AL MIO CARO AMICO EVASIO GABASIO
Caro Gabasio
Ti ricordi ancora dei placidi giorni della nostra adolescenza, quando ignari d’ogni affanno, e piena l’anima di baldanzose speranze ci lasciavamo trasportare nelle nuvole dorate di care illusioni?
— Ti ricordi dei beati tempi in cui il nostro fastidio più serio era quello di dover passare alcune ore fra le aride pareti della scuola, costretti a fissare gli occhiali dei nostri professori, i quali, poverini, facevano d’ogni possa per tirarci su con qualche bricciolo di sapere? — Il finis del bidello segnava il principio della nostra allegria.
— Uscivamo di collegio, e, buttati i libri in un canto, correvamo lietamente le campagne abbandonandoci alle gare dei salti.
— Ti ricordi di tutto ciò? e quando, fatti più grandicelli, i nostri cuori davano qualche sintomo di palpitazione, quante care follie presero possesso nei nostri deboli cervelli!
— La mia buona nonna allora non aveva più potere di trattenermi col racconto delle gesta di Guerrino detto il Meschino.
— Io mi schermiva con mille sotterfugi alle premure della santa donna, ed appena poteva toccar la porta, me n’andava di volo.
— Le placide gioje del focolare, le storielle, ed i ninnoli non avevano più alcun fascino sui nostri giovani cuori che già intravedevano altri piaceri, altre felicità indefinite, confuse.
— Addio giochi d’infanzia, allegre partite di campagna! addio limpide onde del fiume che eravate nostro sollazzo! — Addio racconti della nonna! — Un subitaneo cambiamento operossi in noi in forza di uno sguardo. — Il nostro cuore si era svegliato, e sulla nostra fronte giovinetta brillava un raggio d’ingenua mestizia.
— Allora i nostri capelli non guizzavano più disordinati; un grano di vanità era entrato nelle nostre testoline — è questo un lampo dell’istinto che ci pone subito alla ricerca di ciò che piace alla donna. — La voce del cuore ci suggerisce che la donna ama ciò che è bello, ciò che è curato, ama l’apparenza insomma, e noi non trascuravamo punto la nostra.
— Io mi ricordo di tutto con estrema compiacenza.
— Quelle soavi emozioni, quelle delicate aspirazioni de’ nostri cuori erano le prime voci d’un amore che cresceva nobilmente nei nostri cuori. — A quell’età si ama l’amore più che la donna, come ben disse un caro sventurato!
— Il mondo ci sembrava tutto bello, e quando sentiva parlare di affanni, di lacrime, pensava meco stesso che quelle voci fossero esagerate.
— D’allora non passarono molti anni, eppure tutto..... tutto è amaramente mutato.
— Oh! io non so dirti quanti disinganni, quante delusioni mi caddero sull’anima! — qual triste esperienza è la vita! — Io assisto ormai indifferente allo avvicendarsi di sempre nuove bricconerie, e vedo pur troppo signoreggiare quasi il raggiro e la mala fede.
— Credeva che certo cose fossero sacre, credeva all’apparenza, e a poco vedo divorato l’edifizio delle mie care illusioni.
— La è dura cosa il dubbio alla nostra età! ma questa disgraziata diffidenza che s’infiltra nell’anima è una ben triste necessità dei tempi. — Gli sciocchi hanno il cuore sulle labbra. — Questo ripugnante paradosso è scritto sulla bandiera di tutti.
— Non è mio proposito di far concioni, voglio soltanto nell’intitolarti questo libro, o generoso Amico, farti chiaro quale fosse il pensiero che me lo dettò. — Nelle vicende di questa vita sì varia eppur tediosa, è miglior consiglio quello di non crucciarsi per nulla degli altri. — Il rimedio più valido per schivare il pianto è quello di ridere.
— Ridiamo dunque amico. — Ridiamo insieme; se altri rideranno con noi, o per noi meglio per essi. — Dicono che il riso abbonda nella bocca degli sciocchi. — Ebbene saremo sciocchi ma non cattivi. — C’è da guadagnare.
— Ecco perchè scrissi questi racconti.
— Ecco perchè te li intitolo.
— Anzi, siccome pubblicando un libro si acquistano quasi sempre dei nemici, saremo così in due ad affrontarli.
— Tanto fa: ormai sono abituato a certe gratificazioni che mi capitano in premio d’aver sciupato il mio povero tempo. Che vuoi, c’è della gente che mi crede tanto buono di mettermi a studiarli nella loro vita e riprodurli poi — come se io mi dilettassi a ritrattarre scimiotti.
— Sul conto di quel poco che ho fatto se ne son dette di tutti i colori, e se il buon senso non mi tenesse in modestia, direi quasi che ho degli invidiosi di fronte.
— Figurati che un giorno mi capitò per la posta un’epigramma anonimo nel quale mi si battezza addirittura per fariseo; — passo sulle altre contumelie, ma fariseo poi! — Lo crederesti? quell’anonimo era uno che mi stringeva la mano tutti i giorni, e, se non fossi proprio un buon ragazzo, cederei alla tentazione di scriverli qui il suo bel nome.
— Invece gli perdono l’ingratitudine.
— Del resto cotesta è farina dolce in confronto al resto.
— Se fosse l’invidia quella che batte alla mia porta, sia la ben venuta, abbenchè Ovidio dica di essa che: «avvelena col fiato e mai non ride.»
E Dante che ben conosceva questa furia che tanto gli amareggiò la vita
«Fu ’l sangue mio d’invidia sì riarso
«Che se veduto avessi uom farsi lieto,
«Visto m’avresti di livore sparso.
(Purgatorio 14).
— Un altro disse che gl’invidiosi non lodano che i morti; e se io ne ho, spero che creperanno senza il gusto di farmi l’apologia. Ma lo ripeto, sarebbe un peccar di modestia se avessi cuore di credermi invidiato. — È proprio l’aria del paese che desta l’irritazione in taluni.
— Del resto, mio caro, questi pochi anni di delusioni portarono il loro frutto. — Fu una specie di mondatura: la roba buona m’è restata nel vaglio, la cattiva l’ho buttata via.
— La cerchia de’ miei amici si è di molto ristretta, ma c’è della stoffa in quei pochi, e posso ben dire d’averci guadagnato.
— L’affetto e la stima di quelli che mi stringono sinceramente la mano, mi compensa delle graffiate dei malevoli, i quali, poverini! mi fanno nessuna rabbia e molta pietà.
A. G. Cagna.
Vercelli, Marzo 1873