SCENA VIII
Crisaulo, non avendo potuto patir fuori che duo giorni, apparisce in su la scena andando a sposar Lúcia; ed ha seco Girifalco il quale si dichiara, nel parlar loro, avere da sposar Calonide: il che si mostra essere stato per mezzo di Crisaulo. Vanno adunque insieme ragionando; e con loro è Pilastrino il quale, giunti a casa, dá licenzia con dir che, di poi cena, si faranno gli sposalizi.
CRISAULO, GIRIFALCO, PILASTRINO, CALONIDE, FRONESIA.
CRISAULO. Io l'ho detto dal primo giorno, che l'andar di fuori era appunto al mio male erba trastulla; ma nondimen, per esser poi iscusato, non ho voluto mancar d'ogni sforzo. Ma non è in poter nostro.
GIRIFALCO. Eh! Questo è poco, Crisaulo, ché sei tal che potrai sempre vivere in questo mondo con onore, se ben ti biasmi il popolo e la plebe: perché questo è lor proprio né alcun vive dai lor morsi securo; e spesso i morti gli sentono anche lor dentro a la terra. E questo è, per il piú, che è gente vòta di robba e di pensieri; e altro non hanno u' esercitar la lor maligna mente che ne' fatti d'altrui. Ma un ben nato non sará tinto di cotesta macchia né assai né poco.
PILASTRINO. È ver. Sol si conviene a simil gentarelle il biasimare: vizio che trovò il diavol de l'inferno. Lascia pur dir chi vuol, ch'è piú d'un mese ch'io veggio, appunto come or veggio te, una gran fame. Oh! Pensa, a queste nozze, s'io m'affaticherò che vadin bene i boccon giú! ché, se devessi ancora durar tre giorni in quella cosa dolce, me ne voglio saziar; né mai partirmi per fin che 'l ventre non mi dice:—Tura.— Andiam pur lá.
CRISAULO. Ma non è ancor gran cosa: ché, quando ben riguardo a le parole che fûr tra noi, non veggio, senza carco e senza dar gran macchia a l'onor mio, poter ritrarmi da sí fatta impresa. È ver che tempo fu ch'io non pensai d'averlo a fare: onde, piú del dovere, son stato di parole liberale per venire a la fin del mio disegno. Or veggio meglio che nol posso fare e mancare a' miei detti: ond'io, in ciò, voglio che la necessitá l'errore iscusi. Ma non ti veggio, Girifalco, lieto com'io vorrei.
GIRIFALCO. Io son pur troppo allegro: tanto che non mi par d'esser capace di tanta gioia; onde l'alma, in se istessa talor rivolta, si stupisce e quasi non crede ch'in vecchiezza tanto bene le venga quanto è questo di tal donna e sí da bene.
PILASTRINO. E che! Sei fatto sposo, padre degli anni, ove tutti i difetti c'ha la vecchiezza in sé son giá scoperti? È vero o mi berteggi?
CRISAULO. Tu nol credi, eh, Pilastrino? Gli è pur troppo vero. Credilo a me, che sono stato il mezzo. Calonide è la sposa; e sallo Iddio, s'io ci ho durato punto di fatica! Pur si contenta; e ne vedrai gli effetti, come siam giunti. E ben ci fia che ridere: che parrá certo, appresso a lui, la sposa piú che donzella.
PILASTRINO. Io vado a sotterarmi per disperato sotto a la mia botte. Ma ci voglio un pitaffio ch'io m'ho fatto per mia memoria.
CRISAULO. Dillo.
PILASTRINO. Falli onore.
«Qui giace un ch'ebbe nome Pilastrino.
Vivo, tanto m'amò che disperato
morio mancando in me lo spirto e el vino».
CRISAULO. Ha odor d'antico.
PILASTRINO. No. Ci manca questo: «Visse di baie e morí disperato, vedendo andare a nozze un che col tempo contendea d'anni».
CRISAULO. Ah! ca!
PILASTRINO. Gli è pure il vero. Non vedi che non ha pur le gengíe? Povera Orgilla, so che l'avrá buona come lo sa! ché questo è appunto un tôrgli la sua provenda de la mangiatoia. Or non manca se non ch'io mi rassetti per poter ben mandar per le mascelle i denti a scrocco e far d'altro che d'esca farina macinata a duo palmenti. Oh! Scherza e salta e pigliati sollazzo or, Pilastrin, ché di troppa dolcezza par che ti senta andar tutto in condime. Oh! Ve' che starò, un tratto, un giorno allegro! ché è giá quindici dí che sono stato come le donne quando han le lor cose, fortuna ladra!
CRISAULO. E che debbo dire io? ch'in duo sol giorni era giá fatto tale ch'ora mi pare uscir di sepultura e tornar vivo. E sarei morto, certo, se non me ne campava la speranza di tornare ove fosse e fare in modo ch'ambo siam prima d'esta salma scossi che lontani o divisi; in fin che 'l cielo, che ci ha congiunti, ne divida e sparta. Dica pur quanto vuol ciascun; ché, al fine, è pazzo quel che ne' propri interessi, per viver sol sotto costumi e usanze, se ne governa come piace altrui. Usciremo or d'affanno.
PILASTRINO. Tocca forte, ché non posson sentir.
CALONIDE. Va'. Guarda a l'uscio, Fronesia. E tu vatti governa, Lúcia, con i panni ordinari; ché Crisaulo oggi verrá come ancor venne ieri. Forse non piace a Dio. Qualcun de' suoi l'avrá tenuto.
FRONESIA. Apri, apri; è lui; è Crisaulo con molta gente. Oh che felice giorno! Lúcia, torna di qua.
CALONIDE. Di' 'l vero? È desso? Èvvi il mio Girifalco? Andiamgli incontra. Suonisi ogni strumento e facciam festa. Abbraccia il tuo Crisaulo. O Girifalco, non v'aspettava piú. Ringrazio Iddio ch'in sí poco ha condotto ad un bel fine sí onesta impresa.
GIRIFALCO. Ed io ringrazio prima il cielo e poi voi duo che a la mia vita dato avete soccorso; ché non era possibil che durasse piú dieci anni. Or son felice, al mondo.
CALONIDE. Entriamo in casa. Fronesia, or puoi chiamare il tuo Filocrate, ché è giunto il fin de' desidèri nostri. Saran tre nozze insieme in una festa. E, perché è tardi e passerebbe l'ora, è meglio cenar, prima. A le quattro ore potrá tornar ciascuno.