II.
La lontananza parve spegnere affatto l'antica fiamma nel cuore di messere Alvise Pasqualigo; ma bastò che ritornasse a Venezia perchè la vista dell'amante gli ravvivasse nell'anima, dalle poche faville che v'erano rimaste, tutto il fuoco d'un tempo. Ahimè! Trovò madonna Vittoria mutata al bene e molto sicura contro le tentazioni.
[pg!146] «Mentre che siete stato lontano (essa gli scriveva), per non perdere l'anima insieme col corpo, ho pregato Iddio che rompa il fisso pensiero che di voi avea... e fui esaudita».
Non le credette. E lei:
«Io conosco il vostro amore verso me, fuori di ogni mio merito, ardentissimo, e confesso di aver ricevuto da voi quantità di cortesie, che quando anche spendessi mille volte la vita per voi, non pagherei la minor di quelle. Ma perchè io mi sono deliberata di voler rimettere tutte queste vanità corporali, rivolgere l'animo a Dio e riconoscerlo per mio Signore vivendo vita cristiana, vi prego che non vogliate romper questo mio proponimento col molestarmi ogni ora colle vostre lettere...».
No no... non le credeva; Alvise sospettava il tradimento.
Infatti non pentimento, non rimorsi l'avevano mutata così, ma la colpa di lui che era stato lontano quattro mesi e non le aveva scritto neppure una lettera. E non s'era mutata così come diceva: aveva davvero un amante. Un giorno Alvise vide che nell'altana, ove si biondeggiava i capelli al sole, accoglieva Fortunio. Fortunio, quello delle lettere anonime! Fortunio il delatore!
Essa negò. Ma Fortunio, per vanagloria e paura a un tempo, disse al Pasqualigo: — È vero —. Lei stessa, madonna Vittoria, l'aveva tratto a sè.
[pg!147] E Madonna Vittoria dovè confessare. E confessò senza vergogna, con audacia, con impudenza:
«Voi sapete che vi partiste contra mia voglia e ch'io rimasi tra tanto duolo che come morta me ne giacevo nel letto; onde alla fine, disperata, veggendo che non vi curavate nè anche di consolarmi con una semplice carta, caddi in tanta gelosia, ch'ebbi ad impazzire, e mi risolsi vedendo il mio male senza rimedio, di oprar ogni sorta di malia per liberarmi di tante angoscie.
«Attesi l'occasione, la quale non sì tosto mi venne che l'abbracciai nel modo che avete inteso da quel crudele, che più tosto dovea patir morte che confessarvi le cose passate tra lui e me... Ma pazienza! La mia fortuna ha voluto ch'io spenga affatto l'amor vostro e sì m'accenda di lui che non abbia mai requie...».
Pazienza? Ed essa perdonava a quel perfido: l'amava e nell'amore nuovo, e nell'abiezione, non avrebbe avuto più un pensiero, una parola, uno sguardo per Alvise!
Alvise Pasqualigo allora non sopportò l'abbandono deciso ed assoluto della donna che aveva amata troppo e troppo a lungo; non volle rassegnarsi alla vendetta di madonna Vittoria; non si riebbe, e la gelosia travolse nel fango l'anima sua e la dignità d'un uomo. Nessun innamorato fu mai un mendico più sordido di Alvise Pasqualigo, che scriveva:
[pg!148] «Fate almeno per una volta sola che io venga a voi, ch'io venga a baciar la terra dove voi tenete i piedi...».
Madonna Vittoria, senz'altro, gli rimandava i ricchi doni; le lettere, il ritratto.
E lui:
— «O mio amore infinito, o donna ingrata! E qual altro sarebbe stato che non avesse scoperto al mondo i vostri tradimenti acciocchè foste stata riconosciuta per quella che siete? Voi meritavate pure ch'io scoprissi il vostro adulterio a vostro marito; ma io non voglio che la fragilità di donna poco savia mi faccia far atto indegno di me».
Si sarebbe contentato di essere amato da fratello purchè talora gli fosse concesso di vederla, di ragionarle «con quell'amore che sogliono i fratelli famigliarmente»!
No: essa l'odiava, ora.
«Voi secondo ch'io bramo vi lasciate vedere ogni giorno, ma vi mostrate sì colma d'orgoglio che men noia mi apporterebbe il non vedervi. Se io vi saluto voi vi volgete ad altra parte; s'io vi parlo, sorda e muta vi mostrate, e io posso dire, in verità, d'essere odiato a morte».
Peggio: era burlato.
«La mia mala fortuna vuole che io abbia gli occhi d'Argo acciò ch'io vegga la cagione della mia rovina. Son contento, poi ch'altro non posso, che voi m'inganniate. Ma che i vostri amanti mi [pg!149] burlino, non patirò mai. Se gli avete cari, fate che mi lascino stare e che si contentino di godervi».
Troppo a basso era caduto: un impeto d'ira contro l'amante di lei, se non contro la donna, se non contro se stesso, non avrebbe potuto scuoterlo e sollevarlo? A vedere madonna Vittoria alla finestra, con la faccia ridente, e Fortunio sotto, che le rispondeva, «spinto da furor geloso» e attaccata questione, ferì il drudo...
Ma dopo scongiurò Vittoria che gli perdonasse!
Atterrata, essa rispose: «Il solo rispetto mio doveva por freno ad ogni vostra voglia, nè amandomi doveva aver maggior forza lo sdegno che l'amore; ma poi che le cose passate non hanno rimedio e che mi chiedete perdono, io ve ne faccio grazia...».
E, per convincerlo, gli mandò copia della lettera con cui diceva addio a Fortunio. Gli diceva:
«M'abbandonai ad amarvi vinta da certe qualità che mi pareva di scorgere in voi».
Le pareva! Le qualità di quell'uomo le parevan amabili dopo che l'aveva saputo delatore, sicario, vigliacco! Che menzogna! Che infamia! Spudorata. Abietta.
E allora, ma solo allora, Alvise Pasqualigo aprì gli occhi. Non comprese che se lei era giunta a tal segno, la prima colpa ricadeva su lui stesso; [pg!150] non ricordò che per amor suo la donna aveva pianto. Con un pretesto, finalmente, spezzò l'ignobile legame.
E mutato il nome di lei, ne pubblicò, insieme con le sue, le lettere: nel 1569.
[pg!151]
[COMPASSIONE E INVIDIA]
C'è chi ha bisogno di essere invidiato e chi ha bisogno di essere compianto: forme opposte di uno stesso egoismo e di uno stesso malcontento.
Dopo vent'anni di separazione Aldo Varni, commerciante venuto da Milano, e Michele Bragozzi, piccolo possidente che non aveva mai oltrepassati i confini provinciali in nulla, si erano rivisti un giorno per caso, e avevano rinnovata l'amicizia di compagni di liceo.
A ritrovarsi dopo quell'intervallo di vita non esente da delusioni e inganni, a provare il rimpianto quasi nostalgico dell'età migliore, si sentirono vicendevolmente attratti alla confidenza e si abbandonarono alla loro natura.
Al caffè, dove ristavano ogni giorno alla solita ora, parlava Aldo? Oh che uomo invidiabile! E via e via per l'argomento preferito: quello della felicità domestica e coniugale. Sua moglie era un'arca di virtù. Bella, elegante, valente in tutto: in conservarsi l'amore del marito o con l'amore fervido, o con manicaretti appetitosi, o col buon [pg!152] gusto degli abiti ideati e talvolta, per saggia economia, rimodernati da lei stessa.
Parlava Michele? Oh che uomo da compiangere! E via e via per l'argomento preferito: l'infelicità domestica e coniugale. Sua moglie era una somma di difetti. Sempre di malavoglia, sempre sarcastica, nervosa, dispettosa. Lui, povero martire, faceva di tutto per contentarla, e senza lamentarsi: cure, regali, vesti, cappelli, gioielli; e, in compenso, raffacci, scenate di gelosia, litigi, disperazioni. Una vita impossibile!
Ma mentre l'uno si sfogava impavido, l'altro ascoltava paziente secondando solo a monosillabi — Ah! — Eh! — Già! — Uh! —; a sorrisi o a sospiri. Nessuno dei due tentava di contenere le esagerazioni dell'amico, nè osava dargli torto per il segreto timore di perdere a sua volta quella piena accondiscendenza; non dava ragione e non compiangeva o non invidiava apertamente come per un ritegno di pudore. Tutt'al più Varni, contemplandosi nella specchiera all'opposta parete e profilando i magnifici baffi, mormorava per assenso di compianto: — destino! —; e Bragozzi, quando toccava a lui, raccoglieva lo sguardo smorto e smarrito a considerarsi le scarpe e mormorava per assenso ed invidia: — fortuna! —. Eran le parole che tornavano, a vicenda, più grate.
Se non che a poco a poco cessarono anche di approvarsi così. Michele Bragozzi già pensava dell'amico tanto fortunato: «Imbecille! o s'illude o [pg!153] crede d'illudermi»; e Aldo Varni pensava dell'amico sfortunato: «Poveromo! Non sa stare al mondo, e spera che io non capisca!».
***
Con tale accordo e reciproca conoscenza erano venuti a un tacito patto: tener a distanza, l'una dall'altra, le mogli. Il pensiero che esse, figurate tanto dissimili, avessero da trovarsi insieme, metteva in loro l'apprensione della cosa mostruosa o assurda. E ciascuno dei due quand'era con la moglie si studiava d'evitar l'amico paventando che questi potesse scorgere in lei particolari nuovi, o differenze dal ritratto che ne aveva ricevuto, e accusar di finzione o dissimulazione il giudizio maritale. Ma l'uno come l'altro appena a casa, ogni giorno, riferiva alla sua signora le contrarie prodezze della signora dell'amico; e quelle poverine sottintendevano bene nel riferimento un'intenzione non ingenua. «Gilda — pareva voler dire Aldo Varni a sua moglie —, il mal esempio della Bragozzi valga a renderti sempre più perfetta» — «Ah Cloe! — significava Michele Bragozzi —; se tu imitassi un po' la moglie di Aldo e provassi anch'io qualcuna delle sue gioie!». Di qui antipatia e astio fra le due donne, che non s'eran mai scambiata una parola; e la irresistibile voglia, che esse ebbero, di conoscersi almeno di vista.
Ci riuscirono presto. Ed ecco con che effetti.
[pg!154] Diceva al marito la signora Cloe Bragozzi:
— Oggi mi sono imbattuta nella Varni. Cara! Sembra proprio una cocotte, con quel cappello!
— Se l'è fatto da sè — mormorava lo smorto Michele.
— Da sè? — (una risata tremenda, e apriti cielo!) — Da sè? Così massiccio? così enorme? così sconcio? E suo marito lo crede? E tu lo credi? Ma dove siete nati? Allocchi! Ma non capite che è un cappello venuto da Parigi? È un cappello da cocotte! Ah che sciocca! Ah che civetta!
Indulgente invece cominciava la signora Gilda Varni:
— Sai che la Bragozzi è bellina davvero? E non deve essere cattiva come la dipingete voi altri.
Varni, che sapeva stare al mondo, taceva. Allora la moglie seguitava:
— Peccato che sia così stupida! Si vede; non ha gusto. Oh quell'abito! E quegli occhi di bambola? Che stupida!
Senza essersi mai detta una parola la signora Gilda e la signora Cloe parevano conoscersi anche loro da più di vent'anni.
***
Un giorno Aldo Varni, elegante e sorridente al solito, giunse con modi di fretta insolita e non si sedè. Non poteva trattenersi.
[pg!155] — Ho un forestiero in casa; un parente di mia moglie.
E sorbendo il caffè troppo caldo proseguì, fra un sorso e l'altro:
— Un suo cugino... Da sette anni non è stato in Italia. Oh che tipo! che bel tipo! Simpaticone! Pieno d'ingegno, di spirito!
Bragozzi, il quale intanto che aspettava il resto della informazione guardava l'amico, chinò d'improvviso gli occhi e pensò: «Uhm! Cugino?... In che grado?».
—... Capitano di lungo corso. Da pochi giorni è arrivato dall'Australia. E ha avute certe avventure... Oh! oh!
Varni rideva di gusto, dopo aver posata la chicchera sul tavolino e mentre si contemplava nello specchio.
— Figurati che ha tre mogli legittime: una nella Nuova Zelanda, una a Borneo e una a Cuba; e tutte e tre fedeli, disgraziato! Se tu lo vedessi a disperarsi! Ah è proprio un'ottima compagnia! deliziosa! Resterà qui otto giorni, e ce ne racconterà delle belle; che ti dirò poi.
«Anche il cugino incomparabile, adesso!», pensava Bragozzi. Tuttavia sorrise, per accondiscendere alla contentezza dell'amico; lo scusò del non restare; lo salutò: — A rivederci domani! —; e andò difilato a casa, a portar la notizia alla Cloe.
— Cugino? — la signora esclamò appunto [pg!156] come si era immaginato Michele. — Cugino? Allocchi che siete! È l'amante! l'amante dell'arca di virtù! E il tuo caro amico...
Il marito non la lasciò correre. Trovò necessario interromperla:
— Non può essere! Il capitano da sette anni manca dall'Italia. Non si fermerà qui che otto giorni... Dunque...
— Eh! si fermerà di più! — ribattè la Cloe. — Di più! di più! Quindici giorni ci resterà; un mese!... Vedrai! Se pure l'arca non scapperà prima con lui...
Quale perfidia! Per evitare il litigio Bragozzi s'affrettava a riferire: che il capitano di lungo corso aveva tre mogli; così e così.
— E la quarta in Italia!: illegittima, questa, e infedele, perchè è la moglie del tuo amicone. Oh cari!
Il litigio non fu evitato; e nel misero Michele lasciò la consueta amarezza, il profondo rammarico di chi si sente immutabile sotto una maligna stella. Per sua tribolazione era arrivato a Bologna adesso anche il cugino di lungo corso!
Infatti il giorno dopo ecco Varni sorridente, apparentemente beato a scaricar le geste del capitano.
— Ah che caro giovine! che compagnia!
E qui una massa di fandonie. Bragozzi sorrideva, per compiacere un po' l'amico che rideva; [pg!157] ma pensava: «no no, Aldo non è così imbecille da crederci! E spera che ci creda io, imbecille!».
Poi rincasando col proposito di non parlarne più, ecco la Cloe a provocarlo:
— Come va il cugino? Come va l'amico? Come va la signora di tutti e due?
Basta; passarono finalmente quei maledetti otto giorni, e Bragozzi attendeva trepidando la notizia: — è partito —, allorchè Varni con quella sua aria modesta, d'uno che ha una fortuna oltremodo invidiabile, venne a dirgli:
— Sai? Sto per conchiudere un bellissimo affare d'esportazione e importazione di merci; col capitano. L'ho indotto a trattenersi altri otto giorni. Un'idea splendida!
«Mia moglie ci ha colto!» pensò Bragozzi.
— Un affar d'oro, caro Michele! — seguitava Aldo. — Presto si stipula, a Genova. Fra otto o dieci giorni.
E per una settimana Aldo Varni non si fece vedere al caffè. Quando ricomparve ahi! non entrò; e fece cenno a Bragozzi d'uscire. Sotto il portico disse con un tremito nelle labbra — e il sorriso era diventato una smorfia —:
— Michele! Ho la fortuna d'aver un amico come te, e desidero che tu mi consigli.
— Per la società col capitano?
Varni scosse le spalle, inquieto. Aggiunse, piano, cessando la smorfia e assumendo una solennità di dolore imponente:
[pg!158] — Sono stato a Genova, e non li ho trovati!
— Chi?
Ah! Aldo Varni non avrebbe mai pensato che Michele Bragozzi fosse così poco agile. Certe cose bisogna afferrarle in aria. E gli rincrebbe dover spiegarsi, dire:
— Lei e lui!
— Oh! (— Mia moglie ci ha colto! —).
— Dubito si siano imbarcati a Napoli...
E l'avevano fatto correre a Genova?
—... Ma io non sono un debole! Io, Michele, sono un forte! — Varni alzava la voce —: Un forte!; riconosco che la colpa è mia!
— Tua? — Bragozzi (infelice!) non capiva più nulla. Pensava: — Sempre ragione, lei, mia moglie!
— Colpa mia! Non dovevo trasferirmi qua da Milano! condur qua in provincia, in questo villaggio, una donna come quella! Così intelligente e colta! così poetica! così fanatica per i viaggi e le cose straordinarie! Non dovevo! E se ritorna, io... — che ne dici? — Io sono un forte! Non ho pregiudizi, io; e perdono!
***
L'infedele però non tornava. E a poco a poco Varni sembrò cambiar costume. Senza ritegno si dimostrava abbattuto, affranto; un uomo finito che non avesse più nessuna ragione per farsi invidiare. [pg!159] E Bragozzi, il quale avendo sempre bisogno del conforto altrui non trovava mai il momento opportuno e la parola giusta a consolare gli altri, non sapeva che si dire. Pensava che Aldo soffrisse in una recrudescenza di dolore; sentisse ogni giorno più il cordoglio del perduto affetto e il rovello del tradimento. Invece... Una indigestione val meglio che un sistema di filosofia a mutare la visione del mondo o la concezione della vita.
— Non vivo più! — mormorò Varni.
L'amico Michele sospirò; e stava per dire quella che per lui era non verità ma menzogna convenzionale: — Il tempo, amico, è un gran rimedio. — Ma l'amico:
— Se non trovo una famiglia che preferisca il manzo al cavallo, le ova fresche alle fradice, il burro di Milano allo strutto rancido, e mi prenda a dozzina, io muoio! Mi ammazzano al ristorante!
Nè Bragozzi aveva ancora raccolto lo sguardo smarrito a considerarsi le scarpe, che l'altro già lo colpiva in pieno petto.
— Prendimi a dozzina tu, Michele!
— Io? — esclamò inorridendo Michele. — Con mia moglie?
Voleva dire: con una donna quale il destino mi ha data per rovinarmi d'accordo con le cuoche che il destino mi manda?
E il discorso cadde. Lasciando però andare in tal modo la proposta dell'amico, Bragozzi rimase malcontento anche di sè; e pentendosi di non aver [pg!160] decentemente mitigato il rifiuto, cercò di confortarsi, a casa, con il rifiuto della moglie, che s'immaginava inevitabile.
Ebbene, Michele disse:
— Il povero Aldo è malato di stomaco. Lo avvelenano all'albergo.
E allora la Cloe disse; disse, subito, la Cloe!:
— Prendiamolo a dozzina noi.
Lei! Così! La Cloe! Chi l'avrebbe immaginato?
***
E ciò che doveva avvenire, avvenne.
Non più minestre insipide, non più fritti mal fritti, non più arrosti bruciacchiati, non più dolci inaciditi; nella più perfetta tranquillità domestica e amichevole armonia Aldo Varni e Michele Bragozzi ora mangiavano a crepapancia.
Al caffè, dopo la colazione o il desinare, Aldo Varni era felice di esclamare rivolto a qualche conoscente:
— Oh che cuoca ha l'amico Bragozzi! E che brava, che buona, che intelligente signora! Che pranzo abbiamo avuto oggi!
Una cosa incredibile, mostruosa, assurda! Aldo Varni voleva essere invidiato adesso servendosi di colui che avrebbe meritato tanta compassione! Sì, compassione. Varni, egoista e vano, non comprendeva la perfidia di quella donna che si comportava [pg!161] così bene solo per il piacere che le aveva messo in cuore la disgrazia coniugale dell'amico di suo marito! Non era un'infamia? Un'infamia era! Anche, Michele Bragozzi soffriva (benchè a pancia piena) delle smentite a tutte le sue passate accuse. Bel conforto aveva avuto dal confidarsi a Aldo Varni! Varni lo smentiva di continuo con le lodi alla signora Cloe! Bel ristoro vivere in quiete a colazione a desinare! La moglie lo smentiva e umiliava di fronte all'amico, sempre, con simulazione pertinace, con una bonomia, una dolcezza che tirava gli schiaffi!
Privo di sfogo, offeso nell'amor proprio, stanco del suo maligno destino Michele Bragozzi incupiva ogni dì più. Nè s'avvedeva di nulla allorchè la moglie e l'amico cominciarono a guardarlo di sottecchi, ammiccandosi.
***
Ma... Ma trascorso qualche mese Aldo Varni parlò alla signora Bragozzi, in tenero colloquio; seriamente.
— Senti, Cloe. Ogni marito deve sospettare della moglie se si dimostra troppo gentile e affettuosa con lui. Tu cerca di esser meno buona con Michele.
— Impossibile! — esclamò, tutta amore, la Cloe. — Ora gli voglio tanto bene, a mio marito!
[pg!162] — Appunto... Pròvati, anche per amor mio, a non metterlo in sospetti che gli faccian male.
Ella dovè promettere. E usò, nella prova, di un'audacia, di una sfacciataggine...!
Attaccò l'infelice Michele incolpandolo di gelosia.
— Sei geloso di Varni: capisco! Lo so! Vergognati! ecc. ecc.
A colazione, dispetti; a desinare, sgarberie; a tutte le ore, rabbuffi, povero Michele! Egli tornava all'infelicità di prima; aveva da sodisfarsi ora della cattiveria di sua moglie.
Troppo anzi! Troppa grazia! Aldo Varni temè che il mutamento della Cloe, repentino e grave, scoprisse il gioco al marito; e per non compromettersi compiangendolo del tutto, fu riserbato. Disse:
— Tua moglie è nervosa, ma non è cattiva. Solo, bisogna saperla prendere.
Saperla prendere! Bragozzi scattò in ogni nervo. Saperla prendere? Dunque l'intimo amico scorgeva in lui un difetto di tattica? Dunque non vedeva in lui una vittima del destino che l'aveva ammogliato in tal modo; non lo riteneva un martire innocente? Dunque non lo stimava degno di compassione libera e profonda? Ah piuttosto che essere giudicato così, e da uno che aveva voluto essere invidiato per la sua propria felicità coniugale un tempo e invidiato dopo per la felicità coniugale d'un infelice, egli, Michele Bragozzi, arrivò dove [pg!163] non era arrivato mai; arrivò a riconoscere fino una virtù di sua moglie! E attese con desiderio il momento della riscossa.
Scattò eppur tacque quel giorno. Quando però, alcuni giorni dopo, Varni lo compianse: — Tua moglie oggi è davvero intollerabile! — Bragozzi, quasi dicesse: — invidiami giustamente una buona volta! —, ribattè pronto:
— Ma almeno lei è onesta!
[pg!165]
[UN MARTIRE DELLA VERITÀ]
— Peralti! — esclamarono gli ascoltatori. — Carmelo! Il nostro Carmelo!
Già: Carmelo Peralti, il loro compaesano, da qualche anno entrato nella Pubblica Sicurezza e perciò rinnegato da tutti.
E Silvio il sarto riprese a leggere nel giornale la gran notizia, ora incespicando e ora affrettando come se le lettere, dopo l'intoppo, godessero di lasciarsi afferrare dagli occhi e dalle labbra:
— «... la guardia Peralti, senza far uso della rivoltella, acci... uffò gli altri due teppisti e riuscì a trattenerli uno per mano, finchè sopraggi... unsero in aiuto due soldati d'artigli...eria e li arrestarono».
— Capite? Uno per mano! — gridò più che mai rubicondo e giocondo Colamosto il calzolaio. — Si chiama forza! si chiama coraggio!
Che notizia! che fatto! E che onore per il paese! che gloria!
— Gli daran la medaglia di sicuro! — diceva uno.
E un altro: [pg!166] — Ci vado anch'io alla funzione, quel giorno. Carmelo è mio cugino.
E un altro:
— Lo inviteremo qui per la festa d'agosto. Berremo! Bravo, Carmelo!
Grappanera aveva ascoltato zitto e cheto attendendo che ammirazioni e commenti gli consentissero di parlare. Allora, al punto buono, battè la pipetta su la costa del paracarro per vuotarla della cenere; la riempì; accese uno zolfanello e mentre lo zolfanello ardeva, egli, fra sonore aspirazioni, cominciò:
— Quand'ero giovine, a Verona... in una osteria..., che litigavano...
— Non dirla troppo grossa! — l'esortava Pannocchia, piano, in confidenza.
Senza badare alle facce beffarde della compagnia, con l'usata naturalezza e semplicità, con quella sua aria di modestia, Grappanera seguitò:
—... io ne presi tre per il petto, in una volta.
Era andata; e non era più possibile nè ritirarla nè mutarla.
Oh! uh! Parve fosse scoppiata una bomba che avesse la virtù di far ridere l'universo.
— Bum!... Fanfarone!... Spaccone!... —: tale l'ammirazione che il povero Grappanera suscitava per sè. Acceso dall'ira nella faccia patita, egli tuttavia si sforzò a contenersi; a ingoiare.
Il medico gliel'aveva cantata chiara da un pezzo: [pg!167] — Sei tocco al cuore. Se ti arrabbi, ti ammazzi. Ma come non arrabbiarsi? Bisognava pur difendersi, difendere la verità!
Onde, deposta la cesta che aveva già infilata al braccio per avviarsi e non pregiudicarsi quanta salute gli restava, tornò indietro. Gridò gemebondo:
— Uno, ne presi, con questa! — E alzò la mano destra perchè gli increduli la vedessero bene.
— Uno con questa!... — e alzò la mancina.
— E il terzo? — chiesero più voci spietate. D'impeto, in un atto solo Grappanera fece come un bue che abbassi la testa a cozzare o un cane che s'avventi a mordere. — Ham! — Sissignori: così, con la testa, la bocca, i denti — mentre ne teneva due con le mani — egli aveva afferrato per il panciotto il terzo dei litiganti, a Verona, in gioventù.
Non era una cosa possibile? verosimile? Vera!
— E dopo? — Pannocchia chiese serio, quasi per sapere ciò che più importasse. — Chi lo rammendò, dopo, lo strappo al panciotto?
Ridevano tutti, sguaiati; schernivano cattivi oltre il solito.
Il martire finalmente fu costretto a partire con la cesta sotto il braccio. Ma allorchè svoltava dalla Porta Montana, si rivolse; e agitando la sinistra, per disperato ammonimento più che per rimprovero, [pg!168] rispose ai dileggi con tutta la voce che aveva, con voce di pianto: — Mi fate morire! — E disparve.
***
Ogni giorno dopo desinare la compagnia veniva là all'ombra dei tigli fuori Porta Montana a passar l'ora del riposo, o, come dicono in paese, l'ora di Sant'Agostino. Leggevano il giornale; conversavano; disputavano, se non di teologia, di politica, scienze ed arti, sdraiati su l'erba: Silvio il sarto; Colamosto il calzolaio; Pannocchia il sensale; Volturno Schiza, che sapeva di ogni mestiere e d'ogni cosa, e qualche ozioso di buon umore. Con la cesta delle paste dolci e delle mosche — perchè il velo che avrebbe dovuto proteggere quelle da queste era tutto buchi e le mosche passandovi entravano a deliziarsi senza farsi scorgere — ci veniva anche Grappanera; smorto; quasi terreo; i baffi grigi spioventi; il berretto da ciclista sulle ventitrè. Talvolta recava il liquore di sua privativa, squisito e benefico nelle digestioni difficili; ma egli tornava gradevole più spesso con invenzioni d'altro genere. Perchè Grappanera non diceva mai bugie; solo che le verità che diceva, se le inventava lui. I fiori, le fronde, i frutti della sua fantasia portentosa avevano sempre un fondo di realtà o di ragione; le storie che narrava, le avesse concepite ascoltando da altri fatti o cose lontanamente consimili, o risultassero da sparsi elementi [pg!169] di verità certe a tutti e da lui ricomposti quasi per cerebrazione inconscia, le sue storie si specchiavano nella fantasia, da cui sorgevano, in un riflesso di illusione così vivida che il primo a crederci era lui; e vi giurava sopra, sicuro di non dannarsi l'anima. Ma a che valevano i giuramenti? Coloro là non gliene mandavano buona una. Nè egli poteva staccarsi da coloro, ch'erano la sua morte, appunto perchè chi ama la verità è trasportato dove più la verità è combattuta, misconosciuta, negata, spregiata.
Ignoranti! cocciuti! barbari!
— Abbiamo o non abbiamo la testa per ragionare? — egli protestava ogni giorno; e si raccomandava invano: — Per carità, ragioniamo, ragazzi!
Ragionando, non sarebbe parso naturale che un uomo lungo e magro, come era lui ora, avesse avuto molta forza un tempo? Si sarebbe forse ammalato di cuore se non avesse molto esercitato sangue, muscoli e nervi? E ciò considerando, non riuscivano ammissibili le sue geste? Che c'era di impossibile, per esempio, nella paura che aveva fatto prendere a due ufficiali, a Verona, al tempo degli austriaci?
Aveva una bella amorosa e una sera le venne sete, a lei.
— Andiamo al caffè? — Andiamo. — Mentre attendevano il cameriere, i due ufficiali, che [pg!170] sedevano al tavolino dirimpetto, cominciarono a guardar la giovane, a sorridere, a strizzar l'occhio.
— Uf! che caldo!
Bolliva dentro, Grappanera. In bel modo bisognava avvisar quei signori che se al caldo di fuori s'aggiungeva ancora un po' più di caldo dentro, essi, quella sera, andavano a casa con la testa rotta. E che pensò lui? Prese con le due mani a una estremità la tavola di marmo, la sollevò e, come altri farebbe con una cartella, — Uf! che caldo! —, con quella egli si mise a sventolarsi... Semplicemente. Chi non avrebbe capita la minaccia? I due ufficiali la capirono benissimo.
Ma ecco: — Marmo tarlato! — commentava, serio, Pannocchia. Ecco il martirio: Pannocchia il sensale dava sempre spiegazioni così strampalate, aggiunte così spropositate, prove così buffe ai racconti di Grappanera, che la verità ne restava oppressa e schernita, nonostante i richiami alla ragione. Si degnava di ridere a crepapancia anche Volturno Schiza. Per il ridere Colamosto si contorceva come in convulsione, su l'erba.
Al chiasso i curiosi accorrevano.
E: — Mi fate morire! — doveva concludere il povero martire, scappando con la cesta delle paste e delle mosche.
***
Perciò da un pezzo Grappanera si era imposta una norma che non avrebbe più trasgredita se non [pg!171] l'avesse provocato ad emulazione la guardia Peralti. Volendo a un tempo risparmiar disordini al suo povero cuore e persuadere che lo moveva il più disinteressato amore della verità, sopprimeva sè stesso nei racconti ove avrebbe potuto o dovuto figurare quale prima parte; compieva il sacrificio di sostituirvi «un mio amico», «un tale di mia conoscenza».
Così faceva narrando del tempo che, come tutti sapevano, era stato soldato in Austria per servizio obbligatorio, negli ulani.
Certa nave trasportava una volta un reggimento di ulani giù per quel fiume cui dicono Danubio e che supera il Po, l'Adige e dieci altri fiumi dei nostri insieme.
Quand'ecco nella vecchia carcassa tedesca l'acqua cominciò a penetrare da molte bande. Mano alle pompe, agli stracci, al catrame, alla stoppa per turare i buchi. Presto! Si corre, si grida, si suda. Invano. Ha una forza, una spinta che non s'immagina, l'acqua del Danubio! E se seguitava a introdursi a fiotti, non c'era da dubitare che si andrebbe a fondo, col rischio di finire in bocca a una balena; a una balena del Danubio.
Ma allora a un soldato, un ulano «di mia conoscenza», venne una buona idea. Nell'alzar gli occhi al cielo per raccomandarsi l'anima, vide che dal cielo della stiva pendevano dei lardoni.
— I lardoni! — feci io. — Mettiamo dei [pg!172] pezzi di lardo subito, contro i buchi! Presto, chi di qua, chi di là....
E fu la salvezza.
— E i sorci — aggiunse Pannocchia —, che in Austria sono dieci volte i nostri e hanno anche più giudizio, non mangiarono il lardo per non essere mangiati dalle balene del Danubio.
Risa, clamori, contorcimenti della compagnia: questo il premio al sacrifizio di Grappanera.
— Mi fate morire!
Nè meglio giovava al martire ricorrere a storie che non contenessero proprio nulla della sua biografia ed escludessero ogni suo vanto diretto e indiretto. Quale relazione, per esempio, sarebbe stata da scorgere tra lui e il gran maresciallo Mac Mahon?
E raccontava... — (l'aveva intesa da persona degnissima di fede) — raccontava che Mac Mahon, dopo la vittoria, passò col suo seguito davanti a una masseria dove stavan prigionieri duecento tedeschi, circa. E il maresciallo ordinò al capitano di guardia di condurgli i prigionieri a Magenta.
— Ma, generale, siamo in dodici tra graduati e soldati!
Come avrebbero potuto, dodici militari, scortar duecento nemici, circa, con armi e bagagli, e senza che si ribellassero o scappassero?
Mac Mahon pensò un momento e poi... Bella idea!
Comandò di chiamar fuori a uno a uno i prigionieri; [pg!173] a uno a uno fece staccare il bottone che ne reggeva le brache alla cintola. E in tal modo, dovendo reggere con una mano il fucile e con l'altra le brache, i duecento prigionieri, queti come agnelli, furono condotti a Magenta da sola una dozzina d'uomini.
Gli ascoltatori naturalmente risero. Ma non avrebbero riso che per l'astuzia di Mac Mahon se Pannocchia, il quale nel '59 aveva ancora da passare due anni prima di nascere e non sapeva nemmeno in qual parte del mondo Magenta si trovasse, non avesse aggiunto, serio serio:
— Me lo ricordo anch'io Mac Mahon a Magenta!
Or fino a un certo segno è compatibile l'ignoranza che non presta fede alle opere umane, ma non è poi compatibile chi non crede al caso, quando ogni giorno si vedono avvenire per caso i fatti più straordinari.
E coloro là non ammettevano neanche la storia del merluzzo!
Con la sua cesta al braccio, Grappanera andava un giorno per i monti, e in un luogo solitario scorse rilucere una pozza d'acqua, e risplendervi dentro una cosa...; un animale, enorme, che pareva d'argento. Si accosta. Immaginate! Era... un merluzzo!
Ma chi, dal mare, l'aveva portato e messo lassù in montagna, in una pozza, un pesce di mare così grande? Questo il problema.
[pg!174] — Un colpo d'aria — rispose Volturno.
E Grappanera, pazientemente:
— Non ci sono cicogne a questo mondo? Non falchi? non aquile? Uccelli, insomma, così robusti da pigliare un pesce, un merluzzino, in mare e portarlo in montagna per divorarselo in santa pace? Il pesce, però, preso da uno di questi uccelli, dovè pensare alle faccende sue e battere e sbattere la coda disperatamente; l'altro aperse un momento il becco...; e il merluzzino scappò, cadde. Per caso, proprio là sotto dove cadde, stava una pozza d'acqua. Il problema era risolto.
— E se te lo mangiasti tutto te, il merluzzo, quanta grappa nera ci bevesti dietro? — dimandò Pannocchia.
Schernivano ormai per partito preso. Inutile, oramai, qualsiasi discorso.
***
Ma non solo per questo Grappanera pativa sino al martirio: pativa non tanto perchè non credevano alle verità che diceva lui, quanto perchè credevano ciecamente alle fandonie che dicevan loro e che imparavano dai libri e dai giornali. Questa la sua maggior passione: di non riuscir a convincerli delle bugie, delle assurdità stampate.
Ah la storia dei canali di Marte!
Un giorno lui, Grappanera, arrivò al convegno [pg!175] mentre Silvio il sarto e Volturno Schiza disputavano, sostenendo l'uno che la gran stella che accompagna il sole al nascere o al morire si chiama Marte, e l'altro che si chiama Venere. La questione non gl'importava molto; e lui, Grappanera, tacque in attesa che la finissero. Come non la finivan più, disse:
— Pensate che se ne abbia permale lo stellone del dì o della sera, se non gli date il suo nome giusto?
Ma Silvio gli si rivolse contro.
— Tu non sai niente! non sai che se è proprio Marte, lo stellone è abitato da gente come siamo noi, tale e quale!
E Volturno confermò:
— Gli scienziati con il cannocchiale ci han visti dei canali come i nostri, con gli argini come i nostri, tali e quali! L'ho letto io nel libro di mio figlio, che fa la quinta!
Capite? Perchè il libro di suo figlio, che faceva la quinta, diceva così, bisognava crederci quasi fosse Vangelo! E perchè gli scienziati ci avevan visti dei canali in Marte, Marte (guai a non crederci!) era abitato.
Ma quel giorno Grappanera ebbe un'idea così giudiziosa che chiaramente dimostrava agli amici quant'erano chiù. Disse:
— Bene. Figuriamoci dunque d'esserci noi lassù, nello stellone, a guardar giù, alla terra, con il cannocchiale. Vi credete voi che diremmo: — [pg!176] Laggiù, in quella stella, che si chiama Terra, ci han da essere degli uomini fatti come noi perchè ci si vedono dei canali con gli argini? No! no! Diremmo: — Quella cosa lunga là, cos'è? Una torre! Quell'altra? Un campanile! Quell'altra? Il camino d'una fabbrica! — Questi sono i segni più visibili della mano dell'uomo; questi sono i segni che non ingannano. Ecco perchè la terra si può dire abitata. Altro che i canali, chiù che siete!
Ma no e no: non rimasero persuasi della ragione; gli diedero dell'ignorante a lui, povero martire!
***
Le invenzioni sopra tutto contribuirono ad affrettare la fine del martirio; e tre furono i presunti miracoli che la ragione e il cuore di Grappanera non poterono assolutamente comportare.
Primo; l'aeroplano. Allora, poco più che un quarto di secolo fa, nessuno degli scienziati solenni avrebbe ammesso quale possibile invenzione che un corpo più pesante dell'aria non solo volasse ma si dirigesse alla sicura per il cielo. Era dunque da rimproverar Grappanera se, per solo amore della verità, sosteneva che la notizia di cotesta invenzione non era bevibile? che il giornale letto dal sarto conteneva balle di bugie?
Palloni se ne eran visti tanti a volare, anche con uomini dentro, che egli ne avrebbe ritenuto [pg!177] possibile uno grande come la cupola di San Pietro a Roma, e capace di portar, magari, due o tre famiglie, purchè il pallone andasse a suo capriccio. La macchina invece descritta nel giornale di Silvio — un'automobile con le ruote, le ali e il motore — andava dove voleva chi c'era sopra.
— Ragioniamo! Per andar dove si vuole è o non è necessario un appoggio? la terra, ai piedi e alle ruote; l'acqua, alle barche e ai bastimenti? Ma la terra e l'acqua sostengono i meccanismi di direzione perchè esse si toccano, si sentono, si prendono. Prendete in mano dell'aria se siete buoni!
A tagliar corto la disputa, Colamosto ricorse agli uccelli.
Quasi che gli uccelli non avessero l'anima fatta apposta per volare e non l'avesse inventata chi ne sapeva più di un giornalista: Domineddio!
Ma il guaio fu che la disputa d'aeronautica si tirò dietro la seconda delle dispute più grandi e funeste, quando poi Volturno Schiza parlò, rivolto a lui, il contradditore: — Tu l'altro giorno dicevi: — prendete in mano dell'aria se siete buoni! — E oggi io ti dico che l'aria si può liquefare, e se si può farne un liquido, si potrà anche prendere in mano dentro una bottiglia o un bicchiere! L'ho letto io nel libro di mio figlio, che fa la quinta.
Grappanera si provò a ridere a questa fola come loro ridevan delle sue verità. — Ah! ah! l'aria [pg!178] liquida! l'aria in bicchieri, l'aria in bottiglie! Non era buffa?
Ma anche il ridere gli sconquassava il cuore. Tacque. Riflettè. Trovò il modo a dimostrar l'errore di quei creduloni: di nuovo per assurdo, da perfetto dialettico.
— Se l'aria, che è un fiato...
— Un gaz, vuoi dire — corresse lo Schiza.
— Se l'aria, che è un gaz, si può ridurre a liquido, il mio liquore, che è un liquido, si potrà ridurre a gaz. Bene! Me lo paghereste due soldi, voi, un bicchierino di gaz? E io potrei dire: il mio gaz guarisce lo stomaco?
Furono convinti dell'errore, per assurdo? Ma che! Meno che mai!
— Mi fate morire!
E la terza delle più funeste invenzioni...
Era vecchia, ma disgraziatamente se ne discorse la prima volta pochi giorni dopo che Grappanera aveva tanto sofferto in causa della guardia Peralti.
Si discuteva, a proposito di un truce delitto, intorno alla pena di morte. E Volturno asserì — e gli amici confermarono — che in America hanno una curiosa maniera di punir gli assassini e liberarsene.
Raccolgono due o tre fulmini in una scatola, raccostano al condannato, che senza sospettar di nulla sta a sedere tranquillamente in una poltrona, [pg!179] toccano una molla, i fulmini sbalzan fuori..., e giustizia è fatta!
Colamosto disse, tutt'allegro:
— Presto o tardi questo sistema si userà anche qui da noi.
E Silvio:
— La mannaia e la forca erano un'infamia!
E Pannocchia:
— Ma così, con quella cassettina, dev'essere un piacere anche fare il boia!
Grappanera era rimasto a bocca aperta. Se ci son cose al mondo infrenabili, inafferrabili, che scappan da tutte le parti, sono le saette. E coloro credevano si potessero raccogliere e metterle in una cassettina come le anguille! Quando si arriva a questo punto, a dover udir questo, non c'è neppur più da augurarsi di campare. Meglio andar in un altro mondo dove non si stampino fole di tal sorta e non ci sia nessuno che ci creda!
Grappanera, quand'ebbe chiusa la bocca, prese la sua cesta e si avviò ansimando ma in silenzio. Quando fu alla Porta Montana si rivolse; ripetè il solito disperato gesto, ma non disse: — Mi fate morire! — E disparve.
Il giorno dopo, all'ora di Sant'Agostino, la campana della parrocchia avvisava la solita compagnia che egli era passato da questo mondo pieno di menzogne alla verità eterna.
[pg!181]
[IL VITELLO]
20 luglio.
Ma sì! Per il mese che potrò restarci in riposo e quiete il luogo mi piace. Pura l'aria che cala dai monti e sale dal fiume; bella la vista dalla mia finestra; fresche le ombre d'intorno: un senso d'antica pace contiene questa vecchia casa dai muri massicci. E i padroni di casa son ricchi d'antico stampo, ricchi che lavorano la terra e mostrano nell'onesta faccia e nei modi franchi una semplicità cordiale. Non ci siamo mai visti prima d'oggi, e ci siamo riconosciuti subito. I due vecchi — il reggitore e la reggitora — m'han chiesto tante scuse non so di che, asserendo per altro che qui starò benone; nè m'han detto d'aver dubitato che rinunciassi a venir da loro perchè ci hanno, in casa, una parente malata. La casa è così grande! E io non debbo darmene pensiero; non debbo nemmen sapere in che camera giaccia quella poverina: debbo godermi senza fastidi la bella campagna, e nessuno mi disturberà. Sono libero! solo!
A Francesco, il padron giovine, che è lui di fatto il reggitore della famiglia o il direttore dell'azienda, [pg!182] è bastato avvertirmi che sarà sempre pronto a' miei comandi; e lo zio e il garzone, più timidi, e gli operai mi fanno scappellate da lungi, e zitti. Quanto a Reno, il compagno che avrò sempre fido, mi dice tante cose, ma senza parlare. È un grosso cane dagli occhi malinconici, dal muso lungo e dal cranio appuntito: intelligente, e anche con lui ci siamo riconosciuti subito. S'avventa furioso agl'intrusi; me, mi ha accolto scodinzolando, quasi sapesse che sarei arrivato, e mi promette un affetto immenso in ricambio di qualche tozzo di pane. Degli altri animali, non ho da temere nessun disturbo. La cascina con la stalla piena di buoi è discosta; la cavallina pascola queta nel prato; la scrofa e il degno figliuolo si imbrattano lontano... Ho visto, tra le galline, i galletti, i tacchini e le anitre, un'oca; ma che ha a fare un'oca con un letterato che usa penne d'acciaio?
Dunque pace e libertà; ozio e beatitudine!
... Quale sarà la camera dell'inferma?
22 luglio.
Ieri, mentre desinavo al rezzo, è capitato il medico condotto. Saluti; pochi complimenti. Gli ho chiesto: — È grave? — Non ha potuto negare che è uno di quei casi in cui la scienza si rimette ai decreti della natura; però ha soggiunto: — È robusta, e tirerà innanzi un pezzo. — Come a dire: — Stia pur tranquillo; stia allegro. Morirà quando [pg!183] lei non sarà più qui. — Benissimo! — Buona sera, dottore!
... La sera, quando sono andato di sopra, ho guardato all'uscio in fondo alla loggia. È sempre chiuso: deve essere là.
24 luglio.
Io sto bene. La mattina mi alzo col sole e la frescura mi ravviva il sangue per tutta la giornata. A un'ora di sole, come dicon qui, una carrozzella viene a prendermi e mi guida lungo il fiume, per una strada deliziosa, allo «Stabilimento». E faccio un bagno grato quanto un lavacro spirituale. Al ritorno, la colazione, bevendo acqua eccellente e vino idem, mi persuade meglio di un volume di Tolstoi che la felicità sta in noi. Posso abbandonarmi, io, anche a una dormitina di alcune ore.
E segue, nel pomeriggio, la lettura dei giornali. Politica, scandali, delitti, informazioni sfuggon di sotto agli occhi senza lasciar tracce nella memoria. Nè si dica che l'ozio annoia. Un filosofico benchè muto colloquio con Reno, quando non mi sonnecchia a lato; una capatina nel frutteto dove anneriscono certe prugne e s'indorano certi fichi da Paradiso Terrestre; un'occhiata ai lavori dei campi; un po' d'attesa a chi passi per la via —, e giunge l'ora di desinare. La sera, vengono a trovarmi conoscenti vecchi e nuovi, e si chiacchiera, si fuma, si beve, si gusta la bellezza del firmamento, e si [pg!184] ride. C'è uno il quale ride con tale impeto che deve udirsi anche nella camera più recondita della casa...
Lo so! lo so! La Morte, nel suo transito fatale e perenne, guarda a questa casa di buona gente.
— Tutto mio, tutto mio — canta da presso la civetta.
Ma: — Non ci badi — mi dice il reggitore. — È il suo verso.
25 luglio.
Effetto d'assuefazione: il ricordo dell'inferma, ridestato in me dal quotidiano apparir del medico, non mi dava più che una tenuissima noia. Non c'è beatitudine perfetta; e Reno, per esempio, non manca di pulci.
Se non che la paesana che mi serve da cuoca ha vinto finalmente la soggezione, ha sciolta la lingua e mi ha avvelenata la colazione, stamattina.
— Sa? — mi ha detto. — L'ho vista...
— Chi?
— L'ammalata.
— Ebbene?
— Vedesse com'è ridotta! Era una bella donnona, ma adesso... Patisce pene d'inferno. Eppoi, ha una paura...
— Paura di che?
— Teme dar disturbo a lei. Quando si lamenta, per il male, si sforza perchè lei non senta...
[pg!185] Per poco io non ho gettato a Reno tutta la bistecca. E la cuoca ha seguitato:
— Esser ridotta così, agli ultimi anni, che avrebbe potuto passarli bene! Perchè ha dei quattrinetti. Staremo a vedere a chi toccheranno.
Intanto io pensavo...
E l'altra puntando l'indice al naso e facendomi la confidenza a voce sommessa (non è una chiacchierona):
— Gli eredi, vedrà, saranno questi parenti qui, sebbene ne abbia degli altri, più stretti. Ma di chi la colpa? Ha una nipote, figlia di sua sorella, che è in bisogno. La nipote, appena lei cominciò a patire, se la prese in casa per curarla meglio, diceva. Invece un bel giorno le ragazze, le figliole, aprirono cassa e armadio e se ne spartirono i panni, come fosse già morta. Son cose da fare? Un po' di prudenza ci vuole, di pazienza! E l'ammalata se ne addiede; mandò a chiamare il reggitore, questo qui, e si fece portar via. Allora la nipote mise di mezzo un frate...
Io pensavo...
—... un frate che la consigliasse a far testamento e a lasciar tutto a lei. Il testamento l'ha fatto, ma — l'ho saputo da un testimonio — alla nipote gli toccheranno solo cento scudi.
Io pensavo: «Se ammalato fossi io, in questa casa, e quella poverina fosse sana, non verrebbe forse a salutarmi qualche volta? a farmi coraggio?».
[pg!186] — Le avete fatto coraggio? — ho chiesto alla cuoca.
— Sì. Le ho detto: — quel signore che è qui vi vuol presto nel prato a conversare con lui.
— E lei?
— Ha voltato la testa, ha ficcato la faccia contro il cuscino, per pianger piano...
27 luglio.
Dimani la voglio fare, la mia visita di pietà. La voglio fare! La debbo fare! A ogni costo.
28 luglio.
Oggi è domenica, e l'inferma ha avuto altre visite e parole di consolazione; attimi, forse, di speranza. Tra gli altri che son venuti a trovarla c'è stata la nipote vedova, quella avida dell'eredità, e a vederla si direbbe una buona donna; ma che non fa il bisogno? Essa, che è sorda e sorride come i sordi, ha rotta la consegna di non avvicinarmi; è venuta a chiedermi se sto bene, per susurrarmi che l'ammalata sta male. — Male! male! Non camperà una settimana. Il dottore non capisce niente.
31 luglio.
Anzi il dottore ha capito subito la mia intenzione. Alla dimanda: — È molto peggiorata? —, s'è prima stretto nelle spalle, significandomi che [pg!187] talvolta la natura non s'appaga di vincer la scienza ma vuol anche corbellarla; poi ha detto: — È meglio che lei non la veda.
Consiglio disinteressato! La vista dolorosa potrebbe, infatti, guastarmi il sangue. Ma io, risolutamente, ho imposto a me stesso un aut-aut: domani o vederla o partire!
1 agosto.
E stamane la cuoca mi ha chiesto:
— Ha sentito? questa notte?
Anche le notti scorse, svegliandomi di soprassalto, ho teso l'orecchio, se mi giungesse qualche gemito, e non ho mai udito nulla.
— C'è stato il prete tutta notte.
Il prete? ad assisterla? Avrà dunque perduta la coscienza. La mia visita sarebbe ormai inutile...
Che sollievo!
Ma per tutto il giorno ho dubitato. — È morta? — La reggitora e il figliuolo mi sfuggivano; il vecchio m'ha parlato del tempo, e che non piove, e che mancherà presto il mangime alle bestie... Sempre disgrazie! Però nella faccia onesta leggevo una maggior pena: quella di non aver saputo e di non sapermi preparare all'evento. Egli e i suoi si sentono in colpa verso di me. Turbare la mia quiete così!
A sera ho scorso la vecchia salir frettolosa le scale con un bicchierino di vin santo...
[pg!188]
2 agosto.
Tutto mio! tutto mio! È morta.
3 agosto.
Sono casi, ma strani e perciò notevoli. Ieri sera Reno — non ci fu verso — ha voluto salir con me, s'è accucciato presso il mio letto e v'è rimasto tutta notte. Abbiamo dormito poco e male.
Oggi ho chiamato Francesco, il giovine, e gli ho detto sottovoce:
— Non vi date pensiero. Quando la porterete via, andrò per il campo.
Egli mi ha sorriso e, al tempo stesso, ha lasciato scorrere per le guancie abbronzate due lagrimoni.
Ha detto:
— Lei badi a Reno. — Poi, come a un amico:
— Alla disgrazia ci eravamo preparati; ma adesso cominceranno i guai, per quel po' di roba...
***
Via! Il diavolo non è mai brutto come si dipinge, ossia la Provvidenza non manca mai. Non dico per me: io ho mantenuto la parola, nè mi sono afflitto troppo, per non dar dispiacere ai miei ospiti. Dal campo, lontano, ho sogguardato al trasparir delle fiammelle, tra gli alberi; e tenevo in chiacchiere Reno perchè non uggiolasse.
[pg!189] E dopo, anzi, mi sono quasi divertito.
Persiste in questi luoghi l'uso della cena funebre, a cui s'invita la parentela e che, con una bella scorpacciata, accorda in piena cordialità le necrologie. Però qui minacciava la questione del testamento, noto per l'indiscrezione dei testimoni. Anche coloro che nulla ne speravano temevano da un momento all'altro il conflitto fra la nipote vedova e sorda, o i suoi figliuoli, e i presunti eredi.
Dalli e dalli, chi con dire: — La poverina ha finito di soffrire — o: — Ha fatto il suo purgatorio in terra —; e chi con aggiungere: — Adesso sta meglio di noi — o: — È in Paradiso di sicuro — la sorda ha udito e non ha potuto contenersi.
— In Paradiso ci sarà andata se avrà fatto le cose giuste.
Le ha risposto Francesco, il giovinotto:
— Non sta a noi giudicare.
Ma ha ribattuto un figlio della vedova:
— Sta a chi ha nelle vene più sangue della sua gente, di lei. Gli eredi dobbiamo esser noialtri! Siamo noi i parenti più stretti!
E il reggitore, il vecchio:
— La roba si lascia a quelli che la meritano, a quelli che ci voglion più bene!
— Bravo! — ha esclamato un Tizio rompendo la neutralità.
— No! — ha esclamato un altro, il quale [pg!190] deve trovarsi in cattive acque: — Si aiuta chi ha bisogno! Se no, il diavolo ride!
Così il conflitto è presto diventato una mischia di voci virili e femminili. Già sormontava qualche bestemmia romagnola. Il sangue romagnolo ribolle per poco; e qui non si trattava di poco, ma di più che diecimila lire: nella Cassa! — Si sa! — Lo sappiamo! Dov'è il libretto?
— Il libretto — ha gridato Francesco — l'ho io in consegna e lo darò a chi di ragione!
Intanto anche Reno ringhiava. Il baccano degli uomini e delle donne offendeva il suo senso bestiale.
***
— Oh! reggitore! Francesco! correte!
E la voce del garzone ha soggiunto, anche più forte:
— Portate del sale! Correte!
Che cosa è successo? Che cosa succede?
Accorrono con la lanterna, col lume; anch'io accorro, tra gli altri, uomini e donne, nella stalla. Quivi le voci irose si mutano in esclamazioni di meraviglia o d'invidia... Una vacca ha partorito, zitta e quieta, un bel vitello! Com'è grande! Vedo il vecchio cosparger di sale il neonato e la madre lambirlo, leccarlo, tutto molle, con materna tenerezza.
— Chi va e chi viene — osserva il vecchio sorridendo e rialzandosi.
[pg!191] E le parole del saggio inspirano d'improvviso il padrone giovine. Francesco, in mezzo agli astanti, chiama la vedova. Dice:
— Sentite, Rosina. Non sta a noi giudicare la volontà di quella che se n'è andata. Avrà fatto le cose secondo la sua coscienza. Ma per amore di quella che se n'è andata, voi l'accetterete da noi, quando sarà da vendere, questo che è venuto proprio adesso, come mandato da Dio a metter pace tra di noi?
La sorda resta un po' estatica, con gli occhi fissi, quasi dubiti di aver male udito; poi si getta singhiozzando nelle braccia di Francesco.
Un brivido fugge per i rudi nervi degli astanti; a qualcuno s'arrossan gli occhi. Si mormora: bravo! bene! Parecchi si abbracciano.
***
... E andiamo a letto contenti tutti. Io ho in cuore una tenerezza...; e mi par di vedere la puerpera leccare e tener caldo col fiato il suo figliuolo.
[pg!193]
[ZVANÒN]
Lo rivedo ancora bene — Svanòn — nella penombra della memoria: alto, massiccio, imponente quale un gigante a me bambino, e strano per gli occhi chiari cilestri in contrasto con il viso bruno e i baffi e i capelli neri. E ne ho precise in mente le parole, perspicue le attitudini di quando la mia anima e la sua ebbero dalla sorte una vicendevole tragica apprensione. Ma poco o nulla io ricordo dei suoi modi con gli altri; non so se agli altri apparisse temibile come a me, eppur buono; se con gli altri ridesse come con me quasi cedendo a una giocondità improvvisa; se la dolcezza del suo sguardo fosse turbata spesso, non fosse più di un fuggevole consenso alla debolezza e alla letizia delle piccole creature.
Era, nella famiglia patriarcale, il secondo o terzogenito. Dei cinque fratelli solo il più attempato aveva donna, con parecchi figliuoli giovani già fatti, allorchè s'ammogliò il quintogenito, di cui non rammento neppure il nome. Più che il nome — Adalgisa — rammento invece della novella sposa: il sorriso che pareva splendere da tutta la sua [pg!194] persona; un'imagine di luce nella oscura casa campestre, tra la reggitora vecchia cadente, la cognata oppressa dalle faccende famigliari, gli uomini rozzi. E nel campo, tra il verde...: così: la scorgo, la Gisa, venir dal rio per la costa recando sul capo il cesto della biancheria lavata e tenendolo con le braccia nude; la gonna rossa sostenuta da un lato, alla cintola, per aver libero il passo, e una gamba fin quasi a mezzo scoperta; i capelli biondi scomposti, e il sole che pareva tutto per lei.
Quanto tempo era trascorso dal dì delle sue nozze a quello che lei s'impresse così vivamente nella mia memoria puerile?
Forse non più di un anno.
***
Quel giorno avevo ottenuto il permesso d'andar con la Gisa al rio. Lavando, cantava ad alta voce; ma nessuno udendola avrebbe dubitato cantasse a voce tant'alta per essere udita lontano — era lieta, era bella —; nè a me bastava l'età della discrezione, a cui ero appena giunto, per concepire tal dubbio allorchè, con un rumore di frondi rimosse a un impeto, vidi arrivar Tito: Tito del Mulinetto, che veniva qualche volta alla villa a giuocare alle bocce coi contadini.
Egli si adagiò su la riva mentre la donna sciacquava, in ginocchio su la pietra, e io, al solito, lavoravo a scavar nella sabbia.
[pg!195] Discorrevano, ridevano. E mi stancavano. Mi spiacevano.
Forse antipatia di quel giovine ben diverso da Zvanòn, che se mi aveva seco e non aveva altro da fare consentiva ai miei capricci? Per colui invece era come io non esistessi. O me lo rendeva antipatico un arcano presentimento?
Stanco, dissi alla donna:
— Vado a casa.
Lei non voleva. Mi aveva in consegna, e dovevo restare. Minacciò, pregò.
Otto o nove mesi dopo, costretto a ripensare e a rievocare quanto mi avvenne quel giorno (e ritenni in mente e in cuore per sempre) sentivo un accento quasi di pianto nella sua preghiera di restar con lei, quasi temesse, dal mio allontanarmi, un pericolo. Ma Tito non mi fè parola.
— Sono stanco di star qui — ripetei.
E scappai.
Oh non per correre a casa, come la donna credette! A mezza costa c'era la pozza del vincheto; e mi venne voglia di un vincastro dalla rossa scorza. Tra i vinchi d'intorno all'acqua componevano un folto le vitalbe, i pruni, i biodi, le carici, sì che a penetrarvi non s'era visti nemmeno da chi saliva per il sentiero alla volta della casa.
Entrai nel folto; girai alla parte opposta, dove m'invitava con belle aste un vinco vecchio ma basso; mi arrampicai su quello. Raggiunto che ebbi l'inforcatura del tronco, vi fermai i piedi e [pg!196] prima di staccare il virgulto ambito mi volsi a guardare di là, arditamente pago della mia prodezza. Vedevo lì giù, tra i pioppi, il rio; e la Gisa con l'uomo.
Essa, in piedi ora, porgeva a Tito, disceso a lei, i pannolini; e li torcevano tenendoli l'una a una estremità e l'altro all'altra. Poi egli li gettava indietro, su l'erba.
Infine, salirono alla riva.
Ed egli accostò il viso al bel viso.
E poco dopo, mentre stavo appiattato e seduto a sfogliare il virgulto, scorsi tra il folto la donna che avanzava sola per il sentiero declive. Aveva sul capo il cesto della biancheria lavata e lo reggeva con le braccia nude: la gonna sollevata a un fianco, una gamba scoperta sin quasi a mezza gamba; i capelli scomposti.
E il sole pareva tutto per lei.
Rimasi alla pozza perchè, mentre percuotevo l'acqua con l'asta a sollevar spruzzi sfavillanti, ci avevo fatta una scoperta: di certi pesciolini mai visti, a due zampe che parevano terminare in manine; col capo tozzo, gli occhietti spalancati, con tutto il corpo tutto coda, grosso e corto; la pelle scura, a macchie più scure. Brutti. Oh prenderne almeno uno!...
Quand'ecco un rumore, una voce grossa.
— Cosa fate qui?
Sobbalzai, mi volsi. Cedetti a Zvanòn, che mi afferrò un braccio e mi scostò dall'acqua.
[pg!197] — A rischio d'annegarvi! Allora sì, i vostri! — sgridava.
Per scusarmi gli dissi:
— Voglio uno di quei pesciolini.
E lui, severo:
— Pesciolini? Ranocchini, sono; ranocchi non ancora fatti. Andiamo!
Tagliò i vimini per cui era venuto; si sospese dietro, alla stringa, il pennato; mi prese, con la mano libera, la mano, e ripetè:
— Andiamo!
E soggiunse, mentre andavamo: — Lo dirò a vostra madre il rischio che avete corso: di annegarvi nella pozza!
Cominciavo a persuadermi di aver commesso una marachella più grave delle solite; e se di mia madre temevo più il dolore che i rimproveri, di mio padre temevo il rimprovero più di qualsiasi castigo. Bisognava che Zvanòn non dicesse nulla alla mamma; bisognava che egli dimenticasse il mio fallo prima di giungere a casa. Ebbi, nell'ingenua scaltrezza di un fanciullo settenne, l'idea di distrarlo dal pensiero di me con ciò che vagamente sospettavo dovesse stupirlo; e gli dissi: — Sai? Ho visto che Tito del Mulinello ha dato un bacio alla Gisa.
Egli si fermò, di colpo; mi guardò negli occhi per sorprendervi la verità. Un istante. Sentii, nell'istante, la sua anima apprendersi alla mia; e [pg!198] n'ebbi tal pena che, non interrogato, confermai in fretta.
— Sì sì: è vero!
Allora lui rise. Disse, come a darmi subito ragione del suo stupore enorme:
— Oh dunque non lo sapete, voi, che Tito è fratello della Gisa?
E riprendemmo la via.
— Povero Tito! — aggiunse Zvanòn dopo un tratto —. Deve tornar soldato, fra poco. Non verrà più a giuocare alle bocce con noi.
Eravamo al sommo della costa; oramai a casa. E io dubitavo ancora; temevo che Zvanòn mi conducesse dalla mamma. Ma un'altra idea mi soccorse.
— E le boccine di terra creta quando me le fai? Fammele, Zvanòn!
Tacque. Poi rispose:
— Adesso adesso... Io lego i fasci di sterpaglia. Voi intanto ammolirete la terra creta, e dopo faremo la fornacetta da cuocer le palline.
Così io ottenni ch'egli dimenticasse d'accusarmi, ed egli dovè sperare che non parlerei a nessuno di Tito e della Gisa, e di quel che avevo visto.
***
Otto o nove mesi dopo, a Bologna, al pomeriggio di un giorno invernale, una scampanellata mi fece correre prima della domestica ad aprir l'uscio.
[pg!199] Zvanòn!
Non mi sorrise; non mi salutò; mi guardò. Un istante.
Ed ebbi di nuovo quell'impressione di pena, indefinibile, per me, se non dicendo che l'anima sua si apprese, nell'istante, alla mia. Questa volta però non era stupore in lui: angoscia. Ed era Zvanòn ed era un altro.
— Cosa m'hai portato? — gli chiesi timidamente.
Non rispose. Mi chiese:
— Dov'è vostro padre?
La domestica lo condusse nello studio.
Indi a poco, da uno spiraglio, scorsi che mio padre usciva con il contadino. E giacchè Zvanòn non era più lui, io intuii una sventura.
Infatti quando mio padre tornò... — Ascoltavo palpitante dietro l'uscio quel che diceva con la mamma —... Zvanòn aveva ammazzato con un colpo della vanga dal lato del taglio, in litigio, per una cinquantina di franchi che gli doveva — perduti nel giuoco da Tito — Tito del Mulinetto!
Per una cinquantina di franchi che Tito aveva perduti al giuoco?
— No no! — fui per gridare in uno scoppio di pianto, e precipitarmi di là, dai miei, e dire: — Io lo so il vero perchè Zvanòn ha ammazzato Tito!
Ero certo. Il lampo della verità aveva illuminata la mia mente non più ingenua, come otto e [pg!200] nove mesi prima. Entrai in cucina. Dissi alla donna:
— Zvànon ha ammazzato Tito, con la vanga!
La vecchia domestica allibì. Non poteva credere. Conosceva da tanti anni quella famiglia: galantuomini: gente di fede: cristiani. Impossibile!
— Per una cinquantina di lire. Tito non gliele voleva dare... — E chiesi:
— Tito non è il fratello della Gisa?
— Ma che! — fece la donna. Soggiunse: — Povera Gisa! Avere per cognato un assassino!
La vecchia non sospettava d'altro. Ma io sapevo perchè Zvanòn aveva ammazzato Tito: Zvanòn che mio padre aveva accompagnato a costituirsi. Ne ero certo. Quelle occhiate...
***
Ed io tacqui il mio segreto. Non ero forse complice del delitto?
Questa paura mi occupò tremenda. Pensavo: se io non mi fossi fermato alla pozza dove c'erano i ranocchini non ancora fatti, e non avessi voluto prenderne uno, e per prenderlo non avessi corso il rischio d'annegare, Zvanòn non mi avrebbe minacciato d'un castigo e io non avrei detto nulla a Zvanòn.
Zvanòn, no, non avrebbe ammazzato Tito! Certissimo. Quelle occhiate... Di chi dunque la prima colpa?
[pg!201] Se io svelassi il mio segreto non metterebbero in prigione anche me: me che avevo la mia mamma sempre malata, e non potevo darle tanto dolore, e non potevo abbandonarla senza che io morissi? No, non dovevo dirglielo il mio segreto, dirle la paura che mi occupava tremenda, senza che lei patisse della mia stessa paura. In prigione il suo figliuolo, compagno di un assassino!
Con tutti dovevo tacere. Con tutti!
Ma quel segreto era troppo più grande di me.
A scuola, chinavo improvvisamente il capo sul banco e piangevo.
— Perchè piangi? — mi domandavano i compagni, il maestro.
Rispondevo:
— Non lo so.
E mi canzonavano perchè piangevo senza sapere il perchè.
***
Al processo Zvanòn ripetè quel che aveva detto a mio padre il dì che era venuto per consiglio, e quel che aveva detto al procuratore del Re e a tutti.
In litigio, acciecato dall'ira, aveva colpito, senza intenzione di uccidere. Voleva essere pagato del debito; dei cinquanta franchi vinti al giuoco.
Alla dimanda se fra lui e Tito del Mulinetto fossero stati precedenti rancori o ci fossero altre cause di rancore, rispose: — No.
[pg!202] I testimoni confermarono che erano amici.
Nessun sospetto, in nessuno, della tresca fra Tito e la Gisa. E Zvanòn parve ricevere impassibile la condanna.
Mio padre, riferendo in casa del processo, conchiudeva:
— Si direbbe quasi che ha voluto essere condannato lui, a trent'anni.
E io capii. Zvanòn aveva voluto salvare l'onore della sua famiglia; l'aveva salvato.
Ma aveva salvato anche me — pensavo; e la gratitudine che sentivo per lui era così grande da rendermi gradevole, ora, il segreto più grande di me. Avrei sfidato la morte piuttosto che rivelarlo. Povero Zvanòn! Mi era ben manifesto ora il significato di quelle sue occhiate che mi prendevan l'anima! Che colpa avrei commessa, per lui; che tradimento d'amico; che infamia se avessi detto a qualcuno, pur a mia madre: — Vidi che Tito baciava la Gisa!
E con che cuore ascoltavo le notizie che a intervalli — a lunghi intervalli — ci davano i parenti del prigioniero! Ci mandava a salutare.
Poi ci mandò dei regalucci: d'opera sua. Una volta fu un vasetto in forma d'anfora; un'altra volta un cestello; un'altra volta una scatola col coperchio.
L'opera era abbellita da rilievi, fregi, piccole frutta, fiori a tinta color mattone; e tutto composto [pg!203] di polvere di mattone e di pane ammollito ed essiccato, che stecchi contenevano saldo.
E avvenne che guardando entro la scatola ci leggemmo scritto nel fondo, a tinta più rossa (sangue?): — per Dolfo. — Allora guardammo nel fondo esterno del cestello e dell'anfora, e ci vedemmo le stesse rosse parole: — per Dolfo.
***
Scontati soli cinque anni di pena Zvanòn moriva, a Portolongone.
Io ero sui dodici anni. Non temevo più. E rivelai finalmente perchè Zvanòn fu omicida. Allora si comprese chiaramente come, non giuocatore, egli avesse attirato l'altro, che era scarso a quattrini, a giuocar di molto: per conseguire un pretesto da finir la tresca in un litigio.
E a me dissero:
— Facesti male a tacere. Parlando avresti mitigata la pena di quel disgraziato; non sarebbe forse morto in carcere.
Ma anche adesso non so persuadermi che feci male. Zvanòn al disonore della sua famiglia preferì Portolongone.
E col pane del suo nutrimento componeva le cose che rammentassero a chi lo aveva aiutato a salvar l'onore dei suoi, la sua gratitudine, l'affetto imperituro, l'anima sua. Per Dolfo.
[pg!205]
[LA CASTA SUSANNA]
L'orrida bellezza dei «calanchi»! Dalla parte ove il monte dirupa nella Landa sino al limpido rio quella rovina par l'opera d'una gran fantasia turbolenta e ansiosa che la morte abbia interrotta, improvvisamente freddata quasi a castigo d'orgoglio; e l'anima che ammanta di verde i dorsi al di sopra e riempie la valle di colori e di voci lì sembra tenuta in un lungo stupore, sembra attonita e stanca in un sogno che fu e non è più pauroso.
Diroccate muraglie, quali tramezzi disposti con regola e sostenuti da irti sproni, protendono guglie e cuspidi, estendono creste, si aprono a tagli, a frastagli, a crepe, a solchi, a strappi, a lacerazioni, a incavi tra cui le ombre e le luci mutano lente; e i tronchi vertici, e le sottili lame dentate, e i corrosi ricami — quando un soffio di vento si direbbe bastasse ad abbatterli, confonderli, disperderli — rimangono in vista, fuori degli sconvolgimenti massicci e su le profondità opache, come fortunati avanzi di un infantile capriccio o di una sublime audacia. Il sole accende la sabbia gialla che ricopre le balze argillose ma non un filo di erba [pg!206] erompe dalla inerte materia. È una squallida uguale tristezza. Eppure così bella!
***
I calanchi — a cercarvi conchiglie fossili — furon la méta dei primi giuochi per me e Adriana: compagni d'infanzia.
E forse quell'asprezza del luogo nativo ci aveva come d'istinto allevati a una fiera puerizia, che contrastava all'educazione familiare.
Ma con l'aumentar dell'età preferimmo scendere per i campi nella Landa e là raccoglier fiori con lo spettacolo della montagna di fronte, così vario di tinte e di luci nel seguir delle ore. Giorni beati dell'anima ancor candida! giorni felici delle prime ingenue e pure tentazioni d'amore!
S'intende però che, con tutto il bene che ci volevamo, Adriana ed io ci accapigliavamo spesso; a volte più che lo sfogo di una bizza improvvisa era quasi una prova di ribellione. Avevamo l'arcana coscienza di esser legati dall'affetto per sempre, e ci bisognava anche la coscienza di poter divincolarci.
A volte diveniva fin necessario l'intervento di qualche amico per rimetterci in pace: a fatica sembravamo far grazia l'uno all'altra; e ne avevamo tanta voglia di sorriderci e di correr via insieme, incontro alla gioia, incontro a un non dubbioso avvenire!
[pg!207]
***
I nostri prediletti amici erano due uomini attempati: Isidoro Lamandini, il vignarolo; e Paolo Querzè, il falegname, che aveva la bottega su la strada maestra.
Il primo, di solito in giacca alla cacciatora e lo schioppo a tracolla, c'incuteva un rispetto affettuoso perchè, forte e temuto, a noi si dimostrava servizievole e carezzevole. Possedeva un'arte meravigliosa. Balzava vestito nei borroni della Landa e, intorpidata l'acqua, acchiappava i pesci con la disinvoltura d'uno che cogliesse cose inerti, e ce li gettava splendidi e boccheggianti su l'erba.
Il secondo — Paolone — sapeva tagliar il vetro difilato col diamante, e preparar vernici di ogni colore, e raccontarci lunghe storie che s'inventava lui spacciandole come vere. Quando non aveva voglia di fole, cantava, a squarciagola, del brigante Mastrilli e di «Erminia fra l'ombrose piante». Ma il divertimento più grande quei due ce lo davano a contendere per scherzo fra loro. Se ne dicevan di cotte e di crude; se ne facevan di tutte le sorta. Non di rado Paolone restava senza pialla e Isidoro senza schioppo, e spendevan ore e ore a cercar quella o questo minacciandosi di legnate e finendo all'osteria a bere un litro.
***
A sedici anni Adriana era una ragazza come ce ne sono tante, se cresciute fuor del mondo. Timida [pg!208] che arrossiva per nulla, si vergognava della sua timidezza e per rifarsi s'avventava a dispetti e a impertinenze. Vanitosa fino al capriccio, sdegnava le lodi alla sua bellezza quasi fossero canzonature. Buona, godeva a parer cattiva. E se la dicevano innamorata, protestava offesa. S'intratteneva più volontieri con me che con le amiche perchè io le piacevo di più: che c'era di strano?
D'inverno quando, giù a Castello, lei passava i giorni tediosi in casa e in chiesa, e io in città sospiravo le vacanze per rivederla, mi scriveva lunghe lettere in presenza della madre e gliele leggeva: notizie; motti; confidenze; insolenze, magari: parole d'amore nessuna. E guai se mancavo alla consegna di far lo stesso!
Come ebbe da riferirmi la disgrazia capitata all'amico Lamandini cominciò la lettera così:
«Ho da raccontarti una storia da ridere...».
Isidoro e Paolone l'ultima notte di carnevale si eran presa una sbornia solenne. Rincasando sopra la neve, l'uno aveva piegato a destra, l'altro a sinistra con la pretensione d'indirizzarsi l'un l'altro per la via buona. E Isidoro era precipitato nella pozza piena d'acqua gelata, presso la chiesa.
Ma Paolone, che non stava diritto e non aveva forza di trarlo fuori, chiamava aiuto invano. Nessuno gli credeva; gli davan dell'ubbriaco; dubitavano d'una burla.
E la lettera finiva:
[pg!209] «Isidoro s'è ammalato, e forse morirà. Non ci mancava che questo per farmi piangere!».
***
Quell'anno gli esami di licenza liceale ritardarono il mio ritorno in campagna. Il giorno che finalmente vi giunsi non trovai Adriana in casa. — Sarà nella Landa a cucire — mi disse la madre.
Era là, infatti, all'ombra delle querce e dei pioppi, ove il rio più affondava tra le sponde folte di acacie e di vinchi. Ma non riuscii a sorprenderla con un grido: — Adriana!
Mi prevenne, incontro. Era pallida.
— Gli esami? — chiese.
— Bene!
Allora si sfogò in rimproveri. Tenerla in pena! Non telegrafarle! Esagerava l'inquietudine per dissimulare il suo desiderio — e frenar il mio — di consolarci più che con una stretta di mano dopo così lunga assenza.
— Mi vuoi ancora bene, mi ami! esclamai.
Confermò con la luce degli occhi e del sorriso.
E dimandò:
— Perchè dici ancora?
— Perchè sei diventata più bella!
Scosse le spalle mormorando: — Lo dicon tutti. Ma — aggiunse seria — è ora di metter giudizio!
E a dar insieme prova di giudizio m'impose di [pg!210] raccoglierle fiori e mentastro, come quando eravamo bambini.
Intanto lei cuciva e discorreva.
— Che paradiso, qui! Ci starei da mattina a sera!
Indi, col tono di chi dice la cosa più semplice, più naturale, più innocente del mondo:
— Che brividi di delizia in quest'acqua così fresca, all'ombra! Ci fo il bagno ogni giorno.
Io ebbi un senso di disgusto, quasi di panico. E dissi:
— Se qualcuno ti vede?
— A mezzodì, quando tutti sono a desinare? Chi temi che ci venga quaggiù?
Fui per gridarle: — Non voglio! —; se non che sapevo che per piegarla al mio volere non era quello il modo. E tacqui. Un silenzio — speravo — ammonitore.
Tacere quando avevamo tante cose da dirci!
— Ah! — esclamò lei d'improvviso. — Mi dimenticavo di darti una brutta nuova. Paolone sta male. È a letto da tre giorni con una polmonite.
E Lamandini?
Indovinò la mia dimanda.
— Isidoro se ne andrà alla caduta delle foglie. Tisi senile.
***
Il giorno dopo andammo a trovar Paolo Querzè. Era infuocato dalla febbre e di tratto in tratto [pg!211] delirava. Ma a udir le nostre voci volle sollevarsi; e ci sorrise dicendo:
— Ah la gioventù! Siete contenti, voi due! E raccogliendo lo sguardo in me solo:
— Com'è bella Adriana!
Poi socchiusi gli occhi e spento il sorriso, mormorò:
— E io muoio.
In quel punto udimmo tossire, da basso.
Lamandini.
Saliva a stento la breve scala. Quando fu su, dovè sedere per ricuperar il poco di fiato che gli avanzi dei polmoni gli concedevano ancora. Ma aveva ancora tant'animo!
Si accostò al letto dell'amico, a scherzare con tutta la rudezza di un tempo.
— Fai proprio viaggio, Paolone?
— No — l'amico rispose. — Aspetto che te ne vada tu, prima.
— Prima io? Non credo. A ogni modo, hai regolati i tuoi conti, per non aver noie, di là?
— È presto! — ribattè l'altro. — Tu, piuttosto, l'hai avuto il permesso di transito? il passaporto?
— Non ne ho bisogno. Non ho ammazzato nessuno.
— Nemmeno io.
— Non ho rubato.
— Nemmeno io. Ma e il resto, Paolone?
— Niente!
[pg!212] — Ah niente? Ti par niente aver mancato fin all'ultimo?
— Mancato?
— Sì: con quelle ispezioni... — e Isidoro strizzò l'occhio a Adriana sorridendo: il sorriso di un cadavere —; le ispezioni tra l'acaciaia, mentre una bella ragazza faceva il bagno...
— Anche tu, con me — conchiuse l'altro, mesto e affannoso.
Adriana, ch'era avvampata all'oltraggio ignorante, diventò così pallida che temei svenisse.
— Andiamo! — affrettò.
***
Appena fummo su la strada si fermò affrontandomi. E con voce sicura, con sguardo fisso, con anima imperiosa disse:
— Tutto è finito tra noi due! Lasciami. Io ti lascio!
Impazziva? Tremai a dimandarle che cosa le avevo fatto, io, di male; che colpa avevo io se coloro l'avevano offesa. Voleva pigliassi a schiaffi due moribondi?
Oh non questo voleva!
— Non capisci? — insistè stupita, più addolorata, pareva, dalla mia incoscienza. — C'è da spiegarle certe cose? Non capisci la mia ripugnanza? Non capisci che mi sarà intollerabile, per sempre, questo pensiero? il ricordo di quello che tu hai udito oggi, di me?
[pg!213] Non capivo: non potevo capire il pericolo in cui per colpa non mia correva il nostro amore. Esperto del mondo e della donna avrei risposto: sì. Concedere per forse ricuperare.
Invece, con gli occhi pieni di lagrime, l'invocavo: — Adriana! Adriana! — La scongiuravo: — Non farmi soffrire!
— Non soffro anch'io? — gridò irritata dalla mia debolezza, muovendosi per avviarsi. E ad ultima difesa io ebbi un sorriso amaro e dissi: — Un pudore esagerato! — Schifiltoso, volevo dire; assurdo a pensarlo!
Lei, senza ribattere, si avviò.
Mi mordevo le labbra per non rompere in pianto. Pensavo e non sapevo che pensare. Perduta! Tutto sarebbe stato inutile... Perduta!
Tutto inutile?
Ah costringerla a voltarsi, a insolentire, a schiaffeggiarmi! Forse era, col pentimento di lei, la salvezza, dopo!
Sghignazzai; gridai:
— La casta Susanna!
Ma Adriana non si voltò.
Era finita.
***
Laggiù, nel praticello della Landa, dove lei non sarebbe tornata mai più, io piansi. Eppoi inveii [pg!214] come l'avessi presente; la accusai di crudeltà, di demenza, di ogni cattiveria, di perfidia.
Ma a poco a poco, nel mentre stesso che l'accusavo, la difendevo.
Innamorata d'un altro aveva colto quel pretesto per liberarsi di me? No. Amava me: ne ero certo. Da che cosa dunque attingeva la forza per vincere e respingere il nostro amore? Perchè? Perchè? Per una impressione morbosa? Nulla sapevo io, povero ragazzo ignaro, di isterismo e di psicopatia femminile; ma no: non poteva essere un male dei nervi o del sangue la causa di tanto dolore! E nemmeno il pregiudizio religioso che l'incolpasse dell'aver condotti a peccato mortale quei due vecchi prossimi a morire. No: doveva esser stato l'orgoglio! l'orgoglio ferito! Ma quale? Ma perchè? Ecco. L'orgoglio, era stato, che aveva una radice profonda nell'indole della donna, nel sesso: l'orgoglio della verginità che si sentiva contaminata; l'orgoglio come della sanità che avesse patito il contatto della brutalità in dissoluzione, della corruzione, della morte; l'orgoglio di un amore puro, alto, nobile che era stato macchiato, abbassato, avvilito da sguardi, pensieri osceni, da schifose voglie; l'orgoglio di un'anima profanata che si comprendeva diminuita dinanzi al suo stesso amore.
Più tardi però, agli anni dell'esperienza, quando ci pare d'avere conosciute bene le donne, mi chiesi più d'una volta: Adriana avrebbe tanto sofferto di quella profanazione se invece che vista [pg!215] dai due vecchi, di cui l'uno era preso alle spalle dalla morte e l'altro le andava incontro, fosse stata vista dai miei occhi innamorati e avidi d'amore sano e forte?
Ma anche adesso non so che cosa rispondermi.
[pg!217]