UN’AVVENTURA GALANTE
Sapresti, o lettore, definirmi il Mondo Elegante?
Un uomo di spirito lo disse il mondo degli sciocchi, e, se vogliamo pare che la definizione calzi a meraviglia.
Il genere elegante è una passività sociale, il parassita dell’umanità; trovi in esso poca gente di senno, e, se ne trovi, sono per lo più infelici travolti in quella sfera da una debole deferenza per qualche donnina. Ad ogni passo, ad ogni giro d’occhi t’incontri in una turba di sciocchi sfaccendati, e ridicoli.......... Già, si sente all’odore, galante fa rima con ignorante, per non dir peggio.
— Ma il prototipo della specie, il manichino, l’insegna del mondo galante, od elegante, che per me fa lo stesso, è senza dubbio colui che noi Italiani chiamiamo Ganimede per degnazione, e che i francesi denominarono Lion... amara ironia che suona... Re delle Bestie!
— Eccovene uno.
Paride! Qual nome più adatto, più conveniente si potrebbe, affibbiare a questo seme improdottivo, a questo frutto bello in apparenza, ma insipido, che nasce, fiorisce e muore sul suo stelo?
— Quell’asino di Troiano che, per aver rapito quella gran... pettegola d’Elena, fu causa di tanti eccidi ai Greci, quell’asino di Paride non portò altro utile tranne quello di servire alia posterità come tipo d’una razza di gente, di cui sono ormai popolatissime tutte le nostre città.
— Paride è un giovinotto sui ventitrè anni, biondo, bello, snello, con tutti i requisiti necessari al suo genere d’esercizio.
— Vive di rendite ereditate onestamente dalla famiglia, di cui è l’unico superstite. Per quanto riguarda la sua educazione abbiamo poco da dire; stette in collegio fino ai dicianove anni, ove imparò di esser possessore di diecimila lire di rendita, e ciò gli parve più che a sufficenza per le sue cognizioni, per non curarsi d’altro.
— A ventitrè anni egli ne sa quanto a dicianove, per cui, se gli si domandasse quanti denti ha in bocca, risponderebbe: Diecimila.
— A suo onore dobbiamo notare che egli veste con garbo, che i suoi capelli sono profumati alla vaniglia, ed i suoi guanti sono sempre freschi di fabbrica.
— Come tutti gli individui della sua specie Paride è dedito alla conquista di donne; ma, per vero dire, non è troppo fortunato nelle sue aspirazioni; pare che le donne gli siano avare d’affetti, per cui sarà facile comprendere che, se il poverino vuol conquistare, deve acquistare.
— Ciò malgrado, con una costanza a tutta prova egli tende sempre nuovi tranelli, corteggia le signore, e sorride alle vezzose sartine. — Per lui non c’è ostacolo; nel genere basso ed accessibile ha fatto qualche vittima, seminando molti soldi.
— Per solito è sempre di buon umore, si lascia canzonare discretamente dalle signore dell’alta società, le quali ebbero tutte la sorte di innamorarlo, e di godersi i suoi confetti, di cui fa un consumo non indifferente.
— Un tempo fu innamorato, rapito, entusiasmato di una certa Fanny, la quale, malgrado un passato di trent’anni, fra cui sei di vita coniugale, conservava ancora qualche rovina di quella bellezza che l’aveva resa celebre nei tempi di sua gioventù.
— Due parole per costei.
Fanny a 15 anni entrò in una sartoria della città onde apprendere i primi rudimenti del mestiere.
— Per qualche mese la giovinetta, che era bellissima, conservò la sua umilissima foggia di vestiario; ma un giorno osservò per caso che le sue scarpe erano troppo rozze, ed all’indomani ebbe un bel paio di stivaletti. Ma a quei piedini così ben calzati faceva brutto contrasto la vesticciola di tela, e pochi giorni dopo la veste era cambiata con un’altra più fina.
— Di questo passo, nel breve periodo d’un mese la colomba era diventata civetta...; ma siccome non tutte le civette mangiano la polenta, come dice quella celebre traduzione del «Civitas magna et opulenta..... ecc., così un bel giorno Fanny diede un addio alla bottega ed alla casa, e prese possesso di un piccolo appartamento situato nel centro della città.
— A quell’epoca il nostro Paride sbadigliava ancora sui banchi della scuola da cui ne usci tre anni dopo, vale a dire quando l’astro di Fanny erasi completamente eclissato sotto il provvidenziale mantello di un marito.
— Proprio così. — Dopo di esser stata la dama di un centinaio di cavalieri, Fanny amò ardemente uno speziale in ritiro che possedeva quarantacinque anni, ed un reddito di due mila lire.
— Non era gran cosa, ma molto per la bella Fanny, che aveva sfrondato tutte le suo risorse.
— Nel dì delle nozze IMENE si chiuse gli occhi per pudicizia, ed al giorno seguente la felicissima coppia s’installò in due camere d’un quarto piano. — Era un nido saggiamente economico scelto dal marito per modificare le esigenze troppo spinte della moglie.
— Il mondo, come al solito, trasse mille dicerie da quel matrimonio, ma tutto passa, ed infine anche le male lingue cessarono di mormorare. Per altra parte non vi era più elemento a maldicenza, giacchè il volto di Fanny portava traccie assai rassicuranti per la sua condotta avvenire.
— I proverbi, checchè se ne dica, hanno pur sempre il fondo ragionato, ed è perciò vero che i peccati vecchi si scontano con penitenze nuove. — La sventurata Fanny, convivendo con un marito come quel signor Gregorio, pagava a buon prezzo quei pochi piaceri che si era goduti nei primi anni. — Il suo sposino era carico di malori capitanati da una diurèsi di prima forza, e d’un catarro cronico che turbava spesso i placidi sonni della consorte; a cui, ci affrettiamo a dichiararlo, non dava altro incomodo.
— Il signor Gregorio era sempre di pessimo umore, ed usciva assai di rado, ciò malgrado Fanny non dimenticava di esser stata bella un giorno, anzi piccavasi di esserlo ancora. — Vestiva in modo provocante, guatava di sottocchi i giovinotti, e specialmente le sue antiche conoscenze; ma tutte brighe inutili, giacchè i suoi sguardi procaci trovavano poca corrispondenza.
— Nessuno più si curava di lei, e ciò le era assai disgustoso, tanto più che alla sua età c’è ancor del fuoco sotto la cenere. A trent’anni si ha ancora il sangue molto caldo e facilmente accendibile. Il signor Gregorio era freddo, ma la moglie aveva fuoco per due, e capirai, amico lettore, che con tanta esuberanza di vigore si va soggetti a degli accessi nervosi.
— Ma viene la sua per tutti.
— Paride, come dilettante del genere femminino avendo raccolto le sparse voci sulla fama di Fanny, volle vederla, e la trovò ancor tanto bella da poter tentare l’ultimo capitolo d’un romanzo.
— Fanny aveva guardato Paride, e questi dal canto suo rispose con uno sguardo molto espressivo.
— Non c’era male per un primo incontro. Un giorno che pioveva a dirotto, Paride s’imbattè nella sua bella colta alla sprovvista dall’acquazzone.
— Paride le offrì l’ombrello, poi il cuore. — Ella accettò tutto.
— Finalmente si erano compresi! che serve andar per le lunghe? in pochi giorni quelle due creature si amarono colla forza di un cannone Krupp. — Fanny, trascurata da qualche anno, sentiva il bisogno di amare qualcuno; questo qualcuno non poteva essere il marito. È naturale. Nessuno voleva comprenderla, e fu per lei somma ventura l’aver trovato l’anima sorella.
Paride, se non per altro, doveva amare Fanny per riconoscenza, essendo quella la prima volta che se la cavava senza spendere.
— Il matrimonio inspira l’abnegazione ed il disinteresse nella donna.
Fanny aveva trent’anni, e si sa che le donne giunte a questo periodo fanno uno sfoggio di sensibilità massima. — A trent’anni la donna è come il frutto nella sua completa maturazione; coglierlo prima sa di agro, dopo riesce amaro. È Balzac che lo dice, e basta.
L’uomo è insaziabile nei suoi desiderii. Fatto appena un passo, vuol farne un altro più lungo.
— Le aspirazioni umane vanno all’infinito, e tanto più dura la vita, altrettanto si prolunga l’agonia dei desideri insoddisfatti.
— Non vi è dunque da farsi le maraviglie se diremo che Paride pochi giorni dopo il suo incontro con Fanny desiderava già qualche cosa di più che una stretta di mano ed un’occhiata satura di tenerezza.
— Più volte egli aveva chiesto all’amante il permesso di farle una visita in casa, ma quel barbaro signor Gregorio colla sua diurèsi non usciva mai, e la sua presenza incomodava.
— Una sera, mentre Paride pranzava, ebbe da uno sconosciuto una lettera con grande mistero. — Appena fu solo scorse avidamente il foglio, mandò un grido di gioia, e sospendendo il pranzo ordinò subito un bagno caldo, nulla curandosi del pericolo di rimanervi soffocato per indigestione.
Mentre il domestico lo asciugava ed incipriava, lo zerbinotto era in preda a convulsioni di contentezza, ed i suoi sguardi stavano costantemente rivolti al pendolo.
— La toeletta che si fece fu oltremodo accurata; basti dire che impiegò due ore per bardarsi.
— Terminò verso le sei; essendo d’inverno era già notte avanzata. Calzò i guanti, accese un sigaretto, aguzzò i baffi, si acconciò il cappello sulla profumata criniera, e se ne andò dicendo al domestico in tuono malizioso: «Non aspettarmi, stanotte dormo fuori.» — Ci affrettiamo a soddisfare il lettore mettendogli in vista la lettera che destò tanto entusiasmo a quel poverino. Eccola:
«Mio adorato Paride!
«Dio ha esaudito le nostre preghiere.
«Mio marito sta più male del solito per quell’incomodo che tu sai. Parte questa sera col convoglio delle 6½ per recarsi da un prete che si dice pratico di medicina. Saremo liberi per tutta la notte. Ti amo, e ti aspetto!
«Fanny.»
Ecco il famoso perchè della splendida toeletta di Paride, il quale gongolava per gioia pensando di trovarsi al punto d’appagare i suoi più vivi desiderii.
— Anche il male è buono a qualche cosa, così dice il proverbio, e difatti la recrudescenza diurètica del signor Gregorio non poteva cader più a proposito. Da qualche giorno l’infelice sentiva accrescersi l’incomodo della sua noiosa infermità, e stanco di pazientare, decise di consultarsi con un prete di campagna che aveva fama di empirico maraviglioso.
Tutto ben pensato Gregorio decise di partire alla sera per potere alla dimane portarsi sul luogo per tempo.
— Fanny era trepidante per ansietà; durante la giornata stette col cuore sospeso temendo che il marito cambiasse d’avviso; ma quando verso le quattro vide che egli disponevasi proprio a partire, scrisse subito a Paride quella lettera che il lettore già conosce.
— Mentre il signor Gregorio si avviava alla Stazione, Fanny si accinse di fretta e furia a dar ordine alle sue camerette, specialmente a quella da letto, di cui principale ornamento era un grosso... recipiente che, senza dar tante spiegazioni, era serbato per uso esclusivo del marito. — Quel... mobile era di una capacità straordinaria, e ciò spiega quanto gravissimo fosse l’incomodo del povero Gregorio.
Prima cura di Fanny fu di celare quel gigantesco strumento, ma sgraziatamente mentre tentava di riporlo in un armadio, le scivolò di mano e cadde frantumandosi in mille pezzi.
— Fortuna che per quella sera il marito non tornava, e per l’indomani c’era tempo di provvederne un altro.
— Intanto che faceva il nostro Paride?
— Eccolo; noi lo vediamo al caffè venti minuti prima del sospirato abboccamento. Sdraiato nobilmente sopra un sofà, sembra che stia pensando alla felicità che lo attende, e noi approfittiamo di questo momento per farlo meglio conoscere al nostro lettore.
— È lui, proprio lui! guardala bene codesta curiosa bestiolina. — Chi direbbe che sotto quel cappello a cilindro si nasconde una testa di rapa? chi direbbe che da quella bocchina adorna di profumati baffi sortano tante sciocchezze?
Certo che se dall’abito si potesse dedurre il carattere d’un individuo, il nostro Paride si troverebbe in condizione favorevolissima; ma sgraziatamente non è così: malgrado quella cravatta annodata scientificamente e quei guanti color d’arancio, malgrado quei pantaloni finissimi tirati all’ultima moda, e quel lungo catenaccio d’oro carico di gingilli, il poverino è sempre un minuscolo somarello.
— Eppure ha un’aria di sussiego, ed al vederlo sembra immerso in grandi pensieri; ma nulla di tutto ciò, egli non ha mai pensato. Ha delle idee, dei ghiribizzi, non dei pensieri.
— Chi ci spiega lo straordinario contrasto che ci sta fra cervello e cervello? perchè taluni hanno la testa piena d’entusiasmo, mentre altri l’hanno gonfia di sciocchezze?
— Cos’è che determina tanta disparità che fugge all’esame anatomico?
— Coloro che s’affannano per cercare quel famoso anello di congiunzione fra la scimia e l’uomo, parmi non dovrebbe sudar tanto, giacchè si vedono tutto giorno uomini più gaglioffi delle bertuccie e dei chimpenzè. Resta a provarsi se l’essere imbecille possa riuscire svantaggioso e non dobbiamo dimenticare che il più grande degli uomini sclamò in un giorno di dolorosa esaltazione: BEATI I POVERI DI SPIRITO! Ciò stabilito, è chiaro che Paride starebbe fra i beatissimi.
La mezza dopo le sei era appena battuta, che già il nuovo Don Giovanni saliva di volo le scale che conducevano alle stanze di Fanny. Giunto all’uscio suonò il campanello, e poco dopo quelle due anime erano confuse, strette insieme in estasi da non potersi dire.
— Fanny aveva appena terminato il piramidale lavoro della sua toeletta, ma noi ci guardiamo bene dal descrivere nei suoi particolari quest’opera di raffinamento, che nella donna va progredendo cogli anni.
— La gioventù si abbiglia poco; è questa una riserva istintiva che si dilegua man mano che s’invecchia.
Ci limitiamo puramente a constatare che giammai Fanny fu tanto sublime nell’arte di acconciarsi. L’amore l’aveva inspirata, ed ella riuscì con maravigliosa abilità a rubare qualche anno all’apparenza.
— Un bel fuoco rallegrante, crepitava nel caminetto della camera nuziale, ed a quel benefico calore Paride rinfrancò le membra assiderate dal freddo.
— Davvero che non sappiamo dove cominciare per descrivere l’amorosa scena. Le carezze di due colombe non danno che una pallida immagine del poetico abbandono che invadeva quelle due anime innamorate. Si guardavano con occhio smorto, si stringevano le mani, sospiravano come soffioni.
— La conversazione era poco animata.
Paride sapeva più tacere che parlare, e ad ogni aprir di labbro l’era un torrente di sciocchezze.
— Fanny, che non mancava d’un certo spirito naturale, si accorse subito della scarsa loquacità dell’amante, ma ne diede causa all’emozione ed al fuoco del suo sguardo che ella compiacevasi di roteare voluttuosamente.
— Com’è naturale, dopo tanti arzigogoli e circonlocuzioni, si venne al grande argomento del loro amore; il soggetto era eccitante, e gli effetti non tardarono a manifestarsi su Paride che in un lampo d’esaltazione giunse al punto di dire com’ei non vivesse d’altro che di sospiri e d’angoscie.
— Al primo bacio di Fanny, offerse le sue ricchezze, al secondo la vita, al terzo l’anima addirittura, e chissà cosa avrebbe offerto, se una forte scampanellata non fosse venuta a frenarlo nei suoi trasporti.
Un colpo di cannone, un guizzo di folgore, lo scoppio di una polveriera, non avrebbero tanto spaventato quei poverini.
— La corrente di poesia e d’amore che li travolgeva in un mare di voluttà, si arrestò d’un lampo; n’ebbero il sangue gelato, ed entrambi stettero a contemplarsi atterriti.
— Una seconda suonata più violenta della prima tolse ogni dubbio; oltre a ciò si sentì la voce del signor Gregorio che brontolava per impazienza.
— Mio marito! sclamò Fanny con tale accento di terrore che a Paride si rizzarono i capelli.
— Ah! me disgraziata... egli ci ucciderà entrambi.
— Ma... madama! balbettò Paride tremando, è così feroce suo marito?
— È una tigre — Oh! noi siamo perduti!
— Dove mi nascondo? sclamava l’infelice trottolando per la stanza.
— Fanny non sapeva che risolvere, infine come côlta da un pensiero corse ad aprire la finestra e con un cenno imperativo sclamò; — Giù dalla finestra, signore.
— Madama, mormorò Paride spalancando gli occhi, siamo al quarto piano.
— Salvatemi l’onore!..., ribattè fieramente Fanny.
— Ma l’onore non era gran stimolo per Paride, che in quel frangente avrebbe dato tutto l’onore del mondo per una scala. Ei sapeva troppo bene che la vita vale più assai di certe inezie, ed infatti si appigliò al consiglio di evitare il pericolo anche a costo di perdere l’amore e la stima dell’amante.
— Gregorio dalla porta urlava come un energumeno, e Paride, non vedendo altro scampo, si ficcò sotto il letto.
— Finalmente il povero marito potè entrare, ma era tanta la sua stizza che non s’accorse del turbamento della moglie.
— Ci voleva tanto ad aprire?
— Scusami, Gregorio... mi era addormentata accanto al fuoco...
— Menzogna... come va che siete vestita a festa?... si direbbe che aspettate qualcuno.
— Ma che dici, ti pare?
— Vivaddio, se fosse vero ciò che mi si disse, vi giuro che strozzerei prima voi, poi lui. Tenetelo a memoria.
— Paride all’udire cotali discorsi non si sentiva per nulla tranquillo, era tutto in convulsione, e tremolava come se si trovasse sotto una pressione elettrica. Egli non aveva mai pensato che il signor Gregorio fosse quel feroce che appariva, e pentivasi amaramente di non essere saltato dalla finestra; ma era tardi, e già parevagli di sentirsi stringere per la gola da quel rabbioso speziale.
— Maledisse a Fanny ed alla sua malaugurata avventura, pensò alla sua casa, al suo letto, agli amici, ed a tutte quelle facili conquiste, per le quali non correva alcun pericolo — ma intanto doveva starsene accovacciato sotto il letto economizzando il respiro per paura di tradirsi.
— Gregorio dopo di aver brontolato per una mezz’ora cominciò a spogliarsi e se ne andò fra le coltri.
— Mentre egli si avvoltola per il letto cercando ristoro nel sonno, approfittiamone per dare qualche schiarimento su quel ritorno inaspettato che fu cagione di tanto sgomento.
— La diuresi del signor Gregorio, causa di tanti inconvenienti, fu pure quella che gli fece perdere il convoglio di partenza.
— Costretto a fermarsi per via, giunse alla stazione proprio quando il treno se ne andava salutandolo col fischio.
— Fu tanto il dispetto del pover’uomo, che il sangue gli rifluì alla testa, e per riavere un po’ di calma entrò in un caffè per prendere qualche rinfresco.
— Aveva già finito e disponevasi ad andarsene, quando sopraggiunse un suo antico amico, che in vederlo mandò un’esclamazione di sorpresa.
— Gregorio... tu qui?
— Sì, e me ne vado adesso.
— Come stai?... dacchè ti ammogliasti più nessuno ti ha visto.
— Eh! mio caro, gli affari... addio.
— Senti, fermati — È molto che desidero di parlar teco. — Ho cose importanti da dirti.
— Sarà per altra volta; ora non posso.
— Ascolta, Gregorio. — Si tratta del tuo onore.
— L’onore è gran parola per tutti. Gregorio si fermò coll’amico, il quale pietosamente gli riferì la voce che già correva per la città sugli amori di madama Fanny con Paride.
— Checchè se ne dica, il mondo è ancor pieno d’uomini di cuore. I pessimisti e gli scettici che guardano biecamente il nostro edifizio sociale, hanno una grande smentita in questi esempi d’amicizia.
— Ah! son ben pochi quei disgraziati che traditi dalla moglie o dall’amante, non trovino poi un caritatevole amico che non faccia ad essi confidenziali rivelazioni.
— Anime benedette, che tanta parte prendete nelle sventure degli amici! il gran premio, che si compete alla vostra sincerità, è senza dubbio quello di venir contraccambiati largamente in altre occasioni in cui toccheranno a voi le parti di marito o di padre.
— Quanto bene arrechino codeste rivelazioni ne può far prova il signor Gregorio che se ne andò dal caffè in uno stato tale da non bastare tutto un ghiacciaio a calmarlo.
— La prima idea che gli passò per la mente fu quella di pugnalare la perfida moglie — abbiamo detto pugnalare, dicasi avvelenare, è più proprio per uno speziale.
— La seconda idea fu di uccidere l’amante ma per fortuna una terza riflessione, quella cioè che sua moglie potesse essere ingiustamente calunniata, venne a calmarlo alquanto, e decise perciò di aspettare qualche avvenimento che gli schiarisse il vero.
— Fortuna per lui che il nostro Paride non era quello di Elena, altrimenti sarebbero andati a nulla i più savii proponimenti; vale a dire che sarebbe stato tardi.
— Fanny aspettava ansiosamente che il marito si addormentasse per far libero il merlo, ma sia per il male, o pel racconto dell’amico incontrato al caffè, il signor Gregorio non trovava pace, e nè per voltarsi e rivoltarsi poteva pigliar sonno.
— Se non dormiva il marito, puoi figurarti come gli altri ci riuscissero.
— Paride, oltre al trovarsi in una posizione non comodissima, non poteva voltarsi per nessun verso, e fu per lui buona ventura che il letto distasse alquanto dal muro, tanto da poter, sebbene con molta fatica, liberarsi un poco mettendo fuori prima la testa e le braccia, poi tutta la persona, restando infine rannicchiato nel vano fra muro e letto.
— Già da un’ora regnava un silenzio profondo, quando Gregorio, come spinto da una molla, balzò in terra con gran pericolo del naso di Paride, che fu ad un pelo per venirne schiacciato.
— Il giovinotto rabbrividì, accorgendosi che quel feroce marito tastava colle mani sotto il letto, e credette di essersi tradito con qualche movimento. — Fanny pure si sentì stringere il cuore per paura. — Fu un istante di terribile ansietà.
— Dove avete messo il mio recipiente? sclamò Gregorio.
— Fanny non rispose.
— Madama, il mio vaso dov’è, urlò egli scuotendola per il braccio.
— Che vuoi? chiese Fanny fingendo di svegliarsi.
— Si può sapere ove sia... quel mobile?
— Oh! mio caro, oggi m’è accaduta una disgrazia...
— Il mio vaso, vi replico, interruppe Gregorio, battendo siffattamente il piede da far traballare i vetri.
— Appunto, mormorò Fanny, nel riporlo sotto il letto mi scivolò di mano e si ruppe.
— È un’infamia... una scelleraggine. Come ne farò senza?
— È una disgrazia...
— La disgrazia mia è quella di avere una pettegola di moglie che si cura di tutti fuorchè del marito.
«Perdio mi prenderò un’infreddatura, e domani starò male; canchero che vi pigli, vecchia senza giudizio! Intanto come farò senza...
— Fanny non rispose, e poco dopo Gregorio rientrò fra le coltri borbottando.
— Se egli avesse fatto senza il suo strumento, potrai chiederlo al bel Paride che n’ebbe il viso inondato.
— Intanto i coniugi avevano ripreso la disputa, durante la quale Gregorio discese quattro o cinque volte per rimediare al difetto del vaso che era surrogato dall’elegante zerbinotto.
— Valeva proprio la pena di prendere un bagno profumato! in meno di due ore il poverino era inzuppato come se si fosse tuffato in un fiume.
— Più volte tentò di sottrarsi a quel torrente che lo investiva, ma era assolutamente impossibile, a meno di muovere un seggiolone che gli sbarrava la via.
— Che fare? Aspettò rassegnato il fine di quell’episodio riparando alla meglio i ripetuti assalti del nemico.
Le notti d’inverno sono lunghe, e lasciamo pensare quanto lunghissima sembrasse quella all’infelice Paride, che se la passò quasi tutta con un’agitazione terribile, e con un’umidità addosso che gli agghiacciava le membra.
— Finalmente verso le quattro il signor Gregorio avvertì con un sordo russare che stava per prender sonno.
— Fanny discese dal letto con molta precauzione, ed aprì la porta mormorando sommessamente a Paride di andarsene.
— La metamorfosi più strana non si vide mai. L’infelice giovinotto sembrava uno spazzacamino tanto era insudiciato e sporco.
Narciso si era mutato in un fascio di letame.
— Malgrado tutto, allorquando il povero Paride pose il piede sulla strada, alzò un inno al cielo, ed affrettandosi tutto intirizzito verso casa fece le riflessioni più savie che abbia mai fatto in vita sua.
— Stette malato un mese per una seria raffreddatura, e non credo necessario dirti che diede un addio all’amore di Fanny ed alla infausta memoria di quell’avventura galante.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
[ INDICE]
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.