XXIV.

Tànn!... Uno.... Tànn!... Due.... Sei tocchi così. Fosse la campana di bronzo buono, o l'aria pura fosse più capace che altrove d'estendere, limpide e vibranti, le onde dei suoni, l'orologio di Valdigorgo cantava le ore. Rispondeva a colpi piccoli, nitidi, frettolosi, da lungi, quello di Paviglio.... Mezzanotte.

Io davo volta nel letto. A che pensare per non pensare a lei?

A quel che m'aveva detto Moser. Dopo desinare l'avevo affrontato nello studio mentre egli, allo scrittoio, faceva conti.

— Claudio: parto domattina con la prima corsa. Debbo essere a Milano nel pomeriggio; e ci sarò!

— A Milano? Benissimo! Sabato ci debbo essere anch'io. Puoi attendere. Ci andremo e torneremo insieme. — E si era rimesso a scrivere e a borbottar cifre.

Sapendo che irritarmi gl'impedirebbe d'irritarsi, avevo ribattuto in tono decisivo:

— Ti ripeto che io debbo trovarmi là domani!

Tredicimila e quattrocento lire.... Dicevi? Domani? Bene! Se è vero, va! Sabato però ci vedremo; torneremo insieme.

— Ti ripeto che mi converrà forse prendere la via del Gottardo....

Mattoni seimila!... I preventivi di Moser fallan di poco, caro amico! Gira e rigira, la spesa non sarà inferiore alle ventottomila lire.... Eh! Eh! proprio così!... Dunque? Ma che Gottardo! ma che Gottardo! Ti dovrebbe venire la malinconia di viaggiare, adesso! Non sai che tutto il mondo è paese ma che il più bel paese del mondo è Valdigorgo?; salvo il rispetto, s'intende, a Molinella, dove pure abbiamo riso molto...., col Biondo.... Ah! Mi dimenticavo le finestre; il ristauro alle finestre!...

Una pausa. Poi:

— Ho voglia di rivedere il Biondo e la Rita.... Bei tempi quelli! E tirare alle folaghe?... ora che sono presidente del Club! Perchè no? Se mi riesce.... Sai che ho in mente di prendermi due soci nella fabbrica?

— È una bella idea, perchè tu lavori troppo; abbracci troppo....

— Se mi riesce, dopo, faccio una scappata a Molinella a trovarti.... Ma.... Tutto sommato: Ventottomila e settecento lire.... Meno è impossibile!... Ma a te di fermarti a Molinella, per un pezzo, non ti consiglierei. Voialtri Spinoza avete il nemico dentro di voi; avete bisogno di distrazioni più che del pane per vivere.... Oh! mi credi proprio un imbecille?

Nel dir questo aveva gettata via la penna e m'aveva piantati gli occhi in faccia.

— Perchè?

— Credi che non me ne sia accorto, io, che te ne vai press'a poco com'eri quando venisti da noi? Non è vero che abbi necessità d'andartene! La verità è che dappertutto stai male! che neanche l'amicizia ti basta! che neanche Valdigorgo ti basta! Ma sei ancora in tempo per far l'ultima prova. Spicciati! Ammogliati!

— Se tu sei un galantuomo, e se io sono infelice, dovresti dirmi che sarebbe un delitto trascinassi una donna nella mia infelicità.

— Ma perdio! — egli gridò esasperato —: perchè sei tanto infelice?! perchè?

Gli avevo risposto quello che una volta sarebbe stata la verità piena e che purtroppo adesso non ne era che parte:

— Perchè non ho nessuna fede.

E a reprimere il suo sorriso più di pietà che di scherno, avevo soggiunto:

— Io non sono come voialtri che sapete prenderla pel suo verso la vita! Voi sapete perchè siete al mondo, perchè lavorate, perchè soffrite, perchè amate, perchè godete.... Voi leggete nel vostro destino; nel mio, io non so leggere. Lasciami andare al mio destino: quello che è e quello che sarà.

— Il tuo destino è qui! — Claudio si era alzato in piedi; rosso di collera; si era battuta con la mano la fronte. — Qui! Nella testa! Altro che filosofia! Sai cosa ho da dirti? Che è peccato mortale volerti bene! Non lo meriti! Ti vogliam bene tutti; Eugenia, le ragazze, Mino; e per compenso, tu: «Lasciatemi andare al mio destino!» al Gottardo!

Dopo il quale sfogo la scena si era conchiusa con un fraterno abbraccio e con la mia promessa di tornar presto....

.... Di nuovo mi voltai per il letto; pensai ai saluti degli amici dopo la conversazione: Roveni serio, sempre uguale a se stesso, m'aveva stretto forte la mano; il cavaliere si era industriato a commuoversi, con di più la preghiera d'inviargli le mie opere, cui farebbe degna meritata réclame; la sua signora m'aveva augurato buon viaggio con smorfie gentili e disinvoltura aristocratica; Guido, al quale avevo imposto di passare, scrivendomi, dal lei al tu, m'aveva detto addio grato e ridente nella faccia tonda, quantunque gli spiacesse la mia partenza, che gli diminuiva sempre più la libertà di amoreggiare e gli toglieva un protettore....

Le Melvi, per fortuna, non eran venute....

Transitava intanto, nella notte fonda, un tinnio di sonagli col rumor basso delle ruote....

Ed Eugenia mi aveva detto: — A Molinella ci avete i ricordi; ma la vostra casa, è qui. Nessuno vi vuol bene come noi.

E Marcella:

— Domani avremo tutti la luna!

.... Io cercavo con gli occhi chiusi il sonno e non trovavo che le tenebre; e se li riaprivo, scorgevo dalla finestra aperta la serena oscurità celeste. In attesa, così, del giorno.

Finalmente: Tànn!... Un'ora.

.... Quanti giorni ero rimasto lassù?...

Dodici giorni dopo il mio arrivo avevamo portato Eugenia in giardino....

Curioso però il pensiero di Eugenia, a indagare il mio male nei primi giorni della mia dimora lassù! Con che sorriso io avevo risposto al dubbio di lei, che soffrissi per una passione d'amore!

Già: Amore e morte....

Cose quaggiù sì belle

Altre il mondo non ha; non han le stelle!

.... Un tempo io avevo studiato il terrore della morte in animaletti: in un sorcio; in una cavia. Ferii un giorno una passera, che precipitò senza un grido dall'albero, e quando fui per raccoglierla, sollevò le palpebre invocando pietà e aperse il becco come per l'ultima inspirazione di vita. Mi pareva vederla....

Meglio saltar dal letto; vestirmi; spalancar le vetrate e mettermi alla finestra, al fresco. O no; meglio rivoltarsi e guardare con gli occhi chiusi alle tenebre vorticose; meglio il buio che le stelle! Aspettare. Suonerebbe pure quel maledetto orologio, che non aveva battuta dei quarti d'ora; e i quarti dell'orologio di Paviglio erano così deboli che non mi giungevano.

Proprio una maledizione! Quando stavo per assopirmi transitò un'altra biroccia.... Finchè, volta di qua e torna dall'altro lato....: tànn!

Ah finalmente suonarono quelle maledette due ore!...

Ma che mi veniva in mente adesso? quanta demenza travolgeva la mia povera testa? Che fatica persistere al desiderio d'alzarmi; d'uscire piano piano; e andar sotto quella finestra! Forse era socchiusa. Temeva addormentarsi....; voleva essere alzata alla mia partenza.... Come Pieruccio! Scendere e mettermi sotto la finestra di lei.... Ma Pieruccio era guarito dalla sua passione!

Io partivo com'egli era partito. Non guarirei? Avrei almeno il conforto d'aver compiuta una buona azione.... E dopo? Non vederla mai più, se Roveni basterebbe alla felicità di lei! Quetare il dolore in una vita nuova, se quest'affetto aveva rinnovato in me una sorgente di vita; vivere.... Oh meglio non pensarci!... Vivere con un vano ricordo d'amore era la mia sorte....

Ah Roveni, lui sì che vivrebbe felice! Vile io ero stato! Vile! Avrei dovuto dirgli: — Io, io stesso, che l'amo, vi voglio felice! — Immaginavo un conflitto tra me e lui, quale sarebbe potuto avvenire. — Voi non sapete come io l'amo! Io che ho più anni, più esperienza, più pensiero, più anima di voi!...

Rispondeva Roveni: — Io sono giovane; e voi, ormai vecchio! Io ho pensato sempre alla vita; e voi ancora pensate alla morte! Io sono forte; e voi? La vittoria è dei forti!

Al sorriso che immaginavo seguire a tali parole mi raccoglievo in me con stento angoscioso....

Eppure dovetti cadere un poco nell'incoscienza del sonno, perchè presto, mi parve, suonarono le tre. Ma una eternità ci volle prima che un gallo cantasse.

Quando cantò balzai dal letto, da quel letto, per sempre!

Era uno stellato splendido. Da quanto tempo non avevo guardato alle stelle! Nel loro palpitante mistero vidi una luce che non avevo visto mai: una luce d'amore; sol ragione della vita alla nostra meschina conoscenza.

Finalmente, alle cinque, Claudio batteva all'uscio.

— Svegliati, che è tardi!

— Pronto!

— Faccio attaccare....

Non uscii che quando ebbi udito il rumore della carrozza.

— Se perdi la corsa, casca il mondo! — brontolò Claudio. — Non mi sono fidato di nessuno; neanche della sveglia! Andiamo?

— Aspetta.... — diss'io. — Indosso il paletot.... I guanti? Sono qui.... Aspetta! Ho lasciato l'ombrello.

— Andate a prendergli l'ombrello! Presto!

— Il caffè, signor dottore? — pregava la vecchia cameriera reggendo il vassoio con le due mani.

— No, grazie....; scotta.

— Bevi....; c'è tempo!

Eccola....: Ortensia.

— Perchè alzarti? — La mia mano tremava reggendo la tazza.

— Quando la rivedremo? — ella disse; perchè il padre la guardava.

Ecco anche Marcella.

— Ohe! signorine complimentose! Vostro padre, non si saluta?

E a me Claudio ripeteva burbero: — Andiamo?

Marcella disse: — Buon viaggio, Sivori; non si dimentichi di noi. Ci scriva! Ci scriva spesso!

— Addio.... — La sua mano era fredda.

Quando già salivamo in carrozza giunse anche Mino; senza bugie, ma, caso mai non tornassimo tosto, con la tromba in una mano e il tamburello nell'altra.

— Vengo con te, Sivori!

— Via! — gridò il padre, frustando Sansone.

— Addio!

— Buon viaggio! Buon viaggio! — ripetevano Marcella e i servi.

Ortensia non disse nulla; mi guardò; sorrise appena; trasse d'impeto nelle sue braccia Mino, che urlava piangendo:

— Voglio andare a Milano, con Sivori!

Come la carrozza svoltava dal cancello, scorsi quello sguardo lungo; che mi seguiva. Essa pareva tendere a me col fanciulletto, che sosteneva da un lato per vedermi....

Quello sguardo lungo, privo di lagrime, mi seguiva innocente e doloroso quale lo sguardo d'una vittima.

PARTE SECONDA.