ARGUMENTO

PILASTRINO parasito.

Buona vita, insieme con la pace di Marcone, caso che vi fermiate con silenzio. Ma io sono il bel pazzo a creder ch'ora tante cicale e tanti cicaloni s'acquetin per mio dire. Orsú! Ciarlate, ciarlate forte, ch'io dirò cantando il Verbum caro o 'l Chirielleisonne. Anzi, vo' dir, poi che non è peccato, O pecorar, quando anderastú al monte o vero il Ritornando da Bologna, La scarpa mi fa male in ponta o pure La vedovella quando dorme sola. Mi vien voglia di dire ad alta voce il Mal francioso di Stracin da Siena; ma so che tutti lo sapete a mente come il Pater e l'Ave e l'a b c. Orsú! Farete tanto che a la fine vi lascerò di pian come ser Zughi. Par quasi che non sappia quel c'ho a dire. Son costor che da ogni ora, qua di dietro, mi stanno a festucar ch'io mi ricordi non so che d'argomento o serviziale o cristeo. Madonne, e voi, messeri, io vel farei, s'io fossi uno speziale sí come sono un bel cacapensieri in campo azzurro. Ma vi voglio dire di me, se a sorte non mi cognosceste. Io sono un uomo, come voi vedete. E mia madre fu donna da bon tempo. E, avendo un giorno tolto una satolla di biroldi e di trippe, venne pregna di me, com'ho poi inteso; ed in quel mese mi fe' in cucina a piè del focolare: ond'io la maledico mille volte, ch'ella si morí in quello ben pasciuta ed io sto sempre per morir di fame e so ch'è sol per qualche suo peccato. Ond'io volli, una volta, farmi frate per viver lieto e non durar fatica; e comperai i zoccoli e 'l cordone (la cappa me la dava un mio parente): ma, pensando ai digiuni ch'essi fanno, mi risolvei diventar parasito acciò che il corpo non mi bestemmiasse a petizion de l'anima da poca che non mangia e non bee e non si vede e vuol, la sciocca, mille cacherie per gire in paradiso a far la ninfa o ver la sposa. Or lasciamo andar questo; e ritorniamo al da ben Pilastrino (che così mi dimando) c'ha piú fede ne' tordi e nel buon vino e nel pan bianco che i frati al campanel del refettorio. E certo, se vivesse oggi Margutte, mi adoreria sí come adoro lui: massimamente s'egli mi vedesse pelare e rassettare a la moderna le donne, le matrone e le massare et utriusque sexus fine ai vecchi. Ma di che vi ridete? de' miei fatti? Ridiam pur tutti. Io riderò de' vostri. Ah! ca! ca! Quanti augei perdegiornata! Oh! co! co! co! Quanti cameleonti che si pascon di vento! altri in amore, fiutando le duchesse e le reine (poi van con una slandra in Fiaccalcollo a menarsi l'agresto a tutto pasto); altri in sperar d'aver l'entrate grandi, mangiando in interessi il ben futuro. Quanto fariano il meglio a provedere di pagar tutto quello c'hanno in dosso a chi fatto ne l'ha credenza; e poi rappattumarsi con la sua signora che, per basciargli tuttavia la borsa, gli fa gir di pecunia a la leggera! Ma son giá di proposito sí uscito che non so a che fine io vi favello né ciò ch'avea da fare in questo luogo. Sí, sí! Me ne ricordo: l'argomento. Assettatevi tutti ben, ch'io possa mettervel tutto ne la fantasia, pel buco de l'orecchio, come s'usa. Fermi! Aspettate, ch'ora ci va dentro. Oh! Gli è 'l gran caldo! In fin, queste borsette, per parlare in linguaggio veniziano, non son mia arte; e, non vi entrando tutto il brodo d'esse, non si fa nigotta. Quanto meglio campeggia Pilastrino ne la santa illustrissima cucina, dando pro tribunal sentenze giuste del cappon lesso e del fagiano arrosto, del mangiar bianco e di quel sapor nero che si cava de l'uva e di quel verde che si trae de l'erbette fiorentine! Oh com'io son ben dotto in ordinare le buone gattafure genovesi! Oh! Io ne fo il bel guasto, per mia grazia! Cosí di queste nostre bolognesi. Risolviamla pur qui. Celi celorum altro non è, secondo il mio giudizio, che 'l mangiar bene e il ber solennemente. Non niego giá che il far quella faccenda non mandi altrui piú sú che mona luna. Tamen un pasto buon pontificale mi dá la vita. E, se ne l'altro mondo si facesse talvolta colazione, la morte mi faria poca paura; ma, quand'io penso che non vi si mangia e non vi si bee mai, divento matto. Oh Dio! Abbia pietá di Pilastrino! Non dico che mi mandi in purgatorio. Ficchimi pur ne l'inferno e nel limbo, ché, pur ch'io mangi talor duo bocconi e bea un ciantellin di malvagía ne incaco Ferraone e Satenasso. E quel poltron di Lucifero porco facciami come vuol, se ben volesse farmi in pasticci o in brodo o in gelatina. Ma, per parer ch'io non parlo col vino, vorria contarvi pur di questi pazzi: di Girifalco vecchio; e di Crisaulo; e quello scimonito di Filocrate ch'al fin si mangia, in cambio di perdice, la carne de la madre di san Luca tutto l'anno avocata dei tinelli. So ben ch'io sono inteso. Io giá non dico che la fante non sia una buona robba; ma basta che li parve essere ai ferri con Lúcia ch'era stata giá cagione ch'egli aveva mandato il senno in poste. Di Calonide taccio, c'ho rispetto di mentovare invano una sua pari che digiuna l'avvento. Or la vedrete entrare in nozze come una donzella (cosa da empir di risa gli orinali) insieme con la figlia, ch'oramai creggio che senta tentationem carnis. State attenti, vi prego, senza strepito; ché qui non vi si chiede né danari né altro che vi debba dispiacere. Un'altra volta comandate a noi. Ora questa è la cena: io volli dire la scena. E questo intorno è 'l Coliseo dove sedete. Chi è stato a Roma sa quel ch'egli è… Oh come mi rodeva! Una rogna canina! Ma tacete. Ecco il vecchio. Ei vien via col suo portante. Oh che cera d'amante! O dio Cupido, hai pur poca faccenda a travagliarti con simil manigoldi! Se non pare il Testamento vecchio e l'Imprincipio! Parla con seco istesso. Sará forza legarlo, inanzi agosto, a la senese. Voglio udir ciò ch'ei dice, qui da canto. Or di' sú, mestolon, cancar ti venga!