protesto.
— Buon Ettore!
E giulivo abbracciò l’amico in un impeto riconoscente...
— Fra venti minuti sarò di ritorno... non temere, non tarderò.
Nell’uscire il suo sguardo cadde su di un vaso riboccante di fiori sciolti; ne tolse un garofano rosso, se lo mise all’occhiello dell’abito e sparì correndo, mandando ancora un saluto ad Ettore, che, rimasto solo, ritornò al suo pensiero dominante, a Stella. La distrazione cessata, il dolore riprendeva il suo impero.
L’eleganza di quella camera da letto, quantunque nel massimo disordine, rivelava la mano intelligente ed affettuosa della donna, i mille ninnoli rovinosi e inutili, sparsi sui mobili, regalucci da innamorati, e fiori... Fiori smaglianti e profumati agonizzavano nei vasi giapponesi, fiori avvizziti, appuntati a mazzolini cogli spilli al grande arazzo della parete, contro la quale poggiava il letto di Giuliano, eran tutto un calendario di giorni felici.
— Giuliano rientra la notte e non getta il fiore donatogli, lo appunta alla parete, pensava malinconicamente Ruggeri.
Le cento fotografie della marchesa Giulia in cento abbigliamenti diversi... I cuscinetti da spilli ricamati, la disposizione del sontuoso mobilio, i paralumi colorati, capilavori di modista, dai nastri sapientemente intrecciati dalla mano della marchesa, rappresentata stupendamente in costume di Mignon, nel solo quadro ad olio. Deliziosa Mignon, pittura del Verni, il celebre autore della Maddalena ribelle.
Tutto sentiva l’amore, l’amore trionfante, felice, in quella camera dall’acre sentore di sandalo, che si espandeva inebbriante dal soffice tappeto orientale.
Come un senso di invidia morse Ettore al cuore...
— Egli ama riamato e felice! Felice anche nel delitto, ch’è delitto l’abbandono della famiglia; felice nella vergogna per le sue colpe... Riamato e felice!... A me l’amore nella disperazione. A che giova la mia virtù?
«Ho anticipata la vecchiaja in un’esistenza da cenobita, casto contro natura, per serbare fede ad una fanciulla che non sarà mai mia e forse non mi ama e, nell’illusione di amarmi, sacrifica in sterile celibato la sua fiorente giovinezza, allucinata, la martire, dalle bugiarde visioni di una vita precedente, visioni ch’io le feci balenare ed essa credette realtà nei mistici entusiasmi giovanili...
«Forse non mi ama; si appassiona soltanto al mio romanzo, che ormai è il suo, eroina fantastica, risorta per riamarmi.
«Amore inverisimile, il quale spezza due esistenze, condanna per la vita due esseri al dolore.
«Che importa la virtù?
«Giuliano, venuto meno a tutti i doveri, appena salvato dal disonore, lo rivedo raggiante di gioja per una nuova prova d’amore che, accettata, sarebbe l’infamia... e nell’incredibile egoismo di amante non ha un pensiero per la povera abbandonata, che per lui si immiserisce col figlio.
«Tutto ciò è infame; ma egli non se ne avvede, non si ravvede, ed è felice.
Con invida curiosità, Ettore esaminava minutamente ogni oggetto, il monogramma di Giuliano, ricamato in cento maniere... Un serico cuscino portava una data soltanto...
— Certamente quella del loro primo incontro...
Due figurine di Sassonia, abbracciate, rappresentanti forse Fausto e l’Elena greca della leggenda; sullo zoccolo di bronzo, a caratteri d’oro, in rilievo, eravi la scritta: «Oggi e sempre!... anche all’Inferno!» Sfida terribile di Giulia alla sua fede... Più forte l’amore della religione... Religione l’amore per Giuliano, nella giovine donna innamorata!
Un cofanetto in legno di sandalo, lavoro paziente, sorprendente, di artista arabo, lasciato aperto da Giuliano, era colmo di lettere... Lo rinchiuse, Ettore, girando la chiave d’oro a doppia mandata, quasi per vincere la tentazione di frugare in quel cofano misterioso, nel quale erano custodite le espansioni innamorate della marchesa...
Un lungo sospiro...
— Per Giuliano è finita! Il ravvedimento impossibile; un’anima debole come la sua non ritorna da un simile amore.
Snervato da quelle indagini, offeso da tanta felicità, insulto per lui in quei giorni desolati, premette il bottone elettrico ed al cameriere che si era presentato sul limitare della porta:
— Il conte è uscito... Potete rassettare la sua camera da letto; l’attenderò in salotto.
La stessa cosa. Anche là, l’acre profumo orientale, anche là la presenza di Giulia in ogni oggetto... Anche là per lui la inseparabile ombra di Stella, per sempre perduta, più spasmodico il pensiero della propria miseria, innanzi alle prove di tanta felicità.
Quando Giuliano fu di ritorno, la serenità giuliva dell’amico lo irritò...
— Le cambiali? gli chiese rudemente.
— Eccole... Le aveva ritirate, per incarico della marchesa, il commendatore Cerasi... Passai a palazzo Braschi a riprenderle...
— Sta bene! Ora vattene alla Camera, vacci a testa alta... Per oggi il tuo onore è salvo; non contare mai più su di me. Che Dio, il destino, ti ajutino... Il mio còmpito di bambinaja è finito!
Giuliano rimase atterrito al brutale congedo. Nell’egoismo di fanciullo viziato, egli non aveva mai pensato che l’appoggio di Ruggeri gli potesse mancare, del quale, specialmente in quell’ora, sentiva l’assoluta necessità.
Fissò in volto l’amico, collo sguardo cerulo, del color del mare, direbbe il poeta, sguardo attonito e impaurito, come quello di un piccolo eroe de’ racconti di fate, minacciato dell’abbandono della provvida guida in oscura, paurosa foresta...
— Ettore, mi abbandoneresti, ora che ho maggior bisogno di te?
— E che posso io fare? Non eri tu jeri lo sposo ed il padre più felice; non sei tu oggi l’amante più fortunato? Avevi un patrimonio pazientemente ammassato da tuo padre. L’hai in pochi mesi dilapidato...
«Che vuoi ch’io faccia? Il tuo onore era compromesso, ho tentato salvarlo, spero esservi riuscito. Ora a te. Hai appena trent’anni... Quindi, se saprai, se vorrai, l’avvenire può essere tuo.
«Io partirò presto... Domani a Miralto per i funebri della madre di Stella... Poi riprenderò la rotta pel capo Horn; presso le coste cilene, nell’immenso Pacifico, vi è un’isola che si chiama della Desolazione: quella la mia terra di deportazione.
— Morta la madre di Stella! E non mi hai detto nulla?
— Che dirti? Ti interessi tu a qualche cosa nel tuo egoismo?
Giuliano stette pensoso, umiliato, non potendo in alcun modo scolparsi...
— È vero... Ancora un favore ti debbo chiedere, poi farò ciò che vorrai.
«Ferretti è stato arrestato e domani è giorno di liquidazione in borsa, la seconda profittevole fra tante disastrose. Io non mi intendo di borsa; vorrei almeno che prima di partire tu andassi dal mio agente di cambio, per vedere come sono gli affari miei, per liquidare ogni partita. Ho giurato di non tornarci più... Questo ultimo favore non me lo puoi negare. Dopo domani, quando sarai di ritorno...
— Se non è che questo, soggiunse interrompendolo, Ettore, con un amaro sorriso, ti servirò, quantunque di borsa dovrei intendermene meno io che non ci ho mai perduto un centesimo...
«Ed ora andiamo alla Camera!