SCENA V

Crisaulo, ritornando a casa, ringrazia il cielo de la felicitá che in quella notte li concesse e racconta a Fileno la istoria tutta succintamente; ed è da lui in modo persuasoli il partirsi de la cittá che si dispuone di partir la mattina a giorno, per non averla a sposare; come, stretto da amore, dubbitava di fare.

CRISAULO, FILENO.

CRISAULO. Grazie immortal ti rendo, grande Iddio, chiunque sei del cielo e de la terra governator, di sí gran benefizio e largo dono; e a te, maggior pianeta, ch'ogni cosa terrena col tuo lume governi e reggi (che giá tante volte, al dipartir, mi lasciasti sí pieno di pensier tristi, ed al ritorno, poi, lontan da ogni riposo a tragger guai), che, rivolgendo altrove il chiaro giorno, lasciando dietro a te l'ombrosa notte, a tanto mio contento desti luogo. Luna, e tu parimente, che porgesti, velando il chiaro viso di piú oscure e fosche nubi, a tal felicitá favor, non sará mai mia lingua stanca in pregar chi che sia che lo può fare ne le tue contentezze; e che ritornino i dolci abbracciamenti de lo amato Endimion quanto mai lieti e spessi. Benigne stelle, cui chiamai sovente in testimonio di mia vita acerba, ma sempre in vano, onde crudeli ed empie vi dissi, non è alcun mortal mio sforzo che mi vaglia a formar degne parole in rendervi le grazie ch'io vi debbo. Cor lasso, che di lagrime e sospiri vivesti un tempo, ond'eri giá ridotto quasi a l'estremo, come puoi di tanta dolcezza esser capace? Occhi, che primi foste a soffrire e mandar dentro al core il dolce amaro, ché non fate segno di cosí gran letizia? ch'or vi involge in dolce pianto, come, in questa notte, vi ha dato il ciel, discacciando a voi lunge ogni tristezza, quanto vi fu prima, ogni riposo. E tu, lingua mia frale, che giá sí spesso, ne l'alte sue lodi, cantando, davi a le acerbe mie pene alleggiamento ed a le fiamme lena, or quanto mai ne l'onorato nome spende tue forze; sí che 'l vivo lume veggiam dritto poggiar verso le stelle onde discese.

FILENO. Vorrei che finissi, Crisaulo, oramai sí lunga predica; e mi partissi cosí gran piacere quanto tu non capisci.

CRISAULO. Sono allegro, certo, in tal modo che, ne la soverchia dolcezza, il cor mio lasso sente pena. Non mi dir nulla.

FILENO. Vo' che tu lo dica;
ché mi fai stare appeso per i piedi.
Non ti far piú pregare.

CRISAULO. Io son forzato.
Eccotel brevemente.

FILENO. Orsú! Incomincia.

CRISAULO. Tu déi saper sí come ier, parlando con Calonide, molto la pregai mi concedesse ch'io parlassi a Lúcia. Ella, che vive come al tempo antico, senza molte parole fu contenta e si tirò da banda.

FILENO. Questa è bella!
Accostare il tizzone al zolfanello
ed aspettar da canto che non brugi!
E le parlasti?

CRISAULO. Ora ti dico il tutto. Questo le dissi:—Cognoscer puoi certo, Lúcia, che siamo omai condotti a tale ch'esser non può ch'io non sia sempre tuo e tu di me. Però vo' che mi attendi, ché ti vo' confidare un mio secreto. Io son diviso giá da mio fratello perché sopra di te non abbi alcuno ne la mia casa ma ne sia signora. E perché il nostro aver, per il passato, maneggiav'io, mi truovo da appiattare un cassettino ov'io missi da canto molti ducati e gioie: ond'io ti prego che mostri avere in te giudizio e ingegno, ché li salviamo; e fidarsi d'altrui cognoscer déi da te che non sta bene. Io verrò qui istasera a le cinque ore. Fa' che mi attenda.—E le mostrai de l'orto la fenestrella. E dissi:—Come dorme tua madre, verrai qui, ché gli avrò meco e insegnerotti quel che vo' che faccia.— Semplicemente (come puoi pensare) la mi rispuose che non sapea come levarsi, che la madre non sentisse. Rimase, al fin, di farlo. E la pregai che facesse che alcun mai nol sapesse e che a la madre ancor trovasse iscusa perché non s'avedesse di tal cosa. Non ti dico altro. La mi venne fatta. E cosí fu la fin d'ogni mio affanno e 'l principio d'un sí felice stato ch'io quasi par che a me istesso nol creda. Che te ne pare?

FILENO. Io, non sol mi stupisco, ma, dentro, d'allegrezza mi confondo. Bene è venuta a tempo: ché comprata l'hai con tanti disagi e tanti pianti e tante amare notti e tanti giorni che appena mi risolvo se ciò basti a compensar tante fatiche e danni. Hai ben da ringraziar tutti li iddii di tanto dono; ch'io cognosco certo, se questo non riusciva, la sposavi. Oh che bel fregio a sí onorata casa! Che direbbe ciascuno?

CRISAULO. È vero e certo ch'io la sposava o che sarebbe in breve seguíto la mia morte; ché non basta il nostro ingegno a schifar le fortune e i casi avversi che sono imminenti. Che possiam contra 'l ciel?

FILENO. Bisogna, adunque, uscir d'errore ed a l'antico male porger rimedio, poi che v'è gagliardo. Fuggiam, per qualche dí, l'occasione, che fa peccar talor l'anime elette, ed andianne a diporto; ove vedrai ogni virtute ed ogni sentimento surgere in te come da morte a vita. Lasciati governare.

CRISAULO. Io sono stato, un tempo, appunto com'un uom che è morto e non esce di pena; e in stato tale mi son trovato che ho portato invidia a chi morio giá un tempo o mai non nacque. E fui giá tal che or sol la rimembranza mi toglie parte del piacer presente. Or che posso gioir, lasciami alquanto restare ove è 'l mio core e la mia vita, se tu non vuoi ch'io mora.

FILENO. Addio, Crisaulo. Dissi ben io che ci saria che fare che tu voglia ora uscir de la calcina, ch'altrui non par sentir mai che l'offenda per fin che non l'ha roso in fine a l'osso. A te verrá come al villanel suole, che, per cogliere il mele ai nidi d'api, si ferma sí che, prima che si parta, guasto n'ha malamente gli occhi e 'l volto. Voglio che ti governi in ogni modo come t'ho detto, ché quel poco amaro in questo ha seco utilitá infinita. Andianne, com'è giorno.

CRISAULO. Sia a tuo modo. Cosí farem, ché anch'io cognosco certo che fia 'l mio meglio. Ma non potrò starvi: ché ci morrò in duo dí.

FILENO. Sí! T'è piú sano che non è 'l cavar sangue agli impestati. Ed è ben peste quella che ti ha preso! Né certo ti devrebbe esser sí grave: perché non si terria impiastro perfetto, se non cuocesse al mal; né medicina fu dolce al gusto mai che fosse sana.