XIV.

Per parte sua, Guido Learchi nell'apprendere da me che era imminente l'arrivo di Moser si mise a ballare con poca dottorale dignità. Tutte le bugie inventate faticosamente, per quietare Marcella intorno l'assenza del padre, gli disparvero dalla faccia come le nubi, che restano di un temporale, al soffiare d'una brezza rasserenante; e la timorosa Marcella, a quel ritorno di letizia, si accertò che un gran malanno era accaduto e rimediato. Con insistenza non tediosa m'interrogava, mentre dalle sue braccia il bambino mi guardava con la stessa dolcezza degli occhi materni. Non mi schermii abbastanza bene; ella si persuase che suo padre mi doveva molto; e forse fin d'allora concepì la prima idea del tiro che mi giocò poi.

Quello stesso giorno, tornato all'albergo per attendervi Claudio, pensavo che dovrei riprendere subito la via dell'esilio, ove cercar maggior guadagno che per il passato, e partirei forse senza rivedere Ortensia, quand'ecco mi sovvenne di certe parole udite dal Biondo, laggiù, allorchè mi preparavo a dargli il gran colpo. A quel ricordo s'accompagnò un'idea curiosa, ridicola dapprima, quindi sempre meno strana, sempre più opportuna e lusinghiera. M'aveva detto il Biondo che a Molinella era richiesto un altro medico.... Perchè no? Io ero certo che sarei bene accetto al paese e a quell'amministrazione comunale. Il dottor Sivori ridursi medico in risaia! — rimbrottava in me l'orgoglio. — Per guadagnar più che per il passato! — ghignava l'interesse. — Fine degna di un filosofo! — notava la coscienza a cui non sfuggiva la nuova contraddizione.

Infatti la mia vecchia casa, che adesso mi pareva di amare più di quel che l'avessi amata mai, poteva scusarmi del ricercare un magro stipendio là dove non possedevo più quasi nulla e di dove ero partito coll'indefinibile proposito di rifarmi, lontano, una fortuna; poteva scusarmi sin la filosofia, che consiglia di abbandonare ogni ambizione e d'essere contento del poco; ma io non speravo più nulla del mio amore. A che restare in Italia? Non solo: la minaccia di Roveni non mi intimoriva a patto che io andassi lontano da Ortensia.

Tuttavia accolsi con fretta quell'idea stramba. Scrissi subito al sindaco di Molinella proponendogli l'opera mia.... Sì, una contraddizione! Ma pensate: i miei affetti più forti eran qui, nella terra delle memorie e dei rimorsi; qui in patria avevo ripreso a vivere col proposito di umiliarmi in una attività non più inutile; qui avevo conosciuto la gioia, prima ignota, del sacrificio; qui mi tornerebbe cara la solitudine per amare e soffrire; qui un giorno Ortensia mi rivedrebbe lieto del suo perdono.

Ecco tutto ciò che desideravo. Non troppo, è vero? E bastava perchè all'antico pessimista sorridesse, ora, la vita!

La speranza però non mi rifioriva in cuore senza spine. Di quella più acuta mi fece sentire le punture l'amico Fulgosi; il cui ritorno precedette di poco quello di Moser.

Più di una volta, a guardarlo bene nella faccetta sbiadita e nella personcina arida, io, dentro di me, avevo paragonato il cavaliere a un limone spremuto; ma nessuno, che si sforzasse a spremere qualche goccia da una buccia di limone, faticò mai più di quanto faticassi io a spremere dal cavaliere ricordi che non fossero alla sola superficie della sua memoria quando giunse da Valdigorgo. Cominciò la relazione dicendo:

— Sempre loro, sempre uguali, quelle care signore; così gentili! così buone! Si figuri che accoglienza mi hanno fatta! Quanti complimenti! Troppi in confronto al mio merito. Ma ho avuto il piacere di vederle sorridere, per qualche barzelletta. Son proprio felice di aver fatta questa visitina! In viaggio poi me la son passata benissimo. Buon menu al restaurant.... A Novara è salita nel mio vagone una signora.... ehm!...

L'interruppi: — Mi parli di Eugenia; mi dica come l'ha trovata....

— Abbastanza bene, poverina! Davvero, credevo di trovarla peggio! È inutile dire che i ringraziamenti per lei, per il suo telegramma, per tutte le sue premure, sono stati infiniti, come infiniti gli elogi, ben giusti!, a tutte le qualità di mente e di animo dell'amico Sivori....

Ripetei impaziente: — Mi parli delle signore, non d'altro! Che impressione ha ricevuto di Ortensia?

A questa domanda il cavaliere lentamente spalancò le braccia ed elevò gli occhi con mossa così tragica che mi spaventò.

— Che cos'è stato? Mi dica!; mi dica tutto!...

— Vuol che le dica tutto, tutto in due parole?

— Sì!

— Ortensia.... è troppo bella!

L'avrei accoppato! Egli continuò scioccamente:

— Ah se io fossi mio figlio.... quando sarà capitano!

— Ma perchè «troppo bella?»

— Perchè una creatura simile non dovrebbe soffrire! È un'ingiustizia esporre tanto charme alle traversie della vita! Questa almeno è la mia opinione.

— Dunque Ortensia le è parsa molto deperita? È eccitata?

— Infatti.... si è adirata anche con me!... Per colpa mia, però; ne ho fatta una grossa e me ne confesso umilmente.

Era il suo destino.

— Racconti tutto! andiamo!

Sospirò:

— Io ignoravo che tra Ortensia e Anna Melvi ci fossero state divergenze....

— Ma eran momenti quelli da rammentar la Melvi?

— Non mi mortifichi, illustre amico!

Il pover'uomo aveva tanta paura di pericolare!

—.... Che dovevo dire per distrar le signore? I progressi di Anna nel canto potevano, in qualche modo, prestare argomento a discorrere....

— Ebbene?

— Questa è la premessa; la pregiudiziale. Io non sapevo....

— Ho capito. Eppoi?

— Quando sono stato per partire, Ortensia mi ha ringraziato con effusione; mi ha commosso.... Quasi che alla famiglia Moser non resti altro amico che me! Come era mio dovere, ho protestato: «La famiglia Moser, signorina, ha un amico al cui confronto io debbo scomparire: il dottor Sivori». E la signorina....

— Avanti!

—....È sembrata quasi offesa. S'è adirata e mi ha detto: «Lei dovrebbe sapere che Sivori non è un amico; è come uno della nostra famiglia! Lo dica, lo dica alla Melvi che per me Sivori è un fratello. Ha capito? Un fratello! Glielo dica!»

Meno male! borbottai. Ma al compiacimento in me sottentrò timore subito dopo.

— Faccia a mio modo, cavaliere. Con Anna, con Roveni, non parli mai più nè di me nè dei Moser. Sarà meglio per tutti. Le vipere sono sempre pericolose.

Egli si ritrasse e mi guardò sbigottito, quasi a sentirsi mordere; poi inchinandosi:

— Mi rimetto al suo consiglio!

.... L'ambasciata che Ortensia mandava ad Anna non pareva una risposta a qualche malignità?

Era possibile che Ortensia non fosse del tutto ignara della calunnia. A Valdigorgo, nella mia visita recente, non avevo scorto in lei qualche segno come di avversione per me; quale uno sforzo a vincere un sentimento ostile? Si era rialzata così pallida dal seno della madre! E quella sua eccitazione non seguiva forse a un'intima lotta, più fiera di quante aveva sostenute e sosteneva per la sventura del padre? Aveva chiesto il mio consiglio forse per trovare nuove ragioni di confidare nella purità della mia amicizia; per accertarsi che se non l'esortavo a cedere a Roveni io, per me, non avevo da temere Roveni in nulla....

Ancora la fantasia mi tormentava. Era un sospetto assurdo! Ma se questo era assurdo, non mi pareva più tale il sospetto del dì innanzi.

A Roveni, per togliermi l'affetto di Ortensia, bisognava e bastava gettare nell'animo di lei un'ombra sinistra di sua madre e di me. Avevo creduto inverosimile che Ortensia potesse mai dubitare di sua madre. Ma la serena anima di un tempo, caduta per colpa mia in una tristezza d'amore, era stata sconvolta da una subitanea e turbinosa esperienza di male. Sua madre stessa me l'aveva detto: — Ortensia non aveva più fiducia in nessuno, in nulla. — Ed io avevo visto Ortensia in preda all'ossessione di questo pensiero: che la vita è una lotta contro il male.

In tal condizione ella era predisposta ad accogliere per vera qualsiasi interpretazione più obliqua di due fatti che male si spiegavano altrimenti. Perchè amandola io l'avevo abbandonata?

E perchè io sacrificavo quanto possedevo a pro dell'amico, allorchè tutti gli altri amici e sin i congiunti disertavano o tradivano? Per pura amicizia?

Se a queste dimande arrivasse in risposta la calunnia di Roveni e di Anna Melvi, la colpa attribuita ad Eugenia e a me non poteva essere assurda neanche per Ortensia....

Così mi tormentavo!