Diplomazia dell’asino.
Madama de Staël nella sua Corinna dice che la dissimulazione è un’abitudine degli italiani. Per conto mio passo liscio su questa e sulle tante altre sentenze tirate a nostro dosso, e dirò alla mia volta come Cristo: Perdonate a coloro che non sanno quel che si dicano! Ma se l’illustre scrittrice avesse incontrato il nostro Pomponio, si sarebbe subito ritrattata, giacchè colui nonchè dissimulare, tradiva con ogni moto la sua gran soddisfazione.
Aveva l’aria d’un avvocato dopo una gran vittoria, o meglio, d’un deputato eletto a gran maggioranza.
Sdraiato in fondo al vagone guardava con occhio tenero il plico che doveva consegnare al segretario. Chissà cosa contiene? pensava fra sè; ma c’era tanto di suggello.
Non importa, anche ignorandolo, egli sentiva in cuore che la sua missione era d’una grande importanza.
Oltre al far da procaccino il nostr’uomo aveva nientemeno che l’incarico di ordinare i bauli del cugino, e metterli in via di partenza; per ciò fare era munito di altre lettere particolari per le persone di casa.
Non vi dirò nè le vicende del viaggio, nè la scossa generale che sentì il poverino quando giunse alla meta.
La parola Firenze, urlata dai guardiani del convoglio, rintronò nel suo cuore come una lontana profezia.
Scese ed andò diffilato dallo zio che lo accolse amorevolmente offrendogli un’ospitalità che venne subito accettata.
Pomponio voleva subito ricapitare il suo plico diplomatico, ma il segretario era fuori di Firenze, e dovette attendere alcuni giorni che gli parvero secoli. Frattanto diede mano ad ordinare le robe del cugino.
Dopo quattro giorni seppe dal portinaio che il segretario era ritornato; Pomponio si avviò subito al ministero, e noi lo sorprenderemo mentre appunto sale lo scalone degli uffizi.
Entrò in anticamera con molto sussiego, ma nessuno gli guardò in faccia. C’era una turba d’uscieri gallonati ed eleganti sì che Pomponio li scambiò per tanti personaggi importanti.
A dir vero alla vista della confusione che regna nell’anticamera di un dicastero, il poverino cominciò a dubitare alquanto della sua individualità.
Stava incerto e titubante osservando quella turba di servidorame, ma non ardiva muovere domanda ad alcuno. Guardò per un po’ di tempo le carte geografiche che stavano alle pareti, aspettando che qualcuno lo interrogasse, ma nessuno curavasi di lui, ed egli continuava a guardar le carte coprendosi le natiche col cappello.
Visto che non si badava a lui, fecesi animo ed azzardandosi rispettosamente verso un usciere, chiese con voce flebile se il segretario era nel suo studio.
— È occupato, rispose sbadatamente l’usciere.
— Dovrò dunque ripassare?
— Come vuole, se attende toccherà dopo a lei.
Pomponio inchinossi profondamente, e fece ritorno alle carte geografiche. Era la prima volta che si occupava sul serio di geografia.
Dopo una mezz’ora lo stesso usciere andò ad avvisarlo che il segretario era libero.
— Dunque vado.
— Dove?
— Nello studio.
— Favorisca prima il suo nome.
— Non serve, se vado io.
— Mi dica chi è lei, riprese bruscamente l’usciere, non si va mica in uno studio come in una piazza.
— Perdoni, mormorò Pomponio inchinandosi.
In quel mentre si spalancò la porta, e vi entrò un nuovo personaggio; tutti fecero ala rispettosamente. Era il ministro. Pomponio restò solo come un salame.
Passato il ministro, l’usciere tornò a lui e gli disse con aria di ridere:
— S’accomodi signore per un altro poco.
— Perchè?
— Perchè c’è il ministro.
— Dovrò aspettare ancora?
— Se nol volesse è padrone d’andarsene.
— Tornerò quando?
— Domani.
— Impossibile, ho una lettera di premura.
— La porti alla posta.
— Ma no, è una lettera pel segretario.
— Allora attenda, non so che dirle.
Di geografia Pomponio ne aveva abbastanza, e tanto per variare si portò alla finestra per vedere la gente che passava.
Poverino! nella sua ingenuità eragli parso facilissimo l’accesso nello studio di un segretario del ministro.
Dopo qualche riflessione cominciò a persuadersi della sua poca importanza ed infine come tutti i caratteri deboli finì per credersi meno di quello che era.
Tanto è vero che quando l’usciere lo avvicinò per la terza volta egli lo ricevette con un grande inchino che tradiva tutta l’umiltà delle sue intenzioni.
L’usciere in vederlo così alterato n’ebbe quasi compassione, e con un pietoso sorriso gli disse:
— Se il signore vuol passare.
— Vado, rispose Pomponio confuso.
— Mi favorisca il nome.
— Ah sì sono il cugino.
— Del segretario!
— No, dell’ambasciatore.
L’usciere lo guardò bene in faccia credendolo pazzo, indi riprese con stizza:
— Ma che cugino! che ambasciatore! ci capisco un accidente... il suo nome.
— Pomponio.
— E quello di battesimo?
— Pomponio.
— Ancora? mormorò l’usciere sorpreso per la combinazione dei nomi, intanto avviandosi di pochi passi aperse il gabinetto del segretario gridando con aria di motteggio:
— Il signor Pomponio Pomponio.... cugino dell’ambasciatore.
Pomponio entrò tremante e confuso; il segretario stava passando alcune carte, alzò gli occhi, salutò il nuovo arrivato accennandogli di sedere e si rimise a leggere.
Lesse per lungo tempo, e non finiva mai, certo si era dimenticato della visita.
Pomponio stette alquanto in forse e dopo mezz’ora di riflessione decise di soffiarsi il naso.
Il segretario si volse adagio, e disse colla freddezza d’un uomo che ha compreso:
— Oh, mille perdoni... ero distratto.
— No, no, faccia pure, rispose Pomponio tutto rosso, io ho tempo, non s’incomodi... sono servo.
— Tante grazie. Se vuol dirmi in che posso servirla.
— Ecco, signore illustrissimo, io ho un cugino...
— Me ne rallegro.
— E lei lo conosce.
— Io? Può darsi, ma venga al fatto.
— Ho una lettera da consegnarle.
— Me la dia.
— Eccola, e Pomponio barcollando come un ubbriaco, trasse la lettera e la consegnò al segretario che frattanto inforcava le lenti.
— Ah! ora capisco, sclamò costui, è Felice, ella dunque è suo cugino?
— Ho questa fortuna.
— Bene, siamo tanto amici.
— Me lo ripete sempre
— Compermesso, leggo.
Non voglio tener sulle spine il lettore e trascrivo la lettera tal quale.
«Carissimo amico,
«Tu mi dicesti tante volte che anelavi ad una buona occasione per ricambiarmi di quel poco che io feci per te. Si presenta ora il caso di giovarmi, ma se ricorro a te non è, credilo, a titolo di quella riconoscenza che per un eccesso di bontà tu vuoi serbarmi, ma sibbene in nome di quell’amicizia che ci lega da tanti anni.
«Latore della presente è il sig. Pomponio, marito di mia cugina Allegra, che tu conosci, epperciò mio parente.
«È un uomo eccellente, una vera perla. Prima di partire per la mia missione al Belgio, sono qui venuto per salutare Allegra, ed ho ricevuto tante gentilezze, che per sdebitarmi, pensai di farne cavaliere il marito.
«Il poverino non ha che questo desiderio, e mi raccomando a te mio buon amico per questa bisogna, tu solo sei in grado di compiacermi, e non dubito che ti porrai tosto in impegno.
«Questo buon cugino, è una pasta di zuccaro, e se gli dai la croce, c’è in lui la stoffa da farne un fanatico.
«Occorre dunque trovare un merito ad ogni costo, e mi raccomando a te, è affar tuo codesto, ne hai inventate tante per distribuir croci, e sono certo che non risparmierai fatica per farmi piacere.
«Mi preme inoltre, che tu trattenga per qualche giorno questo caro cugino... non ti dico altro.
«Tuo affezionatissimo
Felice.»
Quand’ebbe terminato, il segretario alzò gli occhi su Pomponio, lo fissò con un certo sorriso, indi accennandogli di sedere, sciamò:
— Dunque quel caro Felice è suo ospite?
— Sì signore, da qualche giorno.
— Peccato che lo perderemo per molto tempo.
— Peccato davvero.
— Capisco che ciò le farà dispiacere.
— Oh certo!
— Ed anche alla sua signora. Egli le fece si può dire da padre durante la vedovanza.
— Oh, so tutto, rispose Pomponio ringalluzzito.
— A quanto mi dice suo cugino, riprese il segretario, guardandosi le unghie, ella sarebbe uomo di grandi aspirazioni.
— È tanto buono quel Felice!
— Ha qualche professione lei?
— Nessuna.
— Qualche titolo?
— No! mormorò il buon uomo sospirando.
— Il suo aspetto mi promette bene.
— Oh, signore!
— Conta di fermarsi a Firenze?
— Appena sbrigati gli affari del cugino, parto.
— E quando ciò potrà essere?
— Spero domani.
— Senta, signor Pomponio... ho un progetto per lei, ma converrà aspettar qualche giorno per saperne qualche cosa di deciso.
— Sono a sua disposizione.
— Non le nascondo che il sospendere la partenza le potrebbe giovare.
— Allora mi fermo, sclamò Pomponio con gioia.
— Benissimo, fra due giorni si lasci vedere al caffè di Parigi, verso le sette di sera.
— Non dubiti, ci sarò.
Il segretario l’accompagnò fin sulla porta, e Pomponio se n’andò tutto giulivo.