VII.

Avevo predisposti il Biondo e sua moglie alla visita che m'aspettavo, ma avevo anche raccomandato loro di non far troppi preparativi e di fingersi ignari, per lasciar a Claudio il piacere dell'improvvisata.

La domenica, al giungere del secondo treno del mattino, il vecchio indossò la giacca da festa e calcò in capo la berretta nuova; la vecchierella, ben pettinata e tutta nitida, si strinse intorno al collo un fazzoletto di seta rossa che su l'invernale gabbano di flanella a scacchi e sotto il candor dei capelli dava segno di primavera e d'allegrezza; ed entrambi s'appiattarono in casa ad attendere, palpitando. Io guardavo di fuori, dal prato.

Ahimè! Il treno giunse; ristette; ripartì; e l'attesa fu vana.

Proteste e brontolio della Rita, che aveva fatto sin la torta! Ma il Biondo ripeteva:

— Volete scommettere che vengono con la corsa delle tre e mezza?

Ci colse. Poco dopo che fu passato quel treno, eccoli spuntare.

Ma non tutti: soli Claudio e Ortensia.

Andai alla loro volta. Moser più spontaneamente lieto di quel che non fosse stato da un pezzo, sbraitava:

— È un'ora che ti chiamo! Ho cominciato a chiamarti dalla stazione! Sei diventato sordo?

E Ortensia:

— Il babbo, se non ero io a trattenerlo, si metteva di gran corsa....

— Ma è l'ora questa?... — io dicevo. — E Eugenia e Mino?

Rispondevano insieme:

— Mino non ha meritato la vacanza....

— Non ha imparato la costituzione di Servio Tullio!

— La mamma ha dovuto restare a casa a far la guardia....

— Ohe! Biondo! Pulicreta! Siete ancora al mondo? — urlava Moser.

Mormorava Ortensia.... (Come bella!... Vestita di chiaro; un po' riscaldata in viso; e si levò l'ampio cappello, e il sole la irradiò):

— Il maestro ha riferito al babbo che Mino non ha voglia di studiare e che non passerà all'esame.... Non è da compatire? Ha sofferto anche lui; ora si distrae. Il babbo questa volta è stato inflessibile.... Ma — chiese forte — perchè dite che non è aria buona quaggiù?

— In primavera....

— L'aria! — m'interruppe Moser. — L'aria, sì, è sempre quella: un po' pigra; ma buona anche qui, perchè, grazie a Dio, siamo in Italia! Il resto, bambina mia, è mutato. Tutto mutato.... Non vedi? Io non riconosco più nulla: mi sembra tutto vecchio!; fino quegli olmi giovani là mi sembrano decrepiti.

Non pensava che invecchiato era lui.

— Anche la casa è sempre quella, dici tu, Sivori? Ammetto: «Salve, dimora casta e pura!» Ma intanto il Biondo non c'è! la Pulicreta non si vede! Bisogna cantare, invece, il De profundis?... Ohe, Rita detta Pulicreta! Ohe tu che fosti il Biondo! Venite! Sorgete! Fuori!

E come Lazzaro all'imposizione di risorgere, il Biondo mosse la testa fuor della porta, poi uscì del tutto con la berretta in mano, inchinandosi al forestiere che fingeva di non conoscere. Moser rimase fermo, a bocca aperta.

Diceva il Biondo:

— Io lo ravviso...., questo signore...., e non mi posso ricordare.... Corpo....! Direi che ravviso anche quella signorina lì; e sono certo, certissimo di non averla mai vista! Certissimo!

Ma Claudio assalì il vecchio mentre faceva tal meditazione con le palpebre basse e l'obbligò a scoprir le pupille:

— Sei tu davvero?! il Biondo?!

— Ma è lei?!... Claudio! Ah corpo!... il signor Claudio! Rita! Rita! Venite a vedere chi c'è! Il signor Claudio! il cacciatore! l'amico del signor Carlo....; — e intanto Moser per poco non lo schiacciava abbracciandolo.

Ortensia sorrideva. Rise alla seconda scena, quando comparve la donna.

— Oh Vergine Santissima!: il signor Claudio!

— Oh Vergine Pulicreta!, come siete vecchia! Qua che vi abbracci anche voi.... — E staccandosi da lei: — Una bella vecchietta, però! Camperemo cent'anni, noi due!... Evviva!

E lei a ripetere: — Oh che matto! che matto!

Indi i complimenti alla signorina:

— Me ne rallegro tanto di vederla così bella! La mamma cosa fa? Sta bene?

— Su, presto! Dammi lo schioppo! Due colpi, prima d'andar in paese a trovar le vecchie conoscenze.

— Ma non si può, signor Claudio! È tempo proibito, adesso! — avvertiva il vecchio.

— Dammi il «catenaccio» ti dico!

Il Biondo dovè portargli lo schioppo secolare, che Claudio chiamava il «catenaccio».

Caricandolo — prima la polvere; poi la stoppa; poi i pallini, e ancora stoppa — Moser brontolava:

— Questo almeno non è invecchiato!

— Badi, signor Claudio, che ci sono i carabinieri; il delegato può credere che siano schioppettate di socialisti! — ammoniva ancora il Biondo. — Ai tempi che corrono....

E io:

— Ti proibisco di tirare alle rondini!

Ne accennai il nido ad Ortensia.

— No! babbo! sii buono! — pregò essa con pietà che parve improvvisamente ridestata in lei. — Hanno il nido!

— Lasciatemi fare! I rondoni sono scapoli!

E sparò contro una rondine, s'intende, senza colpirla.

Dopo che la colazione fu divenuta merenda e mentre Claudio e il vecchio s'incamminavano verso il paese, io e Ortensia prendemmo il sentiero più breve per giungere alla risaia. Ortensia non aveva notizia della sciagura dello Zingaro; nondimeno evitai la parte ov'era stato il «capanno» e la condussi a costa della landa, di dove più spaziava lo sguardo. Ella guardava, con poche parole: io godevo che lo splendore del giorno le penetrasse nello spirito. Mai più chiaro cielo; mai aria più aulente e quieta; mai più vivaci fiori nell'aperta piana, in cui il fieno maturava per la seconda falciatura.

La varietà dei colori assorgeva concorde dal verde come quella delle voci in una sinfonia meravigliosa: giallo di stelline, crocifere e ranuncoli; lilla di porrette; viola di morette, castagnole e salvie; bianco di magnugole e nigelle, ravizzi e narcisi; rosa di ginestrine, lupinella e trifoglio; rosso di serpillo, sorbastrella e papaveri; porpora di graziole; cilestre e azzurro di giacinti e fiordalisi, di poligole e buglasse....; e margherite da per tutto! Quante!

Di tratto in tratto Ortensia si chinava a spiccare un fiordaliso, o un garofano, o un geranio campestre. Poscia tendendo la mano esclamò:

— Oh gettarsi là, in mezzo; a correre e cantare!...

— Va! — dissi io.

Ella sorrise triste:

— Non si può, senza calpestare.

Timidamente, nei tardi passi, io avvertivo che il suo sguardo era pieno di ricordi. Ma il suo sguardo era triste, mentre in me pareva approfondirsi la coscienza dello spirito, estendersi la capacità vitale d'ogni senso, vibrare ogni minima forza a una sconosciuta armonia. Che giorno!

Rapiva una letizia lieve quasi di sogno eppure tenace e valida; era un'illusione suscitata e mantenuta dalla divina realtà intorno; un vago desiderio, continuo, di continuo esaudito nel fluire degli attimi; e più che la promessa della semplice felicità umana, ferveva nel sole, nell'aria, nella terra palpitante di fecondità, una felicità certa e immanente, naturale e sublime.

Ma Ortensia era triste....

Giungemmo all'argine. Quasi per frenare una sensazione troppo forte, essa teneva la mano contro il cuore: attese prima di salire e disse: — Qui l'aria mi sembra più greve.

— Anche pochi passi — diss'io — e saremo al serbatoio.

Di su l'argine mi domandò perchè la risaia era così divisa, in tanti quadri.

Risposi:

— Perchè il vento non agiti l'acqua e l'acqua non rompa le pianticelle ancora tenere.

— Ma dell'acqua ce n'è poca!

— L'acqua è ancora fredda, e, al contrario, la prima messe del riso ha bisogno di caldo.

Eran dimande e risposte che protraevano altre dimande e altre risposte. Io aggiunsi:

— V'immaginate la vita delle risaiole a strappare, ad una ad una, le piante maligne, con l'acqua alle ginocchia, i piedi nel fango e il sole che batte sulla schiena?

— Disgraziate anche loro! — E accennando: — Quegli alberi là?

— Sono i salici del serbatoio. Andiamo!

In breve fummo al luogo d'imbarco; lo schifo era legato a un piuolo....

— Mi fido poco io, di voi! — fece Ortensia, per un istante eccitata dalla novità.

— Alla prova! — esclamai io sostenendola all'entrar nella barca; e sciolsi la corda.

Ai primi colpi di remo, ella fu persuasa della mia valentia.

— Bravo! — Poscia guardando intorno mormorò quasi vinta: — Bello!

Infatti anche l'acqua sembrava riposare e godere in distesa azzurra, chiazzata qua e là dal verde delle ninfee e sparsa di macchie, or scarse or copiose in cannucce e giunchi, e chiusa all'ingiro dalle sponde ombrose di salici; mentre la barca procedeva piano piano, soavemente, per quella frescura.

Canerini di valle s'elevavano con un vocìo sottile, così lieto da crederlo non voci di paura ma di più viva gioia nel volo.

Finchè la barca trovò adito in mezzo alla macchia più folta e ristette dove l'acqua, bruna bruna sotto l'ombra, rivelava un brivido, al rezzo.

Udimmo uno sparnazzar d'anitre e di folaghe; poi, silenzio.

— Restiamo un poco? — io domandai.

— Sì.

D'improvviso, Ortensia esclamò: — Avete sentito?

Dopo un fruscìo d'ali e di fronde udimmo un richiamo.

Io allora feci avanzare la barca, perchè ella rimovesse le fronde. E gettò un grido di meraviglia.

Un nido di folaghe....

Ma era giunta, finalmente, l'ora. Ella lo sentiva; io ebbi un tumultuoso risveglio di tutto il passato: propositi, prove di abnegazione, battaglie; vittorie angosciose; angosce di lontananza; tormenti di gelosia; rimorsi; disperazioni; speranze; tutto, tutto sarebbe stato inutile se io in quell'ora non avessi vinto!

Abbandonati i remi afferrai la destra di Ortensia; la interrogai a lungo con lo sguardo prima di parlare.

Ella sostenendo il mio sguardo aspettò le parole che non poteva più evitare.

— E la spiegazione?

Arrossì. Chiese, risoluta:

— Volete soffrire? farmi soffrire? Ebbene, son pronta! Dite dunque, dite! Che cosa volete sapere da me?

— Perchè siete così mutata con me? Perchè mi guardate con diffidenza? Perchè non vedo più nei vostri occhi la luce d'un tempo? Perchè, Ortensia, mi hai detto che non ci comprendiamo più e non comprendi tutto il bene che io ti voglio?

Stringevo la sua mano con tremito convulso. Nella mia attesa doveva trasparire il timore d'una grande speranza che stia per mancare, di una disperazione forse che stia per prorompere: ella ritrasse la destra, la passò su la fronte come a diradare e schiarire una folla d'idee confuse; poi, pallida, ma con voce più ferma della mia:

— Sono mutata: è vero; ma non solo con voi, con tutti! Vi guardo così, come dite, perchè vi temo.

— Che male...? — Volevo dire che male potevo farle ancora.

M'interruppe:

— Vi temo perchè v'illudete e la vostra illusione ci renderà più infelici tutti e due. Sì: non ci comprendiamo più. V'illudete! Credete che io possa tornare quella di una volta.... È impossibile! Riflettiamo, Sivori: che ero io una volta? Sciocca, ero. Dopo che la mamma fu guarita — vi ricordate? — mi pareva che avessero creato il mondo apposta per me, per la mia felicità. Quella mia spensieratezza, quella mia gaiezza vi fece vedere in me una ragazza diversa dalle altre.... Ma v'ingannaste: ero una cervellina come tante altre. Solo, avevo molto cuore. Voi mi attribuiste più intelligenza di quella che avevo e non conosceste il cuore che avevo: da qui tutto il male.

— Ah no! Se non avessi conosciuto il tuo cuore non avrei sofferto tanto; non ti avrei amata così! Tutto il male fu nel mio amore che non seppi nascondere; questa fu la mia colpa! Ma l'ho scontata.... Ortensia, Ortensia! Quanto soffrire! Se io fossi stato più forte, se non ti avessi indotta ad amarmi, la passione non avrebbe fatto cattivo un uomo che forse non era cattivo; non dovrei incolparmi della rovina di tuo padre....

— Non è vero....

—.... e tu forse.... — almeno io lo desiderai allontanandomi da te.... — tu saresti stata felice!

Ella appuntò l'indice della sinistra verso i miei occhi.

— Vedete? Ecco come mi avete conosciuta! Pensate anche adesso che io avrei potuto amare un altro come amai voi! Anche adesso ignorate il bene che vi ho voluto.... È una crudeltà! un'offesa! Mi difendo, ora! Dovete sapere tutto il male che mi avete fatto!

Sempre più concitata e pallida riprese:

— Sentite! Vi amavo fin da bambina! Per quello che udivo dire di voi da mio padre, da mia madre, vi avrei amato anche se non vi avessi mai visto; ma vi conoscevo. Ragazzetta, quando si parlava d'amori e di nozze, dicevo: «Voglio sposar Sivori». A diciassette anni, quando v'aspettavamo a Valdigorgo, dicevo: «Sono grande! sono una ragazza!, ma non voglio pensare a nessun altro che a Sivori, voglio pensare sempre a lui. Nessuna donna potrà mai dirgli, a Sivori, quel che gli dirò io un giorno: ho pensato sempre a voi; non ho mai pensato che a voi!» Veniste. Eravate così triste; infelice, malcontento di tutto. E mi diceste se volevo essere io la vostra sorella. Sorella! Avevo udito dirvi che bene sarebbe stato per voi quest'affetto; e mi parve una cosa sublime. Fui felice a scorgere il bene che vi facevo. Ma ero tanto inesperta! A poco a poco il mio affetto mutava, diveniva quale doveva essere, come era prima, ma più grande, molto più grande! E mi accorsi che anche voi mi amavate di più, in un altro modo. Oh allora! Il mio amore, diventò così grande che il bene di una sorella era nulla al confronto, era uno scherzo; un amore così grande che m'impauriva. Io vi amavo in modo che mentre sembravo così coraggiosa non osavo parlarvi, molte volte! molte volte tardavo a cercare di voi e avrei voluto nascondermi; e non potevo più vivere senza vedervi. Era un amore in cui entravano molte fanciullaggini, molte sciocchezze, forse; ma in cui c'era anche dell'orgoglio, della fede. Non pensavo più che poteste sposarmi: ve lo giuro! Mi bastava sapere che voi mi amavate. Non so esprimere quel che provavo: c'era in me una vita diversa, più forte.... Io, tanto inesperta, ingelosivo del vostro passato, io dubitai di non amarvi abbastanza! Così vi amavo! E mi abbandonaste! Non aveste pietà di me.... Speravate che io vi dimenticassi? Il martirio cominciò invece con la vostra partenza! Non trovavo ragione del vostro abbandono. Le parole che mi diceste di ritorno dalla messa erano state un pretesto.... Come potevate credere, voi, che io potessi amare un altro? Un pretesto! Forse voi non volevate per moglie una giovinetta? Ma voi mi amavate: l'avevo visto! Il nostro amore, l'amore come io lo pensavo non doveva avere paure o riguardi: era un pretesto anche la differenza d'età! Perchè dunque? Voi nascondevate il vostro amore ai miei; pareva un delitto.... Ebbi un dubbio....

— Quale? — domandai ansioso, con un brivido nelle vene. (Non era, forse, un dubbio suscitato dalla calunnia di Anna,: che io fossi stato l'amante di sua madre?...)

— Dubitai aveste, lontano, una donna amata.... Mi sarei uccisa di rabbia; ma anche questo sospetto cadde. Il mio amore era superiore a tutto; doveva essere il solo, il vero amore anche per voi; e avrebbe dovuto infrangere ogni vincolo. Ridete! Mi appigliai a un'idea stupida: che mi aveste messo alla prova.... Mia madre si maritò a diciott'anni; quando io avrei la stessa età, sareste tornato per chiedermi ai miei in isposa. Pazza addirittura: vi aspettavo per il dì del mio compleanno! In questa speranza avevo ore di tal gioia, di tal fede che mi pareva di essere felice come da bambina. Ma queste furon poche ore; quante ore invece furono atroci!

A questo punto Ortensia passò di nuovo la mano su la fronte e disse:

— No. Son cose che non posso, non debbo confessarvi!

— Parla! — gridai io riafferrandole la mano e dimostrando con che passione l'ascoltavo. — Debbo saper tutto il male che t'ho fatto!

— Ma non tutto il male che m'han fatto gli altri.

Col brivido di pocanzi insistetti:

— Gli altri: chi? Anna Melvi? L'ho immaginata la sua perfidia.... Parla; di' tutto!... Voglio saper tutto!

— No! — ripetè. — La perfidia di Anna aveva del resto, lo stesso motivo del mio dolore, della mia disperazione. Anche per lei c'era un mistero. Perchè mi abbandonaste?

Gli occhi d'Ortensia mi fissavano con intensità.

Vedevo orrore nelle sue rimembranze le pensai ch'ella mi rinnovasse quella dimanda, conoscendo interamente la malignità di Anna. La fissai a mia volta, e adagio, con voce divenuta sicura, e con la forza della coscienza, le dissi:

— Ortensia! Io sono un miserabile risorto alla vita. Ma non si risorge alla vita senza riacquistare una fede. Almeno questo credo: che mia madre non sia morta del tutto. Il suo spirito aleggia forse intorno a noi. Ella forse mi ode. Ebbene: per l'anima di mia madre che io credo m'accompagni oggi teco, come in un consenso d'amore, per l'anima di mia madre io ti giuro, Ortensia, che t'abbandonai solo perchè il mio amore non ti rendesse infelice, perchè tu fossi un giorno sposa felice d'un altro!

Un sorriso o uno spasimo prevenne su le labbra di Ortensia, queste altre parole:

— Ne io nè Anna potevamo credere a tanta generosità, a una rinuncia per beneficenza! Io avevo desiderato di morire.... Avevo messo l'amore a pari della morte: non potevo metterlo a pari dell'interesse! E Anna.... Oh Anna spiegava le cose dal punto di vista della sua bassezza.... — Così dicendo chinò il viso e si strinse convulsamente le mani, per frenarsi. Ma non potè non soggiungere: — Io non l'ascoltavo, Anna; però l'udivo e le sue parole eran veleno che m'entrava nel sangue.... Voi credete d'avere indovinato qualcuna delle sue insinuazioni? Che! furono piccoli morsi, soltanto, nei primi mesi. Dopo, diventarono ferite che mi squarciarono il cuore.

Tacendo di nuovo Ortensia accrebbe in me l'impressione del suo strazio.

Ma d'un tratto, con l'eccitazione a cui già l'avevo vista abbandonarsi a Valdigorgo, proruppe:

— Sì: avete ragione! Dovete saper tutto! Il vostro giuramento accresce i miei rimorsi, ma c'è la vostra parte di colpa da chiarire! Anna — sentite — mi diceva: «Sivori ti ha abbandonata?» Non le rispondevo; scuotevo le spalle. Essa sorrideva. Eppoi, dopo qualche tempo: «Sivori è rimasto fedele a qualche antica fiamma». Il mio interrogarla, conoscere la verità a prezzo del mio stesso dubbio! E che ne sapeva lei? Avrei voluto sangue; e tacqui sempre. Essa lasciò passare qualche tempo, eppoi: «Hai finalmente scoperto il mistero?» O mi compiangeva ridendo: «Povera bambina!» Finchè disse: «Hai scoperto che l'antica fiamma di Sivori non è a Berlino?», e disse questo in un modo, in un modo.... Alludeva a persona vicina, a persona che io conoscevo. A chi? a chi? Un'«antica fiamma».... Ah un pensiero orribile mi attraversò la mente! Non volli più vederla, colei, perchè ogni sua parola mi richiamava quell'idea orribile.... Mi accordai con Marcella per allontanare Anna da casa nostra. Ma incominciò la lotta che doveva durare non solo giorni; dei mesi! Pensavo: Sivori dice che il mondo è fango. C'è tanta cattiveria al mondo che Anna forse.... s'è intesa d'infamare mia madre? È impossibile! Chi non conosce che donna è mia madre? Con tutta l'anima respingevo il sospetto...., il solo sospetto che si potesse infamar mia madre. Capite? Questo solo sospetto! Ed era nulla! Temei, sperai impazzire perchè una voce diabolica mi suggeriva tutto quello che dicevate voi, esperto del mondo: al mondo tutto è brutto; tutto è finzione, menzogna! Ma se questo era vero.... Ecco, Sivori, a che fui condotta! Orribile! Era un'idea che mi balenava coi ricordi del vostro pessimismo, della vostra sfiducia di tutto e di tutti. «Se il mondo è fango.... non potrebbe esser vero.... quel che sembra dir Anna?» Che martirio! Se mia madre avesse visto, allora il mio martirio! Ma l'idea assurda, atroce dava la spiegazione del mistero: «Ecco perchè Sivori m'ha abbandonata!» Quante volte mi gettai nelle braccia della mamma per accarezzarla, per sentire il suo cuore, che mi perdonasse! E quante volte vi avrei scritto: — Carlo! impazzisco.... Tornate!... — Mi pareva che al solo vedervi mi sarei purificata l'anima e vi avrei perdonato tutto il male che mi avevate fatto, tutto il male che mi avevate insegnato!

Non resse più oltre; nascosto il viso con le palme, Ortensia singhiozzò. Io la pregavo, la scongiuravo di perdonarmi; non potevo dir altro: — Perdonami.

Ma furon pochi istanti; senza badarmi, volle pur dire come nel suo cuore aveva salvata la virtù di sua madre.

— Lottai; vinsi. Mi svegliai dal sogno. Avevo sognato che la vita, brutta per tutti, sarebbe stata bella per noi, per il nostro amore. In realtà, voi non mi avevate amata; mi eravate affezionato soltanto: sorellina! Non era stato dunque un abbandono, una fuga: era stata semplicemente una partenza, la vostra. E la malignità di Anna non aveva altro scopo che affliggermi per la simpatia che mi dimostrava Roveni. In realtà, io ero stata malata, ero malata; ma guarirei. Povera mamma! Una santa! Però dovevo imparare anch'io a stare al mondo! Non dovevo toglier subito ogni speranza a Roveni; e cercai di sopportare le sue maniere; di vincere l'antipatia che a poco a poco suscitava in me. Ma quando tentò d'imporsi con le minacce, quando tentò di profanare il segreto dell'anima mia, gli risposi no! Ricaddi; lottai di nuovo; dubitai di non guarire mai più e invocai una sventura. La desideravo per sottrarmi a quel martirio; per avere un dolore diverso.... Vi ho amato?

— Povera Ortensia! — io mormorai, con un nodo alla gola.

— La sventura venne. Voi tornaste. E io vinsi ancora: con la coscienza tranquilla potei chiamarvi fratello.... Non avreste dovuto esser altro per me; non sareste più altro. Così avevate voluto voi un giorno, così vi ripetei. Lo stesso vi ripeto oggi.... Dunque che pretendete?

— Che tu mi perdoni....

— Vi ho già perdonato.

— Non mi basta!

— Io ho per voi la gratitudine di una sorella che vi deve più della sua vita!

— Non mi basta! — gridai affannoso, fuori di me. — Non mi basta perchè io t'amo come tu mi amavi un tempo; e tu devi amarmi come io ti amo! Per il mio amore devi amarmi; per tutto quello che m'hai fatto soffrire, e non sai; per tutto quello che t'ho fatto soffrirei! Devi amarmi per queste lagrime; per le ferite che m'hai inferte oggi; per la debolezza che un tempo mi faceva temere e desiderare la morte e per la forza con cui oggi ti chiamo alla vita! Io debbo la vita a te; ma tu non hai il diritto di togliermela: me l'hai data non solo a prezzo d'amore, ma di dolore! Quando l'esistenza m'era divenuta un peso inutile, per te riacquistai la facoltà di amare; ma appresi anche che c'è qualche cosa di più alto dell'amore: il dolore. Mi sollevò il dolore; mi diede forza il dolore, mi diede fede e bontà il dolore! Ecco perchè devi amarmi come ti amo, come mi amavi!

Scuoteva il capo. Senza guardarmi mormorò:

— Sono forse in preda di una malìa? Mi pesa sul capo una maledizione? Credetemi, Carlo! non posso più amare così; non sono più degna di essere amata così! Nel cuore alle volte mi par d'avere una pietra, un pezzo di ghiaccio; mi pare di essere condannata a un'eterna tristezza. Quei fiori che abbiamo visti laggiù come son belli!: ma non per me. Oggi è una giornata meravigliosa: ma non per me. Voi siete buono: ma non per me.... Ho nell'anima la vostra tristezza d'un tempo; la vostra disperazione.

Con le mani nei capelli esclamai:

— Adesso capisco tutto il male che ti ho fatto! — Vedevo la distruzione di quell'anima; irreparabile.

Meglio morire!

Oh morire tutti e due!...; travolgerla meco nel lago!...

Essa disse:

— A mio padre gli han confitto le spine nella fronte, ma poi gli han detto: sei una vittima. A mia madre le han gettato il fango addosso; ma lei lo ignora. Io sì che ho ingoiato tutto il fiele.... Come potrei amare? Che moglie, che madre sarei io? Che dovrei insegnare, io, ai miei figlioli? A odiare! Ho l'odio nel sangue, Carlo! Non posso più piangere.... E volete che ami!

.... Travolgerla meco nel lago. Finire!

Di contrasto il pensiero mi ricorse a Eugenia.

— Tua madre.... Tua madre sa.... di me?

— Sa il bene che vi volli....

— Dunque anche tua madre benedirebbe il nostro amore!

Ortensia sembrò non udirmi. Immobile, tendeva lo sguardo, come perduto innanzi a sè, all'orizzonte. Il sole calava sanguigno e l'acqua ne rendeva quel rossore di sangue. A un tratto....

— Ortensia! — gridai — Ortensia! — l'invocavo ebbro di gioia. Non m'ingannavo!

I suoi occhi risplendevano dell'antica luce....

Disse piano:

— Vi ricordate, quand'ero ragazzetta, quel giorno che ci sorprendeste sul prato del convento? Vi lasciammo lassù, solo. Ma io tornai da voi.... Era un tramonto così.... Come ero felice, allora!

Scoppiò in pianto dirotto. Salva! Io la trassi al mio petto, al mio cuore: salva!

E i miei baci ricuperarono quell'anima.