XII.
Prolungando la nostra aspettazione e acuendo la nostra curiosità il cavalier Fulgosi accresceva l'importanza della notizia che ci aveva promessa.
— Cavaliere, la notizia? — La notizia, cavaliere?
Resistè fino a mezzo il desinare; poi solennemente, dall'alto della sua prosopopea cominciò:
— Signore e signori! Ho, non dico l'onore, non dico il piacere, ma la bonne chance di parteciparvi per primo che l'esimia artista di canto signorina Anna Melvi da qualche giorno ha giurato fede di sposa all'egregio giovane signor....
— Ingegner Arturo Roveni! — conchiuse precipitosamente Marcella.
A un oh! di stupore seguiron particolari commenti.
— Disgraziata! — fece Moser.
— Bene accompagnati! — mormorò Ortensia.
E Eugenia guardandomi:
— Così va il mondo!
Io tacevo. Provavo un senso di nausea e nello stesso tempo un'apprensione di malefizio.
— Che interesse ha avuto Roveni a legarsi a quella donna? — chiesi al cavaliere.
— Anna guadagna molto — Marcella disse ingenuamente. — Canta benissimo.
— Benissimo! — ripetè il cavaliere, che era rimasto deluso dalla consapevolezza di Marcella. — Ma se ella, signora mia, ha appreso dai giornali ciò che io ho appreso per partecipazione diretta, ella, mi consenta dirlo, non può sapere il perchè o i perchè di questo matrimonio. Io sono in grado di rispondere alle dimande del dottor Sivori.
Si fece assoluto silenzio; ma allora l'eloquenza del cavaliere arrembò dinanzi a una difficoltà non preveduta nel primo slancio. Bisognava parlare in modo da non offendere orecchie caste, e proprio allora non gli vennero in mente frasi inglesi che fossero del caso.
— Sono due le versioni che corrono di così inopinato avvenimento. Secondo l'una.... ehm!... si tratterebbe di.... riparazione. Mi spiego? L'ingegnere.... ehm! si sarebbe lasciato cogliere dalla signora Melvi madre....
— Basta! — esclamò Claudio. — Se continua, cavaliere, chi sa dove va a finire!
— Secondo l'altra versione, che ho da miglior fonte....
— Sentiamo! — interruppi io —; perchè la prima è inverosimile. Roveni non è uomo da riparare!
— Secondo, dicevo, una miglior fonte, un gentleman inglese del Transvaal, capitato a Milano quando Anna cantava al Lirico, se ne sarebbe innamorato e....
— Avanti! — comandò Moser.
L'oratore proseguì di corsa:
—.... l'inglese avrebbe offerto un impiego nelle miniere all'ingegner Roveni, altro ammiratore della diva, e l'ingegnere avrebbe sposata la diva per compenso, e tutti e tre en bon ménage sarebbero partiti da Milano alla volta del Transvaal. Mi sono spiegato?
Moser rispose: — Anche troppo!
— Questo è certo che gli sposi sono già in viaggio.
Dopo una pausa Fulgosi mi domandò se la seconda versione mi pareva più verosimile ed io risposi che la credevo nel vero. Era uno scandalo degno dei personaggi!
—.... Per savoir vivre — il cavaliere concluse senza più timore di pericolare — bisogna savoir faire. La fortuna il più delle volte è soltanto ruse.
Ora bisogna sapere che quando il cavaliere parlava, Mino l'ascoltava con ammirazione manifesta. Che brav'uomo!, pareva dire il ragazzo ad ogni vocabolo francese o inglese ch'egli non capisse.
Ma di ciò che non capiva Mino non aveva mai chiesto schiarimento; forse per una riverenza quasi religiosa che gli imponeva di non sciupare l'efficacia del misterioso eloquio, o forse perchè pensava: verrà il giorno che ti comprenderò anch'io! Se non che a quella parola ruse, o fosse per la sua propria singolarità di suono o fosse per il modo perfettamente parigino con cui il cavaliere la pronunciò, il ragazzo rimase sbigottito. Che conseguenza ebbe questo sbigottimento! Produsse lo scoppio della bomba che Marcella aveva predisposta e affidata al fratello, dopo colazione.
— Ruse — Mino si provò a ripetere. — Cosa vuol dire?
Io, che avevo visto negli occhi di Eugenia e di Ortensia quant'esse disdegnavano la teoria del cavaliere e che sentivo il bisogno di sfogarmi, risposi:
— Ruse, nel significato che vi attribuisce il cavalier Fulgosi, vuol dir accortezza per far quattrini a prezzo dell'infamia; vuol dire sguazzare nel fango senza affogarvi; vuol dir l'abilità di contaminare la virtù, l'onore, la dignità umana senza incorrere in alcuna pena.
Il cavaliere s'inchinò esclamando: — Bravo!
Ma tant'è la significazione che può assumere una parola, che Moser rivolto a Mino aggiunse per conto suo:
— Quella parolaccia vuol dire anche che non sempre chi ha ingegno, è bravo, ha voglia di lavorare, è un galantuomo. Chi poi non ha nemmeno voglia di studiare....
Ne prevedesse, del tutto o in parte, la conclusione morale Mino interruppe il padre con un'affermazione che gli pareva incontestabile:
— Io sono un galantuomo!
— No — ritorse l'altro, inquieto. — Chi non ha voglia di studiare non è un galantuomo!
Ma Mino non tacque. Consultò, guardandola, Marcella, e nel modo di chi medita tra sè e sè, disse:
— Adesso dovrò studiare più di due ore al giorno perchè non ci posso più andare, in collegio.
— Eh?!
A quell'eh?! paterno ma feroce io e Ortensia ci scambiammo un'occhiata che diceva «ci siamo», e invano Ortensia cercò di trattenere il fratello chiamandolo a nome; anzi fu peggio.
— In collegio non ci vado più! — il ragazzo rispose, risoluto, a suo padre.
Questi con uno sguardo più feroce che mai gli imponeva di chiarire il perchè di così nuova oltracotanza; e la spiegazione precipitò mentre Marcella abbassava gli occhi sul piatto.
— Chi ci resta con te e la mamma se Ortensia sposa Sivori?
Che cosa accadde alla rivelazione? Non è difficile immaginarlo. Io feci una risata sciocca; Ortensia, rossa rossa, gridò: — Ma Mino! —; Mino gridò: — È stata Marcella! —; Marcella gridò: — Non è vero! — in modo da confermare l'accusa; Eugenia sorrideva guardandomi e il cavaliere era già in piedi col bicchiere in mano e un toast sulla punta della lingua, aspettando che Claudio deponesse la forchetta. Perchè Claudio faceva paura, in parola d'onore: i suoi occhi partendo da Mino avevano scrutato foscamente ogni volto intorno alla tavola e a scorgere gli indizi di una complicità universale egli era rimasto con la bocca aperta, non per ricevere il boccone che la forchetta tratteneva a mezz'aria, ma per lasciar passare un'esclamazione tremenda che non voleva uscire. Per fortuna dovè pensare che era impossibile infilzarci tutti quanti se prima non liberava la forchetta d'ogni impedimento, e ingoiò il boccone; e il boccone respinse in gola l'esclamazione tremenda; sicchè, dopo, Claudio non seppe più che dire.
Disse:
— M'avete preso, tutti quanti, per un imbecille?
Nessuno rispose; o meglio, per timore del proverbio «chi tace conferma» credemmo meglio ridere tutti in una volta.
— Dunque è vero? — urlò egli con l'arma rivolta verso il principale colpevole, che ero io e tacevo.
Chi tace conferma: sì, è vero non che tu sei un imbecille, ma che io sono felice!
E Ortensia mi salvò. Si alzò; venne a susurrare non so quali portentose parole all'orecchio del padre. Vittoria! Claudio mosse all'indietro la testa per attingere dagli occhi della figliola una conferma e, persuaso alla fine che essa diceva sul serio, si diè per vinto benchè gridasse:
— Son brutti scherzi!... Una congiura!... Un tradimento! — E con voce già malsicura: — Ma se è vero.... Cavaliere, faccia pure il brindisi!
— Bene auspicando.... — Etcetera: il brindisi si prolungò in un'orazione che ebbe per termine il motto sursum corda! S'alzarono invece i bicchieri, ma al tocco di essi parve proprio che si toccassero i cuori.
Quando ci levammo da tavola io non pensai affatto a disingannare Claudio; il quale, sempre per uscir dal dubbio d'essere quel che aveva detto, borbottava: — Un tradimento! Tutti d'accordo.... anche Mino! È stato un tradimento!
Io ero ansioso di giustificarmi con Eugenia.
Ella parlò prima di me.
— Lo sapevo da un pezzo che vi volevate bene.... Ma se l'avessi saputo anche prima, quando — vi ricordate? — vi dissi, lassù, delle intenzioni di colui....
— Il mio silenzio d'allora — esclamai —; la mia dissimulazione fu la mia colpa. Voi saprete perchè tacqui?
— L'ho immaginato: Ortensia era tanto giovane! Eppoi, non volevate ammogliarvi....
Non bastava a mia scusa; e la buona donna cercò togliermi ogni traccia di rimorso:
— La colpa, del resto, fu più mia che vostra. Io, io avrei dovuto accorgermene.... Ma è un destino che in certe cose io sia come Claudio: non abbiamo occhi per vederle al momento opportuno. E forse....; io lo credo, Carlo: credo che voi e lei siate stati provati così duramente per essere più felici adesso.
Era una felicità troppo grande?
Eugenia sembrò leggermi negli occhi la dimanda e non potè non dire di Roveni e della Melvi:
— Ora quei due.... se ne vanno lontani; non abbiamo più nulla da temere.
Marcella udì queste parole. E poichè io mi accompagnavo a lei, nel prato, per ringraziarla del suo tiro birbone, anche lei prevenne quel che volevo dirle, e scampando in altro discorso, disse sommessamente:
— È strano! Un'impressione, di ieri....; e me ne son ricordata solo poco fa. Quando a Bologna, fummo scesi dal treno, e cercavamo l'uscita, mi parve di veder uno che rassomigliasse a Roveni in una carrozza di coda.... Un'impressione, vi ripeto. Non poteva esser lui. Ma è strano che non ci abbia più pensato affatto.
Io.... Ah io l'avevo ancora la spina nel cuore!
— Che hai? — mi chiedeva Ortensia.
— Finalmente! — risposi soltanto all'anima mia.
Finalmente potevam dirci che tutti sapevan del nostro amore. Però nessuno al mondo immaginava quanto ci amavamo!
Ma appena l'aria si fu rinfrescata io presi a braccio il cavalier Fulgosi (che era ancora insolitamente rosso e faceva complimenti a Marcella fin in Milanese) e lo sottoposi a un'inquisizione.
— Da chi aveva appreso che i Roveni eran già in viaggio?
Aveva la prova in tasca; e mi esibì un biglietto di Anna datato da Milano e scritto press'a poco in questi termini: «Sul punto di partire per Genova e per altri lidi sento il dovere di ringraziarla di quanto fece per me, anche a nome di mio marito». Il marito aveva aggiunto di proprio pugno: «Saluti dal suo dev. Roveni».
— In relazione?... Ecco: si era imbattuto in Anna un giorno, sotto la Galleria.... Essa gli aveva annunziato il suo imminente matrimonio.
Come evitare di mandarle un bouquet il dì delle nozze? Era stato lui, il cavaliere, a introdurla al Lirico....
— E dal giorno dell'incontro non s'eran più riveduti?
— No: in fede di gentiluomo!
— E quel giorno avevan parlato d'altro? dei Moser?
— Anna aveva chiesto: I Moser sono a Bologna, è vero?
(Il cavaliere ebbe una reticenza).
— Dovevo non dire di sì?
— Soltanto? Non aveva detto qualche cosa di più?
— Anna aveva domandato, sempre con aria di semplice curiosità: «Lei andrà a trovarli?» Ed egli s'era schermito con un «forse». Null'altro, in fede di gentiluomo!
Ma ahi! Anche i gentiluomini possono dimenticare qualche parola di poca importanza. — Il cavaliere, per esempio, potè dimenticarsi d'aver risposto, invece, che andrebbe a trovare i Moser «forse.... tra qualche giorno».
Io però, allora, mi tenni pago, anzi contento dell'inchiesta. — Non c'era dubbio! Marcella senza dubbio si era ingannata! I coniugi Roveni navigavano per altri lidi.