VIII.
Alla proda del fosso, davanti all'acaciaia, Prospero Marzioli sedeva tenendo lo schioppo appoggiato al ginocchio sinistro e poggiando sul destro [pg!32] il gomito si reggeva col braccio e con la mano il capo. Aspettava passasse il treno che portava gli sposi al viaggio di nozze. Finalmente — ecco — sobbalzò. Laggiù tra gli alberi, sotto il fumo che livido stentava a sollevarsi e a diffondersi nell'aria umida, egli osservava scorrere il convoglio, rotear via rombando.
Elena! Elena! Senza voce la chiamò con tutta l'anima; invisibile agli occhi, la vide; la perdè: con tale angoscia che non si morse più le labbra per trattenere i singhiozzi. Nè allora ebbe vergogna di sè stesso. Gli parve allora che la derisione, lo scherno di tutti gli uomini non l'avrebbe offeso. E mentre le lagrime gli colavano per le guance e volgeva lo sguardo, a scorgersi, a sentirsi solo in quella campagna deserta e squallida capì che di contro il dolore umano c'è qualche cosa di peggio che l'umana cattiveria, l'irrisione, lo scherno: c'è l'indifferenza di tutta la vita estranea alla nostra vita, c'è la separazione da noi delle infinite esistenze inconsapevoli di noi.
A lui che cosa restava? chi gli restava? Un cane! L'ira lo scosse; gli diè l'impeto di chi cerca divincolarsi. E gridò, fremente:
— Top!
Top impazzava a levar passeri dal seminato, a inseguirli abbaiando; e non attese alla voce del padrone.
Ma questa volta il padrone non ripetè l'ordine prima di punir la disubbidienza.
[pg!33] Sparò.
Un guaito; e il bracco cadde.
Prospero Marzioli corse a lui; e vide gli occhi spaventosamente affettuosi, ebbe da quegli occhi che si spegnevano una tremenda invocazione di pietà. E quasi per trovar ristoro al male atroce o fine all'agonia, la povera bestia piegò il collo.
Dal collare usciva, arrotolato e tenuto da un filo, un bigliettino.
E lo zio, premendosi con la sinistra il cuore, lo prese. Lesse:
Diglielo tu, Top, allo zio che gli vorrò sempre bene; tanto, tanto bene!
Ma Top era morto.
[pg!35]
[LE PENNE DEL PAVONE]
Andar a bruscolare anche allora significava in pratica, più che la parola non dica, raccogliere, per bruciaglia, stipa grossa e bacchetti lunghi, e se nel luogo della ricerca si trovavan begli alberi frondosi la coscienza non escludeva qualche strappo o taglio di materia non secca. La massima antica che «la roba dei campi è di Dio e dei Santi» pareva dar diritto, allora, a portar via qualche cosa appartenente ad altri; e poichè oggi il diritto nuovo pare conceda di portarla via tutta, o quasi tutta, evidentemente la roba dei campi sarà oggi passata in padronanza superiore a quella dei Santi e di Domineddio: il mondo non cammina per nulla.
— Non date danno — raccomandava la donna del casellante ferroviario ai suoi ragazzi; e aggiungeva come argomento positivo alla moralità ideale: — Potreste buscarvi delle bòtte —. Quando però i figliuoli rincasavano carichi di legna o, magari, stringendo al seno un mellone o un cocomero, e dicevano: — Ce l'han donato —, lei fingeva di crederlo: li vedeva incolumi, e «la roba dei campi...».
[pg!36] Ma la buona donna raccomandava con maggior premura: — State lontani dai borroni!
Perchè a bruscolare andavan di solito lungo il Rio Rosso dove scorre più fondo tra più folto e più pioppi, verso monte; e non vi mancavano le tentazioni e i pericoli.
Il divertimento alla chiusa!: togliere i travi che servivan da paratoia per veder la piena precipitare riscintillante, e mandar con essa — a rischio di tenergli dietro — il primo trave per sollevare dal baratro una fragorosa colonna di spume e di faville! E i pesci? Non si godeva a sorprenderli e quasi afferrarli mentre galleggiavano nell'acqua limpida e tremula?
***
Quel giorno, dunque, i figliuoli del casellante, Mario e Aldo Sartori... Bei ragazzi tutt'e due, ma più il piccolo — Aldo —, che esprimeva dagli occhi la letizia del sangue sano e la bontà dell'indole... Quel giorno, a fin di luglio, appena furono discesi dal ponte s'avviarono di corsa alla chiusa. Ahimè, non aveva raccolta. E il caldo era così grande che i pesci non comparivano, e fin i ranocchi, all'approssimar dei passi, tardavano a balzar giù con un tonfo e a penetrar nella melma dimenando le gambe e intorbidando, come d'un fumo, il breve specchio. Soltanto le idrometre mostravano d'esser contente a sfiorar l'acqua coi fili delle loro [pg!37] zampine, insensibili a tutto fuorchè al correre miracolosamente così su l'acqua, nel sole; emanazione di vita indifferente a tutto fuorchè al molle contatto e al moto alacre e incessante.
— Raduna tu i bacchetti — comandò Mario al fratello, e si adagiò a un'ombra. — Io farò il fascio.
Sapeva già compor le fascine a modo degli uomini. Con un vinco. Ne attorcigliava la vetta a cappio, sottoponeva il legame alla stipa, la calcava col piede, e introducendo nel cappio l'altra estremità del vinco la tirava e torceva in groppo sì che tenesse la presa. Poi si addossava il fastelletto e portandolo a dorso curvato si credeva che chi lo guardava lo stimasse un uomo. Perciò comandava al fratello e gli lasciava il vanto della fatica più umile.
— Cogli tu! Presto!
No e no. Aldo ne aveva meno voglia di lui. E liticarono. E si acciuffarono. Dei due, Mario, che percuoteva più sodo, era più facile a lamentarsi. Aldo resisteva finchè poteva, indi scappava con rivincita di boccacce e sberleffi che ne rideva lui stesso. E ridendo tornavano in pace.
***
Da quanti secoli si ripete nei fanciulli la smaniosa gioia che dovevan provare gli uomini primitivi allorchè riuscivano a impossessarsi di qualcuna [pg!38] delle più liete creature del mondo? Era una vittoria su la natura, la quale ai volatili volle dar mezzo di sfuggire alla cupidigia umana, ed è tuttavia la soddisfazione di un'istintiva, atavica invidia per quelle creature così liete a credersi inafferrabili: tanta soddisfazione, tal gioia da rendere ingenua e inconsapevole la crudeltà.
— Con un archetto — diceva Mario — si prendon le buferle.
Ora i fratelli sedevano all'ombra insieme, pacificati e invogliati di caccia da un branco di cardellini che calando dalle fronde di sopra a loro eran venuti a bere e a bagnarsi.
— Sono men furbe dei cardellini le buferle — diceva Aldo.
— E se ci restan, nella corda, non scappan più. Vedrai!
Ma costruire un archetto non era agevole come legare un fascio di stipa.
Mario piegò ad arco un ramoscello e lo tese per bene con uno spago doppio a scorsoio. Se non che non sapeva ancora la giusta distanza dei nodi, nè trattener l'uno col piòlo, che, quando la vittima capiterebbe su la corda, cadrebbe, e l'arco scatterebbe serrando e stringendo le povere gambe fra l'altro nodo e la cocca. Uno spasimo atroce.
— Fa presto! — Aldo sollecitava, ansioso del giuoco. — Dove ce n'è, delle buferle, adesso?
— Nell'acaciaia del Palazzaccio.
[pg!39] E prova e riprova, finalmente la macchina sembrò in ordine.
Mentre avanzavano per il sentiero tra le macchie il piccolo si accorse che il giorno mutava luce.
— Vien tempo da piovere.
— Lascia! In caso che piova andiamo a ricovero nella capanna del vignarolo, lassù. Io non ho paura di niente.
***
Ecco. Sfogliata la cima a un'acacia, posato l'archetto fra una rama e l'altra, non c'era più che da attendere con pazienza, zitti e queti. Passeri ne giungevano, d'intorno, ma parevano avvisarsi a vicenda dell'insidia: buferle, nessuna. E Aldo non poteva star fermo e tacere. Deluso, cominciò a insistere per tornar a casa.
— Non senti che tuona?
Il temporale rombava da lungi e già ne pesava, nell'afa bassa, la minaccia. Quando uno strano grido, come d'una voce troppo alta emessa da una gola troppo stretta, come d'un richiamo doloroso e selvaggio, sorse lì, da loro.
— Un pavone!
— Un pavone di quelli del Palazzaccio. Cercherà la pavona e i pavoncini, per ammazzarli — disse Mario.
E lo videro. Nonostante l'impedimento della coda oltrepassava svelto fra tronchi e sterpi. Addosso! [pg!40] Forandosi le mani e le guance nell'inseguirlo, lo spinsero contro un cespuglio.
— Càvagli le penne! — incitava il piccolo. — Ne voglio una!
Infatti come la bestia ebbe nascosto il capo nel cespuglio e pensandosi non più vista non si mosse più, Mario potè strapparle una, due, tre penne delle più belle.
E nel cielo ottenebrato proruppero i lampi.
Allora i ragazzi fuggirono a ricoverarsi nella capanna.
***
Il capannotto del vignarolo era a sommo della riva, appoggiato a una quercia e contesto di frasche.
Vi entrarono felici. Essere al coperto, al sicuro, là sotto, come fossero sol lor due al mondo, mentre la bufera si scatenava! Il tuono ora scuoteva cielo e terra.
— È il diavolo che va in carrozza con sua moglie. — Mario rideva; non aveva paura.
Ma Aldo non rideva più. In fondo, dove il riparo era più saldo, sedè accosto al pedale della quercia e si coperse il viso con le braccia. E a un tratto, dal cielo squarciato piombò la grandine col fracasso della ghiaia scaricata dalle birocce; con un guizzo di luce abbacinante una folgore cadde da presso. I chicchi grossi quanto le nocciole fendevano il fogliame e il frascame dell'albero; alcuni penetravano di colpo nel rifugio.
[pg!41] — Mamma! — invocò il piccolo.
— Non aver paura! — ammonì il fratello. — Ci son io; e ti copro con la paglia. Tieni tu le penne.
Gli porse, gli mise nella mano le penne del pavone, e tornò verso l'entrata dov'era un po' di paglia, in mucchio. E si chinava per raccoglierla, per difendere con essa, dalla tempesta, il fratellino che chiamava la madre e piangeva; e in quell'istante si sentì investir tutto, rapire da una fiammata. E non capì più nulla.
***
Quando rinvenne, Mario vide che il sole splendeva. Ma aveva l'impressione di non poter più muoversi. Con un terrore folle si sforzò ad alzarsi in piedi, e alzatosi gli parve di sentir il sangue rifluire per ogni vena e d'essere leggero leggero.
— Andiamo via! corriamo a casa! — gridò volto ad Aldo.
Aldo non si mosse. Teneva il capo a terra, contro il braccio sinistro; tendeva l'altro braccio stringendo in mano le penne del pavone.
E Mario gli si avvicinò, lo chiamò più forte.
Non rispose.
Tendeva il braccio destro, irrigidito, quasi volesse rendere al fratello le penne del pavone che il fulmine gli aveva lasciate intatte nella mano.
[pg!43]
[LA FIUMANA]
Che gli asini camminando più o meno piano per la strada maestra si provino a prendere ogni viottola che scorgono di qua e di là, si capisce. La strada larga e bianca, precorrente senza limite visibile, suscita in loro l'idea e il panico dell'infinito; e poichè sanno per esperienza come da colui che trasportano e che li guida e bastona ci sia da aspettarsele tutte — e non sarebbe da meravigliare neppur il proposito, in lui, d'andare all'infinito — essi dalle viottole laterali han l'illusione o la conoscenza o la speranza di un termine prossimo, e tentano rivolgersi a quello.
Più difficile è spiegare perchè anche l'asino bennato oppugni a voltar indietro pur nella più larga e più piana strada. Ecco. Il prudente auriga tira dalla parte destra fin quasi al limite del fosso, indi tira a sinistra con tanta energia che la bestia è costretta a piegar contro la stanga il collo, la testa, la bocca aperta dallo spostamento del morso, e, per esprimer meglio il suo volere, il padrone rialza e riabbassa in fretta il randello, sì che la battuta groppa si addossa, rintronando e dolorando all'altra [pg!44] stanga — e, nossignori, non cede; piuttosto che cedere l'asino va inesorabilmente nel fosso di sinistra col biroccino e chi c'è sopra. Perchè? Forse per amor proprio? punto di onore? dignità personale? In tal caso bisognerebbe supporre a questa ostinazione, a cocciutaggine così pericolosa, un ragionamento degno d'un uomo di carattere quale ce n'è pochi, specie al giorno d'oggi. — Ah tu che mi sfrutti mi hai dunque attaccato al biroccino non per bisogno, ma — poichè vuoi tornar indietro — solo con l'intenzione di farmi faticare e di bussarmi? Ebbene, no! neanche se io debba tornare alla dolce stalla, io non volto! Preferisco pungermi alla siepe, rompermi una gamba, fiaccarmi l'osso del collo nel baratro. Non volto: no, no e no!
E che tale o simile ragionamento non fosse da escludere lo dimostrerebbe un fatto: che laggiù, quando sia rimasto in piedi o risorga, l'asino si mette subito a brucar l'erba della sponda. L'ostinazione cieca non gli permetterebbe di vederla, l'erba: la stizza invece, che nelle persone intelligenti non toglie il lume degli occhi e passa presto — appena hanno avuto sodisfazione —, gli lascia dire tra sè: — Adesso che l'ho vinta io, sono contento. Mangiamo!
Ma quand'anche questa presunzione intellettiva nei ciuchi fosse esagerata, l'ostinazione loro sarebbe sempre più agevole da intendere, psicologicamente, che l'ostinazione dei cavalli.
[pg!45]
***
Qualche anno fa venne di moda il negar l'intelligenza al cavallo, o — nella reazione ad ogni ammirazione del passato — per contrasto al Buffon e all'Alfieri, o per consenso al grande — allora — e nuovo Mirbeau, o per incredulità delle esperienze di Elberfeld, ove dicevano che un certo cavallino eseguiva esercizi d'aritmetica coi piedi, i quali oggi nemmeno usan più i poeti agli esercizi della prosodia. E si chiamava stupido il «più nobile compagno dell'uomo» perchè è ombroso e perchè ha lo sguardo velato: come se l'adombrare non potesse indicar il prevalere della facoltà fantastica su la fredda ragione, che è indizio di genialità, e come se non ci fossero stati grandi uomini, scienziati o poeti, non solo con velato sguardo, ma con occhi morti del tutto.
Un fenomeno però della razza equina varrebbe meglio a giustificarne i detrattori: il restio. Quale maggiore stolidezza, se volontaria? Fermarsi a un tratto senza perchè manifesto; resistere a ogni stimolo, a ogni esortazione più carezzevole, a ogni più duro castigo: lì, immoto con la testa china, proprio a mo' degli asini malnati, e talvolta con il di dietro alzato a springar calci in ricambio delle frustate, dei pugni su la testa e dei calci nella pancia che l'uomo, per diritto di ragione e di padronanza, elargisce all'animale, indarno.
[pg!46] Tale pervicacia, a udir il contadino o il birocciaio alle prese con essa, a udirne, tra le bestemmie e gli oh! e gli uh! e i va là! gli epiteti che tempestando e infuriando rivolge all'animale suo (carogna! — vigliacco! o vigliacca! — ignorante! etc), non sarebbe da giudicare appunto che uno stolido capriccio. Ma la scienza, dopo parecchi secoli da che si han cavalli restii, scoperse che il fenomeno non andava e non va chiarito moralmente, e ne accertò la causa fisiologica e patologica.
Si tratta di un disturbo funzionale, nervoso, psicopatico; di un morboso potere inibitorio che improvvisamente impedisce l'atto volitivo del correre. E se è così, nè vi ha dubbio che non sia così, quale passione, mio Dio!, quale martirio! Altro che pungersi alla siepe per l'ostinazione d'andar nel fosso! Pensateci. Pur ammettendo che gli manchi affatto l'intelligenza, non negherete che il cavallo ebbe dalla natura l'esser generoso. Quanto può, dà. Ora, l'accesso del male a che drammatico doloroso intimo conflitto lo condanna! Pensate! pensate!... L'istinto lo porterebbe alla corsa senza freno, al galoppo fin che gli basti il respiro, e il misero non può più muoversi!; la natura l'ha creato sensibile ai richiami della voce, al tocco delle redini, al dolore delle frustate, e deve star lì immoto, inchiodato, a udir il padrone gridar come una bestia terribile, a ricever le percosse, a tremar a nervo a nervo, a bagnarsi di sudor freddo, senza voce, senza maniera di svelar il suo martirio, di [pg!47] chiedere pietà — non posso più correre! non posso più andare! —; veder davanti a sè aperta, libera, la strada in cui gli è pur così grato superar i fratelli o seguirli, e aver addosso, intanto, l'apprensione orrenda di non poter più dar un balzo e avviarsi: mai più! Un cavallo! Non sarebbe — dite — una pena atroce quand'anche gli mancasse affatto l'intelligenza? E gli mancasse davvero! Soffrirebbe meno.
Invece....
***
Cenzo Dimondi è ancor vivo e sano, e narra volentieri la storia del suo Baio.
Se capitate alla bottega — tre chilometri oltre Pedriolo, su la destra del Sillaro — ove con Sali tabacchi maiale e altri generi egli vende, fra gli altri generi, vin buono, bevete un bicchiere con lui e fatevi ripetere il racconto: non mi accuserete dopo d'averci introdotto aggiunte sentimentali per renderlo più vero.
— Un cavallo, che i miei ragazzi chiamavan Baio, era la mia delizia — narra Cenzo Dimondi. — Sano, fido e di tanto sentimento che non sopportava nemmeno lo schiocco della frusta. In due mesi da che l'avevo comprato, non mi aveva recato un torto, mai. Quando, un giorno di settembre, venivo da Bologna. Vicino a casa vidi che doveva esser piovuto da poco e che in montagna il cielo s'abbuiava. Tornare indietro, al ponte, e allungare [pg!48] il viaggio per non attraversare il fiume a guado, al solito? No: il fiume non dava segno di cresciuta, nè io potevo immaginarmi che in montagna alta ci fosse stata intemperie. Senza sospetto di quel che stava per succedere calai dunque dalla riva, per la carraia che lei vede là dirimpetto. E il cavallo, tranquillissimo, taglia il primo raggio d'acqua; passa la secca; rimette le gambe nella corrente più larga; tranquillo tranquillo avanza fino a metà e... si ferma.
Lei dice: — un capogiro. Ma col capogiro i cavalli, nel fiume, mi si eran sempre mostrati diversi. Dubitano un poco e basta eccitarli un poco. E lui. Baio, eccitato con la voce, non si mosse.
Non giovando nè le parole nè lo scuotergli addosso le redini, lo tentai con la frusta. Niente. Nessun dubbio più: era restio! Io sapevo anche allora che il restio è quasi una paralisi che dura dieci minuti, un quarto, fin mezzora. Bisognava pazientare, attendere. Ma la mia donna di qui, dalla bottega, mi vide col biroccino fermo in mezzo all'acqua e cominciò a gridare: — Presto, Cenzo, che non arrivi la fiumana! — E i ragazzi: — La fiumana, babbo! — Mi diedi a frustare, prima senz'ira, poi senza misericordia: sopra, sotto, nelle gambe, nel collo, nella testa; la pelle s'enfiava a cordoni. E niente, come se battessi lei, che non c'era. E gli urli della donna e dei ragazzi diventarono più acuti. — Si sente la romba! Scappa, Cenzo, per amor di Dio! — La fiumana, babbo! la fiumana!
[pg!49] Già, avrei dovuto scendere; abbandonar cavallo e biroccino; perderli, chè la piena qui, sboccando dal letto stretto e fondo, rovescierebbe e si porterebbe via un paio di buoi con il carro. Ma mi ero impuntato anch'io. Se il restio è un male — pensavo —, un male più grande lo scaccerà. E mi misi a picchiare il cavallo col manico della frusta tenendolo a due mani. Botte da accopparlo. E niente; come niente!
Disperati, mia moglie e i miei figliuoli, che mi vedevan me là in mezzo e vedevan la piena che arrivava arrivava, ora chiamavano aiuto. — Aiuto! aiuto! — Aiutarmi chi? Non c'eravam che noi, in questa parte, a quel tempo. Aiutarmi in che modo?
Mentre bastonavo e bastonavo, da matto, voltai l'occhio... Mi si drizzan i capelli in testa anche adesso a ricordarmene; mi si gela il sangue nelle vene. L'acqua torba raggiungeva la chiara, dilagava furibonda; le onde...
Stavo per diventar matto davvero; per saltar giù dal biroccino. Se salto giù, mi annego. Le onde tra pochi momenti erano alle ruote, le dico!
Gridai: — I miei figliuoli! — E... Dio! Dio! Il cavallo si slancia; in due, tre balzi trascina il biroccino fuori dell'acqua, si avventa attraverso la secca e su, di galoppo, per la riva: su! su! siamo nella strada. Ah!... Salvo! Come dentro a un sogno vedo le facce bianche della mia donna e dei miei figliuoli che mi guardavano senza più [pg!50] voce; E qui, davanti alla bottega il cavallo, Baio, mi stramazza. Morto.
A questo punto Cenzo Dimondi non si vergogna a raccogliere due lacrimoni nel fazzoletto. Indi seguita:
— Baio, un cavallo di tanto sentimento, attaccato dal male non sentiva più nè parole, nè frustate, nè bastonate. Ma aveva capito il pericolo: non dico il pericolo di me o di lui: un pericolo spaventoso, quasi di tutti, di tutto il mondo!, e l'aveva capito dalle grida dei miei, dalla romba lontana, dallo squasso vicino, dall'urlo mio. E volle vincere il male che l'inchiodava, a ogni costo. Lo vinse. Ma gli crepò il cuore.
Dopo un'altra pausa Cenzo Dimondi conclude con una dimanda:
— È così o non è così?
[pg!51]
[A SANT'ELPIDIO]
— Ed Elena Baschi, così intelligente, così bella?
— Sempre lassù, tra i monti, a Sant'Elpidio, dove andò maestra la prima volta.
— Maritata?
— Nemmeno.
***
La prima volta che Elena Baschi andò a Sant'Elpidio fu in un nuvoloso pomeriggio, al finire di settembre.
Lungo, interminabile il viaggio. La strada procedeva a salite e discese tra siepi alte, al di là delle quali non si scorgevano, a quando a quando, che i soliti campi alberati e arati, deserti; e per le frequenti svolte anche la vista, dinanzi, veniva spesso impedita.
Gravavano tedio e silenzio. E se la siepe diradava o cessavano i filari degli olmi, appariva, a sinistra, la costa montana, che nebbiosa, senza cime, escludeva l'orizzonte con limite uguale e dava pur essa il senso di una solitudine lunga.
[pg!52] Finchè, dopo una calata, la strada svoltò ancora, improvvisamente... Oh! Meraviglioso! Allo sguardo si aperse, libero e vasto, un meraviglioso scenario. Il passaggio dalla uniforme e scarsa veduta a quell'inatteso spettacolo fu così repentino che ad Elena sfuggì un'esclamazione di gioia.
La strada rasentava la riva del fiume, che precipitava a picco, profonda; e il fiume, svelato di un tratto, spaziava bianco nel greto, brillava a raggi intermittenti nell'acqua: la sponda opposta declinava verde, folta, sparsa di case; e laggiù, dove le rive si distendevano a valle era, da una parte, la chiesa, bianca, grande, col rosso campanile e una fila di pioppi; e dall'altra parte, una tenera frescura di erba, e tra gli alberi festonati di viti, in gruppi, le case del villaggio. Congiungeva le rive un nuovo ponte a begli archi; sorgevano nello sfondo le montagne, prima azzurre, quasi a respirare nel cielo sereno; poi svanivano in una luce cinerea.
— Sant'Elpidio — disse il vetturale.
E in quella dilatata ampiezza, dall'una all'altra di quelle chiare e ariose rive, correva, come per affrettarsi avanti il morir del giorno, una vita possente di suoni e di voci.
Contadini che incitavano i buoi; donne e ragazzi che si chiamavano e rispondevano; muggiti di vitelli; canti di galli; densi cinguettii di passeri. Quindi il tinnire di un'incudine. Quindi, anima che raccoglieva mille anime e interrompeva mille [pg!53] echi, più forte e vibrante si diffuse il suono delle campane.
Elena Baschi, commossa, pensava.
Con l'orgoglio di bastare finalmente a sè stessa, con la superiorità che le prometteva la cultura della Scuola Normale, con la fiducia di aver a compiere una nobile missione non l'attendevano forse lieti giorni in così mirabile luogo? Non potrebbe sperare anche là d'esser degnamente amata? Gli otto mesi da trascorrere a Sant'Elpidio non sarebbero almeno, per lei, come la vigilia di una festa avvenire, la prova meritoria della felicità avvenire?
***
Prese a dozzina la nuova maestra una vedova, vecchia di forse sessant'anni, piccola e grassa; col viso grinzoso, cotto dal sole. Gli occhi vivi; non brutta, e ridente. Ma doveva essere avara, perchè il vitto, abbondante e buono ai primi giorni, andò scemando in quantità e qualità; e nei modi la vecchia dava a vedere una rozzezza inasprita dai pregiudizi e dalle costumanze incivili. Così, faceva che l'ospite desinasse e cenasse sempre sola, sebbene la tavola fosse apparecchiata per due; per l'ospite e per il figlio Agostino, il tiranno.
Questi mercanteggiava in bestiame; ai paesi e alle fiere del monte e della pianura. Era bell'uomo e villanzone. Incontrandosi con Elena, ai [pg!54] primi giorni, si toccava appena la falda del cappello, senza dir nulla; di poi, disse, senz'altro complimento:
— La saluto, maestrina.
D'una volgarità stupida nei brevi discorsi, i suoi motti tendevano sempre ad allusioni sensuali. E avvolgeva Elena d'occhiate lunghe e fredde, da mercante speculatore e da buongustaio mutevole.
Non li temeva essa, quegli occhi; l'assicurava la superiorità dell'intelletto e dell'animo.
La turbavano, al contrario, le occhiate della madre. Quella vecchia espansiva e gioconda con tutti gli altri, aveva mutato aspetto con lei; non dissimulava nello sguardo come una preoccupazione continua, una segreta diffidenza, un'antipatia a stento repressa. Perchè? Elena sdegnava interrogarla.
Il disgusto però le crebbe quando s'avvide che quella osservazione ostile la seguiva anche fuori di casa, da altri; fuori, divenne anzi sgarberia manifesta, dispettosa insolenza. La ragazza della bottegaia l'aspettava su la soglia della bottega per voltarle, vicina, le spalle; la moglie del medico condotto o fingeva di non vederla o rispondeva al saluto chinando appena il capo e fuggendo; la sorella del sarto sorrideva con ironia maldestra; l'ostessa... Che avevano, insomma, coloro? Che aveva fatto, lei, a quelle donne?
Quando potè saperlo, rise. Ingenuamente la madre di una scolaretta le disse un giorno:
[pg!55] — Per quassù lei è una maestra troppo giovine e troppo bella!
Ah ah! Ecco che cosa avevano! Gelosia; invidia; timori d'oscuri pericoli.
Via! Stessero pur tranquille, tutte! Non mirava, no, a rapire l'amante a nessuna, il marito a nessuna, il figliuolo a nessuna! Nè si curò più della guerra esterna.
Ma in casa, per queto vivere, volle subito sollevar la vecchia dello strano sospetto ch'ella cercasse d'innamorarle il figlio. Appena di lui udiva i passi o la voce, scappava nella sua camera.
E la signora Filomena, la vecchia, non tardò ad accorgersi del proposito e a dimostrar gratitudine. Talvolta, piano piano, toccando con l'indice la punta del naso per impor silenzio, entrava a porgerle un uovo appena fatto; talvolta la chiamava dolcemente di sotto la finestra perchè scendesse a prendere un po' di sole con lei.
— Venite giù, poverina! Vi farà bene. E tanto insisteva che bisognava accontentarla. Sedevano a solatio, davanti alla casa e di lato al pozzo e alla catapecchia ov'erano il forno, il porcile e il pollaio. Sotto al fico, dal piede bianco di cenere, la Filomena dipanava matasse all'arcolaio e cantarellava a bassa voce; Elena, seduta sulla panca del bucato, tra l'olla e la siepe su cui asciugavano fazzoletti e borracci, o cuciva o guardava le galline che andavano a letto. Montavano per la piccola scala sbalzando a una a una di piolo [pg!56] in piolo e misurandosi ogni volta, con la testa alta, allo slancio. Su! Ma lassù, là dentro, seguiva un rimescolio di voci e di proteste; e alcune malcontente atterravan di volo e tornavano a beccare nel truogolo. Tra i galletti ancora a terra intervenivano le ultime risse; gli ultimi assalti alle galline proterve. Le oche (non mancavano due oche) si spollinavano a vicenda affondando il becco tra le piume e scuotendo la coda; e il gatto si leccava e lisciava, beato.
Ma già il porco domandava a suo modo la cena; e quando il sole calante accendeva d'una luce d'oro la montagna di là dal fiume, stupenda, la vecchia s'alzava per accontentar il porco, povera creatura, e preparare, dopo, la cena dell'ospite.
***
Questi gli svaghi a Sant'Elpidio! Questa la vita che compensava tanti studi, tanti sacrifizi! Eppoi? Muterebbe mai sorte pur mutando luogo? Ed Elena Baschi nella presente mortificazione fu presa dallo sgomento del futuro, e pianse la sua bellezza sfiorita entro una scuola, il suo ingegno consunto in opera meschina.
Ma della tristezza accorata in cui cadde a poco a poco, ma della desolazione profonda a cui a poco a poco si abbandonò, nè le fatiche della scuola, nè il disagio domestico, nè la stessa mancanza [pg!57] di affetti (orfana; sola al mondo) potevano rendere bastevole ragione. Un maggior male le rodeva l'anima: come un più segreto affanno; come un'aspirazione dell'anima spossata, e pur avida d'un bene ignoto e inconoscibile. Oh fuggire! oh rompere ogni catena! oh morire!
Piangeva guardando dalla finestra della sua camera la mirabile prospettiva dei monti e del fiume e della valle verde, che l'autunno circonfondeva di una soavità luminosa e di una luminosa pace. E non comprendeva che il maggior male le veniva appunto di là, dal contrasto fra la vita esterna e la sua intima vita, dal discordo fra la tentazione di quel cielo e di quella terra piena d'anima arcana e la sua piccola anima riflessa nel suo povero pensiero ribelle.
La sosteneva in faccia agli altri l'alterigia. E non comprendeva l'inconsapevole consiglio che a viver bene le dava, nella persona della vecchia, l'umiltà. Al contrario, della consuetudine con la vecchia risentiva un'irritazione, un fastidio sempre più grave e ormai pari all'odio.
Già esente da ogni soggezione, la Filomena, anche quando la maestra era in casa, cantava a squarciagola i canti della sua fanciullezza; e cantava con impetuosa gioia, interrompendosi talora sol per ripetere l'usato grido — Oh... là! —, che i ragazzi le mandavano dalla pendice opposta. A sessant'anni! Ebbra di vita, così!
— Pazza! — mormorava Elena, tormentata.
[pg!58] Pazza? O piuttosto in quella donna sopravviveva qualche cosa dell'anima primitiva, quando l'umanità non si era fatta estranea e insensibile alla natura? Naturalmente — senza riflessione, senza contemplazione, senza ammirazione — la vecchia cedeva alle stesse energie di vita, che, indistinte, traevano liete voci dagli animali, e colori e profumi dalle piante, e risplendevano nel fiume, contro i monti, nel cielo. E cantava, così, priva di pensiero, per un ignaro irresistibile consenso del suo spirito alla vita universa.
Se non che, al cader del giorno anche lei si raccoglieva; pensava anche lei. E allora soffriva.
Era un presentimento, conoscendo lei pure il carattere aspro, violento, pericoloso, del figliuolo? o era un'oscura temenza che aveva nel sangue, ereditaria? o un panico per qualche recente ricordo di sanguinoso assalto?
Ogni giorno, all'imbrunire, la madre usciva in mezzo alla strada e vi restava immobile, attendendo, in ascolto. Se percepiva da lungi il noto trotto, tanto diverso a' suoi orecchi da quello d'ogni altro cavallo, gridava forte: — È qui! è qui! —; come annunciasse al mondo intero una miracolosa salvezza; e rincasava trafelata a scaldar le vivande, mentre Elena si ritraeva, saliva alla sua camera. Ma se l'arrivo di Agostino tardava o mancava, allora la madre cominciava a dolersi: — Oh poveretta me! oh Madonna santa! —; e dalle parole [pg!59] mormorate appena acuiva la voce a esclamazioni angosciose:
— Gli assassini! Oh Madonna santa, se me l'hanno ammazzato, il mio figliolo? Dio! Dio! me l'hanno ammazzato!
Elena, le prime volte che l'aveva vista e udita in tale ambascia, aveva cercato di quetarla, aveva richiesto il perchè di così atroce spavento.
Con sdegno la vecchia le aveva risposto:
— Non sapete nulla, voi!
Ed Elena ripetendo — è pazza! — se ne andava a letto, tormentata perchè la vecchia sino a notte tarda pregava ad alta voce o gemeva in sogno. E il mercante di buoi, quando tornava a notte tarda, sbatteva la porta, parlava forte tra sè; bestemmiava salendo la scala. Forse ubbriaco?
Elena si alzava ad accertarsi che il suo uscio era ben chiuso.
***
Passò novembre. Venne l'inverno.
Quand'ecco, nel pesante silenzio di una sera che nevicava, la folgore, lo schianto tragico.
Elena era già in letto, desta; e udì battere più colpi alla porta.
Chi, a quell'ora? Perchè? Non poteva essere che lui! Non chiamava; mandava, lui — sì, era lui —, un lamento fioco, faticoso, quasi a prova d'ultima vitalità.
[pg!60] Orrenda l'attesa; orrende, a un tratto, le strida che proruppero, della madre: — Il mio Agostino! il mio figliolo! Madonna santa! il mio figliolo!
Elena balzò; e intanto che si gettava indosso la veste, distingueva fra quelle strida atroci, incessanti, lo scalpiccio dei passi per le scale, il sussurro delle voci — di coloro che lo portavano su...
E dall'uscio aperto vide, nell'altra camera, al lume rossigno della candela...; vide; comprese.
Ferito, l'avevano adagiato nel letto... Seguitavan le strida; strazio, spasimo delle viscere materne; odio, esecrazione dell'anima materna davanti l'assassinio del figlio.
Nella memoria di Elena, ogni volta che raccapricciando riguardava la tragica notte, questa sola visione della madre era rimasta evidente; ma del resto il ricordo era torbido, confuso come le immagini d'allora, tra l'ombre agitate dal lume rosso della candela.
E la vecchia che non voleva staccarsi di là, e i due uomini che parevano forzarla senza potere...; due uomini!
Poi, il medico... Giungeva, usciva; tornava dicendo: — laparotomia...; tentare.
E lei, Elena? Nel ricordo si vedeva quale fosse stata sempre là spettatrice, smarrita, tremante, convulsa, nell'ombra. Invece, no: lei sola aveva fatto cessar quelle strida intollerabili; lei aveva tratta a sè la vecchia, l'aveva spinta nella sua camera, [pg!61] l'aveva minacciata — con che parole non rammentava — perchè tacesse.
E la madre, che aveva urlato così il suo dolore, con uno strazio di maternità selvaggia, era caduta a sedere affranta, in un pianto dirotto e cheto; povera vecchia sublime.
***
Morì. E la maestra udì dire che le due coltellate se le era meritate in un litigio all'osteria. Quasi potesse esser giusto tanto dolore; il dolore della madre, cui nessuno all'infuori di lei, che v'assisteva ogni giorno, pensava commiserando!
La vecchia riprese le abitudini domestiche; ma sembrava impietrita dentro. Taceva sempre, ora; e quel silenzio, in essa di natura così clamorosa, commoveva più che lagrime e lagni. Non solo. O perdeva la coscienza della sventura cadendo per la stessa fissità del pensiero in uno smarrimento mentale, o con volontà ferma, con energia chiusa e voluttuosa la povera donna cercava d'esasperare il suo soffrire nulla omettendo delle antiche abitudini.
E ogni sera apparecchiava la tavola, come un tempo, anche per lui! Sparecchiava, dopo, e sospirava; come soleva le sere che il suo Agostino non tornava a casa.
Nè Elena, per quanto si provasse, riusciva a confortarla. Alle parole che venivan dal cuore e [pg!62] che spontanee e sincere avrebbero fatto tanto bene a una donna educata, la Filomena scuoteva le spalle, sfogava lo sdegno brontolando: — Siete una signorina, voi! — Nella fiera vecchia il dolore pareva a volte condensarsi in astio; i suoi occhi mandavano lampi d'ira: per un orgoglio barbaro. Nessuno doveva tentar di scemare il suo disumano dolore. Nessuno!
Trascorso più d'un mese, mutò; s'intenerì alquanto; schiarì gli occhi e il viso attendendo alle pratiche religiose. Prima d'andare a letto recitava il rosario e il Deprofundis; ma Elena, che a seguirla nelle preci si era sentita costretta come da necessità, doveva non dar segno di compianto. Guai se la vecchia le scorgeva gli occhi rossi! La guatava bieca: non la riteneva degna di soffrire per lei!
E con l'andar del tempo Elena, dianzi piegata dalla compassione, tornò a ribellarsi. Si sottrasse a quei modi d'intolleranza. Che obbligo, alla fine, aveva lei di patir tanto per una persona alla quale non era stata congiunta che dalla sua propria sfortuna? Che compenso aveva avuto del suo soffrire? Che speranza poteva riporre nella convivenza con una donna tale; tanto diversa da lei; a lei contraria del tutto, in tutto? E si confermò nel proposito di partir di lassù. E cambiava discorsi e maniere. Non cercava più affatto le buone parole; non si rammaricava più che non fossero comprese e gradite le attenzioni del suo pensiero gentile e vigile. Divenne ruvida; sin impaziente. Taceva lei, ora. Si meravigliava [pg!63] essa stessa, ma non le dispiaceva, d'aver forza bastevole per non rispondere alle richieste che la vecchia era pur costretta a rivolgerle; e quando bisognava, richiedeva con tono altezzoso; senza guardare.
Alla metà di giugno: via! Se n'andrebbe! La liberazione!
Ebbene, allora, nell'attesa, Elena s'accorse che la Filomena posava su di lei sguardi di nuovo indagatori; quasi a leggerle nell'anima. E quasi indotta in un'apprensione diversa, la vecchia cominciò a starle attorno con nuove premure, con attitudini timide, incerta tra la soggezione e la confidenza. Pareva aver acquistata la coscienza de' suoi torti e aver bisogno di perdono e dimandare con gli occhi la pietà che per l'addietro aveva disdegnata, l'affetto che aveva respinto.
Finchè, un giorno, a voce bassa, con le labbra tremule, uscì a dire:
— Voi, Elena, gli volevate bene: è vero?
E gli occhi materni rifulsero dietro il velo delle lagrime.
Elena perdè d'un tratto la sua energia. Stupita, non ebbe coraggio di negare. Non rispose; sviò lo sguardo. E la vecchia:
— Me n'ero accorta, io! E avevo paura che vi sposasse! Ma sarebbe stato meglio...
Bel complimento! Meno male che il suo Agostino sposasse lei, anzi che morire ammazzato! Ma Elena non rise. Non potè riderne neppur [pg!64] dopo; perchè dopo, la vecchia si rivolse a confortar lei per confortarsi con lei.
— Rassegnatevi, poverina! — le diceva —. Pugni al Cielo non se ne posson dare. Ma il Signore è giusto; e voi sapete se era buono, il mio figliolo! Ah se era buono!
O le diceva:
— Cerchiamo d'esser buone anche noi, e lo rivedremo in Paradiso, il mio Agostino.
Elena non aveva questa speranza, nondimeno taceva; non commetteva la crudeltà di contrariare col minimo atto l'illusione della povera vecchia. — Che ignorante! — pensava. — Stolida! Credere che io ne fossi innamorata!; che desideri, io di rivederlo in Paradiso! Io!
E contava quanti giorni mancavano alla chiusura della scuola, e sospirava l'ora che se n'andrebbe. Ma sentiva che il distacco non sarebbe agevole; sentiva che il dolore vincola più dell'amore e che, no, non invano aveva sofferto per quella povera vecchia ignorante e stolida. Bisognava dirle: — Me ne vado. Vi abbandono, per sempre —. Era un pensiero penoso.
Quando un giorno, uno degli ultimi giorni avanti le vacanze, credè giunto il momento opportuno a dar l'avviso. E rincasando, udì... Oh una cosa insana! incredibile! Al solito luogo d'un tempo, sotto al fico, mentre rigirava l'arcolaio, la Filomena cantava a squarciagola! Appena otto mesi dopo aver perduto il figlio in quel modo, [pg!65] cantava; ripresa dal fervore che nel giugno pieno di vita la natura le effondeva d'intorno, dal cielo caldo e luminoso, dai campi dorati di grano e verdi di messi, dai monti azzurri e solatii, dal fiume bianco e lucente. Cantava! Nè volgendosi sorpresa, arrossì; non si vergognò. Interruppe il canto; attese che Elena le venisse vicino. E sorrideva, in un modo...
Elena s'avvicinò per dirle (tanto, non era pazza quella vecchia?), per dirle: — Alla fine della settimana, parto. — Ma prima che parlasse la vecchia le prese di forza la mano, la costrinse a piegarsi verso di lei, sul suo petto, le accostò al viso le guance grinzose, la baciò su la fronte.
Poi si scostò d'un tratto per guardarla — oh con tutto il cuore negli occhi, con un affetto immenso! —, e mentre i lagrimoni le calavano su le grinze e sorrideva: — Il Signore è buono — mormorò —. Mi ha tolto il figliolo, ma mi ha dato una figliola. Tu, sei tu, non è vero?, la mia figliola!
[pg!67]