XX.
O forse tutto era un inganno? Per difendermi del male che facevo e che avevo, inveii contro me stesso e rimproverai Ortensia. Innamorato, al pari di tutti gl'innamorati forse io ero uno stolto che alla donna reale aveva sostituito la creatura del suo sogno. Troppa bellezza, troppa intelligenza avevo attribuito a quella ragazza diciassettenne; e bisognava rompere l'incanto, non solo per risparmiarle soffrire, ma per risparmiarmi soffrire.
Era bella; nessuno poteva negarlo: un fiore. Beltà però facile a deperire presto, come accade di tutte le bionde.
Poi mi meravigliavo perchè adesso Ortensia non chiacchierava più come per l'addietro, e la credevo perciò innamorata? Ma taceva solo perchè tacevo io! A suggerirle argomenti, era stata loquace: da sè non trovava da dire cose notabili. Del resto, le donne molto intelligenti si dimostran tali nell'eleganza e nel buon gusto: Ortensia non aveva sempre buon gusto.
— Perchè ti sei messa questa giubba grigia, che ti sta così male?
— Comincia a far fresco, la mattina.... È di flanella. Ma non la porterò più.
— Te l'ho detto un'altra volta che è un colore che ti fa parer brutta.
— È vero; non me ne sono ricordata.
E io, dopo una pausa:
— Sei infatti molto smemorata, Ortensia! Tua madre e tua sorella hanno ragione di dirtelo.
Rispose paziente, con un queto sorriso:
— Metterò giudizio, e lei non avrà più da sgridarmi.
Ahimè! I tentativi di rompere l'incanto erano vani! Essa mi guardava in un modo....
Ma a quella frase di «metter giudizio» rammentai le raccomandazioni che mi aveva fatte Eugenia e che avevo dimenticate da un pezzo. Tuttavia aspro ripigliai:
— Tua madre desidera che io ti corregga.... Son gli ultimi consigli.
Essa, con un tremito nella voce (non m'ingannavo), esclamò:
— Ultimi? perchè ultimi?
— Ti ripeto che debbo partire lunedì. Sbigottita, pallida (non m'ingannavo), mi fissò dicendo:
— Non lo credo; nessuno lo sa, in casa!
— Lo sapranno oggi stesso.
— Ma perchè? che è stato?
Ed io, col cuore che palpitava come il suo:
— Nulla.... L'altro dì te lo dissi pure che sarei partito a giorni.
— Io credevo scherzasse.... Non mi promise....?
L'interruppi:
— Fu una promessa della tua fantasia. Eccoti un consiglio: non affidarti mai alla fantasia contro le imposizioni della realtà.
Questo le dissi, io, che avevo tentato invano di romper l'incanto!
Ma essa si strinse nervosamente le mani, a capo chino; poi mi guardò in quel modo.... Non m'ingannavo! Mi sembrò di vacillare; non potei non mitigare la voce, non dire:
— In realtà.... tu sei buona.
— Buona? — Sorrideva così triste!; un sorriso di amore dolente.
— Sì, buona! — proseguii fingendo di non capire e cercando pretesto a inasprirmi di nuovo. — Il mondo invece è cattivo! Che dolore sarebbe per me, un giorno, se dovessi apprendere che tu ti sei mutata all'esperienza del mondo!
A sua volta, quasi suo malgrado, ribattè fiera, aspra:
— Lei ha poca fiducia in me; ed io ne ho tanta in lei!
— Che sai di me, tu? — esclamai senza più chiaramente avvertire quel che mi dicessi. — Ricordati che ogni infamia è possibile: anche quelli che stimiamo di più ci possono mancare!
Il mio pensiero, trasportato dalle mie stesse parole, corse a Roveni. Ma indietreggiai; contenni l'impeto della gelosia, a cui stavo per abbandonarmi.
— No: esagero. Non tutti quelli che stimiamo si dimostrano indegni della nostra stima. Io di Roveni....
— Sivori! — Ortensia gridò, sdegnata, quasi minacciosa, come non l'avevo mai vista.
— Lasciami dire. Di Roveni io ho tanta stima che non posso pensare alla tua felicità senza pensare alla sua felicità.
Allora essa mormorò:
— Non credevo....; non credevo.... — e fuggì via. Non credeva che io fossi spietato!
.... Annunciai poco dopo a Eugenia che partirei il lunedì prossimo. Eugenia mi disse:
— Perchè non restare ancora un po' da noi? Speravamo restaste fino all'inverno!... Volete andar laggiù, in pianura, in autunno?
Non andrei a Molinella.
— Farò come Roveni. Andrò anch'io lontano a cercar lavoro; ma con minori speranze di lui!
— Vedete che non siete guarito? — la signora mormorò notando il modo delle mie parole. Scoteva il capo; e come un giorno aveva detto: «perchè Dio non v'ha dato una sorella?», ora disse:
— Se aveste una famiglia, vostra....
Questo dovevo udir io, da sua madre, senza rompere in pianto!
A desinare, dalle occhiate bieche di Claudio mi avvidi che Eugenia l'aveva già informato della mia decisione. Mi avvidi anche che n'era informata Marcella: Ortensia arrossì, guardandomi....
Quanto mi amava!