SCENA I
Girifalco si lamenta d'Amore. Pilastrino lo ammonisce schernendolo; e, non potendo ultimamente mangiar seco la mattina, si fa dar danari per comprar da cena e promettegli di menar l'altro parasito il quale gli aveva giá fatto credere che fosse negromante.
GIRIFALCO vecchio, PILASTRINO parasito, ORGILLA fante.
GIRIFALCO. Va' sempre stenta! Caca gli occhi e 'l sangue in gioventú per non esser mendico quand'altri è vecchio! Or vedi come, al fine, tutto è niente; ché qui mai non puote l'anima aver riposo in fin che dura con la carne congiunta.
PILASTRINO. Oh bel dettato! Gli è bene un buon boccon, se la è congiunta con la mostarda; ma vuole esser porco di pochi mesi. Oh! Parti che 'l vecchione ragioni anch'egli de bene vivendo? Piace anche a me.
GIRIFALCO. Deh! taci ivi, ti prego, o parla piano; ch'oggi ho poca voglia di cianciar teco.
PILASTRINO. Tu sei pur lunatico, Girifalco: perdonimmi i tuoi anni. Deh guarda che natura! Or si lamenta, or tace e fa il balordo, or ride, or piange, or ciancia fuor di modo e si rallegra e infuria; che talora ho meraviglia ch'un che pratica teco, in otto giorni, nol fai impazzir. Che sí che ancor ti veggio, un tratto, negromante? uomo composto di sciatiche e catarri e d'avarizia, d'ira e d'amore.
GIRIFALCO. Abbimi compassione.
Vedi pur com'io sto; lasciami alquanto
sfogar, ch'io moro.
PILASTRINO. Possa sfogar tanto
che ne rimanga agghiacciato per sempre.
Non restar giá per me.
GIRIFALCO. Sempre ho stentato; né mai mi ho tolto un'ora di buon tempo, in questa vita, per non stentar sempre. Ed or che l'etá mia richiederebbe qualche riposo e d'animo e di corpo, cosí dentro mi sento travagliato, inquieto e confuso che desio talor la morte come cosa dolce. Ma non vorrei esser posto in sacrato, se non pensassi fare, anzi quel punto, vendetta e strazio di quella frittella che n'è cagione.
PILASTRINO. E che pensi di fare? se Dio ti guardi, come ha fatto i denti, ancor la vista.
GIRIFALCO. Se mai viene il tempo…
Non vo' dire altro.
PILASTRINO. Forniscel di dire. Che la farai, come ti vien dietro, morir forse in sul buco? Oh guarda volto da far morir le donne di martello! Che sia impalato!
GIRIFALCO. A chi dici «impalato»?
PILASTRINO. Ho detto che mi tira omai 'l palato; e tu mi pasci qui pur di parole. Saresti appunto buon, per la cappella che si fa al Baracane, per un santo in su l'altare o per un di quei voti con le man giunte; ché non mangi o béi ma vivi d'aere.
GIRIFALCO. Lascia: berem poi. Anima mia, tu mi fai pur gran torto. E poi per chi? Per un morto di fame, un furfantello, un ladro, un giocatore, un plebeo. Ma guardati, Filocrate; ché, a' miei dí, mai nessun mi fece ingiuria che non mi vendicassi. Vatti sposa: e to' per donna qualche ruffianaccia per tua infame. Oh! co! ca! ca! Io muoio. Rinego il dí che mi battezza. Ca! ahi! In mal punto. Ah!
PILASTRINO. Dá' giú, ch'io 'l voglio, il cuore. Che fai? Par che rineghi anche il battesmo. O Girifalco, tu sei diventato un gran biastemmiatore. E poi sei vecchio e mostri esser saputo!
GIRIFALCO. Io son perduto
piú lá che ora. Vo' chiamare il diavolo.
Diavol!
PILASTRINO. Di' forte, ché non ti può udire.
Sú! che ti porti presto.
GIRIFALCO. Che hai detto?
PILASTRINO. Che? non m'hai forse inteso? Che ti porti dov'è colei che ti può dar salute e tòr d'angoscia.
GIRIFALCO. Aimè! che sarò morto prima ch'io n'esca.
PILASTRINO. Va'. Se non moro io in questo mezzo, sará forse troppo presto per te.
GIRIFALCO. Non vorrei esser nato prima ch'esser cosí.
PILASTRINO. Fai grande errore a dir tal cose. Oh! Se 'l sapesse Lúcia, e che direbbe de la tua incostanza? Ché debbi pur saper che amano i vecchi perché son fermi e potenti a durare a le lor dolci pene; ove noi altri reggiam di rado. E l'aspettare ancora non ti debbe esser grave perché sai ch'un tesoro sí fatto non s'acquista in un mese o in uno anno. Ma puon caso che n'aspettassi ancora venticinque e poi l'avessi. Non saria il tuo meglio? ché allor forse saresti un'altra volta tornato giovan, come ancor giá fosti, e piú atto a l'amor ch'ora non sei. Non perder la speranza.
GIRIFALCO. E che? Saremmo forse come leggiam de la fenice, noi innamorati?
PILASTRINO. Tu sol sei fra tutti fenice. Gli altri li vo' dir pipioni. Ma, s'Amor non si muta di costume, tengo scorciare a sí vecchia fenice con l'ali il volo. Di fiere piú brave ho giá domato.
GIRIFALCO. E perché son dannato? Ve' ladroncel! Non so che mi ritiene che non ti lasci un pugno, che tu veda le stelle a mezzo dí.
PILASTRINO. Non so vedere altrimenti le stelle a mezzo giorno se non sotto la botte; ma son certo che non le vedrò giá sotto la tua, subbio e telare, a mille opre d'aragna ch'ivi tesse la muffa per vestirne gli amici de l'aceto e del vin guasto. Resta con Dio. So dir che sei persona d'aver teco de' topi e de le mosche in compagnia. E da lor sei fuggito, così sei largo!
GIRIFALCO. Deh! non ti partire.
E dove, Pilastrino? Una parola
odi, se vuoi.
PILASTRINO. Non giá da quello orecchio.
Di': che ti manca?
GIRIFALCO. Cávali la cappa.
Non odi, Orgilla? Vo' che desni meco,
se non ti è grave.
ORGILLA. Or che se l'ha cavata, il briacon, mio danno, se ogni mese non ci torna a veder. Parti governo, questo, di casa? Mi morrei se, un tratto, non gli pesto a mio modo quel mostaccio. Mettiam pur fuor la frasca.
PILASTRINO. Orsú, madonna! Bisogna che abbi compassione un poco al messere ancor tu, poi che tu vedi come sta il poverin.
ORGILLA. La mala pasqua, e presso che non dissi, che vi venga a tutt'e dui! Forse che non s'arrabbia per casa, poi, di questa massarizia e non rugnisce? Saria manco male se spendesse o comprasse della robba, poi che vuol fare il grande.
PILASTRINO. Oh! Di' ben forte che non v'è da mangiar; ma intanto cuoci quello che c'è.
ORGILLA. Vien qua, vecchio insensato. Tu sai pur che costui non mangia rape cotte giá di tre dí né di pan cotto minestra, come farai tu stamane; né bee meschiati.
PILASTRINO. Io mi turo gli orecchi. Tra voi gridate e menate le mani, pur ch'io panebri.
ORGILLA. Tu tirerai in fallo, Pilastrin, questa volta, ché la carne rimasta è in beccaria. Che vuoi ch'io cuoca? le miei mutande?
PILASTRINO. Giá denno essere arse, se l'hai portate un dí, ché 'l vostro fuoco non cuoce o scalda.
GIRIFALCO. Pilastrin mio caro, tu vedi. Tornerai da me stasera, ché compreremo una libbra di lonza per fare arrosto; e poi, con quel guazzetto che fa l'Orgilla, vo' che noi sguazziamo. E mena l'indiano.
PILASTRINO. Hai ben pensato.
E che ci arem da cena?
GIRIFALCO. Non t'ho detto?
PILASTRINO. Non t'ho inteso.
GIRIFALCO. Una libbra di buon porco.
PILASTRINO. A incominciare. E poi infra pasto?
GIRIFALCO. Quello non basterá? Tu se' pure, oggi, strano! Non t'empierebbe….
PILASTRINO. E sí! Dici da vero? Tu vuoi tener me a cena con un'oncia di carne e con guazzetti? Tu mi vuoi far ridere, oggi. Or veggio ben che Amore qualche volta ti trae del seminato. E poi sei vecchio. Dammi a me i danari, ché comprerò da cena onestamente. E non esser sí scarso.
GIRIFALCO. Ecco i danari.
Piglia quel che bisogna. O Pilastrino,
ferma un poco. Che fai? Non c'è moneta?
Questi quatrini… Sta'.
PILASTRINO. Non dubbitare:
ti porterò l'avanzo. Io voglio andare
a cercar di colui.
GIRIFALCO. Non v'è a bastanza?
Odi un poco.
PILASTRINO. Sí ben; ma lassa. Io vado caminando a le porte, or ch'è passato il mercato, se trovassi qualcosa e spender poco. Non uscir di casa. Torno con lui stasera.
GIRIFALCO. Ecco, or costui mi vuol brugiar di qualche bolognino con queste parolette: ché son fatti come 'l tizzone. Ma son bene allegro, se mena il negromante. Entrerò in casa: ché mi par di sentire un ventarello non molto sano.