VII.
Quasi un anno dopo che la guerra era scoppiata in Libia e qualche mese dopo che Celso Dondelli era laggiù, entrando nella bottega di Dondèla, il vecchio conte non chiese, al solito: — Notizie?
Si abbandonò sulla seggiola e mormorò:
— L'ora è giunta.
Intimorito, domandò il fabbro:
— Per Celso?
— Per me.
Ma s'ingannava pur questa volta, povero filosofo! Per Celso l'ora era già giunta (ed egli non lo sapeva); per lui doveva tardare non poco. Lo portarono a casa apopletico.
Come, trascorso assai tempo, a forza di cure, poterono trarlo dal letto.... che tristezza! Nella poltrona, con la testa reclinata allo schienale pareva obbligato, adesso, a mirar sempre in alto; e tentava al contrario di guardare in giù, quasi cercasse d'intorno, nella realtà, le immagini che gli vaneggiavano nel cervello infermo.
Che tristezza! E come lunga!
[pg!132]
————
E un giorno venne al palazzo Agabiti un tenente di cavalleria, il quale disse di dover parlare al conte prima di ripartire per Tripoli. Si presentò l'Amelia; lo stato dello zio non permetteva nessun colloquio.
Ma l'ufficiale insistè. Se il malato non aveva perduto del tutto la conoscenza egli, per incarico di Celso Dondelli, caduto in battaglia presso a lui, aveva da consegnargli una cosa attesa e cara.
La signorina raccomandò, pregò:
— Non gli dica che è morto. Tanto....
Poi lo introdusse. La Cleofe dietro alla poltrona sorreggeva il debole capo.
— Guarda, zio, — disse l'Amelia.
Un breve silenzio. Finchè lo zio sorrise, quasi ridesto dall'erroneo riconoscimento.
— Ah! Sei tu?... Il chiodo?
— Eccolo — disse l'ufficiale, mentre la signorina susurrava:
— Lasciamolo nella sua illusione!
Il vecchio chiamò: — Amelia!
— Son qui, zio.
— Celso!
L'ufficiale ne comprese, dalle mosse più che [pg!133] dalle parole, l'ultimo volere. E mise l'anello nel dito che la signorina gli tendeva ripetendo: — Lasciamolo nella sua illusione.
Allora la Cleofe ruppe in pianto.
————
Ed era passato un altro anno quando il tenente di cavalleria, vicino alla promozione a capitano, tornò al palazzo Agabiti. Disse alla signorina, erede del conte: — Quella che fu illusione estrema di suo zio non potrebbe essere realtà per noi?
La signorina Amelia considerò l'anello che aveva nel dito; sollevò i begli occhi a mirare in alto e:
— Quando sarete capitano — rispose —. Questo era il patto. [pg!134]
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[CINQUANTAMILA LIRE.]
Al triste annunzio — il commendatore Demetrio Lecci, nell'attraversare la strada, era stato investito da un'automobile; commozione cerebrale e lesioni interne; smarrimento della coscienza; nessuna speranza —; appena ricevuto il terribile annunzio, Corrado Amaldi aveva lasciato in casa la moglie, affranta essa pure, angosciata e tremante, ed era corso al letto dell'amico.
Povero Demetrio! Giocondo, come sempre, nella faccia serena, era stato a trovar Corrado il dì innanzi. Ed ora.... ora Demetrio moriva senza riconoscere l'amico. Moriva: l'occhio vitreo e immoto; il volto disfatto e cereo; soli indizi di ultima vita, il respiro affannoso e uno scattare intermittente del braccio e della mano sinistra.
Non reggendo a tal vista Amaldi, con un nodo [pg!136] alla gola, scappò nella camera attigua e si abbattè su di una seggiola. Non poteva piangere.
Ma a poco a poco reagì in sè, cercò dominarsi riflettendo; e si obbligò a considerare i doveri che l'evento calamitoso e repentino imponeva a lui, l'amico intimo, prediletto. Al commendatore non restava che un parente, quel nipote così diverso da lui, e gli avevano telegrafato subito; ma quand'anche fosse arrivato in tempo a veder morire lo zio, il discolo non ne avrebbe ottenuto il perdono.
E Amaldi ricordò che Demetrio gli aveva manifestato più volte il proposito di diseredare il nipote vizioso e corrotto per beneficare le pie instituzioni a cui aveva dato tutto sè stesso. E pensò: «Demetrio avrà fatto testamento. Se lo trovasse qui in casa, il nipote lo trafugherebbe». Possibile?
Possibile. Quando l'evento o il fatto che confonde e travolge è enorme, anche i pensieri che a ragione fredda si giudicherebbero assurdi, sembrano giusti.
Egli guardò allo scrittoio, quasi a confermarsi che ci fosse il testamento del commendatore; poi, con improvvisa ripresa d'energia, s'alzò, chiamò il servo, andò a sedere allo scrittoio, trasse dalla cartella un foglio e una busta e, mentre scriveva, disse:
[pg!137] — Giovanni, a scanso della mia e della vostra responsabilità....: qui dentro ci potrebbero essere carte di molta importanza; credo convenga avvisare il notaio.
— Quel che fa lei....
— Il dottor Neri.... Sapete?... Via Goito....
Il vecchietto inchinandosi prese il biglietto; e uscì.
Con i gomiti puntati sullo scrittoio, per sorreggere il capo, e strette le tempia fra le palme, Amaldi ritenne nella mente il pensiero di prima, che non gli pareva più ben chiarito e compiuto.
No, non era possibile che un uomo come Demetrio Lecci avesse lasciato il testamento in uno scrittoio aperto. No? Ma qual uomo è così prudente da non cadere in qualche errore? Così prudente da aspettarsi a quarantadue anni un infortunio mortale?
D'altra parte, non poteva Demetrio aver pensato giustamente che Giovanni, meglio che servo l'uomo di fiducia, e lui l'amico, vigilerebbero, e in ogni caso provvederebbero alla custodia delle sue carte e all'adempimento delle sue disposizioni?
Fu così che la mano di Amaldi accompagnò il pensiero con moto spontaneo, proprio per naturale conseguenza. Aperse il cassetto di mezzo e guardò. Ma senza curiosità e intenzione ferma; [pg!138] con mente già inerte guardava, sollevando le prime delle carte sparse che lo riempivano e....
Quasi a ricevere un urto nel petto, quasi per difendersi istintivamente da un assalto impensato, respinse il cassetto dello scrittoio, si levò in piedi con tutto il sangue al capo, al volto, in un'apprensione ontosa, con un'impressione indefinibile di colpa e di repugnanza, con un impeto d'ira e di rabbia contro sè stesso, che già si lasciava afferrare da un dubbio insano; e non gli bastavan le forze a divincolarsi, a sfuggirne la mostruosa, diabolica presa.
Una lettera..., in una busta fina..., tra quelle carte, tra quei documenti..., interpostavi come per caso o dimenticanza.
Ricadde a sedere; riaperse; la tolse; ne guardò attento la soprascritta, vinto. E: sì; la lettera, il carattere (.... anche il profumo) era di Rina. Di Rina? Ebbene, fosse pur stata! Che cosa di male se sua moglie aveva avuto bisogno di scrivere, una volta, a Demetrio?
Ecco: egli era tranquillo, padrone di sè. Ragionava. Poteva ragionare freddamente. — Nessun male? Bisogno di scrivere a Demetrio? Perchè? No no! Quella lettera non era di Rina, ecco tutto! Pazzo! pazzo a lasciarsi allucinare da una somiglianza di scrittura. Dunque, via!; rimettere la lettera dove era prima, [pg!139] pentito dell'azione indegna che stava per commettere; violare, forse, un segreto dell'amico.
.... Vigliacco! Scampare, cercava scampare alla certezza?
E risolutamente levò il foglietto dalla busta, e vide che non c'era la firma, e lesse, e vide che era di Rina. Fu certo.
Ma ecco: sentì che possedeva una forza meravigliosa.
Non si muore d'una ferita, ricevuta a tradimento, nel cuore? di dolore, di spavento? Non si muore! Egli richiuse. Credè d'aver voce bastevole a chiamar Giovanni appena fosse tornato. — Via Goito era a due passi — e dirgli: — Vado a casa, per un momento —.
Si alzò.... (una forza meravigliosa!) e, come spinto da tutte le energie superstiti, entrò invece nella camera del moribondo, si avvicinò a guardarlo, con gli occhi sbarrati....
Ah! L'amico!
Allora il medico lo prese per il braccio, lo trascinò fuori. Cominciava l'agonia.
Ebbene.... — una forza meravigliosa! —, di là, nello studio, senza accorgersi dell'intimo schianto, della ferita ricevuta nel cuore a tradimento, senza piangere, senza gridare all'infamia, senza morire, Amaldi rilesse la lettera per confermarsi, di tutto, evidentemente.
[pg!140] Era un bigliettino scritto in fretta, dopo un convegno. Assicurava l'amante da ogni timore d'imprudenza o contrattempi.
Ma questa l'infamia! questa la prova! questa: «A casa ho trovato la cartolina che mi aspettava. Tornerà da Genova dimani o posdimani».
Egli era tornato da Genova.... Quando? Come gli era possibile ricordarsene? Oh se avesse potuto non ricordarsene! Era tornato....: il 14 maggio. Aveva scritto, e se ne ricordava, all'albergo, due sere prima. Due sere prima.
Nel biglietto amoroso mancava la data. Ma il timbro su la busta? si leggeva benissimo: 12-5.... Dunque: c'era più appiglio a dubitare che fosse di Rina?
Tutto evidente! Che infamia!
E come gli fosse strappata solo allora la benda dagli occhi, Corrado Amaldi vide sua moglie affranta e pallida all'annunzio della disgrazia; e solo allora sentì lo spasimo della ferita, l'atrocità del colpo, l'insopportabile tormento. Fuggire! scomparire dal mondo! Ammazzarla!
Adagio! Aspettare! L'altro, intanto, agonizzava.
Ed entrò il notaio. E passò, trafelato, un prete.
Poi Giovanni annunciò:
— Il presidente del Consiglio Provinciale e un assessore del Comune.
[pg!141] Corrado Amaldi immobile, in piedi in mezzo alla camera, ora provava la sensazione d'uno che sia trascinato da una forza irresistibile in un precipizio. Quei signori si condolevano con lui, più che amico, fratello del commendator Lecci.... Anche, volevano informarsi da lui, per regolarsi nelle onoranze funebri. E l'assessore, più disinvolto, venne dal notaio, presso lo scrittoio, e l'interrogò.
Mentre il Presidente seguitava nelle condoglianze, Corrado udiva il notaio che rispondeva:
— Il testamento segreto è depositato presso di me; ma non si procede all'apertura senza richiesta del presunto erede.
Udiva soggiungere l'altro: — E se il nipote, il presunto erede, ritarda qualche giorno a tornare, come conoscere le precise disposizioni testamentarie per i funerali?
— I familiari.... Il signor Amaldi....
Già, il signor Amaldi.
Ma il signor Amaldi pareva esagerare — un pochino — il suo cordoglio; pareva troppo stordito. Rispondeva a stento che il commendatore sdegnava i funerali chiassosi; che disapprovava l'uso dei discorsi, dei fiori.... Non altro. Giovanni, Giovanni forse ne sapeva di più.
Interrogarono anche lui; e rispose che il suo padrone non avrebbe sdegnata una messa di [pg!142] requiem. Ma la messa, quando fosse richiesta o permessa dal testamento, poteva celebrarsi giorni dopo il trasporto; non era cosa urgente.
A ogni modo, Provincia e Comune stavano per accordarsi su le onoranze, quando il medico s'affacciò sulla porta e aperse le braccia.
Amaldi, che si era seduto accanto al Presidente, balzò in piedi, livido; rimase impietrato, con gli occhi torbidi; e Giovanni scappò via gemendo. L'assessore guardò l'orologio e disse: — Sette e venti —; e il Presidente disse: — Animo, signor Amaldi! —; e afferrò e strinse la mano del signor Amaldi.
Il quale adesso sembrava non esagerar più; sembrava manifestare con il dolore di chi perde il fratello lo stupore del mistero e lo sgomento del nulla; o pareva rimasto senza pensiero.
Pensava: «Dovrò fingere, dissimulare fino all'ultimo!»
————
Fino all'ultimo, fino a che la salma fu deposta nel loculo, egli si comportò così, come aveva sentito la necessità di comportarsi, come volevano le convenienze sociali.
Ma dopo! Al ritorno, nella carrozza chiusa, libero della cappa di piombo che la società vile e corrotta gli aveva imposta, in una commozione [pg!143] di scherno e di rabbia Amaldi s'abbandonò a meditare, a pregustare la vendetta. Oh sfogarsi! sfogare l'amarezza dell'onta patita e l'onta dell'ipocrisia a cui era stato trascinato come in un baratro; sfogare tutto l'odio che gli si era addensato in veleno nel cuore; esasperare con voluttà di martirio la ferita dilaniante; gettar la maschera, e accusare, e calpestare l'infame prostrata, nella confessione e nel rimorso, ai suoi piedi; o colpirla, ammazzarla se sorretta dalla passione e insolente!
Che benefizio nell'anima e nel sangue, a immaginare il castigo tremendo, mortale! Ammazzarla!
Ma era illusione fugace. A poco a poco intravvedeva che a lui non era concesso — no — nemmeno l'inconsulta attesa della catastrofe che fosse, per sua mano, tragica!
No: egli, povero uomo, doveva riprendersi tosto, ragionare, riflettere. No. Non gli era possibile vendicarsi in tal modo; non doveva ucciderla; non cacciarla, sgualdrina, di casa; non trascinarla a un tribunale. No. Perchè? Perchè sarebbe uno scandalo!
Era caduto in una contradizione; la contradizione in cui s'era messo non tardò a stringerlo, ad attanagliarlo, a soffocarlo. Non poteva vendicar il suo onore senza provocar uno scandalo [pg!144] enorme; ma per evitare lo scandalo, per salvare il suo onore aveva dissimulato restando fin la notte in casa del defunto, fin reggendo nel trasporto uno dei cordoni del feretro!
Sciagurato! Rivelando adesso il suo disonore non darebbe forse diritto al mondo di chiedergli: Come mai, tu, ad accorgerti d'esser tradito, hai aspettato che il traditore sia stato morente o morto? Per quale misterioso interesse hai dissimulato fin all'ultimo? Per quale vergognoso passo hai accompagnata la salma all'ultima dimora? Per quale inconfessabile ignominia hai taciuto sempre con tua moglie, e schiamazzi adesso che Dio o un accidente ti ha liberato del più colpevole, del più forte?...
In ogni persona che vedeva, egli vedeva un ridere osceno; e gli pareva che tutti coloro che conosceva gli ridessero in faccia, gli gridassero:
— Anche tu! anche tu....; e finchè l'altro viveva...., eri contento!
Tutti, sempre, l'avevan tenuto per un uomo onesto, un gentiluomo; e cadere, affogare nel fango! Aveva amata sua moglie e....
Al pensiero del suo amore di un tempo, non resse più. Ruppe in singhiozzi; pianse.
Lo riscosse il rumore delle ruote sul ciottolato, rientrando in città. E non osò rincasare fiaccato in tal modo dalla passione e dalla ragione.
[pg!145] Gli era necessaria una tregua; un po' di riflessione pacata; di silenzio; le forze umane hanno un limite, perdio!
E ordinò al fiaccheraio di condurlo, invece che a casa, all'uffizio del Consorzio.
Ivi per fortuna l'aspettava un telegramma il quale lo chiamava, d'urgenza, a Ferrara. Per non scrivere o telefonare alla moglie mandò un impiegato a casa a mostrar il telegramma; dicesse alla signora ch'egli ritornerebbe solo al dimani.
E partì davvero subito.
Ma non poteva fuggire, miserabile, da sè stesso; non poteva fuggire al dilemma che gli si veniva determinando sempre più chiaro nella mente:
O il mondo sapeva, e sarebbe inesplicabile la sua condotta, la sua ipocrisia, la sua dedizione alle convenienze quando e in qualunque modo egli desse a vedere che non ignorava, già prima, la colpa della moglie; o il mondo non sapeva, e guai per lui se si vendicasse. Rivelerebbe lui la sua sventura. La pubblica moralità non giustifica il marito che ammazza, o scaccia la moglie, o se ne separa, se il castigo non chiarisce, non specifica la colpa.
Anche in treno, e poi la notte insonne, nel letto dell'albergo, cercò la via a superar sè stesso. Invano. Il pensiero di rimettere all'avvenire una [pg!146] decisione gli era insostenibile; nessun conforto, nessun consiglio, nessun aiuto. Che poteva sperare dal destino?
E invano la mattina dopo si provò a un ritorno di vita normale nelle faccende per cui era stato chiamato a Ferrara; anzi quei discorsi, così lontani e diversi dell'intima cura, gli esacerbarono sempre più la ferita, gli rintorbidarono la mente.
Ripartì con una più fiera tempesta nell'anima, con un senso di energia ricuperata e prorompente, e un bisogno d'uscire da quella sua agonia; con un solo pensiero fisso e, solo esso, ragionevole: che la risoluzione del suo destino non dipendeva da lui; dipendeva dal contegno della moglie.
Egli l'affronterebbe gettandole in faccia la lettera che ne attestava la colpa, le direbbe: — Ho tentato di salvare il tuo onore salvando il mio. Ora, a noi! E senza chiasso, senza scandalo! Che intendi di fare?
Ma una mossa sola di lei, una parola sola avversa alla sua passione immensa lo trasporterebbe al di là del limite che divide la ragione dalla follia; e allora non indietreggerebbe, non esiterebbe davanti alla catastrofe sanguinosa. Una revolverata per lei e una, magari, per sè; tanto, la sua vita era spezzata!
[pg!147] Così, mentre andava a casa, l'immagine della donna gli si confondeva nella mente con le attitudini o del terrore improvviso, o della negazione disperata; o della confessione umiliante, o dell'invocazione di pietà e di perdono. La immaginava di nuovo in una crisi di lagrime e di rimorso, a cui sovrastava imponente, spietata, tremenda, quale che si fosse, la risposta e l'azione di lui....
A casa! A casa! Ma nell'entrare in casa pallido, fremente, ecco venirgli incontro la moglie frettolosa e, al tempo stesso, tranquilla. Tranquillissima! Diceva:
— Il notaio Neri t'ha cercato ierisera e stamattina per una cosa di grande premura. Poco fa ha mandato questa lettera.
E la porgeva. Tranquillissima!
Amaldi per prendere la lettera del notaio e aprirla lasciò nella tasca quell'altra, che già stringeva per gettarla in faccia all'adultera. E lesse; e intanto che leggeva, Rina, nel vederlo affoscare sempre più, dubitò di una nuova disgrazia e: — Che c'è, Corrado? Una nuova disgrazia? — chiese con dolcezza.
Corrado non rispose respingendola: — Via, malafemmina! — Rispose: — Nulla! —; e si diresse all'altra camera.
— Vuoi desinare subito? — Rina domandò [pg!148] ancora con dolcezza —. Sarai stanco; avrai fame.
Senza volere, assentì, del capo.
Poi, nella camera di là.... Era una cosa incredibile! Una cosa turpe, laida, lurida; una schifezza orrenda! Da ridere. Che vigliacco era stato quell'uomo saggio!
Diceva la lettera del notaio:
".... Il testamento del compianto commendatore Demetrio Lecci, aperto a richiesta del di lui nipote, lega lire cinquantamila a favore della S. V...."
— Ed io — disse a sè stesso Corrado Amaldi sobbalzando con l'impeto del martire che riconfermi la sua fede di fronte allo scherno osceno e tirannico —, io rifiuto il legato, io rifiuto il prezzo della mia vergogna! Rifiuto!
Ah sì? Rifiutava? Un eroe! Se non che il mondo vigilava e chiedeva:
Perchè? Perchè rinunciare al lascito del tuo miglior amico, che hai tanto stimato e amato in vita, che hai tanto onorato in morte, che hai accompagnato all'ultima dimora e hai visto, con tanto strazio, seppellire?
O il mondo sa, o non sa....
Ma no (ragioniamo), no che il mondo non sapeva! Un uomo prudente, retto, saggio quale Demetrio Lecci, non avrebbe avuto mai simile [pg!149] audacia senza l'assoluta certezza che il mondo ignorava la sua colpa; non avrebbe corso il rischio di contaminare post mortem la fama di tutte le sue belle virtù con un atto che disonorasse il benefattore non meno del beneficato; anzi con illuminata esperienza egli aveva forse provveduto così a smentire, a rendere inverosimile la malignità se mai qualcuno osasse di mormorare!
E se il mondo ignorava, non sarebbe stata stoltezza metterlo in sospetto rifiutando l'eredità?
Accettarla!
Ma (ragioniamo), ma accettandola come avrebbe potuto — povero marito —, come avrebbe potuto investire, assalire l'adultera, chiamarla infame? Essa avrebbe ribattuto, trionfante: — Chi più infame di te che accetti l'eredità dell'amante di tua moglie?
Nessuno scampo, gran Dio! Così, proprio così: per salvare la sua dignità, il suo onore; per serbarsi un galantuomo, un gentiluomo agli occhi degli altri e di sua moglie, Corrado Amaldi doveva prendersi le cinquantamila lire e tacere! Irremissibilmente; ad ogni costo: tacere e prendersi le cinquantamila lire! Nessun rimedio.
— Corrado, vieni a desinare? — chiamò Rina con dolcezza.
[pg!150] Egli stracciò la lettera.... — non quella del notaio, l'altra —; ne sparse i minutissimi pezzetti fra le carte del cestino; e raccolte tutte le forze a superar sè stesso, rispose, con dolcezza:
— Vengo.
Non c'era altro da fare.
[pg!151]
[LA STELLA SIRIO.]
Alfonso Graldi entrò nella stanza del fratello e gli chiese:
— Hai sentito che cosa han detto le Raffi: dei socialisti e di Turri?
Raimondo lo guardò, e tacque. Non ricordava e ricercava nella memoria. Ma Alfonso interpretò quel silenzio e quello sguardo quali segni di apprensione per lo stesso suo dubbio e di timore per una deliberazione grave. E disse, calmo:
— Sta attento.
Poi, dominandosi e augurando la buona notte, uscì.
— Le Raffi? — Raimondo ricercava. — Vattelapesca! — Mentre discorrevano, su la terrazza, egli osservava Vega, Arturo e Antares. — Attento? A che cosa dovrei stare attento? Ai socialisti? A Turri? Perchè? Mah!
[pg!152] Turri non era venuto a conversazione, quella sera, e nemmeno l'arciprete; e appunto perchè non aveva avuto gli amici con cui si intratteneva volentieri egli, alle chiacchiere delle informatrici, aveva preferito ascoltare ciò che gli dicevano le stelle.
— Domattina lo domanderò a Adriana — soggiunse —; se era presente e se ci avrà badato.
Anche Adriana infatti non dimostrava mai d'interessarsi ai pettegolezzi del paese, e, quando poteva, scampava dai fastidiosi argomenti di leghe, di soprusi municipali, di studiate rappresaglie, e battaglie minacciate, e sperate vittorie.
Raimondo si mise dunque a leggere il libro che gli giovava più del bromuro. Finchè l'occhio gli scorse su le righe senza più afferrarne il senso.
— Mio fratello — pensava — non è uno stupido; tutt'altro! Ma è vittima di una ambizione meschina. Vorrebbe prevalere a Castelronco. Che gloria!
A dir vero Alfonso Graldi non viveva solo nel paese e del paese. Arricchiva sempre più usando ingegno, energia e volontà in imprese agricole e industriali; estendendo l'opera sua in tutta la regione; acquistandosi stima invidiabile [pg!153] pur in città, dove si trasferiva l'inverno. Ma nel luogo nativo quasi per necessità doveva sorreggere i conservatori, e prepararli alla riscossa. — Bel gusto! — mormorava, malcontento, Raimondo. — Bel gusto consumar gioventù, forze, ingegno in simili lotte, per simili conquiste! Al solito: dispetti, ire, arrabbiature. E inganni da opporre, e insidie da evitare.... Ah ecco!
Aveva trovato: credè aver trovato ciò che avevan detto quelle pettegole Raffi. Una delle solite: la storia di un appalto favorito dal sindaco e conceduto alla lega dei birocciai, per la ghiaia; di una frode nella misura delle birocce. — E io, forse, dovrei stare attento quando passano di qua, per la strada, le birocce, e accertarne la misura, io, che non ho niente da fare? Io? Povero Alfonso! Ma, e come c'entra Turri?
Per non perdere il sonno che arrivava, Raimondo si disse: — Domani sera lo domanderò a lui. — E chiuse il libro. E lo schiarimento ultimo sembrò venirgli appena spento il lume:
— Turri avrà gridato alla frode senza prove sicure, e i socialisti se la prenderanno, al solito, con lui e con noi. Anche con me? Oh io non ci penso, povero Alfonso, a queste gran cose! Sta pur sicuro! Sirio....
[pg!154]
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— In cielo non c'è soltanto la luna per attestare, anche adesso, con la figura di Caino la nostra ignoranza, o non c'è soltanto il sole per abbarbagliare il nostro orgoglio, o Marte coi canali perchè possiamo riferire agli altri pianeti la nostra intelligenza e la nostra scienza, o Venere e Giove perchè troviamo lassù un termine di paragone al brillante e allo smeraldo che abbiamo in dito: c'è, a centro di un altro sistema planetario, una certa stella che si chiama Sirio, che in inverno e in primavera risplende mirabilmente e che col suo fulgore dovrebbe esortarci tutti a considerar più in là del nostro naso, della nostra terra e del nostro sistema planetario. Sapete con quale velocità corre la luce? Trecentomila chilometri al minuto secondo! Dico trecentomila chilometri al minuto secondo. Bene: sapete quanto tempo impiega Sirio a mandar a noi il suo fulgore? Sedici anni. Dico sedici anni! E sapete a che distanza corrispondono sedici anni di luce? A centocinquantasei bilioni di chilometri! Quando si consideri ciò, e quando si rifletta un poco che Sirio è vicinissimo in confronto alle nebulose, pare che le faccende dell'orbe terraqueo, [pg!155] non che gli avvenimenti della cronaca cittadina, i dibattiti del Consiglio comunale a Castelronco, gli interessi dei nostri amici o nemici, i casi e i beni e i mali delle nostre rispettabilissime persone, non possano avere una grande importanza nell'universo; non debbano avere nemmeno per noi l'importanza che crediamo noi.
Così Raimondo Graldi risolveva ogni questione, commentava ogni fatto, s'alleviava di ogni noia.
Ma non perciò era egoista e apate. Non era felice. Infermiccio sin da ragazzo, aveva trovata e protratta negli studi la sua illusione; e s'era consolato con la superiorità intellettuale che l'agiatezza gli consentiva di esercitare, in città e in villa a Castelronco, su un contorno di conoscenti e d'amici. E per un pezzo non si era accorto come in quella deferenza che gli dimostravano sottentrasse un sentimento di compassione, e doveva a Adriana — moglie di Alfonso da quattro anni — se aprendo gli occhi nella realtà del suo dominio egli aveva cominciato a disgustarsene. Non però un'intenzione maligna induceva Adriana ad essere sempre ironica con lui. La frivolezza e la mondanità (del mondo, naturalmente, fuori di Castelronco) sembravano accrescerle grazia, e la sua [pg!156] ironia era amabile perchè toccando solo gli studi che rendevan strano Raimondo e lo distoglievano dalla vita comune, significava insomma un riconoscimento della superiorità male riconosciuta dagli altri. E, anche, egli sentiva che il brio della cognata celava un segreto rovello. Forse perchè Adriana ormai disperava di divenir madre? Mah!
— Le donne, chi le capisce? — pensava Raimondo. — Mia cognata si direbbe leggera, eppure.... Si direbbe vana, eppure.... Si direbbe tal quale tutte le signore della società sciocca e falsa, eppure.... Soffre: questo è solo quel che ci capisco io!
Finchè un bel giorno egli, che tra le scienze in cui aveva delibato noverava anche la psicologia, credè penetrare senza più dubbio nel mistero di lei. Certe sue mosse, certe occhiate al marito, certe attitudini sdegnose o certe ostentate espressioni d'affetto quando Alfonso tornava a casa dopo le frequenti assenze, per osservatori inesperti sarebbero state prove di stanchezza, di freddezza, magari di un'antipatia insorgente e indarno repressa.
— Ma a me non me la dà a intendere! — pensò Raimondo. — Ho visto! Adriana è innamorata pazza di Alfonso; ne è appassionata; è gelosa delle occupazioni e dell'ambizione che glielo rubano.
[pg!157] Tanto vero che compiangendo sè stessa compiangeva chi sfuggiva alle affannose gioie dell'amore.
A lui diceva:
— Innamoratevi, Raimondo! Amate, fin che siete in tempo!
— Amo — egli rispondeva.
— Già!, la vostra Sirio.
— Sirio è maschio.
— Vedete che sproposito? E intanto vi sfugge il meglio: la donna.
— Il meglio?
— Il meglio! Non avete ancora imparato che siamo stati creati appunto per godere e per soffrire amando; amando come si usa in terra e non fra gli astri? Non avete ancora compreso che la vita è amore e amore è la vita? Non avete ancora pensato voi, signor pensatore, perchè la fanciullezza è così bella? Perchè anche la vecchiaia può essere bella?
— No. Perchè?
— La fanciullezza — non ridete — è come l'antipasto dell'amore.... E la vecchiaia può essere la tranquilla, beata, invidiabile digestione dell'amore. Non ridete, vi prego.
— Filosofia gastrica! — esclamò ridendo Raimondo. — Ma io mi pasco di luce.
— E siete cieco! Infelice!
[pg!158] Ebbene, sì: da qualche tempo egli si sentiva davvero infelice; ma non perchè si era lasciato rapir dalla scienza: anzi perchè alla scienza non si era dato con amore più saldo. Inoltrandosi negli anni e negli studi, a quel dilettarsi di una cultura superficiale e varia, al compiacimento di poter discorrere, con nozioni vecchie e nuove, di astronomia, di fisica e di chimica, di botanica e zoologia e mineralogia, eccetera, e di potere, con vive rimembranze, adornarsi di storia e filosofia e poesia, gli era seguìto nell'animo un senso di rammarico, come in chi s'avvede di consumare invano le sue forze.
E ora sapeva che non sapeva nulla di nulla, e sapeva tanto che immergersi nell'ignoto con l'ingenuità d'un bambino o d'un barbaro gli sarebbe parso ineffabile gaudio.
Ma anche ciò non poteva, perchè quanto aveva appreso gli suscitava dalla terra e dal cielo, in mille modi e mille forme, le tentazioni dell'ignoto e le prove della sua ignoranza particolare. E gli costava uno sforzo dire a sè stesso:
— Che importa il tuo soffrire, la tua ambizione insoddisfatta, se ti ricordi, Raimondo, che Sirio...?
[pg!159]
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Per fortuna Sirio non gli rifiutava tutti i conforti di quaggiù.
Con sincera stima — ne era certo — lo divagavano dall'intima cura un discepolo e un collega. Discepolo gli si protestava il capitano Turri; il quale, vedovo di una ricca signora, aveva da poco lasciato l'esercito, ed essendosi comperato una villetta a Castelronco, presso a quella dei Graldi, nell'amicizia dei Graldi trovava incitamenti a passar bene i giorni e le sere d'estate. Con Alfonso, Turri combatteva, fuori, in pro del partito dell'ordine; con Raimondo si riposava, in casa, imparando senza discutere.
E l'ammirata sommissione del capitano era tale che — mentre egli ascoltava — Raimondo, il maestro, provava gusto pur a dire delle corbellerie. Quando il poeta superava in lui lo scienziato, la fantasia gli rendeva verosimili le più strane ipotesi, le spiegazioni più ardite. Dopo, se ne doleva, temeva. Se Turri consultasse qualche libro? qualche scienziato?
Ma no!, fiducioso, Turri non consultava niente e nessuno, o, tutt'al più, si rivolgeva a Adriana, allorchè assisteva alle severe lezioni, chiedendo:
[pg!160] — Che fenomeni, eh, signora?
La signora rompeva in una delle sue gaie risate e rispondeva:
— E questo è poco! Chi sa in Sirio!
Ma con il collega le cose procedevano diversamente. Era l'arciprete. Meditativi entrambi, don Paolo e Raimondo interrompevano di silenzi e sospiri le discussioni serali e le cognizioni che s'impartivano a vicenda: afflitto don Paolo che alla dottrina dell'amico mancasse la direzione della fede, e malcontento Raimondo perchè all'intelligenza dell'amico mancasse la travagliosa eppur feconda necessità del dubbio.
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Alcune settimane dopo la sera che Alfonso aveva mosso al fratello l'oscuro ammonimento — e Alfonso non ne aveva più tenuto parola nè Raimondo se ne era più ricordato — l'arciprete, dalla via, sorprese l'amico una mattina mentre curava i fiori prediletti.
E gli disse piano, timidamente, quasi:
— Ho da parlarle.
Andandogli incontro per il viale che metteva, un po' di lungo, all'ingresso della strada, Raimondo pensava:
— Don Paolo mi sembra stralunato. Parlarmi di che cosa?
[pg!161] Di che avevano discusso nei recenti colloqui? Degli elementi dell'atomo (elettroni....); delle macchie solari in rapporto alla meteorologia....; di Darwin in rapporto ai neovitalisti....; della — ah, sì! — della pluralità dei mondi abitati — sì, sì — in rapporto alla religione e al dogma. E in presenza di donne egli si era lasciato trasportar troppo dall'argomento; aveva turbato, in grazia delle scandalizzate ascoltatrici, la serena tolleranza, la coscienza del bravo prete.
— Colpa di Sirio! — si disse ancora Raimondo vedendo con la mente il sorriso ironico di Adriana. Infatti al tema pericoloso li aveva condotti, quella sera, l'accenno al pianeta che gira intorno a Sirio in cinquant'anni.
Ma don Paolo parve anche più imbarazzato quando seduto sul sedile, tra il folto, cominciò a bassa voce:
— La nostra amicizia e la mia prudenza, anzi il mio dovere...., m'impongono....
Raimondo gli fu subito grato del tono dimesso, della soggezione manifesta, e pentito com'era d'avergli fatto dispiacere, affrettò:
— Ho capito, don Paolo. Lei ha ragione.
Il prete sembrò ora meravigliarsi di quella consapevolezza; ma l'altro abbassò gli occhi, quasi a significare: — Le dò ragione, sebbene l'amore della scienza mi giustifichi.
[pg!162] — Lei capisce — seguitò il prete, grato a un tempo che gli fossero risparmiate spiegazioni penose, e dolente di dover insistere per condurre l'amico al suo prudenziale consiglio.
— Lo scandalo.... Le chiacchiere.... La perfidia degli avversari....
Già: felici di dare addosso a un povero prete, che per l'amor della scienza si comprometteva in conversazione sopportando teorie irreligiose.
All'insistenza però del collega, Raimondo non volle più cedere del tutto; oppose, serio:
— Capisco; capisco. Ma non diamo troppo peso....
— Il mio timore — interruppe angustiato don Paolo —, il mio timore è che le voci, le accuse anonime pervengano all'orecchio di chi deve ignorare....
Dell'arcivescovo? Povero don Paolo!; si aspettava noie fin dalla Curia!
— Ha ragione — affrettò di nuovo Raimondo. — Le prometto....
Ma allora una bella risata squillò dietro di essi e li fe' sorgere in piedi. Adriana.
— Bravo don Paolo! — esclamò. E scendendo per l'erta, tra i lauri: — L'ora è propizia!
Il prete, pallido, stentò a sorridere.
[pg!163] — Di giorno — la signora soggiunse — non si vedono le stelle, e adesso le sarà più facile persuadere questo ostinato....
— A che? — Raimondo chiese.
— A non perdere di vista le cose terrene!
Don Paolo guardò la signora con ricuperato animo. Disse:
— Forse sarebbe meglio, certe volte, perderle di vista!
E la signora fissò il prete.
— Oh! Così non deve dir lei, reverendo, che con tanto zelo compie quaggiù la sua missione di carità e di amore!
Anche Raimondo sentì l'ironia e gli dispiacque.
— Mia cognata — interloquì — mi giudica egoista, apate.
— Se non foste, non avreste sempre la testa in Sirio.
Sviato, il discorso proseguì scherzoso tra i due e lasciò libero il terzo di andarsene presto. Se n'andò, don Paolo, convinto d'avere provveduto alla sua missione.
— Ora la metterà in guardia — pensava. — Mi ha capito meglio lui di lei.
[pg!164]
————
.... Ed era stata per Raimondo una notte quasi insonne, sebbene senza sospetti di nessuna sorta.
S'alzò all'alba; spalancò la finestra.
E si rimise, così vestito, sul letto. Nella quiete ancora notturna pesava l'aspettazione del giorno canicolare. Poi i suoni vi furono come gettati dentro da lungi ed estesi da onde che vibrassero basse e dense, quasi staccate dall'aria che le recava. Rari abbaiamenti e gallicini fiochi. Nè questi suoni rompevano l'immenso silenzio; e lo dilatavano, infinito, lo spesso zittìo delle locuste e il fondo e grasso gracidare dei rospi.
Solo una voce umana avrebbe rotto il silenzio immenso, avrebbe ridestata la vita; ma non si udiva una voce d'uomo. E guardando di là, da sedere sul letto, agli alberi che nereggiavano lungo il clivo, Raimondo pensava agli uomini, e gli parevano creature poco dissimili da quelli: la superiore anima degli uni non era radicata alla terra come la vitalità degli altri? Il pensiero non era forse vincolato alla materia bruta? O forse Adriana, nella sua ignoranza, scorgeva il vero? Unica realtà capace di idealità e spiritualità, unica illusione [pg!165] difesa e sostenuta dalla realtà sarebbe l'amore? Unica felicità addentrarci amando nella vita della materia, per illuderci godendo e soffrendo di superar la terra che ci avvinghia con radici tenaci fino alla morte?
Un galoppo veniva di lontano lontano, e Raimondo l'accompagnò con udito or più or meno sensibile. Lontano lontano.... E mentre la frescura lo riassopiva, e mentre gli pareva che quel galoppo strappasse affannosamente la strada, credè ricordarsi che Alfonso aveva detto di restare assente tre giorni.... Ma nell'avanzare il galoppo cadeva a trotto uguale; scemava; cessava. Alfonso? No. Non poteva esser lui che ritornasse un giorno prima, a quell'ora, dal luogo ove gli affari l'avevano intrattenuto, quantunque non di rado, per il caldo, viaggiasse anche la notte col suo buon cavallo.
Quand'ecco un rumore vicino riscosse dal dormiveglia Raimondo: un repentino, affrettato rumor di passi, nella loggia. Ascoltò. Non sognava. Qualcuno apriva le imposte della ringhiera. Balzò e corse alla finestra e.... Come in un sogno volle gridare al ladro, e non potè. Giù, d'un salto, dal balcone, il fuggitivo scompariva tra le macchie: riconoscibile. Riconosciuto! Lui!
E altri passi più forti per le scale e nella loggia; e lo sbattere violento d'un uscio.
[pg!166] Turri! Alfonso! Con la mente vacillante, col cuore stretto da un'angoscia mortale, Raimondo percepì le due imagini nella rivelazione istantanea, e tutto gli apparve in una improvvisa orrenda luce. Ah le parole delle Raffi! Solo adesso le ricordava! E insieme, d'un tratto, vide quanto avrebbe dovuto intendere prima, a poco a poco, se avesse ricordato e riflettuto: l'ammonimento del fratello («sta attento»), le parole delle Raffi («il capitano, dicono i socialisti, consola i mariti fuori e le mogli in casa»), la prudenza di don Paolo, gli infingimenti di Adriana. Vide Adriana, e tremò per lei. Di pietà tremò. Uscì, disperato.
Scendendo dal piano superiore, scarmigliata, piangente, con le mani in croce, disperata, lo affrontò la cameriera; e lamentando — Dio! Dio! — pareva rinfacciare a lui la storditezza, la debolezza, la viltà che non aveva saputo impedire, che non sapeva impedire. Raimondo si sentì mancare. Ma.... — l'uccide, l'ha uccisa! — ecco il colpo. E si precipitò verso là.
Alfonso uscendo lo respinse. Stringeva in pugno il revolver. Si guardarono nell'attimo tragico.
Fratelli?
E con voce ferma, con la stessa voce con cui aveva detto quella sera: — sta attento — Alfonso disse al fratello:
— L'ho uccisa.
[pg!167]
[L'ASINO NEL FIUME.]
La maggior piena era passata: ora la fiumana, contenuta nella parte più bassa, scorreva rapida, ma a piccole onde lievi lievi che s'inseguivano riscintillando. Il sole, nel sereno purificato dalla pioggia della mattina, la irradiava, vi si rifletteva quasi in liquido argento; e ove dilagava nel letto più ampio, l'acqua pareva espandersi dall'agitazione del mezzo e indugiare, di costa, in un tremolìo fulgido, frequente e incessante; come in una trepida gioia infinita.
Per passare dalla riva sinistra alla destra a caricarvi la ghiaia, i birocciai dovevano seguire la carraia che avevano praticata evitando massi e borri e seguire, sotto l'acqua, i solchi delle ruote. Discesero in fila: ritti su le birocce essi schioccavan la frusta ed incitavano con voci di iù! mentre trattenevan le redini; ed i cavalli a testa alta, scuotendo le sonagliere, entravano [pg!168] nella corrente e godevano a diguazzare in quella vivida intermittenza, a precedere o a tener dietro ai compagni attraverso quella confusione e quel palpito d'acqua e splendore. E l'esser passati era per gli animali e per gli uomini come un'allegra vittoria.
Venne ultimo, con la sgangherata biroccetta e l'asino, Sugnazza. Anche lui! Urlava anche lui; e bastonava. Ma l'asino non aveva baldanza: troppi digiuni e troppe bòtte. E quando non era ancor a metà del guado, si fermò. Si fermò rigido, a orecchie chine, con intenzione dubbia. L'arrestava l'ignota delizia del bagno, o lo atterrivano il luccichio e la vertigine? E non bastavan più il bastone e le grida.
— Dàlli, Sugnazza! — Arrì! — Forza! — ripetevano i birocciai sghignazzando, intanto che raccoglievano dai mucchi la ghiaia e la caricavano con fragore di badili. — Forza! Se no, l'acqua ti porta via! Dàlli!
Dava; e l'asino, duro. Finchè, fosse una randellata di tal sorta da affrettare il destino, o fosse una funesta illusione di riposo e di pace che irresistibilmente l'attirasse, la bestia si abbandonò e cadde; e Sugnazza battè il petto contro il riparo, dinanzi. Ahi! Calò, sì, subito, nell'acqua e, furioso, percosse, bestemmiò e maledisse; ma era finita. E quando fu certo....
[pg!169] — Gli è crepato l'asino! Gli è crepato l'asino! — esclamarono quegli altri accorrendo a vedere e a ridere.
L'asino non si mosse più. E quando fu certo, Sugnazza tacque; risalì nella biroccia prona su la bestia morta e vi si distese per il lungo, la testa poggiata su le braccia e la faccia in giù, con apparenza d'uno che cogliesse una bella occasione per schiacciare un sonnellino.
E per non disturbare nè lui nè la bestia i birocciai, al ritorno, tirarono un po' da parte. Ridevano ancora.
Quel disgraziato — che matto! — sembrava voler passarsela così la sua batosta: pacificamente, dormendo!
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Ma Sugnazza non dormiva. E non piangeva. Si vedeva, a occhi chiusi, morto di fame, là, press'a poco come il suo asino. Dal dì avanti egli non aveva ingollato cibo, e gli ultimi soldi gli erano andati, la mattina, in grappa. Un pezzo di pane a credito per qualche giorno, da qualche fornaio, lo avrebbe trovato; ma poi, cosa fare? Lavorare a opera? Chi l'avrebbe preso, ormai che il cuore gli ballava il trescone a ogni sforzo e i polmoni arsi pativan sete d'aria [pg!170] più che lo stomaco d'acquavite? E chi l'avrebbe voluto a servire in casa con quella tara che portava addosso da vent'anni? E chi gli avrebbe fatta volontieri l'elemosina, a un uomo che non era vecchio, e, quando poteva, si ubriacava?
O comperare un'altra bestia per la biroccia, o morir di fame. Questa la conclusione.
Ma se questa, di un altr'asino, era la sola speranza, bisognava persuaderne il mondo e dire: — O voi che potete mi aiutate, o io mi lascio morir di fame qui dove sono, con l'asino. Sissignori! E mantengo!
Veramente nell'opinione pubblica Sugnazza godeva stima di essere risoluto. Non per altro che per il modo con cui la vinceva sul suo compagno di sventura aveva suscitata sempre l'ilarità e, perchè no?, la simpatia dei compaesani.
Povera bestia!; più povera forse sotto la biroccia scarica che sotto il carico. Allorchè il padrone, dalla biroccia, s'ergeva a sostener la corsa per la maggior via del paese, l'asino dava uno spettacolo di pazienza e di sofferenza così sproporzionate da divertire anche la gente seria. Al grido annunziatore della tempesta incurvava il dorso quasi per offrir più alto il campo al randello e uscir tosto di pena; teneva [pg!171] stretta stretta la coda quasi per sottrarre sol esso, il suo unico inutile schermo; e finchè i colpi erano sopportabili interrompeva un istante l'andare abbassando la testa e rialzando un po' insieme le gambe di dietro quasi per accusar ricevuta. Ma se le legnate piombavano senza misericordia, allora col torace vuoto e risonante l'infelice aderiva a una delle stanghe, in un vano tentativo di allontanarsi, e pareva piangesse con le orecchie.
— Dàlli, Sugnazza!
Dava; e quell'uomo lungo lungo, squallido, barbuto, brutto, sporco, assomigliava al destino che non lascia tregua all'umanità. Tutti riconoscevano un po' sè stessi in quell'asino (siamo al mondo per soffrire); ma la virtù del saper soffrire è così rara negli uomini che diveniva amena a vederla in un animale di quella sorta.
Se però la bestia era sempre una bestia, l'uomo era sempre un uomo; e poichè pativa il tormento della fame, Sugnazza ora s'imaginava che ognuno — anche chi rideva dell'asino sotto le sue bòtte — si commoverebbe della sua disgrazia, della sua disperata decisione. Certo: il sindaco, l'arciprete, la Congregazione di carità, gli avventori, e, quantunque non fosse in lega, i fratelli della Camera del Lavoro, subito raccoglierebbero sussidi e offerte affinchè [pg!172] il disgraziato non si lasciasse morire là nel fiume, con l'asino. Certo: bastava informarli di questo proposito che aveva in mente, e tutti si darebbero d'attorno per aiutarlo. Nè a informarli mancherebbero messaggeri. Quanti, fra poco, correrebbero a vederlo e a compiangerlo, povero diavolo, da venti anni perseguitato dalla sfortuna; e adesso gli era spirato l'asino là in mezzo!
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Non appena infatti i birocciai della ghiaia ebbero data la nuova all'osteria del borgo, qualche ozioso e parecchi monelli si affrettarono gaiamente allo spettacolo inatteso. Gli uomini ristettero sul ponte o sulla sponda sinistra; e chiamavano Sugnazza, e lo canzonavano con le grida e le apostrofi che egli usava con il suo asino: i monelli preferirono passare di là dalla strada e dalla sponda destra calar nel greto già asciutto; indi metter mano ai ciottoli. Della bestia non si scorgeva che la pancia gonfia, a fior d'acqua; dell'uomo si scorgeva solo quel che del dorso superava i ripari della biroccia; e la difficoltà di colpir giusto suscitava legittima emulazione. La sassaiola cadeva nell'acqua, sollevava spruzzi brillanti.
[pg!173] Ma — bene! — un sassolino toccò Sugnazza proprio dove più sporgeva a bersaglio.
Si alzò in piedi. Con quanta ira potè elevò il bastone, e sembrò sfidar l'aria; e tendendo l'altro braccio, per allargare la minaccia alla vastità della scena, urlò con quanta voce potè: — Lasciatemi stare! Il fiume è di tutti! Qui sono e qui sto; qui voglio morire, se chi può non mi aiuta! Diteglielo! — urlava. — Diteglielo! — urlò di nuovo rivolto a quelli che eran sul ponte. — Se non mi aiutano a comperare un'altra bestia, mi lascio morir qui, com'è vero Dio!
Ma a una nuova sassata, la lunga, grama, oscura persona di lui, che nella luce meridiana e nello splendore dell'acqua si sarebbe detto un fantasma non più pauroso rimasto là fuor d'ora, sopra una biroccia, per un caso buffo, si rovesciò a rigiacere e non die' più segno di vita.
Frattanto, di bocca in bocca, la notizia andava per tutto il paese.
Al Caffè grande la portò un assessore, e il sindaco, che giocava l'ultima partita a biliardo prima di desinare, disse:
— L'asino deve essere seppellito dentro oggi; se no, si applica la multa a termini del nuovo regolamento d'igiene.
— Avviseremo Sugnazza — disse l'assessore.
[pg!174] — Ma lascerà di certo l'asino ad appestar l'aria e l'acqua, perchè, tanto, la multa non la pagherà mai!
— Gli si sequestra la biroccia — ribattè il sindaco. — Non varrà qualche lira?
E in canonica l'arciprete già desinava, quando il campanaro venne a raccontare che Sugnazza aveva accoppato l'asino attraversando la fiumana.
— Povera bestia! Ha finito di soffrire — l'arciprete commentò. — Speriamo che non ne capiti mai più nessun'altra sotto quelle mani!
Al pomeriggio il presidente della Congregazione entrava dal tabaccaio.
— Sa? Nel fiume, questa mattina, è crepato l'asino di Sugnazza.
Il presidente fece un comico atto di disperazione, e chiese:
— Aveva famiglia?
— Chi?
— L'asino?
Rispose uno:
— Aveva dei parenti, ma son tutti benestanti, e non dimanderanno sussidi; stia pur tranquillo!
E alla Camera del Lavoro il segretario esilarò i compagni, che vi riposavano e conversavano, esclamando:
[pg!175] — Poco male se a Sugnazza gli è morto l'asino. Con i quattrini che ha risparmiato a far il crumiro si comprerà un camion!
Quanto al cliente che fin dal mattino aspettava la sabbia da Sugnazza, non vedendolo arrivare e imparando il perchè, fece quel che avrebbero fatto tutti nel suo caso: andò in cerca d'un altro birocciaio che, come quello, non stesse alla tariffa della Lega. Nè il divertimento, dal ponte e dalla riva, cessò prima di sera. Verso sera venne anche una guardia municipale recando seco il nuovo regolamento d'igiene.
— Sissignore: seppellire i morti — borbottò Sugnazza. — Aspettate ancora un poco.
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Ancora un poco.... Allo spasimo della fame gli era seguito un senso di ondeggiamento in cui gli pareva di sentirsi trasportar dall'anima. Ma la pena era adesso nelle visioni dell'inedia: torbide, tristi; di pianto. Bieca e cattiva più che ogni altra l'affannava l'imagine dell'uomo che era stato causa della sua rovina: a quando a quando il Biondino entrava evidente in quel turbine e gli diceva con un ghigno: — Muori?
Sì: moriva dopo venti anni di miseria, spossato [pg!176] nel cuore e nel petto, bruciato dall'acquavite; moriva d'inedia. E per lui!
Un breve amore; l'invidia che la donna sposasse l'altro; la gelosia e la provocazione dell'altro; la lite e la ferita — da niente — una scalfittura seguita dall'infezione per cui all'altro — il Biondino — s'era dovuto amputare il braccio; e il processo; e la condanna; ecco ciò che era avvenuto in gioventù ad Andrea Porta non ancora detto Sugnazza; ecco come l'odio aveva per venti anni avvelenato due esistenze; ecco perchè il vinto or vagellava in una torbida, turbinosa tristezza, in un'insania spaventosa, mentre l'imagine dell'odio, del Biondino poi detto il Monco, gli diceva ghignando: — Muori?
Ed egli, il vinto, ora per la prima volta si sentiva l'anima. Ondeggiava così leggera, così desiderosa di luce e di quiete! Per vedere se fuori di lui, nel mondo silenzioso, fosse già buio, Sugnazza si voltò supino, con fatica estrema. Quante stelle! E chiuse gli occhi senza più rivoltarsi, come alla rivelazione di una cosa orribile. Tanto bello era il cielo! e il mondo....
Nessuno aveva avuto compassione di lui che moriva. Nessuno! Nessuno!
[pg!177]
————
— Ohe! Andrea!
Sugnazza trasalì. Da vent'anni non aveva mai più udito chiamarsi col suo nome. Piegò a pena il viso; e diresse lo sguardo verso dove veniva la voce; lontana lontana o lì presso?
— Ascolta, Andrea — seguitava. — T'ho sentito oggi quando hai detto quello che hai detto. Ma non son ragioni. Chi vuoi che ti regali un altr'asino?
Sugnazza udiva; e scampava, con lo sguardo, all'orrore di quella voce. Quante lucciole sulla costa! Nel silenzio, palpitavano di luce quasi in una gara instancabile; ed erano così fitte che elevandosi e ricadendo e volteggiando, ciascuna sembrava immobile.
— Credi d'esser disgraziato sol tu? — seguitava l'intollerabile voce. — A te ti è morto l'asino; io ho la donna all'ospedale, e non c'è speranza che si rimetta; e sai che lavorava lei per me, e guadagnava molto; da sarta. Io vado a ranocchi; ma adesso tutti son signori, e non ne vogliono.
Maledetto! Era proprio il Biondino!
— Mi ascolti, Andrea?
Sugnazza non avrebbe voluto vederlo, eppure [pg!178] era costretto a cercarlo con lo sguardo estremo. E una luce rossa, gettatagli contro, gli raccolse lo sguardo.
Allora lo vide, il suo nemico, illuminato in faccia dalla lanterna che aveva aperta per osservar lui — la lanterna con la quale affascinava i ranocchi —; e la luce rossa si diffuse nell'acqua intorno all'asino morto.
— Dunque — soggiunse il Biondino d'un tempo, ora il Monco —; dunque senti che pensiero ho fatto. Noi siamo stati disgraziati tutti e due, uno per causa dell'altro. Destino! tu hai rovinato me, io te. Ma io ho qualche risparmio, della donna, e ti posso aiutare; e tu, me. Ti compero io la bestia; e conduciamo il lavoro insieme. Io ti guido la bestia e tu mi dai biroccia e braccia: entriamo nella Lega per guadagnar di più; e il guadagno a mezzo. Ci stai?
Sugnazza voleva rispondere: — Tu, solo tu hai avuto compassione di me! — Ma per rispondere sospirò, e in quell'istante, in quel sospiro si sentì rapir lieve lieve via, fra una infinità di luci: lucciole o stelle.
[pg!179]
[IL DIAVOLO NELL'AMPOLLA.]
Nella nobile città di Burgfarrubach un piccolo spirito maligno faceva da un pezzo questo curioso scherzo: quando un sacerdote, chiamato per scacciarlo dalla casa che metteva a soqquadro, procedeva nell'esorcismo, non ne aspettava il compimento; scappava via troppo presto, lasciando l'esorcista con un palmo di naso. E appena era al nuovo luogo e un altro esorcista arrivava con le benedizioni, le maledizioni e gli scongiuri — fst! —, esso ripeteva il giuoco.
Così nessuno aveva mai potuto rimandarlo una buona volta, per sempre, all'inferno.
Il destino però ha tale possanza da prevalere anche alle bizzarrie diaboliche, e, se non a castigarlo come si meritava, pervenne almeno ad arrestare l'instabile diavoletto di Burgfarrubach.
Dove? Come?
[pg!180] In quella stessa città dimorava un certo avvocato, astutissimo nell'imbrogliare la giustizia e il prossimo. Un giorno che costui se ne stava nel suo studio esplorando un'aggrovigliata matassa, senza che gli riuscisse di trovarne il bandolo per dipanarla come di solito a suo profitto, e bestemmiava, e si rodeva dentro, eccoti, per la porta aperta, ecco apparirgli una fiammella vivida; una sulfurea fiammella che roteava a mezz'aria e si dirigeva, pari a una freccia, verso di lui. In un istante, per istintiva difesa, egli afferrò di su la scrivania ciò che gli venne alle mani, e fu l'ampolla dell'acqua con cui allungava le chiacchiere da inzeppare i clienti; e il caso volle che seguendo a un punto il sollevamento della boccia inclinata e l'obliquo arrivo del globulo di fuoco, questo s'infilasse dentro di quella. Sfriggolò, sobbalzò: invano; vi rimase, perchè l'avvocato, più svelto del diavolo, appose all'ampolla il tappo e lo rigirò e suggellò ben stretto; e poi, senza paura, stiè a guardare. E rideva.
Bel colpo! Una meravigliosa presa, una portentosa conquista! Non già che il furbo leguleio ammirasse soltanto quale un prodigio la fiammella che palpitando e cessando solo di tratto in tratto, quasi per brividi, non si smorzava nell'acqua, anzi si riaveva più fulgida; ma [pg!181] godeva perchè, conosciuto che era uno spirito, egli pensava d'aver in sua balia una forza da trarne inestimabile partito. E rideva; e mentre contemplava l'ampolla e la luce che sfavillava dall'acqua attraverso il vetro, sentì schiarirsi la mente come non mai; scorse piana e agevole, di súbito, la maniera per risolvere l'ingarbugliato affare che l'aveva tenuto tanto in pensiero.
E da quel giorno non perdè più nessuna causa. Conquise tutti i giudici, superò tutti gli avvocati di Burgfarrubach; e naturalmente non rimosse più di là lo strumento della sua fortuna: attese a convertire in belle monete d'oro i cavilli, gl'inganni e le cabale della legge.
Nè è da credere che il diavoletto, pur aspettando il dì della liberazione, si trovasse troppo male al fresco dentro la boccia, se gli prestava occasione continua di vederne e udirne delle belle.
Ma degli avvocati non c'è mai da fidarsi. Quello di Burgfarrubach diventò vecchio; e un giorno si imbattè nel priore di certi frati, i quali avevano il convento su un monte lontano dalla città. Ed essendo salutato dal monaco col sorriso di chi ha la coscienza in pace, egli rispose con mal piglio: — Va al diavolo!
Ma appena fu a casa l'insolente si ricordò [pg!182] dell'incontro; gli si rimescolò e agghiacciò il sangue nelle vene. Per consolarsi tolse dalla cassa un sacchetto pieno di monete. Ahimè! a vederle pensò che con l'oro si posson far molte e belle cose, non una: vincere la morte. Ond'ebbe paura di morire; ebbe il dubbio d'andar lui, invece del frate, a sgambettare tra le grinfe del diavolo sovrano di tutti i diavoli; e con un febbrone addosso si mise a letto.
Vi penò, peggio che se fosse stato all'inferno, fino a che non si risolse a mandare per quel tal monaco e fino a che non l'ebbe al capezzale, in confessione.
Inutile dire come questa fu lunga e scrupolosa; basti sapere che all'ultimo il peccatore disse: — Padre reverendo: in salvezza dell'anima mia lascio al vostro convento il frutto di tutti i miei guadagni, leciti e illeciti. A un patto....
— Quale patto? — chiese il frate.
— Che vi incarichiate voi dell'ampolla, là, sullo scrittoio. C'è dentro....
— Che cosa? — dimandò il frate.
— Il più reo spirito che mai abbia infestato Burgfarrubach.
[pg!183]
————
Si ricordò il buon priore del demonietto che, parecchi anni prima, aveva dato da fare a non pochi esorcisti; e imaginò fosse lui a sprizzar fuoco e a friggere dentro la boccia; ma non ne prese soverchia pena. A studiare e meditar la vita di Sant'Ilario taumaturgo aveva imparato uno scongiuro che nemmeno l'arcidiavolo potrebbe resistervi; nemmeno Lucifero. Da uomo prudente gli bisognò tuttavia consultare i suoi monaci che, confessandoli lui stesso, sapeva tutti savi. Doveva accogliere l'eredità? E l'ampolla? Non era un lascito pericoloso alla buona fama del convento?
No. Tutti furono di opinione che l'eredità si accettasse; ne avevan gran bisogno; e quanto alla boccia, si rimettevano all'antico senno del priore e alla pietà divina.
Così i sacchetti delle monete — appena morto l'avvocato — furono trasferiti al luogo di quegli onesti servi di Dio; e l'ampolla, nella celletta del priore. Il quale sorridendo un poco della paura che solo a vederla avevano avuta i fratelli più ingenui, pensò: «Non si riuscì mai a rimandare questo reo spirito all'inferno perchè non fu mai possibile trattenerlo sin alla [pg!184] fine degli scongiuri. Ma ora è qui dentro, e ben ci sta; e a suo dispetto dovrà udire sin in fondo quel che io ho imparato da Sant'Ilario taumaturgo. Quando poi piacerà a me, lo lascerò andare a casa di Lucifero, togliendo il tappo, ossia gettando l'ampolla in terra». E quasi per prova si diede a recitar l'esorcismo che credeva ineluttabile.
Ma come disse: — esci, maledetto, da questo corpo! lascia in pace.... — fu costretto a interrompersi: la boccia, su la panca, parve accendersi di gaudio; e ne scaturì una risata così gioconda, così arguta che al buon priore cascarono le braccia. Rimase atterrito. Non aveva pensato, poveretto, che l'esorcismo di Sant'Ilario era rivolto alle invasioni diaboliche in corpo di cristiano — «lascia in pace quest'anima cristiana» —, non in un'ampolla d'acqua chiara. E il poveretto dubitò, capì che non c'era da fidarsi nel rimedio creduto infallibile.
Tenersi dunque l'ampolla in cella?
Misericordia! Che pericolo! che orrore! Non ebbe più una notte di bene. Vampe davanti agli occhi; strani cachinni agli orecchi; e quel ch'era peggio, tentazioni che una non aspettava l'altra.
Urgeva liberarsi del gravoso lascito. Ma in qual modo? Rompere l'ampolla dentro il convento? E se lo spirito ritornava al costume [pg!185] d'una volta e s'annidava or qua or là, ora a infestar questa, or quella cella, senza che un compiuto, efficace scongiuro bastasse a scacciarlo? Rompere l'ampolla all'aperto? Le sacre storie riferivano terribili esempi delle vendette che gli spiriti neri prendevano se fugati in ispazi indifesi: súbite accensioni dell'aria, per cui uomini santi rimasero paralizzati o fulminati; repentini turbini, che rapirono creature innocenti, e non si trovarono mai più; frenesie delle quali, per orrore istantaneo, degni sacerdoti infermarono la vita intera.
Dibattuto in tali dubbi, il priore sospirava, piangeva e lottava notte e giorno contro le tentazioni. Pregava, invocava il divino aiuto.
Finalmente a suo conforto rilesse nelle sacre scritture che anche con i diavoli grandi giova talvolta giuocar d'astuzia. Ora, se per rimandare all'inferno il diavoletto, piccolo sì, ma protervo e spaventevole, bisognava fargli intendere tutto intero uno scongiuro; se lo scongiuro più efficace era quello di Sant'Ilario; se lo scongiuro di Sant'Ilario aveva efficacia certa nelle invasioni personali, l'astuzia, la vittoria stava nel trovar persona in cui allo sfuggir dalla boccia lo spirito entrasse e si compiacesse d'entrarci e di restarci. Se non che, per evitare ogni scandalo intorno all'eredità dell'avvocato, [pg!186] non era da rintracciare fuori del convento la coscienza ottenebrata e laida che allo spirito soddisfacesse pienamente.
In un frate, dunque? Imprigionarlo in un frate peccatore? Oh certo!: il diavoletto sarebbe lieto di balzargli addosso, di sguazzarci dentro! E senza dubbio si ostinerebbe a rimanere nella insolita ambita stanza (un frate!) anche durante l'esorcismo; e allora....; battaglia vinta! All'inferno, una buona volta! Non più triboli per l'eredità!
Era un pensiero cattivo? Un consiglio del gran Demonio? Perchè, badate, ci voleva che uno di quei fraticelli così savi e pii cadesse in colpa, e che il priore per conoscerlo all'uopo lo confessasse, e confessandolo non lo assolvesse prima d'aver compiuto l'esorcismo e aperta o rotta l'ampolla.... Ci voleva una tentazione irresistibile per qualcuno dei suoi cari monaci!
Ebbene, le vite dei Padri non attestavano forse che anche le tentazioni giovano? Giovano a provar la virtù? Non era lecito, doveroso forse, mettere di quando in quando a prova le virtù del convento? E per la fragilità umana non tornava possibile, possibilissimo, l'errore pur di un fraticello che fosse savio e pio? Gran prudenza, sì, richiedeva la buona fama dal monastero da mantener intatta. E il priore [pg!187] parlò ai fratelli con grande prudenza. E disse che agevole sarebbe la via del Cielo se non la impedissero le lusinghe del mondo; nè esservi vittoria senza combattere. Andassero dunque, essi, i fratelli, per un po' nel mondo; in abito secolare e con le monete dell'avvocato sfidassero, sconosciuti ma forti, il secolo. Se qualcuno cadesse nella lotta, i vittoriosi l'aiuterebbero a risollevarsi.
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Bontà di Dio! Che precipizio! che salti mortali! Quando i fraticelli furono ritornati dalla città e li ebbe confessati tutti, il priore non seppe più quale scegliere per la funzione dell'esecrata ampolla. Tutti erano caduti, e come! Ah l'umana miseria! Ah la potenza del Demonio! Tutti precipitati, tutti! E ciascuno rispondeva alle rampogne: — I fratelli vittoriosi mi aiuteranno a risollevarmi.
Sbigottì il priore; ma sperò che il sacrifizio dell'uno affretterebbe la cura degli altri infermi e, nello stesso tempo, la liberazione affannosamente sperata. E con il panico dell'atteso evento, con la smania d'uscire dall'angustia così a lungo protratta, corse a prendere l'ampolla e fatti schierare i fratelli dinanzi a sè (il diavolo scegliesse lui), la lasciò andare....
[pg!188] Allora....: un fracasso di cento ampolle infrante a un tempo; una vampata; un grido atroce, tra il fumo; e puzzo di zolfo; e il lamento che si mutava in riso di follia.... Orribile! Al diradar del fumo, esterrefatti, videro, tutti i frati videro il lor priore che si contorceva in una convulsione, al suolo; gli occhi fuor dell'orbita; la bava alla bocca; invasato. Bontà di Dio! Invasato il priore!
Atterriti da questo castigo totale, rimorsi nel cuore e nell'anima, mentre alcuni soccorrevano il misero, gli altri si gettarono in ginocchio a implorar dal Cielo pietà. Piangevano. Non perciò cessava lo strazio orrendo! E i più anziani diedero il buon esempio; cominciarono a confessare ad alta voce le loro colpe, a far atti di contrizione, a rimbrottarsi a vicenda per meritarsi l'assoluzione che s'impartivano a vicenda. E assolti, avrebbero tentato la prova degli esorcismi.
Tentarono. Chi, imposte le mani sul capo dell'ossesso, invocava l'aiuto dei santi, angeli, arcangeli, patriarchi, profeti, apostoli, martiri, confessori: chi gli appendeva al collo un breve coi nomi dell'Onnipotente: Hel Heloym, Sother, Emmanuel, Sabaoth, Agia, Tetragrammaton, Otheos, Athanatos, Jehova, Saday, Adonay, Homusion — e a gran segni di croce minacciava il [pg!189] demone e gridava: — Esci, immondo! esci, aspide e basilisco! Scorpione e iniquo spirito, vien fuori! Fuori!
Ma no: lo spirito d'iniquità non usciva. L'ossesso or sghignazzava, or parlava una strana lingua, or fremeva sputando e digrignando i denti, or bestemmiava come un saraceno.
E chi gli copriva il capo con la stola e cantava il salmo: Vicit leo de tribu Juda; e chi l'ungeva con la cera del cero pasquale e recitava antifone e oremus.
Invano, tutto invano!
E chi leggeva gli evangeli al passo di Gesù scacciante i demóni; e chi aspergeva l'invaso, lo inaffiava a dirittura, tutto quanto, di acqua benedetta.
Invano. L'unione fa la forza. I poveri fraticelli si studiavano di operare insieme; ma lo spirito invasore pareva più possente che quello famoso di Simon mago.
Ne fecero di tutte le sorta. La notte si flagellarono sui nudi dorsi, e il giorno dopo digiunarono; sempre in preghiera. Il giorno seguente si recarono alla città e per le campagne a largire in carità i quattrini dell'avvocato....
Invano. Non valevano discipline, vigilie, digiuni, orazioni, elemosine; nulla! Che diavolo! che strapotenza di un diavolo!
[pg!190]
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Era accaduto più di quel che il priore aveva previsto. Lo spiritello, fornito d'immensa energia, d'una resistenza che ogni più grosso demonio avrebbe potuto invidiargli, restava, pervicace e tenace, nel luogo di sua soddisfazione; nel corpo di colui che, maggior colpevole, aveva mandato gli altri alla colpa. Nè i fratelli sapevano più a che santo votarsi: quantunque alcuni, sorretti dalla speranza e dalla fede, si attendessero di giorno in giorno un miracolo: l'intervento di un messo di Dio.
.... Quando, una mattina, dopo forse un mese di tante angosce, il laico che vangava l'orto scorse venire alla volta di lassù un uomo di aspetto venerabile, a cavallo d'una mula d'aspetto venerabile. Giunto che fu, e legata che ebbe la mula a una caviglia, il solenne pellegrino avanzò verso la portineria.
— Sono — egli disse — il dottor Papenwasser, professore all'università di Koenisberga, e vengo qui a studiare su di voi frati l'«elaterio della facoltà di astrazione». — Ma che elaterio! L'ortolano e il portinaio cominciarono a gridare: — Il messo di Dio! È arrivato il messo di Dio!
Accorsero. E tutti i monaci gli si fecero incontro con riverenze e benedizioni. Nemmeno [pg!191] perdettero fiducia udendo — i più istruiti — chi egli era; anzi si persuasero meglio che venisse mandato dal Cielo. Era un dottore, e un dottore d'Università, e un professore dell'Università di Koenisberga! Non avevano dunque ragione di ritenerlo capace d'ogni sapere?
Infatti, com'essi umilmente e timidamente l'ebbero informato della loro disgrazia, egli sentenziò:
— Ho capito. Son dotto in materia. — E con l'occhio della mente corse subito al profondo magazzino della sua mente; guardò al ripartimento demonografia e scórtovi argomento per una erudita lezione, soggiunse: — Son da voi. Purchè procediamo con metodo.
Credettero i monaci che a procedere con metodo prima di tutto fosse necessario condurlo dove avevano vincolato, in un lettuccio, il miserabile ossesso.
Che! A quel fiero spettacolo, il quale avrebbe intenerita una pietra, non si commosse affatto l'erudito dottore; come non udisse quelle strida, non vedesse quelle contorsioni convulse, quegli impeti di atrabile, quei ghigni osceni. E intanto egli predisponeva, severo e tacito, l'argomento della sua lezione:
— Dèmoni e spiriti in Egitto, Assiria, Caldea, Persia; in Frigia, a Colchide; in Tracia — presso [pg!192] i Greci e i Romani.... (Oh che bella lezione!) — Magia operativa e magia divinatoria — riti di espiazione — formole, erbe e pietre magiche.... (Oh che profonda lezione!) — Negromanzia; lampadomanzia; dactilomanzia; lecanomanzia.... (Oh che colossale lezione!) — Ragolomanzia; palomanzia: petchimanzia; partenomanzia; pegomanzia....
Poi, fatti sedere intorno intorno tutti i frati, il dottore incominciò:
— Narra Erodoto di Alicarnasso, dai latini erroneamente detto il padre della storia, che gli antichi Egizii....
Stupirono i frati. Non comprendevano quale fine potesse avere un tal discorso; pareva loro che più importasse la liberazione dell'infelice. Ignoravano, poveri frati, che scopo degli eruditi è di mostrarsi eruditi; nè immaginavano l'efficacia dell'erudizione quando trascende alle contingenze della realtà.
Il dottore di Koenisberga parlava da mezz'ora appena, e già i monaci, nei loro sgabelli, chinavano il capo sul petto e a occhi chiusi riposavano in un delizioso oblio della loro corporea salma e dei loro guai.
E già l'ossesso sbadigliava. Da prima furono sbadigli a bocca spalancata e lamentevoli, mentre gli occhi smarriti ricercavano la perduta [pg!193] coscienza. Indi, a poco a poco, seguiva un languore, un assopimento benefico.
Finchè, a due terzi della lezione, il priore mandò un fragoroso sospiro, e dopo, alto, un grido di gioia.
Destati, i fraticelli balzarono in piedi; guardarono; videro. Miracolo! Il miracolo del messo di Dio! — Laus Deo! Osanna! — E corsero a sciogliere il redento. E — laus Deo! laus Deo! — tutti si inginocchiarono ed elevarono braccia e voci in rendimento di grazie al Signore. Salvo! Il priore era salvo! Tedeum!
————
Ma poichè fu cantato il Tedeum! accadde un fatto forse più strano della stessa liberazione che aveva sollevato gli animi oppressi: l'erudito, fedele al suo metodo, per cui non abbandonava mai un argomento senza averlo, secondo diceva, sviscerato o esaurito, ripigliò il discorso dal punto in cui era rimasto interrotto. Come se nulla fosse accaduto! Come se a colui non importasse nulla del gaudio che rianimava tutto il convento, dell'esultanza in cui tutti i monaci furono concordi quasi per una comune resurrezione!
E allora sdegnati, essi non videro più nel dotto di Koenisberga l'angelo salvatore ma lo [pg!194] strumento involontario, inconscio, indegno della Provvidenza; e tanta era la foga che egli metteva a seguitar con la fastidiosa discorsa, che dubitarono lo spirito maligno si fosse trasferito dal priore in lui. Per non più patire esperienze diaboliche afferrarono dunque gli sgabelli, e gli mossero incontro:
— Via! Fuori di qui! Fuori l'invasato! All'inferno!
Oh frati ingenui nonostante i loro recenti scapucci nel cammino del mondo!
Il diavolo che aveva resistito tanti anni dentro un'ampolla, in elemento contrario; che aveva resistito a tanti scongiuri e religiosi assalti e rituali invettive, non aveva potuto, no, resistere all'intera lezione d'un erudito tedesco. Figurarsi se si sarebbe trovato bene dentro il corpo di lui! No, no, preferiva....
— Via, scorpione! via, basilisco!
Preferiva, aveva preferito....
— Via, dragone! All'inferno! — i frati urlavano.
E il dottor Papenwasser fu costretto per la prima volta, da che era professore a Koenisberga, a mancare al suo metodo.
Uscì di trotto, alla volta della mula.
Ma la mula non c'era più. E la capezza, con cui l'aveva legata alla caviglia, bruciava ancora.
*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL DIAVOLO NELL'AMPOLLA ***