NOTE:

[15] V. P. aggiunge: Cierbiro, cioè divoratore di carne.

Comincia il VII Capitolo

Pape satan pape satan Aleppe
Cominciò Pluto colla boce chioccia
E quel savio gentil che tutto seppe.

PROCEDENDOSI, la gravezza delle viziose colpe in questo capitolo, quella del quarto grado, cioè dell’avarizia e della prodigalità, si dimostra. La quale, figurativamente, in volgere certi pesi colla forza del petto si pone riscontrandosi insieme a due punti del cerchiato sito e rimproverandosi l’uno coll’altro l’effetto di loro opposite colpe. Sopra la quale Pluto demonio per motore si contiene. La cui allegoria in cotal modo permane. ¶ Che, con cio sia cosa che di ciascuna operazione il mezzo, virtù si consideri, di ragione le stremità sue, cioè il troppo e ’l poco deon essere vizij, però del temporale spendio le sue, cioè avarizia e prodigalità, qui contrarie egualmente sono messe. Per lo quale sopra detto affaticare del volgere i pesi l’infinito affaticare dell’animo, così ne’ ritenere come nello scialacquare si significa. Per la cui contrarietade figurativamente qui nelle due stremità del diviso cierchio contrariamente si scontrano, rinproverandosi, contrarie, si come nemiche, delle quali per lo sopra detto motore il male volere che l’operazione a simigliante effetto produce si considera, sopra le cui proposte parole cotal dispositione si ritegna. ¶ In prima che pape è avverbio ammirativo, Satan nome propio d’alcun diavolo, cioè d’alcun male volere; Alep in lingua ebrea e in latina A, e altri dissero alpha, però si come principio della scrittura, la quale in sè tutto contiene figurativamente qui si dice Alep, cioè Iddio, si come principio di tutto l’universo, maravigliandosi dell’essere del presente autore.

Come fa l’onda là sopra Cariddi
Che si frange con quella in cui s’intoppa
Così convien che qui la gende riddi

❡ Per comparazione della presente qualità, qui del contrario percuotere delle marine onde, che nella riviera di Calavra a rimpetto l’isola di Cicilia tra certi scogli si fa, che si chiama Cariddi, si ragiona, il quale per lo ritenere del crescere e del discrescere della marina che fa la detta isola dal levante al ponente addiviene.

Maestro, diss’io lui, or mi di’ anche:
Questa fortuna, di che tu mi tocche,
Che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?

❡ Perchè dalle cose tenporali l’avarizia e la prodigalità si derivano però qui di ragionare accade di quella divina voglia, che, dando e togliendo a cui le piace, il distribuisce. Sopra la quale naturalmente così si consideri che, si come la divina mente prende ministra e guida nella sua qualità ciascun cielo si come da Angeli ed Arcangeli e da’ Principati e dagli altri seguenti, così alle qualitadi Inferiori da lei simigliantemente son date, tra le quali quella de’ beni temporali fortuna si chiama, la qual dà e toglie il suo reggimento a cui le piace, contra la quale il senno umano riparando non è possente. E perchè continuamente l’umana generazione nascendo si rinnovella però di necessità conviene che suo dominio d’uno in altro tramuti. La cui voglia subita e occulta come serpente tra erba permane, onde sanza ragione di lei s’abiasima a cui togli però che già da lei dalla sua grazia assentita, la qual di necessità, come detto di sopra, d’uno in altro distribuita si segue.

Or discendiamo omai a maggior pieta
Già ogni stella cade che saliva
Quando mi mossi e il troppo star si vieta

❡ Qui l’ora del tempo così significa, vogliendosi nel quinto infernal grado discendere, dicendo ch’ogni stella cadeva, nel cominciamento della sera di loro intrata saliva, per la quale si segue che già la mezzanotte corresse, però che ogni stella s’intende salire dall’orientale orizzonte al meridionale cerchio e poi discendere infino all’occidentale orizzonte. ¶ Nel quale quinto grado scendendosi, alcuna fontana con acqua turbata e bogliente si trova, la quale il cominciamento della seguente colpa significa, e del secondo fiume infernale che Stige si chiama, cioè tristizia. Il quale, figurativamente, per lo quinto presente grado s’impadula, nel quale propiamente la colpa dell’iracundia e dell’accidia si conserva, mostrandosi di ciascuna per suo segno la propietade, si come degli iracondi la bogliente e palese rabbia, e delli accidiosi la occulta e tinta irata voglia; delle quali per più notizia si come delle stremità di temperanza nella dimostrazione del nascimento dell’ira così si procede, che, secondo la speculativa e natural verità, ira e desiderio di vendetta d’alcuna ricevuta ingiuria, nascendo d’un vizio, che arroganza si chiama, il cui suggetto è reputarsi d’essere migliore e più possente che l’essere non porta, della quale due dispetti iracundi finalmente nascono de’ quali l’uno è semplice, e l’altro contumelioso. Il semplice, vedendo alcuno immaginarsi d’esser tenuto da lui vile o cattivo non essendovi la cagione del dovere e il contumelioso essere ingiuriato da alcuno in sua presenza personalmente, ovvero per parole rapportate da lui, per la quale arroganza l’altezza della torre del presente grado si considera, e i detti due dispetti le fiammelle che appresso, figurativamente, si pongono, come nel seguente capitolo si conta.

Comincia lo VIII Capitolo

Io dico, seguitando, che assai prima
Che noi fussimo al piè dell’alta torre
Gli occhi nostri n’andâr suso alla cima

SEGUITANDOSI la qualità del presente quinto grado, in questo principio del canto l’altezza dell’arroganza figurativamente si mostri e le fiammelle de’ suoi ardenti dispetti, e come per un demonio si governa e ministra il presente iracundio ed accidioso pantano, per lo quale figurativamente s’intende l’abito e ’l volere iracundo ed accidioso, il quale alla vendetta dei suoi dispetti velocissimo corre, chiamando Flegias per similitudine d’alcuno così nominato, in cui cotali vizij più che in altrui compresi furono e abituati secondo quello che per ..... si conta; la qual digressione qui ed altrove per troppa materia non si consente. Fra’ quali accidiosi e iracundi operanti, d’alcuno nelle seguenti chiose per esempio degli altri si conta.

Tutti gridavano: a Filippo Argenti
Al fiorentino spirito bizzarro
In sè medesimo si mordea co’ denti

❡ Perchè di ciascuna qualità per più certezza la similitudine bisogna, però in questa e nell’altre d’alcuna si fa minzione, nelle quale qui un cavaliero fiorentino, nominato Messer Filippo Argenti degli Adimari si trova, il quale iracundissimamente vivendo si resse.

Lo buon maestro disse: Omai figliuolo
S’appressa la città ch’ha nome Dite
Con gravi cittadini e ’l grande stuolo

❡ Si come per Aristotile nell’Etica si contiene, in tre disposizioni la infernal qualità è partita, delle quali la prima incontinenza si chiama, la seconda malizia, e la terza bestialità. Per la incontinenza le quattro sopradette colpe s’intendono, dalle quali è possibile partirsi, onde così apertamente figurate in questo inferno in prima si contengono. Ma perchè dalla malizia e dalla bestialità è impossibile il partirsi, però figurativamente il cerchio di lor sito Murato di ferro si mostra, a figurare la fermezza continua dell’animo loro, chiamandola città di Dite, cioè città di peccato interpetrata nelle quale più contrarie alla natura le colpe digradando procedono che nelle sopradette incontinenti, dalle quali partendosi qui in lei si procede.

Chiuser le porte que’ nostri aversari
Nel petto al buon segnor che fuor rimase
E rivolsesi a me con passi rari

❡ Qui la chiusa voglia de’ maliziosi principalmente si dimostra, a ciò che di loro non si palesino li orribili peccati ne’ quali per sè sola la ragione umana per notizia non puote entrare sanza la sperienza dell’animo, si come nel seguente capitolo si conta.

Comincia il IX Capitolo

Quel color che viltà nel cor[16] mi pinse,
Vedendo il duca mio tornare in volta
Più tosto dentro il suo novo ristrinse

ASPETTANDOSI d’entrare nella presente città in questo cominciamento del capitolo con temenza sopra le dette parole, così si ragiona, immaginandosi che tali colpe si fosser lasciate cercare, procedendo che in dietro tornando in loro si come vizioso finalmente il terrebbero.

Ver è ch’altra fiata qua giu fui
Congiurato da quella Ericon cruda
Che richiamava l’ombra[17] a’ corpi suoi

❡ Eripthon fu una donna vecchissima femmina delle parti ....., di cui anticamente a’ corpi morti per suo congiuramento tornare si credeva, la quale da Virgilio, alcuna volta, favoleggiando così pare che toccasse.

Dove in un punto furon dritte ratto
Tre furïe infernal di sangue tinte
Che membra femminine aveano e atto

❡ Per queste tre furie, secondo i poeti, ira cupidità e voloptà in vizioso modo usate si considerano, si come ira in offensione, la quale usare si dee in familiaria correzione. ¶ Cupidità in avarizia la quale usare in necessario procuramento de’ bisogni si dee, e voloptà in lussuria la quale a fine di procreazione di figliuoli legittimamente si dee usare. Per le quali l’animo umano in ciò disposto in furia e in percussione permane, onde così figurativamente sono disposte qui per principio e chiamate, e secondo i pagani in forma di tre femmine co’ capegli serpentini, così s’appellano cioè, ira cupidità e voloptà nel sopradetto modo usate. Ma, secondo quello che nel presente libro si contiene, prendendo il soggetto delle dette parole, così è da considerare, che si come ciascuna qualità corporale e operazione, secondo i pagani, à per suo motore alcuna Idea, così le scellerate maliziose e bestiali operazioni hanno tre idee cioè Aletto, Tesifoni e Megera, per le cui interpetrazioni chiaramente s’intendono le tre qualità da cui generalmente ciascuno male si muove, cioè mal pensamento, dischiesto[18] parlare e malvagia e furibonda operazione delle quali Aletto [im]pausabile[19] cioè mal pensamento interpetrato s’intende. Thesifo dischiesto parlare e Megera iniqua e furibonda operazione. Le quali figurativamente sopra l’entrata della presente città si concedono, a significare il pianto e la difesa loro contra la correzione, e la propietà simigliante che nell’abito degli eretici si contiene, le quali, sì come per diverse immaginative e pensieri si conserveno, così figurativamente cinte di diversi serpenti, e specialmente il luogo determinato della memoria, figurano, a significare il trascorrere d’un pensiero in altro, che per lor si produce, che, simigliante al moto di serpenti, subito si concede e alla propietà di loro fredda e velenosa malizia.

E quei che ben cognobbe le meschine
Della reina dello eterno pianto
Mi disse: guarda le feroci Erine

❡ Secondo quello che per Ovidio e per gli altri poeti favoleggiando si tratta, la reina dello eterno pianto, la luna s’intende, riducendola nel nome di colei che Dite prese nell’isola di Cicilia cogliendo suoi fiori, la quale Proserpina si chiama. Onde così nominata, reina dello inferno s’intende, si come Dite, cioè Lucifero, Re; della quale ancille e principii di tutto suo seguito sono come nella sopradetta chiosa si conta. E riducendola negli altri suoi due nomi quando Luna si chiama in cielo si considera, e quando Diana in luoghi salvatichi e diserti si come in selve o boschi, idea si intende; per li quali tre detti suoi nomi in alcun luogo Trivia si chiama, le cui allegorie tra l’altre in loro essere si prendano.

Vegnia Medussa si ’l farenn di smalto
Dicevan tutte rimirando in giuso
Mal non vegniammo in Teseo l’assalto

❡ Medussa, secondo le favole d’Ovidio fu delle parti di ponente e figliuola d’alcuno nominato Forco e serocchia di Sten e di Euriale, la quale per sua bellezza Nettuno, Iddio del mare, esendone vago, carnalmente nel tempio di Pallade, idea di sapienza, a suo piacere la tenne. Del quale oltraggio non possendosi vendicare di Nettuno Pallade, perchè, come ella, era Idio, di Medusa cotal vendetta ne fece, che ciascuno suo capello per sua fattura in serpente divenne e che chi la vedea diventava di pietra. La cui allegoria chiaramente s’intende, che fallando nel mare, cioè nelle mondani operazioni contro al dovere di sapienza, sanza alcun senso di ragione si permane, si come pietra. La quale così nelle dette parti dimorando e guastando la gente che lei rimirava, alcun virtudioso delle parti d’oriente, nominato Persio, con alcuno suo ingegno di specchio per non vederla con gli occhi, tagliandole il capo, finalmente l’uccise. La cui testa così crinata, appiccandolasi di dietro a sua cintura, nelle parti d’oriente tornandosi addusse, chiamandola Gorgone, cioè appetito di peccato. Onde figurativamente le dette furie per paura di non essere corrette, ond’elle perdan posseditori per correzione d’alcuno virtudioso, così chiamandolo dicono incontro al presente autore, acciò che voglioso del peccato diventi, si che in ciò più non proceda, rinproverandosi per lui l’assalto che fece Teseo a’ vizij infernali, si come per ....., favoleggiando, si contiene, del qual non fecer vendetta, sì che altri non si fosse più messo in simigliante cammino. La cui storia in cotal modo permane.

Vid’io più di mille anime distrutte
Fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
Passava Stige colle piante asciutte

❡ Però che sanza la sperienza della mente nella qualità dell’effetto malizioso e bestiale, come in quel della incontinenza non si può entrare, qui figurativamente si pone che per lei la cittade presente, cioè qualità, al presente autore sia aperta. La quale vegniendo colla sinistra dinanzi al viso se fatica, a dimostrare che nella sinistra operazione al presente proceda, e che ciascuna anima le si fuga dinanzi, a dimostrare il naturale volere che in ciascuno la conoscenza in altrui delle sue mali operazioni. La quale propiamente messo di Dio si considera per la correzione che di lei si procede.

Che giova nelle fata dar di cozzo
Cerbero nostro, se ben si ricorda
Ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo?

❡ Per lo ricalcitrare che qui di diavoli si contiene, cioè degli affetti maliziosi alla beatitudine delle vertù, cioè dell’autore, il sopradetto messo celestiale contro a loro così ne ragiona, rammentando quello che per Teseo alcuna volta fu fatto loro, specialmente al demonio Cerbero, si come di sopra nella sua chiosa si conta.

Hanno i sepulcri tutt’i’ luogo varo
Così facievan quivi d’ognie parte
Salvo che ’l modo v’era più amaro

❡ Essendosi entrato nella presente qualità maliziosa, cioè nel sesto infernale grado, nel quale la colpa della resia si concede, così sua qualità figurata si pone, che, si come per molte e diverse credenze, fuor di quella cattolica della deità si contiene, così qui figurativamente arche mischiate di fuori e dentro di fiamme si concedono, a dimostrare l’ardente fermezza dell’animo nelle dette credenze, tra le quali d’una, per esenpio, dell’altre così si ragiona, che, tra gli altri filosofi, ne fu uno nominato Epicuro, il quale credette che, morto il corpo, fosse morta l’anima. Onde ciascuno di tale intenzione seguace nella sua arca s’intende, si come nella sua credenza con lui s’intende, e simigliantemente nell’altre credenze ciascun seguace nella sua arca si pone, chiamandole resiarche, cioè principali di loro credenze, nelle quali simile con simile così son sortiti.