SCENA III

Pilastrino e Listagiro vengono, avanti ora di cena, da Girifalco, temendo che, per la troppa roba comprata, il vecchio fosse sdegnato; e, trovandolo meglio disposto, Listagiro li guarda la mano; e partensi con ordine di tornare a ora di cena.

PILASTRINO, GIRIFALCO, LISTAGIRO parasito.

PILASTRINO. Buona sera, messere.

GIRIFALCO. Oh! Siate i ben venuti, i miei figliuoli! Ben mi pareva d'avervi sentito; e però son venuto in su la porta ad incontrarvi.

PILASTRINO. Come sta la cena?

GIRIFALCO. Sará in ordine a l'ora; ma, se pensi di trattarmi cosí…

PILASTRINO. Perché?

GIRIFALCO. Spendesti piú di mezzo il ducato.

PILASTRINO. Non è vero. Eccoci a brontolare. Ah discrissione! Orsú! Fa' che beviamo almeno, un tratto, acciò che meglio possiam ragionare senza seccarci.

GIRIFALCO. Pilastrin, piú regola. Non è poi meraviglia se stai sempre malsano perché nuoce fuor di modo il ber cosí ad ogni ora; ché, nel corpo, fa come, in un laveggio, mentre bolle, puor l'acqua fredda che toglie il bollire: onde nascon di poi l'infermitá, come tu vedi.

PILASTRINO. Oh! co! co! Chi sentisse parlar costui del modo e de la via del non mangiar né ber non penserebbe che fosse un Ippocrasso o un Gallinello? Cosí c'è dotto!

GIRIFALCO. Per grazia di Dio, sempre ho trovato che mi giova assai non m'acciarpare. E vedi che ho passato di molto il tempo che la maggior parte non suol passare. Ma che c'è di nuovo? In piazza che si fa?

PILASTRINO. Si vende e compra de' frutti e de l'erbette; e qui di nuovo avrem da cena.

GIRIFALCO. Tu sei sempre in berta.

PILASTRINO. Vuoi ch'io ne dica un'altra?

GIRIFALCO. Sí, di grazia.

PILASTRINO. Questo ci abbiam di nuovo: che Crisaulo fa del suo resto; ed or, per questa giostra, apparecchia livree d'argento e d'oro, infin per gli staffieri; ed ha comprato ora un corsier cinquecento ducati. Pensa se è bello!

GIRIFALCO. Tu non di' da vero.
E come 'l sai?

PILASTRINO. Ti voglio dir la cosa. Passava ier da casa di Calonide. Ed erano ivi aspettarlo a la porta duo servi o tre. E mi fermai con loro, alquanto, a ragionare; e intesi questo con mille altre grandezze che di nuovo fa per colei.

GIRIFALCO. Oimè! che mala nuova è quella che mi porti, sciagurato! Poi non debbe esser vero; e tu lo dici per vedermi morire.

PILASTRINO. Oh! tu ti cangi
cosí di cera! E' par che abbi paura
di quel marcetto. N'è ben gran pericolo
che ti scavalchi!

GIRIFALCO. Or to' questi ristori,
Girifalco meschino. E sí, fu vero?
Era pur dentro in casa quel tignoso?
Vedesti 'l tu?

PILASTRINO. Sí, vidi poi a l'uscire, che fu in sul buio; ma non so giá dirti quel che v'avesse fatto.

GIRIFALCO. Aimè tapino! Perché voglio piú viver? Prego il cielo che faccia in modo ch'io mi rompa il collo prima ch'abbi a morir di questa morte. Cara la vita mia, non ti ricordi giá piú di me. Tu mi fai pur gran torto, ché sai che 'l primo dí non ti cercava. E tu ti innamorasti cosí forte di me che non vivevi ben quel giorno che non facevi dirmi qualche cosa.

LISTAGIRO. Lascia pur: ti trarem questi pensieri.

GIRIFALCO. Ed ora, che t'ho posto un poco amore, sei sí ritrosa! E forse ancor mi cambi per una nebbiarella. Che se, un tratto, mi dá fra l'unghie, ne vo' fare appunto quel che fo d'un pidocchio. Oh! ah! ca! ca! Che sará poi?

PILASTRINO. Del tuo resto, s'io posso.

GIRIFALCO. Ghiottoncella, che m'hai cavato il fiato! Ma ti voglio cavare a te de gli occhi quel riso e quelle frasche.

PILASTRINO. E però è buono che sia venuto qui questo mio amico; perch'è persona che ti saprá dire la cosa come sta e forse trarti d'ogni tuo affanno.

GIRIFALCO. E che induggiamo, adunque?

PILASTRINO. Non si può far, di giorno. Poi, istasera, dipoi cena, potrem mettervi mano e far qualcosa buona. E, perché veda ora qualcosa, mostrali la mano. Guarda, maestro Abraham.

LISTAGIRO. Per contentarvi.

GIRIFALCO. Ecco. Guarda, maestro, se a' tuoi giorni vedesti man sí bella e dilicata, colorita e ben fatta.

LISTAGIRO. Bella, bella, se Dio mi guardi. Tu non debbi molto curarla con saponi ed acqua fresca, per ordinario.

GIRIFALCO. Sí, quando è l'estate.

LISTAGIRO. E 'l verno?

GIRIFALCO. Maffenò, ché allor mi lavo sol con la calda.

LISTAGIRO. Ho veduto a la prima. Oh bella vita! oh bei monti! oh begli anguli! oh che bei segni! oh! gran particolari v'è da vedere! Io, per me, mai non vidi la piú felice man. Guarda, messere. Non voglio far come che soglion certi che dicon mille cose, poi fra tutte non si ricoglie un vero. Io sempre dico qualche particolar che sia notabile e lascio le lunghezze. La man, prima, è bella com'un cesso.

GIRIFALCO. Come «un cesso»?

LISTAGIRO. Attendimi, se vuoi. Dissi: non cesso di veder tuttavia cose piú belle quanto piú guardo. Quando non mi intendi, talor, non ti curar; ché ora non puoi esser tanto capace.

PILASTRINO. Orsú! Incomincia.

LISTAGIRO. Prima, per quello che si può vedere, hai una vita lunga piú che n'abbi altra visto giá mai. Viverai tanto che, per vecchiezza, debbi andar carpone per terra con le mani e verrai sordo, orbo ed attratto: ma v'è tempo ancora piú d'ottant'anni.

GIRIFALCO. Oh! Quello andar carpone che non sia qualche mal! ché non ne ho visto alcun cosí.

LISTAGIRO. Perché intraviene a pochi tanto invecchiare. E non è poi gran cosa, quand'altri si ci avvezza.

GIRIFALCO. E come è questo? haine mai tu veduti?

PILASTRINO. Van per terra co' piedi e con le man, per la vecchiezza, come i cavalli e, quasi ogni stimana, bisogna ancor ferrargli; ché, altrimenti, per i gran calli che han sotto a le piante, non potrian bussicarsi.

GIRIFALCO. Uimei! Che sento? E mi bisognerá mettere ai piedi i ferri con i chiodi?

LISTAGIRO. Sí; ma in modo che non posson far mal, perché quei calli vengono appunto duri com'un'unghia d'un cavallo e, se ben v'entrano i chiodi, non si posson sentir.

GIRIFALCO. Dio me ne guardi! Ché vo' inanzi morir dieci anni prima che venire a cotesto; ché, in un giorno, mi romperian le calze e gli scappini: e forse mi dorriano.

LISTAGIRO. A questo, allora, in qualche modo provederem noi. La tua vita sará lieta e felice, benché, per il passato, l'abbi avuta alquanto travagliata; ché sei stato uomo di grande ingegno e penso ch'abbi fatto gran robba.

GIRIFALCO. Eh! cotesto, non molto: ché sempre mai si spende e poi 'l guadagno non risponde a un gran pezzo.

LISTAGIRO. E poi tu spendi liberalmente, ché sei uomo largo.

PILASTRINO. Sí, tanto! nel forame.

LISTAGIRO. Ancor non penso ch'abbi figliuoli; ma, in fra poco tempo, ti se n'aspetta (per quello che mostrano quelle linee che vedi in fra quei monti che fan duo stelle) duo maschi a la fila, perché si fa la congiunzion di Giove ne la casa di Venus. E di questo allegrati perché, per via di madre, nasceran di bellissima progenie. Al nascimento lor, che non c'è forse mille anni, ti dirò de la lor vita cose grandi. E, se questo non ti fosse destinato dal ciel, giudicherei che tu venissi, un tratto, ne la Chiesa un gran privato.

GIRIFALCO. Cardinale? o che?

LISTAGIRO. Forse che sí; perché, giri a suo modo il ciel, che ti s'aspetta poi in vecchiezza felicitá.

GIRIFALCO. Se vien fatta quell'altra,
non vorrei esser papa.

PILASTRINO. Oh scempionaccio!
Ti trarrem ben l'amor.

LISTAGIRO. E de la vita sei talora infermiccio; ma 'l tuo ingegno vede di lá dai monti.

GIRIFALCO. Questo è vero: ché, quando voglio fare una cosa io… Orsú! Non vo' lodarmi. Di persona non son giá infermo: ché, da questa poca di gotta in fuori e certo mal di rene e la pietra, che è giá forse vent'anni che la sento, con questo catarretto…, oh! co! co!…

PILASTRINO. Ti dia Iddio.

GIRIFALCO. … aiuti anche a te… … mi sto assai bene.

LISTAGIRO. Orsú! Tien questo a mente. Tu déi venire, anzi che passi troppo, al desiato fin d'una tua impresa: e fia per la virtú di duo pianeti le cui opposizion debbon pure ora mancare al fin di questa nuova luna. E le cose che son giá lungamente desiate verranno a buoni effetti. Però sia allegro. Or non vo' qui discorrere il ciel di cerchio in cerchio e i loro aspetti. Ma ho detto appunto.

PILASTRINO. Basta. È da vantaggio.
Diamo una volta in piazza.

GIRIFALCO. Io non potrei,
maestro, ringraziarti a la metá
di quel che…

LISTAGIRO. Lascia andare or le parole.
Ringrazia il cielo che ci ha fatti degni
di tanta sua virtú.

PILASTRINO. Studia la cena.

GIRIFALCO. Non furia, Pilastrino, perché Orgilla mal può sola conciar tante vivande quanto comprasti.

PILASTRINO. Avresti da allegrarti e tenerti felice, che ho provisto robba a bastanza: ch'io ti so dir certo che t'avremmo mangiato al manco mezza cotesta tua giubbessa in su le spalle e da mano e nel petto; che sarebbe com'un presciutto appunto.

LISTAGIRO. Oh! co! co! co! Tu mi farai crepare. E la berretta? Non n'hai fatto menzion. Che par caduta nel catin de la morca di dogana e sarebbe bastante a cento frati de l'Osservanza a condire un minuto di duo caldaie.

PILASTRINO. Quel si ci intendeva.