VI.
L'addio
—Perchè ve ne state laggiù? mi disse Garibaldi, a pranzo, nel palazzo reale di Caserta, il dì dopo del nostro ritorno dall'infelice spedizione; accostatevi e narratemi i casi d'Isernia.
Missori, Nullo, Zasio, Caldesi ed io, nauseati della frega adulatrice e vanitosa di molti uffiziali d'assidersi in mostra vicino al generale, ci raccoglivamo invariabilmente al lato opposto della mensa.
Conoscendolo insofferente di lunghe ciarle, gli raccontai l'accaduto con succinto discorso, e il maggiore Caldesi mi soccorse felicemente rilevando con elocuzione originale i tratti comici della tragedia. A Garibaldi era noto l'evento per minuto, dal rapporto del comandante Nullo; ma volle con pensiero gentile promuovere l'occasione di manifestarcisi contento di noi, benchè battuti, come se gli ci fossimo ripresentati vincitori.
—Così il Senato Romano, io osservai sorridendo, andò incontro a
Varrone disfatto a Canne.
—Ecco il fattarello analogo! proruppe Caldesi, provocando la risata degli amici con codesta sua frase ripetuta ad ogni passaggio erudito che io, per aprirgli la vena faceta, andava con istudiata frequenza innestando nelle nostre conversazioni.
E proseguì:—Generale, i disastri di Caiazzo e d'Isernia sono le tinte scure che danno risalto alla luce delle vostre vittorie, e provano che si vince solo quando voi guidate.
—Fistolo! io esclamai. Non ti sapevo così perito nell'arte del cortigiano. Sembri un gentiluomo di camera di Luigi XIV.
—Altro fattarello analogo! replicò egli distraendo, col gradito ritornello, l'attenzione dal suo inusitato volo pindarico.
—Il vostro infortunio, notò con gravità il marchese Trecchi, largamente riparò per vostra consolazione il vincitore del Macerone, che il generale nell'ultimo proclama c'invita ad accogliere come fratello.
Ed io di ripicco:—Fratello d'Abele.
E il marchese:—Malignità di repubblicano!
—Si vedrà… Intanto voi non potrete negare che la sua entrata in casa nostra senza picchiare alla porta, e il bando del re di Sardegna ai popoli delle Sicilie non siano un insulto al liberatore e ai liberati. Il re dichiara d'intervenire, non già chiamato da quello o da questi, ma da alcuni municipî e da alcuni notabili, per rimettere l'ordine.
Garibaldi, alzatosi, troncò la discussione, che principiava a scottare, con queste parole:—Farini scrisse il bando, e il re l'avrà firmato in buona fede, senza leggerlo. E se ne andò.
Il mattino appresso un aiutante venne ad annunciargli che la divisione Bixio lo attendeva nel primo cortile del palazzo. I vincitori di Maddaloni. Scese il generale ad ascoltare la relazione delle gesta della valorosa divisione nella battaglia decisiva del 1.º ottobre. Garibaldi e il suo quartier generale, Bixio e i suoi uffiziali superiori, componevano uno splendido gruppo sulla fronte della divisione, che distesa per battaglioni non occupava tutto l'immenso cortile.
A me fu commesso di leggere la relazione. Lessi a tutta gola io, ma la povera voce non oltrepassando le prime schiere, Vincenzo Cattabene, di più robusto polmone, mi surrogò. La materia discorsa in quel fascicolo c'interessava poco, trattandosi delle abituali prove di coraggio segnalate e lodate; ma allorquando voltata la pagina ci venne udito il nome di cinque uffiziali, infamati per viltà, rimanemmo inaspettatamente colpiti da doloroso stupore. Garibaldi comandò che i tre presenti dei cinque escissero dalle file e si presentassero al cospetto di lui e della divisione. A me pareva, anzi in quel punto lo sperai, che i raggi di tante migliaia d'occhi, conversi su quegli sciagurati, avrebberli come folgore inceneriti prima d'arrivarvi.
Al loro mostrarsi, il tremito delle ginocchia e i battiti spessi e forti del cuore mi obbligarono di puntellarmi alla sciabola. Avvenimento nuovo per me e tremendo! L'età giovanile dei colpevoli, il sentimento della umana debolezza, l'idea che un sùbito turbamento può sorprendere anche l'uomo di saldo petto, l'apparato solenne della punizione, la fisonomia e l'atteggiamento d'inflessibile severità di Garibaldi, destarono nell'animo mio un affetto prepotente di pietà. Sentirsi dire da Garibaldi «siete un vile,» appariva agli occhi miei morte peggiore d'ogni morte.
Eppure il supplizio era giusto e necessario.
Frattanto i tre giunsero alla presenza di lui e degli intenti
battaglioni. Garibaldi, saettatili con uno sguardo di Giove
Tonante:—Togliete loro la spada, disse al marchese Trecchi, e a
Nullo:—Strappate dai berretti le insegne del grado.
Il marchese li disarmò, e Nullo gettò con forza a terra gl'infranti fili d'argento. I tre non morirono. Ma io vidi tramontare dal loro volto il lume divino dello spirito.
Quindi il generale arringò con eloquenza antica l'intrepida divisione, e rivoltosi ai tre impietrati:—A voi, tuonò con gesto come di maledizione, non avanza che di prendere un fucile e di farvi ammazzare agli avamposti.
I loro nomi disonorò per sempre la Gazzetta Ufficiale dell'indomani.
—All'alba si passa il Volturno; voi starete a' miei ordini; coll'usato piglio imperatorio dissemi la sera il colonnello Paggi.
—Distaccati dal generale?
Ed egli con visibile compiacenza, sicuro di seccarmi:—Distaccati.
E mi toccò d'inghiottire la nuova pillola.
Durante la notte oscurissima, procedendo a tentoni, potetti malagevolmente disporre alla marcia, secondo le ingiunzioni ricevute, le brigate Milano e Eber, che serenavano fra le vigne di costa alla strada. Verso la fine dell'opera mia sopraggiunse il colonnello Paggi e m'invitò di condurlo sul luogo della colonna di Pietro Balzani. A dieci minuti di là, chiestemi le indicazioni necessarie, mi rimandò al brigadiere Eber. Nel separarmi da lui:—È meglio, l'ammonii, che camminiate sulla strada per togliervi dalle vie incassate.
—Conosco il terreno, rispose con arroganza; e proseguì a traverso i campi. Io raggiunsi Eber; e si attese fino all'aurora, coll'arma al piede, il transito della divisione Bixio.
Persuaso al sonno dalla stanchezza e dalle cadenti stelle, io dormivo sulla cavezza stando in arcione, e avrei dato un Perù per due metri di superficie terrestre, ove distendermi. A intervalli fissi, sul punto di addormentarmi e di precipitare di sella, mi riscotevo per riaddormentarmi e riscotermi da capo. Mi accadde in quella guerra d'essere arso dal sole, irrigidito dalla luna, afflitto dall'appetito, estenuato dalle marcie, ma imparai che il crudelissimo dei mali è il male del sonno. Finalmente, non ridestatomi in tempo, stramazzai, e la salutifera botta mi svegliò. Scossa la polvere e fregati gli occhi, rimettevo il piede nella staffa, allorchè capitò mia moglie che accompagnava una barella.
—Un ferito!
—Il colonnello Paggi.
—Il colonnello Paggi!?
Spuntava il giorno, e ho potuto discernere un mucchio d'ossa e di carne e cento lacerazioni sul viso scolorato e semivivo del colonnello. Pieno di ineffabile compassione e contristato dal rimorso d'essergli stato molesto in vita:
—Ma come? ripigliai con ansia.
—Oltrepassando il campo laggiù, precipitò entro una via incassata e tolta alla vista dagli spineti che le crescono ai margini. C'è poca speranza di salvarlo, e tutta la certezza ch'ei non ridiventi mai l'uomo di prima.
—Cattivo augurio pel passaggio, tanto tempo meditato, del fiume! Non vorrei che l'esercito meridionale precipitasse alla sua volta in una via incassata. Ho paura gliela scavino i guastatori del re sardo!
Codeste strade profonde e serpeggianti a foggia di arterie, le quali aggruppansi a Capua e facilitano le sorprese nemiche, segano in varie guise la campagna sulle due rive del Volturno. Infatti, nella battaglia del 1.º ottobre una schiera borbonica, scivolando per una di tali uscite fraudolente, sfuggì alla vigilanza della divisione Medici e comparve repentina e formidabile sul vertice del monte Sant'Angelo tempestando alle spalle Garibaldi che in più bassa parte con poche genti tenea testa ad altra schiera di fronte. Qualunque capitano, io stimo, sarebbe caduto prigioniero, e in tale convinzione i nostri impallidirono.
Ma Garibaldi con aspetto tranquillo e con prontissima parola mutò le opinioni dicendo:—Costoro caddero in nostra mano.
Eseguendo un movimento di fianco e calcolando sul preordinato arrivo d'un battaglione della brigata Sacchi da San Leucio, che arrivò puntualmente col maggiore Ocari, costrinse il temerario assalitore di ritrarsi fuori della propria orbita e di cedere le armi alla dimane.
Finalmente venne la mia volta nella disposizione della marcia generale, e in qualità di capitano di stato maggiore io cavalcava alla sinistra del brigadiere Eber, indicatore del cammino. Addietro di venti minuti dalla divisione Bixio, noi avanzavamo soli. La strada, girando alla base del monte Sant'Angelo, sale e toglie alla vista il tratto sottostante del fiume.
Eber mi dimandò:—Dov'è il ponte?
—Il ponte! già! ci vuole il ponte! pensai. Per verità a me anima viva non mi favellò di ponte, e ignoravo anche se il corpo del genio garibaldino avesse confidenza coi ponti. Bisognava rispondere:—Non lo so—e rimanere scornato, o indovinare dove ei fosse. E se fosse stato altrove? Nel duro bivio mi soccorse il mio maestro Bacone con un ragionamento induttivo: si valica il fiume, dunque c'è il ponte. Di costà non v'ha ombra di nemico, di qua non si scorge un soldato, dunque il ponte è vicino. In tre battute di polso succedutisi l'affanno, il ragionamento, la risoluzione, risposi:—Il ponte è là. E indicai col dito. Dopo l'affermazione baconiana passarono per me dieci minuti crudeli. Alla perfine ci vennero veduti e fiume e ponte: respirai!
Il ponte ideato dal colonnello francese Bordone costrussero mani inglesi della legione. Compaginato con barche d'ineguale altezza, strette insieme da funi, presentava un piano ondulato, e le tavole, mal connesse e mal chiovate, vacillavano sotto le zampe dei cavalli e sotto il piede dei fanti. Largo quattro piedi, faceva mestieri tragittarlo a uno a uno; pareva che ogni onda scorrente dovesse trarne seco un brano; così forte esso crepitava e gemeva! e non istette guari che un paio di barche furono rapite. Il ponte reclinò il capo nel fiume, e tutta la scienza meccanica del nostro affaccendato Bordone non valse a risollevarnelo. Quel magro, lungo e paralitico ponte provocò l'ilarità prolungata dell'esercito meridionale.
Valicato il fiume e compiuto l'ufficio mio presso il brigadiere Eber, m'affrettai al generale che antecedeva di qualche miglio.
Il nemico, munita Capua con diecimila uomini, si ritirò sul Garigliano. Nell'interposta pianura doveva darglisi battaglia insieme coi Piemontesi, Garibaldi incontrarsi col re sul campo, e ivi regalargli la corona delle Due Sicilie. Questa voce vestita di forme poetiche volava di bocca in bocca, e i nostri battaglioni, bramosi di mostrarsi al paragone dell'esercito regolare, chiarivansi mediocremente interessati dello incontro drammatico dei due personaggi.
Si tirava innanzi con tardo passo per vie incassate, strette e ingombre di truppe, paghi d'aver posto piede alfine sulla riva contestataci con sì ostinata fierezza, e commentando in vario stile i prenunziati eventi, allorchè s'intese che il generale Bixio, caduto da cavallo, ruppesi la testa e una gamba.
—E due! esclamai.
Diffatti poco stante, ad un trivio, lo trovai seduto a terra col capo fesso, col naso ferito, col viso insanguinato e colla gamba spezzata prestar mano impassibile agli infermieri, rammaricarsi d'essere impedito dal combattere, e raccomandare che la disgrazia rimanesse celata alla moglie.
Garibaldi aveva ordinato che s'arrestasse un prete fuggitivo. Bixio, immemore del grado e trasportato dalla consueta foga, scagliossi a tutta briglia sull'orma del prete, e nel girar la via incassata e selciata, il cavallo, focoso al pari del cavaliero, cadde di fianco, ed ei rimasto in sella percosse la testa contro la muraglia; la botta del cavallo gl'infranse la gamba, e la rovina di lui fu la salute del prete.
In quell'istesso giorno due carabinieri del drappello genovese si uccisero l'un l'altro a caso, e medesimamente due inglesi della legione. Giorno di malo augurio anche per gli spregiudicati.
—Se i polli non vogliono mangiare, vorranno bere, fece il console Appio Pulcro; e fattili gettare in mare appiccò battaglia coi Cartaginesi e la perdette. Vedi, mio caro (dirigevo la parola al maggiore Caldesi che ascoltava, sogghignando, il fattarello analogo), Tito Livio e Machiavelli disapprovano severamente il console. E se noi non diamo retta a questi segni augurali riducendoci ai nostri accampamenti d'oltre Volturno, se vogliamo che i polli bevano, perderemo la battaglia contro il re sardo.
—Contro il Borbone, tu vuoi dire!
—No, no, contro il sardo, il quale venne qui per fare la guerra a noi.
—Con le armi?
—Con le armi politiche e anche con le belliche, se fia d'uopo. Noi ora andiamo a firmare l'atto d'abdicazione, ed è troppo presto per la libertà d'Italia: forse andiamo incontro all'umiliazione, ed è troppo grave per l'avvenire della democrazia italiana.
—Oggi sei pieno di ubbie e di melanconie; devi avere dormito male questa notte!
—È vero; m'addormentai in sella e mi svegliai boccone nella polvere.
—Altro segno infausto! proruppe con ironico sospiro il Caldesi.
—Che simboleggia la presente rivoluzione.
Noi si costeggiava una catena di monti in linea perpendicolare al fiume verso l'ovest, e sulla nostra mancina protendevasi la pianura soggetta ai baluardi di Capua, presupposto teatro della lotta finale.
Garibaldi mi comandò di salire in cima di quei monti e di riconoscere se nelle valli a destra apparisse indizio di nemici. Molte precauzioni simili aveva studiate e adottate il generale per ogni verso. Mostravasi cautissimo al solito, ma non al solito ardito. Io non ravvisava in lui il Garibaldi di Palermo e del 1.º ottobre, bensì il Garibaldi luogotenente del re, il coloritore d'una parte assegnata, di disegno non suo. Eseguiva e non creava. Era un generoso destriero umiliato fra le stanghe d'un baroccio.
Un capitano e quattro cavalieri ungaresi mi vennero compagni nella ricognizione. Superati i greppi dell'ascensione, si cavalcò penosamente varie ore di cima in cima paralleli alle mosse dell'esercito. Non abbiamo scoperto nemici; nè amici, imperocchè villaggi e casolari non consolano quelle vallate e quelle gole. L'aere ossigenato, la prossimità del mezzodì, il lungo cammino aguzzarono un appetito assai molesto nella comitiva italo-magiara. I magiari ed io, in mancanza d'un organo di comunicazione, non avevamo sino allora articolato verbo nè avverbio, quando alla veduta d'un monastero sulla metà della costa io ruppi il tedioso silenzio:—Elyen Lajos Kossuth. Quei muti ed affamati commilitoni, al suono del nativo idioma e del nome di Kossuth, si rifecero snelli e giocondi, e con viso di riconoscenza ripeterono:
—Elyen! Veramente non mi scaldava il cuore allora un evviva a Kossuth, ma ell'erano quelle le sole voci magiare di mia conoscenza per alludere al monastero.
E risovvenendomi che il capitano, come presupposto gentiluomo, avrebbe dovuto saperne di latino, lo tentai con maccaronica frase: Monaci illi, censeo, dabunt nobis panem, caseum, vinumque. A cui quegli di botto:—Bonum! fames nostra est magna. Mi confortai che in fatto di latinità del buon secolo il magiaro ed io non facevamo una grinza.
Cogliemmo i monaci a tavola. Sommavano a dieci. Cordialmente ospitali, cedettero il loro posto e vollero amministrarci le vivande eglino stessi. Bove bollito e fumante, castagne e vino per noi, e generosa misura di avena pei cavalli. Acquetate le prime urgenze dello stomaco, rossa la guancia e gli orecchi, si principiò a ragionare per diritto e per rovescio di teologia, di frati, di monache; e gli adiposi padri non si sgomentarono delle mie opinioni eterodosse, reggevano intrepidi alla barzeletta e ridevano ai lazzi sulla loro equivoca virtù. I magiari non capivano sillaba, però ridevano.
—Mi rincresce per voi, dissi al padre guardiano, ma questa ripaille finirà presto.
—Davvero! proruppe colla gioia negli occhi un monaco smilzo, pallido e giovane. Il guardiano troncogli il discorso sulla lingua e lo rimandò grullo grullo alla sua cella. Indi rivolgendosi a me:—Egli è un patrizio innamorato d'una ragazza della plebe che il cauto e giudizioso genitore chiuse qui in penitenza. Ma, ritornando al primo detto, il dittatore forse avrebbe decretato…
—No.
—Oh! in tal caso ciò che non fece Garibaldi, odiatore di preti e di frati, non farà il rampollo della pia Casa di Savoia, venuto a prendere possesso del regno.
—Sentenza d'oro; se pur il sillogismo della storia non sarà più stringente di quella pietà. Del resto, con Casa di Savoia, se uscirete dalla porta, rientrerete per la finestra!
Dopo di cui ci separammo discretamente amici.
Tutto quel giorno si spese in assidue peregrinazioni col generale per esaminare i luoghi, spiare i movimenti del nemico e indovinarne le intenzioni. Dalla via laterale, a piè dei colli, spingevamo le nostre indagini sulla grande strada militare che collega Capua a Gaeta, accostandoci alla portata delle artiglierie della prima. La sera si piantò il quartier generale intorno a un pagliaio. I nostri cavalli erano spossati e non un bicchier d'acqua per dissetarli.
Surse il generale dicendo:—Andiamo a cercarne.
Egli e ciascuno di noi, tolto il proprio cavallo a mano, si mosse errando e quasi brancolando nell'oscurità e per terreni ondulati e trarotti in traccia della linfa occulta.
Corso e ricorso lungo tratto invano, io dissi a Nullo:—Capisco che senza la bacchetta di Mosè questa sera i cavalli non bevono.
—Mosè l'abbiamo, e la bacchetta la troveremo.
Calatici giù in una profonda fessura rinvenimmo la linfa sospirata: pilacchera che le povere bestie, riarse dalla sete, torcendo il naso, s'ingollarono.
Reduci al nostro pagliaio, io m'acconciai alla meglio un giaciglio e, come mi vi adagiai, sopravvenne la moglie mia, la quale, corsa alla sprovveduta in aiuto del generale Bixio, non esitò d'affrontare sedici miglia a piedi per raggiungermi. Laonde il giaciglio diventò talamo. Garibaldi, corcato poco lungi da me sul suo recado, ragionava vivacemente coll'intendente generale intorno alla distribuzione dei viveri, e non sembrava gran che soddisfatto. Poi dimandò:—Provvedeste la legione inglese di vettovaglie?
E l'intendente:—Mandai presso il colonnello Peard il mio migliore commissario, e quei me lo rimandò dichiarando che voleva essere indipendente.
—Ebbene, riprese Garibaldi, che mangino l'indipendenza.
—I legionarî di Peard vivono di caccia. Uccisero già più di cento maiali.
—Intendete dire cignali!
—Punto: dico maiali rapiti ai contadini che se ne querelarono meco coi soliti ululati, chiedendo il rifacimento immediato dei danni.
—Vi hanno diritto.
A questo paragrafo del dialogo m'addormentai. Ma in guerra non c'è pace. Io dormivo da più d'un'ora come un morto, e la voce del generale, che mi chiamò tre o quattro fiate, non valse a riscotermi; vi sopperì il gomito della moglie. Ricoverando lentamente gli spiriti, sollevai la testa e pronunciai con parola velata:—Pronto, generale.
Ed egli:—Insellate il cavallo e cercate la brigata Milano di cui non si ha notizia. Sviluppatela sulla sinistra.
Invidiando i compagni dormenti e immiserito dal notturno guazzo, che mi raggelò addosso il sudore effuso dal sonno profondo, montai in sella con lo stridore dei denti, e per rincalorirmi spinsi il cavallo a briglia sciolta. Sentendomi rifluire il sangue nelle vene e racquistata la coscienza, rallentai la corsa e principiai a riflettere ove mai pescare la brigata smarrita, e pescatala, ove collocarla.—Quale sarà la sinistra? Un uffiziale di stato maggiore dovrebbe saperlo, ma io non lo so, nè altri certo dei miei compagni lo saprebbe. Con Garibaldi, che non chiede manco per isbaglio il parere altrui e tiene il proprio per sè, gli uffiziali di stato maggiore si riducono a semplici caporali d'ordinanza.
Esaurite codeste preliminari considerazioni, surrogando alla nozione l'ipotesi, e stabilendo nella strada militare fra Capua e Gaeta il punto obbiettivo delle nostre manovre della giornata, mi sembrò ragionevole che noi fossimo distesi parallelamente ad essa colle schiene al monte; e supponendo il quartier generale al centro, ne derivava che la sinistra si trovasse nella direzione del borgo dei Pignattari verso il Volturno.
Costrutto, come potetti, l'ordine di battaglia e fissato il posto per la brigata, rimisi la povera bestia al galoppo ora pei campi ora sulla strada, affidandomi più al suo istinto che al mio discernimento, così inumanamente fitte erano le tenebre. A lungo andare mi convinsi che invece di scoprire la brigata avrei dato del capo in una pattuglia borbonica, e me ne sarei ito sotto scorta agli ozî di Capua. In questi pensieri stimai propizie le tenebre, dapprima imprecate. Nel mio viaggio ad S maiuscola fra la strada e i campi, intesi il rumore a cadenza di soldati in cammino, ed aspettai a piè fermo con pistola montata. Giunta la colonna a tiro di parola, intimai l'alto, chi va là? M'avvicinai. Proprio la brigata Milano! La condussi al luogo designato e volai ad avvertirne Garibaldi. Per buona ventura la sinistra ideata era la sinistra reale, e pago mi ricorcai con un pezzo d'agnello arrosto, mancia del generale, perchè il sonno potè più che il digiuno.
All'alba, dopo ch'ebbi condotti all'avanguardia i carabinieri genovesi sulla via di Teano, in un punto ove la strada piega a manritta, mi soffermai con Nullo, ad una vecchia casa abbandonata, e divisi seco lui fraternamente l'agnello della sera che m'aveva lardellata la saccoccia. Ivi un drappello di lancieri piemontesi, i quali, fiancheggiando la fanteria, perlustravano la campagna, ci annunciò che il re si approssimava. Nullo, fresco del ritorno, l'aveva visitato nella notte, portatore d'un dispaccio di Garibaldi, e la Maestà Sua, scesa di letto, lo ricevette in pianelle, in berretta da notte, e in vesta da camera. Riferendomene alle sensazioni del mio amico, parrebbe che l'insensibile traspirazione della sacra reale persona non fosse precisamente identica all'ambrosia onde Omero involvea a guisa d'odoroso zodiaco i suoi numi guerrieri.
Noi percorrendo, a traverso i campi e sui primi abbozzi d'una ferrovia, l'ipotenusa del gomito descritto dalla strada, ci arrestammo ad un bivio per attendervi Garibaldi. Proveniente da Venafro, sfilava verso Teano l'esercito settentrionale, e la banda di ciascun reggimento, dipartendosi dalla testa di colonna, sostava da lato a rallegrarne il passaggio con musiche marziali; quindi le si ricongiungeva alla coda. Il sito d'intersezione delle due strade era abbastanza capace, e l'adornavano una casa rusticana e una dozzina di pioppi. Terreni arati all'intorno, e radi alberi e viti ingiallite dallo autunno cadente; pianura uniforme e uggiosa. Non tardò guari a giugnere Garibaldi. Sceso di sella, si pose sul davanti a guardare la truppa con lieta pupilla. Della Rocca, generale d'armata, se gli accostò cortesemente. Alcuni uffiziali salutavanlo con visi sfavillanti; la più parte, fatto il saluto prescritto dal regolamento, procedeva oltre, inconsapevole o indifferente che il salutato fosse il liberatore delle Sicilie; sarebbesi detto in quel cambio, se lice una induzione dalla fisonomia, che eglino fossero i liberatori, e Garibaldi il liberto. Quando improvvisamente una botta di tamburi troncò le musiche e s'intese la marcia reale.
—Il re! disse Della Rocca.
—Il re! il re! ripeterono cento bocche. E in vero una frotta di carabinieri reali a cavallo, guardia del corpo, armati di spada, di pollici e di manette, annunziò la presenza del monarca sardo.
Il re, coll'assisa di generale, in berretto, montava un cavallo arabo storno, e lo seguiva un codazzo di generali, di ciambellani, di servitori; Fanti, ministro della guerra, e Farini, vicerè di Napoli in pectore, esso pure insaccato in una capace tunica militare; tutta gente avversa a Garibaldi, a codesto plebeo donatore di regni.
Disotto al cappellino Garibaldi s'era acconciato il fazzoletto di seta, annodandoselo al mento per proteggere le orecchie e le tempia dalla mattutina umidità. All'arrivo del re, cavatosi il cappellino, rimase il fazzoletto. Il re gli stese la mano dicendo:—Oh! vi saluto, mio caro Garibaldi: come state?
E Garibaldi:—Bene, Maestà, e lei?
E il re:—Benone!
Garibaldi, alzando la voce e girando gli occhi come chi parla alle turbe, gridò:—Ecco il re d'Italia!
E i circostanti:—Viva il re!
Vittorio Emanuele, trattosi in disparte pel libero transito delle truppe, s'intrattenne qualche tempo a colloquio col generale. Postomi con istudio vicino ad ambedue, ero vago d'intendere per la prima volta come parlino i re, e di avverare se all'altissimo grado corrisponda l'altezza dell'ingegno e del pensiero. La situazione era epica: suolo campano e Capua a poca ora; grandi ombre di consoli romani e di Annibale; incontro degli eserciti di Castelfidardo e di Maddaloni; vigilia della battaglia; contatto della camicia rossa e della porpora; d'un principe ricevitore e d'un popolano datore di una corona; trasformazione d'un regolo in re d'Italia.
Sua Maestà favellò del buon tempo e delle cattive strade, intercalando le considerazioni con rauchi richiami e con alcune ceffate al nobile corsiero irrequieto. Indi si mosse.
Garibaldi gli cavalcava alla sinistra, e a venti passi di distanza il quartiere generale garibaldino alla rinfusa col sardo. Ma a poco a poco le due parti si separarono, respinta ciascuna al proprio centro di gravità; in una riga le umili camicie rosse, nell'altra a parallela superbe assise lucenti d'oro, d'argento, di croci e di gran cordoni. Se non che, immezzo alla vanità di queste umane grandezze sorgeva in atto benigno e vestita di realtà l'idea d'una buona colazione che i regî cuochi precorsero ad imbandirci presso Teano.
In tanto strepito d'armi e corruscare di spallini e ondeggiare di cimieri, i contadini accorrevano attoniti ad acclamare Garibaldi. Dei due che precedevano, ignorando quale ei fosse, posero con certezza gli occhi sul più bello. Garibaldi procacciava di deviare quegli applausi sul re, e, trattenuto d'un passo il cavallo, inculcava loro con molta intensità d'espressione:—Ecco Vittorio Emanuele, il re, il nostro re, il re d'Italia; viva lui!
I paesani tacevano e ascoltavano, ma non comprendendo sillaba di tutto ciò, ripicchiavano il Viva Calibardo! Il povero generale alla tortura sudava sangue dagli occhi, e conoscendo come il principe tenesse alle ovazioni e quanto la popolarità propria lo irritasse, avrebbe volontieri regalato un secondo regno pur di strappare dal labbro di quegli antipolitici villani un Viva il re d'Italia! anche un semplice Viva il re! Ma la difficoltà si sciolse prontamente, perchè Vittorio Emanuele spinse il cavallo al galoppo.
Tutti noi gli si galoppò dietro, e con noi Farini, il quale, agguantata la testa della sella, curava poco le redini e meno le staffe, e ad ogni movimento della bestia le brache aggroppavansigli alla volta delle ginocchia. Per buona sorte il re, oltrepassati i villani, si rimise al passo, e il suo ministro restò in arcione, calò le brache, rassettò la tunica, raddrizzò il berretto, asciugò il sudore e riatteggiossi decorosamente.
Al ponte d'un torrentello che tocca Teano, Garibaldi fece di cappello al re; questi proseguì sulla strada suburbana, quegli passò il ponte, e separaronsi l'un l'altro ad angolo retto.
Noi seguimmo Garibaldi, i regi il re.
Garibaldi smontò di sella nel propinquo sobborgo, e condusse il cavallo ad uno stallaggio di barocciai a lato della via. Imitato l'esempio, traemmo i nostri ivi dappresso, guatandoci a vicenda trasecolati.
—Dov'è ito il re?
—Costà a colazione.
—E Garibaldi non vi fu invitato?
—Ma?
Entrai nella stalla con Missori, Nullo e Zasio, e vi trovai il dittatore seduto su una pancuccia, a due passi dalla coda del suo cavallo: stavagli davanti un barile in piedi, sul quale gli fu apprestata la colazione. Una bottiglia d'acqua, una fetta di cacio e un pane. L'acqua per giunta infetta. Appena ne bevve egli alcun sorso, la sputò dicendo tranquillamente:—Dev'esservi nel pozzo una bestia morta da un pezzo.
Lentamente e in silenzio ripartimmo sui nostri passi per Calvi. Il sembiante di Garibaldi m'apparve sì dolcemente mesto, che mai mi sentii attirato verso di lui con altrettale tenerezza.
Fatto centro in Calvi, il generale dispiegò i suoi diecimila uomini con perspicua diligenza, da un lato fino a Casciano, dall'altro a Sparanisi, la fronte conversa alla strada che per Sant'Agata mena al ponte del Garigliano. Corse e speculò minutamente l'intero giorno il terreno entro un arco di parecchie miglia, e la sera si ridusse in un tempietto fuori della borgata di Calvi. Mesti della sua mestizia, noi c'eravamo posti a giacere su poca paglia intorno a lui. Una deputazione di Siciliani variò la scena muta, empiendo la cappella di sinedochi, di ipotiposi e di epifonemi. L'onda oratoria di quei diserti isolani mi conciliò meravigliosamente il sonno. Finiti i discorsi, partiti gli oratori, il silenzio mi svegliò, e appunto allora fu recata la novella al generale che una pattuglia di cavalli nemici avanzavasi arditamente verso il tempietto, provenendo da Capua.
Chiamato per nome, saltai in piedi.
—Andate a scacciare la pattuglia, egli mi fece.
Beato dell'onore di rinnovare a un dipresso le gesta di Orazio Coclite, cavalcai frettoloso contro il nemico, lusingandomi di rispondere degnamente alla superlativa fiducia del generale. Però gli amici miei, testimoni del comando ricevuto, probabilmente appartenevano a quella scuola storica che considera il Coclite, lo Scevola, il Curzio ed altri di codesta risma, figure simboliche dell'età poetica di Roma, e deliberarono di non lasciarmi solo fra venti spade. Usciti chetamente dal tempietto, mi tenner dietro ad uno, a due, a tre, e bentosto vidimi in un sodalizio di gagliardi che abbassarono di un tono l'impresa. Sulle nostre pedate s'incamminarono alquanti uffiziali dei corpi ivi attendati, e caporali e soldati, avvegnachè si fosse un pochino diffuso il rumore dell'impresa. Quell'uno adunque, designato da Garibaldi ad una singolare tenzone contro l'avventurosa pattuglia, diventò cinquanta. Oltrepassate le ultime sentinelle degli avamposti, ci profondammo nell'ignoto in cerca della pattuglia. Quand'ecco il suono dell'ugne dei cavalli ce la prenunzia. Gli uffiziali a piedi e i soldati si spiegano in due ali sui campi per colpirla con fuochi obliqui ed accerchiarla, mentre noi cavalieri sulla strada la investiamo di fronte.
Pistole e carabine in punto, e avanti! In un lampo le piombiamo addosso, e gli snelli volteggiatori delle ali l'hanno già circondata:—Ferma, giù le armi, prigionieri!
Il condottiero, sbigottito e obbediente, depone la frusta ed arresta il baroccio carico di mattoni, tirato da quattro cavalli.
L'indomani, sul mezzodì, udivasi il rombo del cannone sul Garigliano.
Venne mia moglie a chiedere provvedimenti per l'ambulanza generale.
Garibaldi le rispose con accento incisivo e con fredda compitezza:—I miei feriti giacciono all'altra riva del Volturno! E tacque.
Noi stemmo sospesi e intenti per indovinare a cui alludesse tale risposta. Vidi sul suo volto un graduale passaggio, quasi per note semitonate, a un più mite e rassegnato senso di tristezza; indi egli ripigliò con voce blanda e con inflessione esclamatoria:—Signora, ci hanno messo alla coda!
Allora compresi la recondita causa del suo turbamento dopo il colloquio col re. Ma conoscendo la nobile natura di lui, avevo la certezza che quella causa non doveva indagarsi nell'inurbanità del principe, preludio d'una ingratitudine favolosa.
In più tarda ora, il re percorse le nostre linee sino al Volturno. Il colonnello Dezza faceva gli onori del campo. Era una ressa affannosa di generali garibaldini e di uffiziali superiori intorno al nuovo astro sorgente; e intanto tramontava malinconicamente dietro le pianure della Campania l'astro di Marsala.
Alle due dopo mezzanotte del 7 novembre tre carrozze da nolo si arrestarono al portone dell'albergo della Bretagna in Napoli. Alle due e un quarto chiudevasi lo sportello della prima, e via con Garibaldi, Menotti e Basso. Missori, Nullo, Canzio, Trecchi, Zasio ed io, dietro nell'altre due.
All'approdo di Santa Lucia entrammo in una lancia che ci aspettava, e in qualche minuto scorgevansi le vaporose forme della Sirena, immemore e assopita nell'amplesso del nuovo amante. Eppure non corsero che due mesi dalla notte del 7 settembre, notte di deliranti affetti pel liberatore. Ora egli, glorioso e sereno s'involava al freddo aere dell'obblìo, col modesto corteo di pochi amici, a lui devoti ancora più nella infedeltà della fortuna.
Dal ponte del Washington egli disse addio a Napoli e a noi, e soggiunse:—A rivederci sulla via di Roma!