NOTE:
[1] Walter Scott, già rinomato per i suoi poemi e principalmente per quello Intitolato: The lady of the Lake, che era noto all'Italia per più di una traduzione, nel 1814 stampò il suo primo romanzo: Waverley; or, it is Sixty Years since; al quale, l'anno dopo, tenne dietro Guy Mannering, or the Astrologer; nel '16 The Antiquary, e Tales of my Landlord, collected and arranged by Jedediah Cleishbotham, first Series: Black, Dwarf and Old Mortality; nel '18 Tales of my Landlord, second Series: Heart of mid Lothian, non che Rob Roy, e Tales of my Landlord, third Series: Bride of Lammermoor and Legend of Montrose; nel '20 Ivanhoe, poi Monastery, poi Abbot; nel '21 Kenilworth; nel '22 The Fortunes of Nigel, e The Pirate; nel '23 Poveril of the Peak, e Quentin Durward; nel '24 Saint Ronan's Well, e Redgauntlet; nel '25 Tales of the Crusaders. The Betrothed and the Talisman; nel '26 Woodstock; or, the Cavalier, a Tale of the Year 1651; nel '27 Chronicles of the Canongate, first Series: the Two Drovers, Highland Widow, and Surgeon's Daughter; nel '28 Chronicles of the Canongate, second Series: St. Valentine's Day, or the Fair Maid of Perth; nel '29 Anne of Geierstein; e nel '31 Tales of my Landlord, fourth Series, containing Count Robert of Paris and Castle Dangerous.
[2] I primi a far tradurre in italiano i romanzi dello Scott, a stamparli e divulgarli, furono Antonio Fortunato Stella e Vincenzo Ferrario di Milano. Oltre un'edizione economica in-16, della quale nel 1828 già erano pubblicati 69 volumetti, il Ferrario ne stampò anche separatamente in-8. L'esempio ebbe imitatori, tanto «il mondo aspettava ansiosamente e divorava avidamente i romanzi di Walter Scott», per dirla col Manzoni. Nella stessa Milano il Truffi ne mise in commercio una raccolta in volumetti in-16, di 250 pagine, a una lira italiana e mezzo l'uno. A Firenze il Coen dette mano egli pure a una collezione in-16, a due paoli e mezzo il tomo; un'altra fu fatta a Napoli dal Borel e compagni, in-8, a quaranta grani ogni volume; un'altra a Parma dalla Tipografia Ducale, che ne stampava un volume ogni due mesi, al prezzo di otto centesimi il foglio. Francesco Pastori, compilatore della Bibliografia italiana, giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, nel darne l'annunzio [I, 192] scriveva: «In mezzo alle versioni e ristampe che de' romanzi di Gualtiero Scott si vanno facendo in Italia, e quasi diremmo in ciascuna provincia di essa, è bello il vedere come ancora tra noi si onori quel vivacissimo ingegno e si satisfaccia alla curiosità pubblica mediante il divolgamento delle sue scritture». Il Nistri, a Pisa, stampò la raccolta completa, in volumetti in-18; un'altra ne fecero a Napoli il Marotta e Vanspandock. Col Woodatock il Camiglio iniziò a Milano, in-24, le Amenità di Walter Scott, o suoi romanzi storici abbreviati nelle parti meno importanti, dati però interi i più perfetti. Giuseppe Cassone a Torino inserì parecchi romanzi dello Scott nella sua Galleria romantica, ossia collezione scelta di romanzi e novelle piacevoli e morali, composta di cento volumi in-32, di 200 pagine, de' quali ne usciva fuori uno la settimana, al prezzo di cinquanta centesimi. Del Peveril Del-Picco fu stampata a Milano, nel 1828, una traduzione di Pietro Costa, in cinque volumi in-12.
[3] Giuseppe Nicolini di Brescia, il 29 novembre del 1825, scriveva a Camillo Ugoni a Parigi: «Qui si son letti e si leggono i suoi romanzi, dai letterati, io penso, fino alle fantesche. Genio tremendo! Io l'ho in tanta ammirazione che sebbene nulla abbia letto di Goethe, che tu hai per suo rivale, io credo appena che altri possa essere così grande». Nel saggio biografico sullo Scott poi confessava: «qualunque esser possa il giudizio de' posteri, certo nell'età nostra, e forse in nessuna delle passate, non furono opere nè più lette, nè più tradotte, nè più imitate delle sue, nè scrittore di lui più celebre e popolare». Cfr. Nicolini G., Prose, Firenze, Le Monnier, 1861, p. 200.
[4] Sansone Uzielli, Del Romanzo storico e di Walter Scott; nell'Antologia, di Firenze, n. 39, marzo 1824, pp. 118-144, e n. 40, aprile 1824, pp. 1-18. Nel n. 36, decembre 1823, pp. 58-100, dello stesso periodico, aveva pubblicata la prima parte di questo scritto, intitolandola: Considerazioni sul romanzo in prosa, desunte dalle diverse vicende della letteratura in Italia e in Francia e dalla condizione sociale delle donne.
[5] Gualtiero Scott ed i principali fra' suoi successori di Francia che precedettero il 1830; nel periodico milanese Glissons, n'appuyons pas, ann. XII, n. 81 e n. 82, 7 e 10 ottobre 1840.
[6] Per darne un esempio, trascrivo dalla Gazzetta di Firenze, n. 57, 12 maggio 1832. il seguente avviso: «La celebrità dei romanzi del sig. Vittorio Ducange ha determinato i tipografi Bertani, Antonelli e comp. di Livorno di pubblicarne la prima traduzione italiana in venticinque volumi in-18º, in bella carta e caratteri, ciascuno ornato di una bella incisione in rame, al prezzo di lire una» toscana, ossia 84 centesimi.
[7] Manzoni A., Del Romanzo storico e, in genere, de' componimenti misti di storia e d'invenzione; in Opere varie, edizione riveduta dall'autore, Milano, Redaelli, 1845; pp. 482 e 490.
[8] Cantù C., Alessandro Manzoni, reminiscenze, Milano, Treves, 1882; I, 150.
[9] S[tampa] S[tefano], Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie, Milano, Hoepli, 1885; p. 58.
[10] L'Ape della letteratura italiana, ann. II, vol. I, pp. 310-311.
[11] Cfr. Le avventure di Nigel, romanzo di Walter Scott, tradotto dall'originale inglese dal prof. Gaetano Barbirri, Milano, Ferrario, 1828; vol. 4 in-8; e La bella fanciulla di Perth, ovvero la festa di San Valentino, romanzo storico di Walter Scott, volgarizzato sul testo inglese da Gaetano Barbieri, Milano, Ferrario, 1829, vol. 4 in-8.
Il Barbieri fu nominato professore di geometria elementare nel Liceo di Mantova il 2 gennaio del 1808 e conservò la cattedra anche sotto la dominazione austriaca, unendo all'insegnamento della geometria quello dell'algebra. Ha alle stampe un'Orazione ad onore dell'augusta imperatrice e regina Maria Teresa, recitata in Mantova nella solenne distribuzione de' premi dell'anno 1814, Milano, Gio. Pirotta, 1814; in-8. Tradusse la tragedia di Shakespeare: Giulietta e Romeo, Milano, Gaspare Truffi, 1831, in-8; i Viaggi nell'America meridionale di Felice Azara; la Storia universale del Müller; la Storia della Rivoluzione francese del Thiers; qualche opera dell'Hugo e di Paolo de Kock. Fu proprietario e direttore del giornale milanese I Teatri; prestò la sua collaborazione al Nuovo Ricoglitore, al Ricoglitore italiano e straniero e alla Rivista europea.
Cfr. Le Cronache del Canongate, novelle di Walter Scott, traduzione di N. Tommaseo, Firenze, tipografia Berinelli all'insegna di S. Giuseppe, 1828; in-8.
[12] Sibilla Odaleta, episodio delle guerre d'Italia alla fine del secolo XV, romanzo istorico di un italiano, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1827; volumi due in-12 di complessive pp. 664. Prezzo lire cinque. Delle «due traduzioni» m'è nota questa soltanto: Sibille Odaleta, épisode des guerres d'Italie à la fin du XV siècle, roman historique par M. Varèse; traduit de l'italien, Paris, impr. de Cosson, 1828; vol. 4 in-12.
Ecco l'elenco degli altri suoi romanzi storici:
La Fidanzata ligure, o sia usi, costumanze e caratteri dei popoli della Riviera ai nostri tempi, opera dell'autore della Sibilla Odaleta, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1828; due vol. in-18. Il Tommaseo, che ne parlò nell'Antologia [tomo XXXI, n. 91, luglio 1828, pp. 115-128], considera «questo nuovo romanzo come un buon passo dall'A. avanzato nel cammino dell'arte»; confessa però che «la bella e bizzarra Fidanzata ligure non ebbe tra noi così lieta accoglienza come la vecchia Sibilla Odaleta». La Biblioteca italiana (tomo 50, aprile 1828, pp, 22-39) così la giudica: «molte doti sono nella Fidanzata che nel primo romanzo non erano, e molte pure erano nel primo romanzo che nella Fidanzata non sono. Quello che ne fa essere assai più severi è lo scorgere che l'imitazione dello Scott s'è fatta ancor più servile e che l'A. entrato in un più bel campo ne uscì senza trarne un miglior profitto». Anche L'Eco, giornale di scienze, lettere, arti, commercio e teatri, di Milano, ne parlò a lungo [n. 66, 2 giugno 1828; n. 71, 13 giugno 1828; e n. 81, 7 luglio 1828], Dice che «non è propriamente un romanzo storico, dacchè istorici non sono i fatti, nè i personaggi dell'azione, che ne forma il soggetto»; per conseguenza ben gli si addirebbe il titolo «di romanzo descrittivo». Conclude: «l'autore si è studiato ad ogni poter suo di camminare sulle orme» dello Scott, e nessuno vorrà riprenderlo di «essersi proposto un così eccellente modello»; ma «chi lodar vorrebbe quella maniera sì stretta e come a dire scolastica da lui tenuta nell'imitarlo?» Cfr. pure: Giudizio pronunciato da alcune signorine intorno alla «Fidanzata ligure»; in La Vespa, di Milano, ann. II, semestre I [1828], pp. 238-243.
I Prigionieri di Pizzighettone, romanzo storico del secolo decimosesto, dell'autore di Sibilla Odaleta e della Fidanzata ligure, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1829; vol. tre in-8 fig. Ne parlò La Minerva Ticinese, di Pavia, ann. I [1829], pp. 775-783. Di questo e del seguente romanzo fece pure una recensione la Biblioteca italiana [tomo LIX, settembre 1830, pp. 312-351]; ritenendo I Prigionieri di una «mediocrità deplorevole»; l'altro: «troppo mediocre e volgare».
Gerolimì, o sia il Nano d'una Principessa, dell'autore di Sibilla Odaleta, Mortara, tip. Capriolo, 1829; in-12 di pp. 352. Cfr. Chiappa G., Sui romanzi in generale e in particolare sul «Gerolimì, ossia Nano di una Principessa, dell'autore della Sibilla Odaleta»; in La Minerva Ticinese; ann. I [1829], pp. 635-640.
La Preziosa di Sanluri, ossia i Montanari sardi, romanzo storico dell'autore di Sibilla Odaleta, preceduto da una dissertazione dello stesso, intitolata: I Romanzi di Walter Scott e le opere di Rossini, Milano, presso A. Fortunato Stella e figli, 1829; due vol. in-12.
Il Proscritto, storia sarda, nuovo romanzo istorico dell'autore di Sibilla Odaleta, Torino, Giuseppe Pomba, 1830; due vol. in-16 grande, con una incisione in rame.
Folchetto Malaspina, romanzo storico del secolo XII, dell'autore di Sibilla Odaleta, Milano, presso A. Fortunato Stella e figli, 1830; tre vol. in-16. Ebbe una ristampa con questo titolo: Folchetto Malaspina, racconto storico del secolo XII, del cav. Carlo Varese, deputato al Parlamento. Vol. unico, Torino, tip. di Francesco Franchini, 1863; in-8, di pp. 356.
I Torriani e i Visconti, o scene casalinghe pubbliche e storiche del secolo XV, dell'autore di Sibilla Odaleta, Milano, 1839; due vol. in-12.
Per consiglio dell'abate Costanzo Gazzera, scrisse la Storia della Repubblica di Genova dalla sua origine sino al 1814, che ebbe due edizioni [Genova, tip. Ynes Gravier, 1835-1838, otto volumi in-8; e Venezia, Fontana, 1840, otto volumi in-16]; compilazione affatto dimenticata, che gli costò quattro anni di ricerche, di studio e fatica, e (a sua stessa confessione) «non fu gradita ai Genovesi, nè dubitarono asserire» ch'egli «l'aveva scritta d'ordine del Governo». Questo lavoro gli aprì le porte della R. Deputazione di storia patria, alla quale fu ascritto come socio corrispondente il 25 febbraio 1837. Tradusse dallo spagnuolo le seguenti commedie:
In bocca di bugiardo la verità è sospetta, commedia di don Giovanni Ruiz, liberamente tradotta dallo spagnuolo, Milano, vedova Stella, 1841; in-18.
Sì col labbro e no col cuore, ossia il consentimento delle ragazze, commedia di L. F. di Moratin, traduzione dallo spagnuolo, Milano, vedova Stella, 1841; in-16.
[13] Brevi notizie sulla vita di Carlo Varese; in Brofferio A., I miei tempi, memorie; XVII, 96-98.
[14] Invece il Tommaseo, la giudica «opera di forte ingegno»; afferma che «dalla storia il ch. A.» ha «saputo trarre partito a rendere animato e vero ed efficace il racconto»; che «non si può non ammirare un talento di descrizione, una fecondità drammatica pressochè originale»; che «la vivezza della pittura ricopre quasi sempre anche i pochi difetti della concezione»; riconosce però che «de' dialoghi altri son distesi con naturalezza e con grazia, altri tengono un po' del pesante e dell'affettato»; conchiude, che «quel che si dice del dialogo, può dirsi de' sali: altri piccanti, naturalissimi, originali, più fini tal volta di Walter Scott, il qual cerca spesso lo spirito nell'amarezza e l'acume nella singolarità; altri languidi, mendicati, comuni». Cfr. Antologia, di Firenze, tom. XXIX, n. 87, marzo 1828, pp. 87-93.
[15] Il Castello di Trezzo, novella storica di G. B. B., Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1827; in-8 di pp. 146, con una incisione rappresentante gli avanzi del castello. Prezzo lire 2.60 ital.
[16] Del Carmagnola la Gazzetta di Genova dette questo giudizio [n. 5, 15 gennaio 1820]: «Una tragedia ove sono apertamente violate le inviolabili leggi della unità di luogo e di tempo; tragedia di cui eroico non è l'argomento, giacchè non v'è in essa di greco altro che un coro, ed è tutta irta di nomi, italiani sì, ma volgari, trattandosi di fatto troppo recente (1426-32); tragedia in cui gli interlocutori si danno del voi, e la verseggiatura, sebbene nulla abbia in sè di vizioso, e sia anzi lavorata con maestria e naturalezza assai, pure osa scostarsi da quella uniforme e stringata rigidezza, che deve esser indispensabile allo stile tragico, dopo l'esempio d'Alfieri; tale tragedia non può, fuor di dubbio, giudicarsi che pessima e perniciosa. Molti sono d'avviso contrario, e ci avvediamo, pur troppo, ch'essa è letta con piacere, e e la si trova ricca di nuove e schiette bellezze. Ma noi devieremmo dal sentiero felicemente battuto da' giornalisti confratelli, a cui, come sa ciascuno, sta di tanto più a cuore l'onor letterario italiano, che non l'utile proprio, se non fulminassimo, e tosto, colle più solenni censure il Conte di Carmagnola, l'autore, i lettori plaudenti e per ultimo il tipografo. Ci vien detto che il sig. Alessandro Manzoni sia noto e caro non meno ai buoni studj che ai veri filantropi. Che monta? egli ha peccato. Vi sono autorità in letteratura a cui è dovere l'ubbidire, sotto pena di essere dichiarato ribelle. E che è poi questo appellarsi alla ragione, e scrivere una prefazione, che porrebbe in imbarazzo chiunque volesse confutarla con lealtà? Per buona sorte, ove trattasi di autorità letteraria, la ragione e la lealtà sono frivolezze». La Gazzetta però nel suo numero del 12 febbraio stampava La battaglia di Maclodio, confessando: «è un magnifico pezzo di poesia lirica, in cui si compiangono i miseri effetti di una battaglia data tra italiani e italiani. Quest'ode, o inno, o coro, come il chiama l'Autore, commove gagliardamente nell'udirlo recitare separato, molto più che leggendolo ove è posto, e viemmeglio se ne assaporano le molte e singolari bellezze».
Il coro di Maclodio, «magnifico pezzo di poesia lirica, «che si può chiamare sublime nel suo genere», fu riprodotto anche dalla Gazzetta Piemontese [n. 19, 12 febbraio 1820]; la quale discorse della tragedia con benevolenza. «Quel giusto desiderio» (così scrive) «da noi più volte in questi fogli manifestato di veder gli ingegni italiani rivolgersi alle nostre antiche istorie, e dai fatti de' nostri maggiori desumere argomenti di tragedie, che, impressionate di pensieri, di passioni e di modi veracemente italiani, divenissero un efficace eccitamento ad irritare le chiare azioni di quegli illustri trapassati, questo desiderio è stato ora, e assai più presto di quello che ci aspettavamo, soddisfatto dalla nobil penna del sig. Alessandro Manzoni». Dà un sunto della tessitura, poi prosegue: «Son questi i fatti sui quali s'aggira; fatti che mi sembra doversi toccare assai più, che non le perpetue cene di Tieste e i delitti dell'infausta razza d'Agamennone. L'autore non ha voluto farsi carico di nessuna regola d'unità di luogo o di tempo; de' principii che lo guidarono in questa bella composizione discorre egli stesso nella prefazione, e l'indole di questo giornale non ci lascia luogo a discuterli ponderatamente. Lasciamo al giudizio e molto più al cuore de' lettori il decidere dello stile e della sceneggiatura di questa tragedia. Queste discipline appartengono al gusto; e se l'A. è riuscito a dilettar grandemente anche con modi non ancor tentati, o non per anco eutenticati, noi loderemo sempre i suoi tentativi. Ma la sentenza finale sopra queste questioni di gusto spetta all'Italia intiera».
[17] Rovani G., Le tre arti considerate in alcuni illustri italiani contemporanei, Milano, Treves, 1874; I, 204-205.
[18] Nel 1827 furono stampati due altri romanzi: Cabrino Fondulo, frammento della storia lombarda sul finire del secolo XIV e il principiare del XV, opera di Vincenzo Lancetti, cremonese, Milano, co' torchi d'Omobono Manini, 1827: due volumi in-24; di pp. 781, e Alessio o gli ultimi giorni di Psara, romanzo storico di Angelica Palli, Italia [Livorno], 1827; in-12. Questi due racconti però non appartengono al genere di Walter Scott. Notava infatti la Biblioteca italiana, fascicolo dell'agosto 1827, pp. 179-180: «Cabrino Fondulo è un personaggio degnissimo veramente di storia e se non erriamo acconcissimo ad un romanzo del genere di Walter Scott.... Se il sig. Lancetti avesse voluto fare del suo Cabrino il protagonista di un romanzo, pensiamo che ne sarebbe riuscito assai facilmente un lavoro perfetto, perchè egli si mostra padronissimo dell'argomento e sicuro conoscitore di tutti i grandi e i piccioli personaggi di quella età, e la storia di Cabrino ha quasi da natura la forma di un compiuto romanzo». Affermava G. Montani che alcuni moderni romanzi storici «potrebbero accettarsi per belle e buone istorie, se a tal uopo bastasse per noi il non trovarvi mescolato al vero nulla o quasi nulla d'inverosimile». E soggiungeva: «Del loro numero è Cabrino Fondulo, non impropriamente intitolato frammento della storia lombarda, poichè fondato, per ciò che contiene di più essenziale, sopra documenti, a cui s'appoggia o potrebbe appoggiarsi quell'istoria, e pel rimanente sopra congetture, giustificate in gran parte o dai documenti o da altri che all'istoria generale d'Italia già sono familiari. In grazia di ciò che avvi in esso di congetturale, e che or serve d'abbellimento, or di legame ai fatti meno dubbi, l'autore non ricusa che si chiami romanzo». Mentre il Lancetti fa servire «l'invenzione alla verità» (è sempre il Montani che scrive), la Palli «fa servire la verità ad una bella invenzione», descrivendo un episodio del risorgimento della Grecia del giugno 1824. Cfr. Antologia, tom. XXVII, n. 80, agosto 1827, pp. 75-94.
[19] Il Nuovo Ricoglitore, di Milano; anno III, parte I, n. 30, giugno 1827, pp. 440-446.
[20] Biblioteca italiana, di Milano, fascicolo del mese di luglio 1827, pp. 128-129.
[21] Non di Novara, ma di Tortona, dove nacque nel 1793. Il 27 gennaio del 1861 fu eletto deputato del collegio di Novi Ligure e lo rappresentò nell'ottava legislatura. Rieletto per la seconda volta, il 29 ottobre 1865, ma dopo essere stato in ballottaggio col marchese Gustavo Reggio, morì a Firenze rappresentante di quel collegio il 15 settembre del 1866. Cfr. Cantù Ignazio, Scrittori contemporanei d'Italia. II. Carlo Varese [I. L'autore—II. Le opere—III. Riassunto], nella Rivista Europea, nuova serie del Ricoglitore italiano e straniero; ann. I, parte II [1838], pp. 375-386, 425-498 e 498-500.
[22] La Vespa, giornale di scienze, lettere ed arti, che succede all'Ape italiana, Milano, per Nicolò Bettoni, 1827; ann. I, pp. 21-26.
[23] Corriere delle Dame, n.º 38, Milano, 22 settembre 1827, pp. 301-302.
[24] Scrive il Rovani: «Dopo il Castello di Trezzo, lusingato da un successo che, avuto riguardo al merito intrinseco del libro, ha davvero del prodigioso, il Bazzoni sentì triplicarsi l'ingegno e il coraggio, e fu sotto questa felice influenza che scrisse il Falco della Rupe; romanzo che ha maggiore estensione, che è scritto con qualche proposito, che occupa molto studio e dove lo stile sembra accarezzato dal suo autore, specialmente nelle descrizioni, le quali per altro in questo libro sono adoperate più a pompa che ad uso. Ma il nuovo romanzo piacque al pubblico assai meno del Castello di Trezzo, il quale aveva lasciato tale impronta nel cuore dei lettori che non seppero trovar posto al Falco, il quale rimase così a mezz'aria, come que' drammi che ottengono abborrito successo di stima. Al Falco tenne dietro dopo qualche anno La bella Celeste degli Spadari, che è un nonnulla senza un pregio al mondo e tanto indegna del talento di Bazzoni da non parere un'opera sua. Ma non cessò per questo il suo nome di restar popolarissimo. Fortuna che il Bazzoni non volle più metterlo in pericolo, onde stette in silenzio per lunghi anni, e non fu che per cedere alla tentazione di sfoggiare un po' di lingua fiorentinesca che scrisse la Zagranella. Ma nè l'età, nè lo studio, nè la necessità di obbedire alle pretese del pubblico, che avendo messo il labbro su cibi squisitissimi più non sapeva star contento a vivande volgari, fecero che il Bazzoni potesse superare l'autore del Castello di Trezzo.... Anche nella Zagranella v'è la solita arte dell'intreccio e il segreto di tener sempre vivo l'interesse ne' lettori. Si può dunque concludere che il Bazzoni nacque colla vocazione del romanziere, ma gli mancarono al tutto le doti indispensabili allo scrittore. Anche se i suoi libri parvero qualche cosa al numeroso popolo dei lettori per disperazione, non furono destinati a far parte del patrimonio della nostra letteratura».
[25] Il Castello di Trezzo, novella storica di G. B. B.; terza edizione, riveduta e corretta dall'autore, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1828; in 18º con una incisione rappresentante gli avanzi del castello. Prezzo lire 2.50.
[26] Il Crepuscolo di Milano dà esso pure la palma al Castello di Trezzo. Ecco quello che scrive: «Walter Scott ebbe genio che precorse i tempi e i lenti progressi delle scienze storiche: egli indovinò la storia per intuizione e la risuscitò ne' suoi quadri. Nondimeno chi negherà che in essi il merito principale, e spesso anche il vizio, è l'abbondanza delle descrizioni, è la fotografica precisione dei dettagli? Chi negherà che gl'imitatori di Walter Scott, privi del suo genio, dovevano riescire, come riescirono, a quel genere di romanzo, che noi, per mancanza di altro nome, chiameremmo volentieri archeologico. E poichè il romanzo storico s'inaugurò da per tutto all'ombra della imitazione di Walter Scott, qual meraviglia se anche in Italia il primo romanzo che si possa chiamare storico appartenne a quel genere? Noi vogliamo parlare del Castello di Trezzo di G. B. Bazzoni. È libro che ai suoi tempi levò un bel rumore, non tanto, crediamo noi, per intrinseco merito, quanto per la sua piena conformità colle nuove esigenze del gusto. Vi era di che allettare le fantasie in quel breve racconto, il quale ci convitava in mezzo alle rovine d'un vecchio castello a narrarci una vecchia storia. Palpitanti ed ansiosi noi seguivamo l'autore per quegli avviluppati sotterranei, nido di malandrini; per quelle sale, ricostruite colà dove ora non crescono che ortiche e gramigne; per quell'antica Milano, colle sue case di mattoni rossi, colle sue finestre a sesto acuto, col suo popolo sì diversamente e sì bizzarramente abbigliato, co' suoi gonfaloni, e co' suoi collegi di magistrati e di artieri. E per tutto questo noi gli perdonavamo di buon grado la povertà dell'azione, dei dialoghi, la sprezzatura dello stile, i non lievi errori di storia e la imperfettissima riproduzione dell'epoca; tanto ci affascinava quel profumo di medio evo, quella viva e brillante esteriorità! E neppure essa era nuova. Già da qualche anno l'Italia possedeva l'Ildegonda del Grossi, la quale, valga il vero, che altro è se non un breve romanzo, consacrato a narrarci la storia d'un affetto e a narrarcela coll'ingenuo abbandono d'una poesia, che spesso non è tale se non per la rima ed il verso? Ivi pure trovavasi la vecchia Milano del primo risorgimento, rissosa, armigera, turbolenta; ivi pure abbondava il color locale. Ma ciò che trovavasi nella novella del Bazzoni, e non in quella del Grossi, era il connubio della invenzione colla storia propriamente detta, era l'amore del finto Palamede che intrecciavasi ai casi del vero e reale Bernabò Visconti, era la fantasia che interveniva a spargere de' suoi vaghi allettamenti la fosca tenebria d'una pagina storica. Diremo noi che il Bazzoni fu veramente il primo a tentare codesta unione del vero e del falso, e che fu la priorità del tentativo quella che specialmente gli valse l'applauso de' contemporanei? Comunque sia, certo è che il tentativo era troppo imperfetto. A compiere il voto dei tempi, a creare il romanzo, che veramente si meritasse il nome di storico, ben più che l'umile studio d'un imitatore, volevasi la potenza divinatrice d'un genio. E il genio non si fece a lungo aspettare».
Come si vede, Il Crepuscolo fa al Bazzoni la parte del leone; del Varese tocca di sfuggita, par che lo conosca di seconda mano, che non abbia letto nessuno de' suoi romanzi, a cominciare dalla Sibilla, la rivale del Castello di Trezzo. Infatti, dopo aver parlato del Manzoni, del Guerrazzi, del Maestrazzi, del Rosini, del Grossi, del Cantù, del Mauri, del D'Azeglio e del Canale, soggiunge: «fra i romanzieri minori uno dei più rimarchevoli è Carlo Varese, autore d'un Folchetto Malaspina, d'una Sibilla Odaleta e d'altri romanzi, che tutti rivelano spontaneità e ricchezza di fantasia». Cfr. Del Romanzo in Italia; nel periodico Il Crepuscolo, anno IV [1853], n. 33, pp. 520-524; n. 34, pp. 535-538; n. 35, pp. 555-559; n. 41, pp. 650-655; e n. 42, pp. 666-670.
[27] Il Castello di Trezzo, novella storica di G. B. Ba.....i; in Il Nuovo Ricoglitore, anno II [1826], parte I, pp. 335-351, 434-447; parte II, pp. 496-514, 566-575, 652-666, 743-755, 825-839 e 883-897; ann. III [1827], parte I, pp. 33-46, 180-193, 267-279 e 351-361.
[28] Sul frontespizio del tomo I della copia per la Censura, che dice: Gli | Sposi Promessi | storia milanese del secolo decimo settimo | scoperta e rifatta | da | Alessandro Manzoni, si legge: Admittitur | Bellisomi, e di fianco: 1511. I. R. Censura | Mil.º li 3 luglio 1824 | Imprimatur Zanatta. Del canonico Ferdinando Bellisomi, che era insieme I. R. Censore e Prefetto del Ginnasio di S. Alessandro, mi scrisse Niccolò Tommaseo che nella sua giovinezza ebbe lui pure a sperimentare di quest'uomo «la dignitosa temperanza esercitata nel difficile uffizio, e la cortesia tinta di gentile mestizia, e la bontà cordiale». Bartolommeo Zanatta era Primo Censore e Direttore dell'I. R. Uffizio centrale di Censura e Revisione dei libri in Milano. Lo stampatore, nel presentarglielo, lo accompagnò con questo biglietto: «R. I. Ufficio di Censura. Rassegno a codesto R. I. Ufficio di Censura il Primo Tomo del Romanzo storico del Sig.ͬ D.ⁿ Alessandro Manzoni, intitolato: Gli Sposi Promessi, dimandando la permissione della stampa. Milano, il 30 Giugno 1824. Vincenzo Ferrario».
[29] Nel settembre del 1826 n'erano già stampati quattordici fogli del terzo e ultimo volume, come si ricava da una lettera del Manzoni del 10 di quel mese. La sua figlia Giulia scriveva al Fauriel l'11 aprile del 1827: «Il babbo vi dice tante cose; egli lavora, e m'incarica di dirvi che crede finalmente d'essere arrivato al fine del suo eterno lavoro. Voi sapete che spesso un capitolo gli piglia delle settimane; la sua salute, sempre cattiva, n'è cagione; così dunque è quasi finito, ma quando sarà finalmente finito?» Otto giorni dopo Ermes Visconti, scrivendo esso pure al Fauriel, gli dava questi ragguagli: «Alessandro è quasi al punto di consegnare allo stampatore gli ultimi capitoli del suo romanzo. Lo avremo, spero, nel mese di maggio». Il 5 di maggio la Giulia tornava a scrivere al Fauriel: «Il babbo vi manda quattro nuovi quaderni pel sig. Trognon» (lo sperato traduttore de' Promessi Sposi), «che gli saranno necessari, s'egli non è già stanco di questa briga... Il terzo volume del romanzo si stampa; si spera che sarà finito pel fine di questo mese, o al più per il principio dell'altro». In una lettera di Tommaso Grossi, del medesimo giorno, si legge: «A giorni uscirà in luce il romanzo del nostro Alessandro, aspettato e sospirato». La Giulia così ne riparla nella sua lettera del 5 giugno al Fauriel: «Eccomi anche questa volta a scrivervi per il babbo... Per la prima occasione che si presenterà vi manderà il resto de' fogli, che saranno, com'egli crede, presso a poco quattro; ve ne manda otto fra tanto, non avendone pronti di più... Voi vedete che noi possiamo finalmente sperare che questo eterno romanzo sarà pubblicato; ed era tempo, di scriverlo e gli altri di attenderlo». L'11 dello stesso mese di giugno il Manzoni stesso gli scrisse: «Respice finem, cher ami; c'est pour moi une véritable consolation de penser que désormais je vous entretiendrai d'autre chose que de cette fastidieuse histoire, dont je suis ennuyé moi-même autant que dix lecteurs: moi, dis-je; pour vous, je vous le laisse penser. Voici donc, pour finir d'en parler, les dernières feuilles du dernier volume; vous aurez la bonté de les transmettre a M.ͬ Trognon, s'il n'a jeté la plume après l'écritoire... Je vous préviens aussi que, aussitôt que le trois volumes seront en état de paraître (ce qui sera dans trois ou quatre jours), je chercherai un libraire qui ait quelque correspondant à Paris pour y envoyer cinq ou six exemplaires. Ils vous seront adressés, cher ami, et vous aurez la bonté et la peine d'en faire la distribution. Mais aussi ce sera la fin de la fin». Col seguente biglietto il Manzoni accompagnava un esemplare de' Promessi Sposi al dott. Giuseppe De Filippi, il 18 di giugno: «Se l'autore di questa filastrocca avesse potuto immaginarsi che il chiarissimo cav. dott. De Filippi, volesse dare alla lettura di essa una parte del suo tempo prezioso, non avrebbe certamente indugiato fin ora a pregarlo di gradirne una copia».
[30] Bosio F., Opere—vita di F. D. Guerrazzi, Milano, tip. editrice lombarda, 1877; p. 39.
[31] Albertazzi A., Il Romanzo, Milano, Vallardi, 1904: p. 227.
[32] Bertacchi A., Storia dell'Accademia Lucchese; in Memorie e documenti per servire alla storia di Lucca, tom. XIII, parte I, pp. 65-67.
[33] Risposta di P. T. al Signor C. pisano intorno l'opera di F. D. Guerrazzi; in-8, di pp. 15. Manca il nome dello stampatore, l'anno e il luogo, ma fu impressa a Livorno, co' tipi de' fratelli Vignozzi, nel 1826.
[34] Guerrazzi F. D., Lettere, per cura di Ferdinando Martini, Torino, Roux, 1891; I, 5-8.
[35] Mangini A., F. D. Guerrazzi, cenni e ricordi ad illustrazione di sei scritti pubblicati in appendice, Livorno, Giusti, 1904; pp. 3-5.
[36] Guastalla R., La vita e le opere di F. D. Guerrazzi, con appendice di documenti inediti, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1903; I, 314.
[37] Detratte le spese, il guadagno ricavato dalla vendita del romanzo doveva spartirsi tra l'autore e gli editori. Le spese ammontarono a lire toscane 2209.10; l'utile netto a lire 78.313.40. Per aver la sua parte, bisognò che il Guerrazzi il 13 maggio del '29 ricorresse a' tribunali. Il 22 agosto del '44, come si rileva da una sua lettera, la Battaglia contava «in Italia e a Parigi» già «dodici edizioni».
[38] La Battaglia di Benevento, storia del secolo XIII, scritta dal dott. F. D. Guerrazzi, Livorno, presso Bertani, Antonelli e comp. all'insegna del Palladio, 1827-1828; volumi quattro in-16. di pp. 239, 263, 143 e 249, con una vignetta nel primo.
Il 1º maggio del '28 il libraio Giuseppe Pomba di Torino così la annunziava nel catalogo delle edizioni «recentemente» entrate nel suo negozio: «Hanno i migliori critici nostri convenuto essere il romanzo storico opera degna degl'Italiani, e, senza parlare della rinomata opera di Manzoni, già da tutti conosciuta, lo hanno già coll'esempio dimostrato altri valenti scrittori. Il romanzo del sig. Guerrazzi tratta il gravissimo fatto della caduta di Manfredi lo Svevo e dello stabilimento di Carlo d'Angiò nel regno di Napoli, avvenuto il 1265. Per l'importanza dell'argomento, non meno che pei pregi dello stile, egli è certo un de' migliori che siano finora usciti in tal genere». Nella Gazzetta di Genova del 4 giugno '28 si legge questo avviso: «Libri nuovi. I tipografi Bertani, Antonelli e C. di Livorno hanno pubblicato il tomo 4º e ultimo del nuovo romanzo storico: La Battaglia di Benevento, storia del secolo XIII. Letterati di gran conto hanno trovato questo lavoro del dott. Guerrazzi degno degl'Italiani e trattato con quella verità di stile e di caratteri, propri de' tempi che abbraccia. Trovasi vendibile in Genova in 4 volumi in-12. al prezzo di lire due dal libraio Ferdinando Ricci». Intorno alle varie edizioni che ne furono fatte cfr. Vismara A., Bibliografia di F. D. Guerrazzi; aggiuntavi una raccolta di scritti e giudizi su di lui, Milano, 1880; in-16.—Graziano G., Bibliografia Guerrazziana; nella Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, ann. XV [1904], vol. XV, n. 11-12, pp. 191-192.
[39] Biblioteca italiana, tom. LXI, gennaio 1831; pagine 47-61.
[40] Antologia, tom. XXXI, n. 92, agosto 1828, pp. 73-100.
[41] Indicatore Genovese, n. 16 e n. 17, agosto 1828. Cfr. Mazzini G., Scritti editi e inediti [quarta edizione], vol. II, Letteratura, vol. I, pp. 61-72.
[42] Il Tommaseo così finiva la giusta rampogna: «Tronchi l'A. dalla sua storia tutte le declamazioni, le troppo smaccate manifestazioni del sentimento suo proprio; e quella storia sarà, non dubito d'affermarlo, una delle più notabili produzioni letterarie del secolo. Ma così, com'ell'è, tutta amareggiata di fatalismo, tutta traboccante di giovenili rancori, malgrado la tanta sua bellezza ed originalità, non può vivere».
[43] Il Bini venne ferito la sera del 2 decembre 1827.
[44] Allude alla famiglia, dove non trovò affetto. Il padre, come nota il Guastalla, era «reso infelice dall'asprezza, dalla malinconia, dalle dure condizioni economiche con cui fu costretto a lottare, e in gran parte dal carattere della moglie». Della madre scrive lo stesso Guerrazzi [Note autobiografiche, Firenze, Successori Le Monnier, 1899; p. 189]: «la mia virtù mi ha impedito di odiarla, di più non ho potuto». Un giorno essa, «tolta fuori di sè da cieca ira», lo ferì, e il figlio, ricordandolo, esclama: «quel sangue scrisse in caratteri che non si cancellano, avermi dato la Natura una madre, avermela negata l'affetto. Scorre pure solitaria la vita quando sull'aurora dei nostri giorni diventa vedova di amore, così necessario e così sacro».
[45] Appunto per questo culto, il suo vecchio maestro Giambattista Spotorno, nel dar ragguaglio della Battaglia di Benevento nel Giornale Ligustico di Genova, da lui diretto [ann. II, fasc. 4. luglio-agosto 1828, pp. 397-399], piangeva «le stravaganze di un giovine che datosi in balìa ad una troppo vivace immaginazione, travolto dalla lettura del Byron, più non ravvisa nell'uomo che la perfidia e la disperazione». Della Battaglia discorse Giuseppe Bianchetti nella Continuazione del Giornale sulle scienze e lettere delle Provincie Venete, n.º 2. pag. 125 e segg. Ne tratta diffusamente Cesare Fenini [F. D. Guerrazzi, studi critici, Milano, Hoepli, 1874; pp. 75-162] e prende anche «a mostrare» [pp. 43-74] «in che e per quali cause il Manzoni sia riescito assai superiore al Guerrazzi». Cfr. pure: Fiorentino L., La giovinezza di F. D. Guerrazzi e la Battaglia di Benevento, Firenze, tip. Baroni e Lastrucci, 1900; in-16.
[46] «Forse il sig. Bertolotti si lasciò indurre a tanto schiccherar di romanzi dall'immenso guadagno di Walter Scott; ma se tale fu lo scopo suo, ci dispiace ch'egli andato sia nelle sue speranze miseramente fallito». Così, e non senza veleno, la Biblioteca italiana; la quale lo chiama con ragione: «sdolcinato nello stile, talvolta imitator servile degli ultramontani, nè mai pittor de' costumi, nel che consistere dovrebbe il pregio di questo genere di componimenti». Cfr. Prospetto delle lettere, arti e scienze nell'Italia; nella Biblioteca italiana, fascicolo di gennaio e febbraio 1826; pp. 56-57.
[47] Bertolotti D., Brevi ricordi della mia vita letteraria; in Brofferio A., I miei tempi; XIII, 233.
[48] La calata degli Ungheri in Italia nel novecento, romanzo storico originale; in Il Ricoglitore, di Milano, vol. XVII [1822], pp. 181-198 e 253-263; vol. XVIII [1822], pp. 43-54, 124-128 e 238-258; vol. XIX [1823], pp. 39-64. Ne venne fatta una tiratura a parte con la data del 1823.
[49] Albertazzi A., Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; pp. 153 e 162.
[50] Infatti è firmata G. Il Manzoni regalò questa copia all'ab. Giuseppe Bottelli di Arona. Venne poi in mano al prof. Alfeo Pozzi, che la donò al conte Ippolito Cibrario di Torino.
[51] Storia di Clarice Visconti, Duchessa di Milano, di Prechac, versione italiana, con note e tavola cronologica, di G. Agrati, Milano, Giusti, 1827; in-12. di pp. 166. Prezzo lire 1.50.
[52] Ne scrisse oltre 400 pagine, che formano le due prime parti. Cfr. Ricotti E., Della vita e delle opere di Cesare Balbo, reminiscenze, Firenze, Le Monnier, 1856; pag. 34.
[53] Assai più tardi Giuseppe Montani di Cremona incominciò anche lui a scrivere un romanzo. Era intitolato: Milano, Beccaria e Verri. Cfr. Vannucci A., Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani, Capolago, tip. Elvetica, 1843; pp.31-32.
[54] Cantù C., Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 153-154.
[55] Ugoni F., Della vita e degli scritti di Camillo Ugoni; in Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII, opera postuma di Camillo Ugoni, Milano, Bernardoni, 1857; vol. IV, pp. 511-512.
[56] Ugoni C., Op. cit.; IV, 335.
[57] Alessandro Pestalozza, che fu amico del Manzoni ed era ritenuto dal Rosmini il più valente degli espositori del suo sistema filosofico, mostrando un giorno l'edizione illustrata de' Promessi Sposi ad Antonio Buccellati, giovinetto allora di quindici anni, gli diceva: «Di questo libro, nella prima età, tu assapori gustosamente il dialogo; durante il corso di rettorica, ti allettano le descrizioni; fatto adulto negli studi, ti si rivela la storia intima del nostro popolo nel secolo XVII; e poi e poi ogni volta che tu lo rilegga, in ogni linea senti e ritrovi la storia dell'uomo; gli è questo il miglior trattato di psicologia e morale che io conosca».
[58] È invece così intitolata: Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto. Opera storico-popolare di Melchiorre Gioia, istoriografo della Repubblica Cisalpina, Milano, 1º Brumale, anno X. Presso Pirotta e Maspero stampatori-librai; due vol. in-16.
Fu poi ristampata tra le Opere minori di Melchiorre Gioia e ne forma il vol. XII, Lugano, presso Giuseppe Ruggia e C., MDCCCXXXV.
[59] Buccellati A., Manzoni ossia del progresso morale, civile e letterario quale si manifesta nelle opere di Alessandro Manzoni, letture fatte avanti il R. Istituto Lombardo di scienze e lettere, Milano, tip. editrice Lombarda, 1873; vol. II, pp. 41-42.
[60] Il Casanova così dava ragguaglio al suo amico Gaetano Bernardi della prima visita che fece al Poeta: «Stamani, mandando dentro la lettera del Bonghi e del Trotti, sono andato avanti ad Alessandro Manzoni. Che bell'uomo, che bell'uomo! Anche questo! Ho rotto facilmente il ghiaccio, assicurandolo che io non ero lì per doverlo lodare, ma perchè gli volevo bene. Dopo pochi momenti eravamo insieme come vecchie conoscenze. Basta dire che, entrato all'una in punto, ne sono uscito alle cinque: quattr'ore con Alessandro Manzoni! S'è parlato di religione, di politica, di poesia, di tutto (e qui è stato un gran merito mio) dei Promessi Sposi e dell'altre sue opere. Ho tenuto più di tre quarti d'ora in mano il libro dove furono abbozzati gli Inni sacri. È un volume prezioso. La Pentecoste bisogna vederlo lì come nacque e come di mano in mano andò, non perfezionandosi, ma ricominciando».
[61] Cfr. La lettera ad Alfonso Della Valle di Casanova sulle correzioni ai Promessi Sposi; in Scritti postumi, I, 251-293.
[62] Morbio C., Alessandro Manzoni ed i suoi autografi, notizie e studi, Firenze, tip. Editrice dell'Associazione, 1874; pp. 30-31.
[63] S[tampa] S[tefano], Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie, Milano, Hoepli, 1885; pp. 60-61.
Nel vol. II [Milano, Cogliati, 1889], a p. 133 torna a scrivere: «Ciò che suggerì l'idea del romanzo al Manzoni fu la grida, di cui ho già parlato. A prima vista par poco, eppure è moltissimo; perchè il Manzoni aggiunse tosto:—Da quella grida e dall'esservi contemplata la proibizione di fare un matrimonio qualunque, venne naturalmente tutto il resto, e la peste poi mi offriva un finale terribile e di molto effetto e che poteva sciogliere tutte le difficoltà del romanzo.—Anche queste sono parole dettemi dal Manzoni».
[64] Carcano G., Vita di Alessandro Manzoni, Milano, Rechiedei, 1873; pp. 22-24.
[65] Dal Manzoni fu poi fatta decorare con alcuni ornati di terra cotta, di gusto Bramantesco, e rimase talmente contento del lavoro, che sotto una fotografia della facciata, che donò all'artista, scrisse di sua mano: Al Sig. Andrea De Boni, a cui è dovuta la felice invenzione di questo ornato, il proprietario Alessandro Manzoni.
[66] De Gubernatis A., Alessandro Manzoni, studio biografico, Firenze, Successori Le Monnier, 1879; pp. 220-222, 225 e 228.
[67] Cestaro F. P., La storia nei «Promessi Sposi»; in Studi storici e letterari, Torino, Roux, 1894; p. 289
[68] Albertazzi A., Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; p. 196.
[69] In uno de' presenti Brani, in quello in cui il Manzoni discute intorno all'amore ne' romanzi con un essere immaginario, pone in bocca a costui: «Questa vostra storia non ricorda nulla di quello che gl'infelici giovani hanno sentito, non descrive i principj, li aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma non li dimostra innamorati». S'affretta però a rispondergli: «ribocca invece di queste cose, e deggio confessare che sono anzi la parte più elaborata dell'opera: ma nel trascrivere, e nel rifare, io salto tutti i passi di questo genere». Osserva il prof. Rodolfo Renier [I Promessi Sposi in formazione; nel Fanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 5, 20 gennaio 1905]: «ciò non risponde al vero, se pure non si tratti di abbozzi parziali, anteriori alla prima minuta, dei quali ignoro l'esistenza». Di questi abbozzi non ce n'è neppur uno tra le sue carte, e certo non ce ne furon mai. È una finzione bella e buona.
[70] Si legge a pag. 27 del vol. I, libro 1º, capo 1º, e forma, in parte, la nota seconda, che finisce a pag. 29.
[71] Cfr. quanto scrivo a pp. 536-543 del presente volume.
[72] Il prof. Raffaello Masi, che conobbe il Manzoni negli ultimi anni, afferma che «cominciò a scrivere i Promessi Sposi in dialetto», ma «il Fauriel ne lo distolse». Cfr. Capitelli G., Excelsior, prose, Lanciano, Carabba, 1893; p. 167. Il Fauriel, come vedremo, venne a trovare il Manzoni quando il lavoro era già innanzi, e nel loro carteggio non se ne ha traccia. Nessuno poi della famiglia e nessuno de' più intimi accennò mai alla cosa.
[73] Per moltissimi anni la casa del Manzoni fu piena de' vecchi frontespizi e delle vecchie copertine, come ebbe a dirmi la mia buona e compianta cugina Vittoria Manzoni ne' Giorgini, figlia del Poeta, che, sebbene bambina, (era nata il 17 settembre del '22), ne ricevette una tale impressione, da non scordarla mai più.
[74] Al Manzoni, mentre stava tratteggiando la figura di don Abbondio, venivano di continuo sulla punta della penna delle trovate piene di umorismo, ma si riteneva dal metterle in carta, pensando che, in fin de' conti, dipingeva un sacerdote, e che per conseguenza ci voleva misura. Lo confidò al suo intimo amico don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, che lo raccontò a me ne' tanti colloqui manzoniani avuti insieme ne' miei soggiorni a Brusuglio. E anzi soggiunse, che una volta al Manzoni, nel tornargliene a parlare, scappò di bocca: «Se nel Seicento fosse usato il matrimonio civile e avessi potuto metter sulla scena un Sindaco, quante gliene avrei fatte fare e quante gliene avrei fatte dire!»
[75] Da una lettera scritta da Ermes Visconti, il 3 aprile del 1822, a Gaetano Cattaneo, che allora, per caso, si trovava a Venezia, si raccolgono alcune notizie intorno a questi lavori. «Manzoni ha già da un pezzo finito l'Adelchi, con due cori: presto il manoscritto sarà presentato alla Censura, ma il copista gli fa perdere di molto tempo. Staremo a sentire il giudizio che ne porterà il gran traduttore» [Goethe]. «Non vi manca altro se non che Walter Scott gli traduca il romanzo di Fermo e Lucia, quando l'avrà fatto. Ci ho proprio gusto che l'onore di una tal traduzione sia toccato al maggiore de' poeti viventi, e non a quello che comunemente è stimato il maggiore. Intanto il Manzoni ha quasi terminato gli studi per la tragedia di Spartaco, anzi ha già abbozzato il disegno degli atti. Ti aspetta con impazienza: il maestro antiquario gli deve anche questa volta servire di Pegaso. Insomma ha bisogno d'informarsi da te su molti dettagli relativi ai Traci, ai gladiatori, ai bastimenti degli antichi, e va pigliala. Proprio vero: la poesia romantica è fatta a posta per dispensare la gente dallo studio».
[76] Il Fauriel arrivò a Milano ai primi di novembre del 1823 e si trattenne col Manzoni tutto l'inverno; nell'aprile del '24 fece una gita a Venezia, nel maggio una corsa a Trieste, nel giugno tornò a convivere col Manzoni, e rimase a Brusuglio fino agli ultimi di novembre. Passato che ebbe a Firenze l'inverno, nell'aprile del '25 eccolo di nuovo ospite dell'amico, che lasciò soltanto al principio d'ottobre, Cfr. D'Ancona A., Spigolature nell'Archivio della Polizia Austriaca di Milano, nella Nuova Antologia, serie IV, vol. LXXIX, fascicolo del 16 gennaio 1899, pp. 194-195.
[77] Lo Spencer Kennard [Romanzi e romanzieri italiani, Firenze, Barbèra, 1904; I, 39] nota che il Manzoni «si serve di questo personaggio come di un istrumento necessario allo svolgimento del romanzo; ma lo abbandona non appena gli ha fatto rappresentare la sua parte, non appena Lucia è uscita dal monastero per andare inconscia verso il tranello che dovrebbe essere la sua rovina. Da quel momento Gertrude sparisce dal romanzo e la sua sorte resta per il lettore oscura e misteriosa come le mura del suo convento». Il critico americano evidentemente ignora che il Manzoni accorciò quell'episodio. Al taglio fatto dall'A. accenna il Tommaseo in una delle sue lettere al Vieusseux, senza data, ma forse del luglio del '26: «Si dice che un bell'episodio di delitto di certa monaca illustre egli l'abbia lasciato, per consiglio d'alcuno tra gli amici suoi». Ne tocca anche nella infelice rassegna che de' Promessi Sposi fece nella vecchia Antologia: «il carattere della Signora sarebbe più individuale e più vivo, se l'A., come la pubblica voce afferma, non avesse per eccesso di delicatezza troncata la parte dei suoi traviamenti». In quello stesso giornale anche Giuseppe Montani ricordò l'episodio della Signora, «troncato chi crede per ragioni d'arte, chi per altre». Scrive il Renier [I Promessi Sposi in formazione. I. La Signora; nel Fanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 3, 15 gennaio 1905]: «L'episodio, di cui il Manzoni s'era invaghito, aveva già troppo il carattere di un romanzo nel romanzo; e perciò l'amico Fauriel consigliava di sopprimerlo. A questo partito radicale l'A. non seppe decidersi; ma ne eliminò una parte, ne eliminò anche troppa parte. Perchè? Possibile che il romanziere non siasi avveduto essere quelle due scene, rappresentate con plasticità geniale, più utili all'azione principale che quella lunga preparazione remota, per cui Gertrude divenne monaca contro voglia e spergiura e complice d'omicidio? Se si doveva adoperare il ferro chirurgico sulla carne viva del magnifico episodio, perchè rispettare tanto ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento ed inevitabile pervertimento, mentre spietatamente si recidevano le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo? Bisogna pur pensare che gli scrupoli religiosi di monsig. Tosi avessero qualche presa sull'animo del Manzoni. È vero che nella prima stesura aveva messo le mani avanti dicendo: Il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti di quelle che sieno nella nostra storia; e noi ci serviamo anzi delle notizie che egli ci ha lasciate, per render più compiuta la storia particolare della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da una tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro racconto, noi le avremmo taciute; avremmo anche soppresso tutto e il racconto, se non avessimo potuto anche raccontare in Progresso un tale mutamento d'animo nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce l'impressione sinistra che deggiono fare i primi fatti della Signora, ma deve creare una impressione d'opposto genere e consolante». Cfr. le pp. 32-34 dei presenti Brani. Il Renier prosegue: «Questa giustificazione etica, ricercata nella esemplarità finale di quell'intermezzo storico, indusse forse la coscienza del Manzoni a non sopprimere di sana pianta quei due capitoli, che tanto gli piacevano; ma rimaneva pur sempre il pericolo di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio dei lettori per scene pur troppo seguite in un luogo sacro, tra quelle che avrebbero dovuto essere le spose del Signore. Chi sappia ciò che il Manzoni pensava a questo proposito, troverà per avventura in questo timore la ragione sufficiente della mutilazione. I successivi portamenti della Signora non avevano relazione diretta con la favola principale del romanzo, e furono eliminati; le due scene, di cui non si poteva far senza, furono ridotte con tanta arte, che la fantasia dei lettori potesse colmare la loro misteriosa indeterminatezza. Così si tacitavano gli scrupoli e si ubbidiva anche un poco alle esigenze dell'economia del libro, alle quali per altro don Alessandro non era disposto a sacrificare troppo le sue personali inclinazioni e i suoi gusti. Si tenga presente che, malgrado tutti i consigli ed i consiglieri, il vero ed assoluto arbitro nell'opera propria rimase pur sempre lui».
Che gli «scrupoli religiosi» del Vescovo di Pavia avessero «qualche presa» sul Manzoni, e che lo trattenesse il timore «di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio de' lettori» per delitti commessi tra le mura d'un monastero e da persone che si erano consacrate a Dio, come inclina a ritenere il Renier, è da escludere allatto. Uno de' più intimi amici del Manzoni, il compianto don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, un giorno interrogato da me sulle ragioni che spinsero il Poeta ad accorciare l'episodio della Signora, sopprimendone l'ultimo capitolo; il Pecchio, che conosceva quel capitolo, avendoglielo dato a leggere lo stesso Manzoni, ebbe a dichiararmi nel modo più reciso, che le ragioni furono unicamente estetiche e per nulla religiose. Anzi mi soggiunse: Questo non è un apprezzamento mio; me lo dichiarò di sua bocca don Alessandro.
Perchè mai il Manzoni nell'adoperare, come dice il Renier, il ferro chirurgico sulla carne viva dell'episodio, rispettò tanto «ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento e inevitabile pervertimento», e invece recise «le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo?» A me la ragione par chiara. Il Manzoni con lo scrivere i Promessi Sposi si è proposto di dipingere con fedeltà storica la Lombardia nel secolo XVII. De' delitti nel romanzo ce n'eran già parecchi, e il racconto d'un omicidio di più niente aggiungeva al quadro. Non poteva togliere neppure una virgola dalle numerose pagine della monacazione, essendo necessario, nel dipingere i costumi d'allora, tener conto delle arti malvagia messe in opera dalle famiglie per seppellire le proprie figliole ne' chiostri. Dato il tradimento che la Signora doveva commettere a danno di Lucia, affidata a lei e sotto la sua protezione, bisognava far conoscere come e perchè si era pervertita. Insomma, di ciò che aveva scritto, tutto era necessario, anzi indispensabile, all'infuori de' delitti. Fu lì che menò le forbici.
[78] Anche dopo pubblicato il romanzo, il Manzoni dette a leggere ad alcuni de' suoi più intimi questo capitolo soppresso; uno anzi di essi, col consenso suo, lo trascrisse. Fu l'ab. Giuseppe Bottelli di Arona, che tradusse in latino con molta eleganza i Sepolcri del Foscolo e le due Epistole del Pindemonte e del Torti. Quando morì il 19 luglio del 1841, il Manzoni, il Grossi e il Torti, tutti e tre insieme, gli composero l'iscrizione, dal dott. Luigi, suo fratello, murata sulla sepoltura. Della cordiale amicizia che ebbe per lui il Foscolo, stanno lì a renderne testimonianze le tre affettuosissime lettere che gli scrisse Ugo e sono a stampa nell'Epistolario [I, 102, 106 e 110]. Il Cantù [Reminiscenze; II, 43] ricorda «un viaggio in Svizzera per monte Cenere», che diede alla luce. Così ne parla lo Stampa [Op. cit.; I, 231]: «Conobbi l'ab. Bottelli, persona molto colta, celebre latinista, simpatica, bella testa, di alta persona, bravissimo giocator di tarocchi, al quale però teneva fronte onorevolmente il Manzoni, che si lamentava solo, (ben inteso, così per ischerzo) che il Bottelli giocasse con troppo sprezzante noncuranza, come se non trovasse avversari degni di tenergli testa». Serbò sempre come un gioiello il capitolo della Signora, e lo mostrava agli amici, rilevandone la singolare bellezza. Dopo la sua morte, passò nelle mani del fratello, insieme con la ricca e scelta libreria, che poi donò, ma solo in parte, al Comune di Arona: il meglio, col carteggio e i manoscritti, l'ebbe don Carlo Trivi; non però il capitolo manzoniano, andato soggetto a curiose vicende. Di bocca in bocca la voce dell'esistenza di questo manoscritto arrivò agli orecchi di monsig. Ferdinando Minucci, arcivescovo di Firenze, e si accese in lui così vivo il desiderio di leggerlo, che lo fece chiedere in prestito al Bottelli, senza, peraltro, poterlo avere. Il rifiuto non lo sgomentò per nulla, e il 21 marzo del '43 scrisse di punto in bianco al Manzoni: «Di soverchia arditezza comparirò a V. S. «Ill.ᵐᵃ reo, osando, siccome sono, affatto a Lei sconosciuto, dirigerle questa mia lettera. Non ho potuto però a meno di rivolgermi a Lei dopo che il sig. Luigi Bottelli di Arona, pregato da un mio rispettabile amico, perchè si compiacesse favorirmi una copia del manoscritto da esso posseduto di alcuni brani che V. S. Ill.ᵐᵃ credè eliminare nella pubblicazione del suo non mai abbastanza lodato romanzo I Promessi Sposi, ha risposto, che abuserebbe della confidenza dell'autore acconsentendo all'inchiesta, da esso avendone positivo divieto. Ecco, rispettabilissimo sig. cavaliere, il motivo dell'incomodo che oso recarle, nella dolce lusinga che a me, non ultimo fra i tanti estimatori delle squisite sue produzioni, si compiacerà consentire acciò dal sig. Bottelli possa io ricevere la dimandata copia, ovvero favorirmela di per sè con un tratto più lusinghiero dell'esimia sua gentilezza, promettendo fin d'ora e strettamente obbligandomi di non comunicarla ad alcuno, se così le piace d'impormi». Il Manzoni ricevette questa lettera del Minucci insieme con una di Paolo Rambaldi, sua vecchia conoscenza, che era allora Rettore del Seminario Fiorentino, con la quale lo scongiurava ad appagare «il desiderio grandissimo» dell'Arcivescovo. Il Manzoni, il 5 d'aprile, pregò il Bottelli «di voler soddisfare il desiderio del buon prelato, il quale, del resto, e come accade spesso, sarà gastigato coll'ottenere il suo intento». Finiva con dirgli: «quando codesta copia, che, come credo e spero, è unica, gli sarà ritornata, io riguarderei come un vero favore, o se volesse mandarla a me, o, che è tutt'uno, farmi sapere d'averla distrutta». Il Bottelli, invece d'inviarla al Minucci, la spedì al Manzoni; e fu lui che la mandò all'Arcivescovo di Firenze, col mezzo del Rambaldi, al quale l'accompagnò con questa lettera, scritta da Milano il 19 d'aprile: «Veneratissimo sig. Rettore. Eccole il manoscritto, che la prego di rimettere a Monsignore, il quale quando gli avrà fatto l'onore non meritato di leggerlo, voglia compiacersi, con tutto il suo comodo, di ritornarlo a me, giacchè chi lo possedeva m'ha fatto il piacere di cedermelo. Non voglio lasciarmi sfuggire questa nuova, e sempre per me fortunata occasione di presentare, per di Lei mezzo, a Monsignore i più umili e devoti ossequi. E Lei abbia la bontà, dal tetto in giù, e la carità, dal tetto in su, di rammentarsi qualche volta di chi, con affettuoso rispetto, ha l'onore di dirsi suo umil.ᵐᵒ aff.ᵐᵒ servitore Alessandro Manzoni».
Il Minucci, letta che l'ebbe, restituì la copia al Manzoni; ma l'impressione di quella lettura fu in lui viva e profonda, nè gli si cancellò mai più dalla mente, tanto rimase colpito dalla bellezza di quelle pagine; come ebbe a confidarmi Cesare Guasti, uno degli intimi suoi. Il Manzoni si lusingava che quella copia fosse «unica» e non lo era. L'ab. Giuseppe Bottelli l'aveva data a leggere e lasciata trascrivere a fr. Giulio Arrigoni di Bergamo, valentissimo predicatore, che il Grossi presentò al Manzoni con un biglietto, dove era scritto: «è uno dei molti che desiderano di conoscerti, ma uno dei pochi che lo meritino». L'Arrigoni, che fu poi professore dell'Università di Pisa e arcivescovo di Lucca, negli ultimi anni della vita, una sera, volle farmi una gradita sorpresa e mi lesse quel capitolo; me lo lesse, come sapeva legger lui, nel porgere e nel modulare la voce, inarrivabile addirittura. Non rifiniva di dirmi: che peccato che il Manzoni l'abbia tolto dal romanzo!
[79] Luigi Zerbi, La Signora di Monza nella storia, notizie e documenti; nell'Archivio storico lombardo, ann. XVII [1890], fasc. III, pp. 675-753.
[80] Ragionamenti sulla storia lombarda del secolo XVII per commento ai Promessi Sposi del Manzoni; nell'Indicatore, di Milano, tom. XI, fasc. 31 [aprile 1832], pp. 63-98; fasc. 33 [giugno 1832], pp. 328-383; tom. XII, fascicolo 34 [luglio 1832], pp. 91-141, e fasc. 36 [settembre 1832], pp. 297-312. Ne venne fatta una tiratura a parte, col titolo: Sulla storia lombarda del secolo XVII, ragionamenti di Cesare Cantù per commento ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, Milano, presso l'editore dell'Indicatore, presso la Ditta Antonio Fortunato Stella e figli, [coi tipi di Luigi Nervetti], M.DCCC.XXXII; in-8. di pp. viii-200.
[81] Iosephi Ripamonti, canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI, Mediolani, ex Regio Palatio apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; pp. 358-377.
[82] I Promessi Sposi, cap. IX.
[83] A[mbrosoli F.], La Signora di Monza; in L'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 5, 12 gennaio 1835.
[84] Custodi P., Nuove illustrazioni sulla Signora di Monza, [lettera] Al Sig. Gioacchino Crivelli archivista dell'Ecc.ᵐᵃ Casa Borromeo Arese; in L'Eco, ann. VIII, n. 115, 19 ottobre 1835
[85] Cantù Cesare, Maria Virginia de Leiva o la Signora di Monza; in Vite e ritratti delle donne celebri d'ogni paese, opera della Duchessa d'Abrantès, continuata per cura di letterati italiani, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1837; vol. III, pp. 9-24, col ritratto della Signora, litografato da P. Bertolotti, su disegno di M. S. V. tolto «dal quadro posseduto dal sig. dott. Angelo Appiani custode dell'I. R. Palazzo di Monza». Intorno a questo preteso ritratto cfr. Mezzotti F., Effigie della Signora di Monza ravveduta, scopertasi presso una ragguardevole famiglia di Monza; in L'Eco, ann. VIII, n. 38, 30 marzo 1835; e anche: Appiani Angelo, Rinvenimento dell'effigie della Signora di Monza, nella Gazzetta privilegiata di Milano, n. 112, 2 aprile 1835.
[86] Cfr. La Signora di Monza; in Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù, Terza edizione, Milano, Gaetano Brigola e comp., senza anno; vol. III, pp. 601-617.
[87] Il Leopardi, il 17 giugno del 1828, scriveva al padre: «Qui si pubblicherà fra non molto una specie di continuazione di quel romanzo» [I Promessi Sposi], «la quale passa tutta per le mie mani. Sarà una cosa che varrà poco; e mi dispiace il dirlo, perchè l'autore è mio amico, e ha voluto confidare a me solo questo secreto, e mi costringe a riveder la sua opera, pagina per pagina, ma io non so che ci fare». Monaldo gli rispondeva: «Perchè mai questo amico vostro s'impegna a continuare il romanzo di Manzoni? Quell'opera deve essere imitata quanto si può, ma nessuno speri di eguagliarla: ed essa resterà sempre somma ed inarrivabile nella sua classe. Il mettersi dunque tanto scopertamente in linea con esso, è voler sentire dichiarata da tutto il mondo la propria inferiorità». Si tratta appunto del prof. Giovanni Rosini e della sua Monaca di Monza. Pure, al primo apparire, verso la fine di marzo del 1829, levò rumore: basti dire che Giuseppe Montani nell'Antologia [tom. XXXIV, n. 100, aprile 1829, pp. 75-113] trovava il carattere della Gertrude del Rosini «migliore di quello dell'episodio manzoniano». Il Rosini, prima che la sua Monaca «uscisse de' chiostri della stamperia, ne mostrava a Giampietro Vieusseux certe bellezze a parte a parte, scoprendo con gusto le cose proibite, mezzo velate»; e incontrato che essa ebbe spaccio e fortuna, tanto se ne inorgoglì, da credere e ripetere: «Il Manzoni non mi sa perdonare che la mia Monaca abbia sotterrati i suoi Sposi». Cfr. Tommaseo N., Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie, Firenze, 1863; p. 119.
[88] Mezzotti dott. F., Il Pozzo della Spagnuola, avventura monzese; in L'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 25, 27 febbraio 1835, n. 26, 2 marzo 1835, e n. 38, 30 marzo 1835.
[89] La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo decimosettimo, per la prima volta cavati dalle filze originali, per cura del C. T. Dandolo, cavaliere dell'Ordine pontificio di S. Gregario Magno, dell'Ordine sardo de' Santi Maurizio e Lazzaro, dottore in Legge e socio di molte Accademie, Milano, Tipografia e Libreria Arcivescovile Ditta Boniardi-Pogliani di Ermenegildo Besozzi, 1855; in-8. La parte riguardante la Signora di Monza occupa le pp. 9-179. È adorna del fac-simile della scrittura di lei e del suo preteso ritratto. Ne fu fatta una «seconda edizione» economica a Milano, per Gaetano Schiepatti [tip. Fratelli Borroni, 1864; in-16]. Vi mancano però le «sentenze ed allegati;» in tutto venti documenti.
[90] Questa pubblicazione tornò sgradita anche al canonico Aristide Sala, archivista arcivescovile, che il 23 luglio del 1855 così ne scriveva al conte Tullio Dandolo: «Ho veduto per pochi istanti la sua pubblicazione del Processo della Signora di Monza sul tavolo di un amico. Il primo periodo della prefazione mi ha vivamente ferito. Come può Ella buttarmi in faccia che questi importanti fascicoli si lasciavano dimenticati polverosi in tarlato scaffale, ove è da credere continuerebbero a dormirvi sonni indisturbati, se una volontà generosa e fidente, ecc. mentre Ella li ha veduti portar le traccie d'essere stati più volte accuratamente rappezzati, ricuciti, ordinati, numerizzati, rubricati e quindi anche letti e studiati; e sa benissimo come per consegnarli a Lei furono levati da una secreta custodia, munita di apposita chiave, praticata in uno scaffale di recente costruzione? E là senza dubbio avrebbero quei fascicoli continuato a rimanere in geloso riserbo; ma non già perchè gli impiegati di questa Curia Arcivescovile sieno tali, quali Ella sembra voglia far credere, da non conoscere la preziosità degli oggetti che posseggono, nè di saper usare dei farmachi eroici, di cui tengono sepolto il tesoro, sibbene perchè nessuno era, nessuno è, nella persuasione che si potesse o convenisse pubblicare quel processo; e per soprappiù quella stessa volontà generosa e fidente, di cui la S. V. fa menzione, aveva dato al sottoscritto fin da quando fu nominato Archivista le più precise e severe prescrizioni allo scopo che nessuno il leggesse od il vedesse, non solo, ma nè tampoco trapelasse il posto ov'era conservato. Come poi questa volontà generosa e fidente, sì severa su di un tal punto con tutti gli altri, per Lei sia stata all'opposto facile tanto e indulgente da comandare che le fosse consegnato per dieci giorni, anzi da permettergliene perfino la pubblicazione, io non debbo investigarlo, ma, comunque sia, ciò non vale a distruggere la realtà delle cose suesposte. Qual sorta poi d'importanza, qual senso Ella pretenda attribuire all'aver io fatto legare in un volume il processo in discorso innanzi di eseguire l'ordine che m'imponeva di consegnarglielo, confesso di non saperlo capire; poichè però vedo che Ella ha voluto nella sua Prefazione accennare anche a questa inezia, io debbo ritenere che la V. S. non l'abbia fatto oziosamente. Giovami quindi di richiamare la cosa alla perfetta sua semplicità. Finchè il processo della Signora di Monza doveva restare nascosto a tutti, si poteva aspettare il compimento dell'intrapreso generale riordinamento e classificazione degli atti d'Archivio, per farlo poi mettere in assetto col rimanente; venuta invece l'occasione di doverlo affidare ad una terza persona e lasciarlo sortire dall'Archivio, diventava indispensabile farlo legare in volume ad ovviare la troppo facile lacerazione di quei logori fogli e la dispersione degli autografi e pezze volanti che vi erano incluse. Del resto, appunto perchè Ella aveva dovuto accorgersi che insistendo per avere il processo e per essere abilitato a stamparlo aveva fatto cosa spiacevole a molti, di ben diverso parere del suo, si sarebbe sperato ch'Ella, riuscito essendo nell'intento, avesse almeno la delicatezza di schivare tutte quelle espressioni che potevano offendere coloro che lo vedevano a proprio malcosto venuto in luce».
Ebbe questa risposta dal Dandolo: «Pregiato mio Signore, Veramente la sua lettera d'oggi stesso (della quale Le piacque farmi firmare dall'usciere latore la ricevuta, quasichè non avesse a parermi soverchio d'averla ricevuta senza l'aggiunta della controsegnata dichiarazione) si assume darmi più di una lezione di delicatezza: dubito forte s'Ella avesse titolo di infliggermele; certo io l'ho di risponderle e di ricambiargliele. Ella mi riprende d'aver parlato di tarlato scaffale e di fascicoli polverosi, mentre, valga il vero, lo scaffale era nuovo e i fascicoli vestivano camicia recente: quando io scrissi così, mi fu sventura porre la mente piuttosto al passato di quell'Archivio che al presente; nè mi diedi cura in affare sì da poco di attenermi scrupolosamente alla verità, dal momento che l'Archivio non doveva essere nominato e il pubblico era destinato a rimanersi all'oscuro dell'archivista a cui quelle malaugurate parole sarebbon parute riferirsi: è da credere che mi seducesse l'effetto pittorico della frase; ed Ella deve abituarsi così ad essere indulgente in fatto di frasi ai letterati, ove si tratti d'inezie, come a ricordarsi manco di sè quando altri per una perdonabile sbadataggine mostrò di non ricordarsene. Ella, che ad ogni mia parola attribuisce una gravità, a cui son ben lontano dall'aspirare, non sa bene a qual fine io accennassi l'avvenuta compenetrazione de' fascicoli in volume, e s'inquieta a investigarlo, quasi anche in ciò si celi insidia ed offesa; mi è caro tranquillarla su questo particolare: accennai del volume per poter dire delle pagine e citarle numerizzate. Se una volontà, ripeterò, generosa e fidente posemi in grado di leggere, studiare, trasuntare e pubblicare il processo della Signora di Monza, tal volontà giace troppo al di sopra della di Lei disapprovazione, perchè io non abbia a starmene contento della fiducia dimostratami e tranquillo dell'uso che ne feci, nonostante le riprensioni di cui Ella mi fa segno; mostrando con questo di non essersi formati retti giudizj di ciò che siamo ambidue. Ella è per certo uno zelante archivista; ma spingere lo zelo, o dirò meglio l'amore dei proprj modi di giudicare, sino alla incriminazione sottintesa del suo Superiore, che mi diè quelle carte, ed esplicita di me, che ne usai, questo, con sua buona pace, è togliersi troppo alla modestia delle attribuzioni che le competono. Quanto a me, sono scrittore abbastanza noto e da molto tempo per la sua devozione alle idee cattoliche, alla cui difesa elettivamente e coraggiosamente mi consacrai; reputai opportuno circoscrivere, precisare un fatto famoso, cui l'indefinito aveva fin qui indefinitamente ampliato; e lo corredai di commenti che ne avessero a mitigare e, se mi riusciva, a distruggere i mal influssi che già esercitò a notizia di tutti. Quest'aperta e non impugnabile intenzione mia avrebbe dovuto procacciarmi da un degno ecclesiastico, qual Ella è, benevolenza e non antipatia. Le lezioni, in generale, son buone a riceversi dagli anziani, dagli autorizzati a darle. Assai più giovane di me e senza titolo a costituirmisi ammonitore e riprensore, la prego di credere che non mi tengo così basso nella mia propria opinione e nella altrui da far buon viso ad un foglio del tenore del suo».
Una petulanza così sguaiata mosse a sdegno quella stessa volontà generosa e fidente che aveva, contro il parere del Sala, accordato al Dandolo il permesso di pubblicare il processo, vale a dire il Provicario Caccia, che, presa la penna, scrisse a difesa del malmenato archivista: «Il Dandolo alla lettera del sig. Sala ha dato un senso che non è il suo ed ha trasportato la questione in un campo ben diverso da quello in cui doveva di propria natura restringersi. La lettera del Sala aveva tutte le formalità d'una lettera d'ufficio e quindi anche quella della ricevuta sul libro di consegna. Il Sala non aveva scritto quella lettera senza aver prima consultato il Provicario, non l'aveva spedita senza prima avergliela letta; tolta quindi ogni intenzione di incriminare il Superiore. Il Sala non parla nemmeno del libro del Dandolo, parla solo della prefazione; tolta quindi anche l'intenzione di riprendere l'autore dell'uso che gli era stato concesso di fare del manoscritto in discorso. Se il Sala accenna che nessuno è nella Curia persuaso che quel libro si potesse o convenisse pubblicarlo, lo fa solo per dare il motivo della dimenticanza in cui parve al Dandolo che fosse tenuto quel processo. Se confessa d'essere stato di diverso parere del Dandolo e del Superiore, lo fa perchè avendo d'altronde piegato alla espressa volontà del Superiore medesimo, trovava in ciò di avere un titolo di più ai riguardi del Dandolo. Del resto, della concessione Superiore il Sala protesta nella di lui lettera che non deve investigarne le ragioni. Il Sala si era prefisso unicamente di far capire al sig. Dandolo che la superiore concessione gli dava bensì il diritto di usare del manoscritto per il bene, non quello di intaccare l'onore dell'Ufficio dal quale fu per lui levato. Il Dandolo più che all'infelice passata condizione dell'Archivio Arcivescovile poteva più facilmente e poteva più volentieri por mente al bell'ordine che di presente vi s'introduce. Appunto perchè agli occhi del Dandolo il Sala non ha altro merito in fuori di quello di essere uno zelante archivista, perchè togliergli anche questo poco merito con una men vera allusione? Quando si han da dire parole che ponno dispiacere, non è buona scusa la bellezza della frase o la poca riflessione. Un buon cattolico non scrive lettere così umilianti ad un sacerdote, come il Dandolo ha fatto. Il Sala ha usato del proprio diritto; assalito, si è difeso; e chi scrive parole che toccano una terza persona si mette nella posizione di dover permettere che vi si risponda. Il Dandolo è tanto più ingiusto col Sala, in quanto il Sala quando, pregato dal Dandolo stesso, espose al Superiore il proprio sentimento circa la chiesta pubblicazione del Processo, parlò del Dandolo con profusione di stima per le sue buone intenzioni e per le sue cattoliche idee».
Di tutte queste lettere, che sono inedite, se ne trovano le copie tra le carte del Manzoni, il quale tenne dietro alla controversia con vivo interesse.
[91] Virginie de Leyva ou intérieur d'un convent de femmes en Italie au commencement du dix-septième siècle d'après les documents originaux, par Philarète Chasles, professeur au Collége de France, Conservateur à la Bibliothèque Mazarine. Seconde édition, ornée du portrait authentique de Virginie de Leyva, d'après Daniel Crespi, Paris, Poulet-Malassis, libraire-éditeur; 1862; in-12. di pp. xii-204.
[92] La Signora di Monza (Sœur Virginie-Marie de Leyva) et son procès, 1595-1609, par A. Renzi, membre et administrateur de l'Institut historique de France, etc. Paris, E. Dentu, éditeur-libraire de la Societé des gens de lettres, 1862; in-8. di pp. viii-192, colla «Effig. della Penit. Ravved. Suor Virginia Maria Leyva» dipinta da Daniele Crespi.
[93] A. Verona, Virginia de Leyva (la Monaca di Monza) e i conventi in Italia nel secolo XVII, annotazioni storico-critiche, a proposito dell'opera: «Virginia de Leyva ossia l'interno di un monastero in Italia sul principio del secolo XVII, dai documenti originali, per Filarete Chasles»; nella Rivista contemporanea, di Torino, ann. IX, vol. XXVI, fasc. 95, ottobre 1861; pp. 124-129.
[94] La Perseveranza, di Milano, n.º 28, 8 aprile 1875.
[95] Quando il Cantù scrisse il commento al Romanzo frequentava la casa del Manzoni; e che egli, come afferma lo Stampa [I, 65], «abbia tolto dalle confidenziali conversazioni tenute col Manzoni la sostanza del commento non solo, ma le indicazioni per le necessarie ricerche onde compirlo, è una verità». Nella prima edizione, riguardo alla Signora, altro non fece che tradurre il passo del Ripamonti in cui si raccontano i casi di lei; riprodusse il passo anche nelle successive edizioni, ma notando: «tanto e nulla più sapeva di quella infelice Alessandro Manzoni allorquando la scelse per uno de' suoi personaggi... Il suo seduttore Manzoni lo chiamò Egidio, e non seppe di che famiglia, come non entrò nel suo disegno di mostrarne la fine. Però nel Frisi.... leggevasi abbastanza per poter discoprire il vero essere di quel tristo». L'opera del Frisi, del resto, era ignota anche allo stesso Cantù quando scrisse e stampò per la prima volta il commento, nel quale nulla sa dire di Egidio e della sua famiglia.
[96] Ecco quanto scrive: «Terminò il ramo Osio monzese in Gio. Paolo e Teodoro, fratelli, il primo de' quali avendo commesso un delitto con suor Virginia Leva, monaca del monastero di S. Margherita in Monza, circa il 1600, soggiacque alla confisca de' suoi beni, e per ordine del Senato di Milano venne demolita nel 1608 la di lui casa, situata sulla piazza del detto monastero, coll'essersi eretta nell'arca di detta casa una colonna colla statua della Giustizia in memoria del fatto». Cfr. Frisi Anton-Francesco, Memorie storiche di Monza e sua corte raccolte ed esaminate, Milano, nella Stamperia di Gaetano Motta, 1794; vol. II, p. 224.
[97] Camerini E., Prefazione alla prima edizione postuma de' Promessi Sposi fatta a Milano da Edoardo Sonzogno nel 1873.
[98] Cantù C., Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 160.
[99] Luzio A., Manzoni e Diderot. La Monaca di Monza e la Religieuse, saggio critico, Milano, fratelli Dumolard editori, 1884; in-16. di pp. 96. Ne dette un saggio in La Domenica letteraria, ann. I, n. 45, 10 decembre 1882, col titolo: La Monaca di Monza.
[100] Cfr. Bertana E., Postilla manzoniana: La Monaca di Monza; nel Giornale storico della letteratura italiana; XXXV, 172-175.
[101] Casati Carlo, Nuove notizie intorno a Tommaso De-Marini, tratte da documenti inediti; nell'Archivio storico lombardo, serie II, ann. XIII [1886], pp. 584-640.
[102] Cfr. La Perseveranza del 22 gennaio 1898.
[103] Vidari G., La Gertrude, l'Innominato e fra Cristoforo; in La Rassegna nazionale, di Firenze, ann. XVII, vol. 86, 1 e 16 decembre 1895, pp. 528-571 e 672-693.
[104] Zerbi L., L'Egidio dei «Promessi Sposi» nella famiglia e nella storia, notizie e documenti, Como, tip. editrice Luzzani Angelo, 1895; in-8. di pp. 86, con l'albero del ramo di Monza della famiglia Osio e la topografia del monastero di S. Margherita di Monza e sue adiacenze, con le case degli Osii, desunta da uno schema tracciato nell'anno 1623 dall'ing. camerale Ettore Barca.
[105] Avancini D., L'amore nei «Promessi Sposi»—La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori [tipografia Umberto Allegretti], 1898; in-12, di pp. 72, oltre il frontespizio.
[106] Nel 1898 Gentile Pagani incominciò a stampare nella Terza raccolta milanese illustrata di notizie storiche, topografiche ed altre di Milano e suo territorio la sua Storia rinnovata della Signora di Monza (1575-1650) secondo documenti autentici, ma dopo la 3ᵃ dispensa, ossia alla pag. 32, ne smise la pubblicazione.
[107] Litta P., Famiglia Pio di Carpi; tav. IV.
[108] Il Dandolo, benchè si sbracci a dire che le istituzioni monastiche «non corrono pericolo di subire intacco o crollo in conseguenza d'un fatto isolato», nello stampare il processo tagliò e omise tutto quello che non gli andava a genio, mostrando, alla stregua de' fatti, che la verità gli faceva paura. Il processo o non andava stampato, o bisognava stamparlo nella sua integrità. Si credeva e si lamentava perduto; invece, per buona fortuna, è stato rinvenuto fin dal 1899, quando l'Archivio della Curia arcivescovile venne trasportato in un altro locale.
[109] La sentenza lo dichiara «valde gravatum, ac vehementer indiciatum, et respective confessum ac convinctum de enormibus ac atrocibus delictis, criminibus, excessibus et peccatis, videlicet: 1.º quod nonnullis annis elapsis, cum Jo. Paulus Osius (suam tunc domum habitationis habentem Modoetiae prope monasterium monialium sanctae Margaritae dicti oppidi, ac ipsi monasterio coherente), amorem duceret cum sorore Virginia Maria Leva, moniali professa in dicto monasterio, et hunc amorem partecipasset praefato presbitero Paulo secum deambulando in viridario dicti Osii, contiguo praefato monasterio, ex quo dictus Osius videbat praefatam monialem Leva, ac amorem fruebat, et peteret ab eo auxilium pro obtinenda gratia praedictae monialis; idem presbiter Paulus, ad effectum praefatum, quamplures litteras amatorias scripserit propria manu antedictae moniali Virginiae Mariae pro praefato Osio, asserendo precipue in illis respective licere se invicem deosculari absque peccato, adducendo falso auctoritatem divi Augustini, ac minime incurri in excomunicationem ingrediendo septa monasterii monialium; et ad id ei persuadendum, ac eandem monialem decipiendam, trasmissus fuerit ad ipsam liber casuum conscientiae legendus, (ipso presbitero Paulo consultore); 2.º quod, ad effectum de quo supra, dictus presbiter Paulus baptizaverit calamitas, easque tradiderit praefato Jo. Paulo Osio, qui accedendo ad parlatorium dicti monasterii noctu (eodem presbitero Paulo conscio et concomitante, sed remanente extra parlatorium pro custodia) eamdem calamitam, prius ab ipsomet Osio deosculata ac linita, tradidit praefatae sorori Virginiae similiter deosculandam ac lambendam.... 4.º principaliter, quod dictus presbiter Paulus eamdem sororem Virginiam Mariam Leva tum litteris et carminibus ad eam datis, cum et sermonibus viva voce cum ea factis accedendo ad parlatorium, tentaverit habere amasia ac sibi eius amorem conciliare procuraverit». Nè qui si arrestano le scelleraggini di questo perverso; ma fortunatamente non è involta in esse la disgraziata Signora, che pur troppo ebbe la sventura di trovarselo al fianco, consigliere e istigatore alla colpa. È la più losca figura del processo; più losca dello stesso Osio. E pure, di tutti i colpevoli, fu quello che ebbe minore il castigo! Venne condannato a remare per due anni sulle galere e, scontata la pena, al bando perpetuo da Monza e quindici miglia in giro, con minaccia della degradazione dagli ordini sacri, della perdita de' benefizi di curato e d'altri tre anni di galera se ardisse trasgredire questo bando. La sentenza è del 24 gennaio 1609. Gli fu letta il giorno 27, e prese a gridare: «io non accetto niente di questa sentenza, come ingiusta ed iniqua; anzi me ne appello al Papa, perchè mi trovo aggravatissimo, essendo io inconscio di aver commesso tali delitti, che son tutte imposture fabbricatemi da nemici». Cfr. Dandolo T., La Signora di Manza e le Streghe del Tirolo, processi famosi, Milano, 1855; pp. 110-116.
[110] Prima scrisse: occuperà tutto il resto del capitolo. Da principio infatti questa discussione formò il capitolo IX, che era intitolato: Digressione; avendo poi il Manzoni stabilito di rinnovare la numerazione de' capitoli in ogni tomo, divenne il capitolo I del tomo II, con l'intestatura: Digressione—La Signora. (Ed.)
[111] L'addio de' due promessi sposi, nella prima minuta, era questo: «Qui Fermo avrebbe dovuto sostare almeno tutta la giornata, ma Agnese e Lucia lo persuasero a partire, ed egli parti, tristo, incerto dell'avvenire, ma certo almeno che un cuore rispondeva al suo e viveva delle sue stesse speranze». Ecco il racconto di questo addio nella seconda minuta: «Renzo avrebbe voluto fermarsi quivi almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servigi; ma il Padre aveva raccomandato a queste di farlo continuar tosto il viaggio. Allegarono quindi esse e quegli ordini e cento altre ragioni: che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, che egli potrebbe venir presto a dare e ad intendere novelle; tanto che il giovane si risolvè di partire. Furono presi più partitamente i concerti; Lucia non nascose le lagrime, Renzo rattenne a stento le sue, e stringendo fortissimamente la mano ad Agnese, disse con voce soffocata: A rivederci, e partì».
La copia per la censura ha una sola variante: invece di farlo continuar tosto il viaggio, legge: di mandarlo tosto per la sua strada. (Ed.)
[112] Prima scrisse: freddi. (Ed.)
[113] Un giovane Gesuita prese a dimostrare in un discorso, detto pubblicamente, che Racine non era nè cristiano, nè poeta. I Gesuiti biasimarono quella insolenza e per mezzo di Boileau fecero sapere a Racine che avrebbe soddisfazione. Ecco un passo della risposta di Racine: «Vous pouvez assurer le Père Bonhours, que, bien loin d'être fâché contre le régent qui a tant déclamé contro mes pièces de théâtre, peu sen faut que je ne le remercie d'avoir prêché une si bonne morale dans leur collège». [Nota del Manzoni].
[114] Prima questo periodo finiva così: non ne uscirebbe un costrutto più strano.... (Ed.)
[115] Il Bonghi dette un cenno di questa discussione, fatta dal Manzoni tra sè stesso e un personaggio immaginario, e ne riportò alcuni de' tratti più caratteristici; e quell'accenno e que' tratti dettero origine e formarono il soggetto di due scritti notevoli del senatore Antonio Fogazzaro e del prof. Damiano Avancini. Cfr. Bonghi R. Alessandro Manzoni, discorso; in Inaugurazione della Sala Manzoniana nella Biblioteca Nazionale Braidense alla presenta delle LL. MM. il Re e la Regina e di S. A. R. il Principe di Napoli—5 novembre MDCCCLXXXVI, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1886; pp. 19-21.—Fogazzaro A. Un'opinione di Alessandro Manzoni [discorso letto al Circolo filologico di Firenze il 28 marzo 1887]; in Discorsi, Milano, tip. editrice di L. F. Cogliati, 1898; pp. 3-29. Avancini D. L'amore nei «Promessi Sposi—La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori, 1898; in-16º di pp. 72.
[116] Prima aveva scritto: una barba. (Ed.)
[117] Prima: ha trovato non tutto quello che cercava, ma qualche; poi: come chi crede. (Ed.)
[118] Sopra singolare è scritto egregia. (Ed.)
[119] Il periodo che segue lo rifece più volte. Da principio scrisse: «La fronte, stretta in un velo di lino, non si distingueva da esso che come un bianco avorio da un bianco foglio di carta»; poi tornò a scrivere: «La parte della fronte che usciva dal velo di lino era di diversa, ma non disuguale bianchezza, e si distingueva da esso come un candido avorio si distingue da un bianco foglio di carta». E di nuovo: «Sotto ad una stretta benda di lino si vedeva una parte della fronte, di diversa, ma di non diseguale bianchezza, e si distingueva da quella come un candido avorio risalta su un bianco foglio di carta». Questo ultimo periodo lo mutò così: «e si distingueva dalla benda come un candido avorio.... un bianco foglio di carta». (Ed.)
[120] Senza dar di frego a erratico, il Manzoni vi scrisse sopra: vagabondo. (Ed.)
[121] Segue, cancellato: alquanto scarne. (Ed.)
[122] Prima scrisse: colorate d'un roseo vivace spiccavano in quella bianchezza; poi: dolcemente prominenti. (Ed.)
[123] Segue, cancellato: che scendeva sul seno. (Ed.)
[124] Prima: le forme più regolari; poi: una proporzione di forme regolare e maestosa. (Ed.)
[125] Prima scrisse: guadagno; parola che, per altro, non cancellò. (Ed.)
[126] Prima: pericoli, che il suo onore poteva correre. (Ed.)
[127] Prima scrisse: contristare, nè gli dette di frego. (Ed.)
[128] Prima: della vostra mente. (Ed.)
[129] Segue cancellato: e un nostro buon religioso l'hanno tolta dalle sue; poi: tolta intatta da. (Ed.)
[130] Proseguiva così: «Io so che il terrore può far parlare una povera figlia contra il suo cuore, con tanta sicurezza, con tante proteste, con tanti giuramenti, come più che se parlasse dal fondo del cuore». (Ed.)
[131] Qui termina il capitolo primo del tomo secondo e segue il capitolo secondo intitolato: La Signora, tuttavia. (Ed.)
[132] Gli alti spiriti, e basta mi pare indicare che la fanciullina, quando le donzelle le insegnavano ch'era bella, aveva appena sei anni, altrimenti non v'era bisogno di avvisatori. [Postilla di Ermes Visconti].
[133] Bada che quest'idea confusa non sia troppo per una fanciullina di sei anni. Kant diceva: è difficile mettersi ne' panni delle idee de' fanciulli, de' selvaggi e de' gonzi. [Postilla del Visconti].
[134] Prima scrisse: non uscì in Lombardia. (Ed.)
[135] Prima: mediocremente pensato. (Ed.)
[136] Così rifece, ma poi cancellò, questo periodo: «Se alcuno conosce qualche libro composto e stampato in Milano dalla invenzione della stampa fino alla metà del secolo decimosettimo, il qual libro sia scritto grammaticalmente e contenga idee, non dico splendide, ma connesse con senso comune». (Ed.)
[137] Sopra: cosa di più, scrisse poi: indeterminata. (Ed.)
[138] Bravo! Sarà come la zoppa madre Perpetua; come la madre Reparata, che tossisce sempre ed ha un gozzo come un popone, ecc. ecc. [Postilla del Visconti].
[139] Qui mi pare il luogo di porre l'idea confusa, e che a poco a poco si fa chiara, finchè diventa la parola interiore che detta la risposta. [Postilla del Visconti].
[140] Segue, cancellato: «La povera fanciulla si raffigurava la collera e le minacce dei parenti, le arti di ogni genere che si sarebbero poste in opera per soggiogarla, ma conchiudeva col pensiero che il sì doveva dirlo ella e non lo direbbe. Così si teneva bastantemente sicura;». (Ed.)
[141] A quattordici anni? Dunque è al principio della vera adolescenza. [Postilla del Visconti].
[142] Segue, cancellato: «Chi, condotto da una disciplina ragionata ed amorevole, arriva a quella età, coll'intelletto educato alle massime serie e gioconde ad un tempo della Religione; e si trova avviato in una occupazione utile e gradita, nella quale s'accorga ad ogni passo d'un progresso, e veggia sempre più da vicino uno scopo alla via che sta percorrendo; chi finalmente nello stesso tempo stanchi e rinforzi il corpo con esercizio costante, quegli ha una pubertà felice e si prepara a vincere i pericoli delle età che la seguono. Ma la povera Geltrude non era in tali circo....». (Ed.)
[143] Segue questo periodo, che è cancellato con due freghi col lapis, ed ha in margine, pure a lapis, una postilla che dire: Periodo inutile. Non l'aveva letto. Ecco il periodo: «Ma le circostanze della povera Geltrude erano ben diverse: tutto tendeva per essa a realizzare ogni pericolo di quella età e a renderla turbolenta e funesta per l'avvenire». (Ed.)
[144] Le educande e le monache, credo, possono passeggiare più volte in un giorno nel loro orto. Merate! Merate! In quante maniere tu guasti l'intelletto dei poveri tuoi ospiti per forza. [Postilla dei Visconti].
[145] Seguiva e poi lo cancellò: «che in verità erano più comuni e più abbondanti a quei tempi che non lo sieno ai nostri». (Ed.)
[146] Le educande, credo, non vanno in coro. Direi la chiesa delle monache, dietro l'altar maggiore separata, ecc., ecc., ecc. [Postilla del Visconti].
[147] Di fianco a tutto questo periodo, da Geltrude a pensieri i il Visconti tirò una linea, e scrisse in margine: più chiaro, signor mio colendissimo. (Ed.)
[148] Non capisco davvero. [Postilla del Visconti].
[149] Frase equivoca: potrà intendersi a rovescio. [Postilla del Visconti].
[150] Varianti: «e davano pur da pensare»; «e se ne faceva pur caso assai». (Ed.)
[151] Parli come avrebbe parlato una Grida di quel tempo: e con altre pene maggiori ad arbitrio di Sua Eccellenza. [Postilla del Visconti].
[152] E di fatti un fanciullo di dieci anni ne capirebbe subito di che si tratti! [Postilla del Visconti].
[153] Indicare qui chiaramente che per altro non erasi ancor piegata alla risoluzione di farsi monaca. [Postilla del Visconti].
[154] Qui termina il capitolo II del tomo secondo, intitolato: La Signora, tuttavia, e incomincia il capitolo III, che non ha nessun titolo. (Ed.)
[155] Prima scrisse: che sta sul suo; poi come nel testo; ma il riposa non gli andava a sangue, e, senza però cancellarlo, v'unì due varianti: s'abbandona, e si dondola. (Ed.)
[156] Segue, cancellato: «che le era permesso di uscire dalla prigione colla sua donna». (Ed.)
[157] Segue, cancellato: «Finalmente raddolcito alquanto il tuono». (Ed.)
[158] Quante fandonie si possono dire ingenuamente a' giovanetti e alle giovanette. [Nota del Visconti].
[159] Il Visconti sottolineò le parole: «e che non v'era asilo, riposo, sicurezza», e scrisse in margine: Cancella, cancella, cancella il sottolineato. Il resto optime! Geltrude è come Wildsire interrogata da Ratcliffe; le sottolineate la farebbero divenire quale fu all'interrogazione di Marpitlau. (Ed.)
[160] Segue, cancellato: «o che si fosse inteso più». (Ed.)
[161] Direi: a certe mire. [Nota del Visconti].
[162] Segue, cancellato: «tante volte ch'egli farebbe uno splendido collocamento se la sorella si facesse monaca, che riguardava assolutamente come un dovere di questa il chiudersi in un chiostro». (Ed.)
[163] Oscuro il perchè si premette che ora non v'è indiscrezione. Affare di stile. [Postilla del Visconti].
[164] Qui termina il capitolo III e incomincia il capitolo IV. (Ed.)
[165] Per giudicar bene il sig. abate doveva non essere un sempliciotto. [Postilla del Visconti].
[166] Troppo ascetismo: e per una monacazione con voti irrevocabili, con sanzione di legge civile! [Postilla del Visconti].
[167] Consegue è equivoco da schivarsi necessariamente in questo luogo. [Postilla del Visconti].
[168] Ascetico e, lo dirò francamente, di cattivo gusto. Il seguito spiega l'idea, e benissimo. [Postilla del Visconti].
[169] Excellent! ma quando le seppe queste arti? È d'uopo d'un cenno che le spieghi. [Postilla del Visconti].
[170] Di qualche contadinella mezzo contraffatta, di qualche signora di Monza con un viso di Baroni, che venisse al parlatorio. [Postilla del Visconti].
[171] Il Visconti propone di correggere: «che stava bene con qualunque acconciatura». (Ed.)
[172] Staccatezza? [Postilla del Visconti].
[173] Qui termina il capitolo IV e incomincia il V. (Ed.)
[174] In margine si legge di mano del Manzoni: «Si dirà che Geltrude non era più maestra, ma che continuava ad abitare quel quartiere, per distinzione, etc.». (Ed.)
[175] Più chiara la descrizione architettonica. È facile farla, indicando prima i tre corritoj, dire quali parti del monastero v'erano attigue o, per dir meglio, confinanti all'interno. Poi descrivere l'appartamento della Signora, come hai fatto, ed indicar la coerenza colla parte rustica della casa del sig. Luganagero. [Postilla del Visconti].
[176] Educande fa imbroglio: direi della Signora. [Postilla del Visconti].
[177] Ti regalerò a tempo e luogo una bottiglia di Cipro, se farai un cenno del Marchese Perrone e del suo libro a giustificazione della tua asserzione. [Postilla del Visconti].
[178] Segue cancellato: «una falsa gioja; il suo fallo la innebriò; perchè talvolta le passioni che preparano dolori per tutta la vita». (Ed.)
[179] Dici troppo, almeno in parole, perchè non dici troppo nel valore che gli dava la tua mente quando scrivesti. Ma letteralmente si cade in contradizione coi movimenti devoti, per intervalli, della Signora. [Postilla del Visconti].
[180] Qui termina il Capitolo V e incomincia quello VI. (Ed.)
[181] Il Visconti sottolineò le parole: «fatto ciò ch'era inteso: non resta più che di riporre le cose in ordine» e scrisse in margine: «Mutare il sottolineato: perchè? nol so dire, ma vi è in me qualche cosa che lo dice». (Ed.)
[182] Idem. [Postilla del Visconti].
[183] Segue, cancellato: manda. Nell'autografo poi mancano i fogli 60 e 61 con i quali finiva il capitolo. (Ed.)
[184] È un brano del capitolo VII del tomo II della prima minuta. (Ed.)
[185] Accennare perchè non potè fuggire in chiesa: la folla. [Postilla del Manzoni].
[186] NB. Si supponga una conoscenza più stretta, visite periodiche di D. Rodrigo, etc. per evitare gl'impacci d'una prima visita per una domanda di tal natura. Questo avviso servirà per tutta la narrazione seguente. (Postilla del Manzoni).
[187] Qui termina il capitolo VII, del quale il presente episodio è un brano, e incomincia quello VIII. (Ed.)
[188] Questo «sogghigno», nel primo getto del Romanzo, è ricordato quando Don Rodrigo fu colto dalla peste. Ecco cosa scrive il Manzoni. «Finalmente, presso al mattino, s'addormentò. E tosto gli parve di trovarsi in quella chiesa dei cappuccini di Pescarenico, dinnanzi alla quale, se vi ricorda, egli sogghignò in passando, nella sua gita al Conte del Sagrato. Gli pareva d'essere innanzi innanzi nella chiesa, circondato e stretto da una gran folla; non sapeva come gli fosse venuto il pensiero di portarsi in quel luogo, e si rodeva contro sè stesso. Guardava quei circostanti; erano sparuti e lividi, con gli occhi spenti, incavati, colle labbra pendenti, come insensati; egli stavano addosso e lo stringevano quasi col loro peso, e sopra tutto gli pareva che o con le gomita, o come che fosse, lo premessero al lato sinistro, al di sopra del cuore, dove sentiva una puntura spiacevole, dolorosa. Voleva dire: largo, canaglia; faceva atti di minaccia a coloro perchè gli dessero passaggio ad uscire; ma quegli nè parevano muoversi, nè mutare sembianza, nè risentirsi in alcun modo; stavano tuttavia come insensati. Alcuni su la faccia, su le spalle, che nude uscivano tra le vesti lacere, mostravano macchie e buboni. Don Rodrigo si restringeva in sè, ritirava le mani, le membra, per non toccare quei corpi pestilenti; ma ad ogni movimento incappava in qualche membro infetto. E non vedendo la via d'uscire, strepitava, ansava; l'affanno l'avrebbe destato, quand'ecco gli parve che tutti gli occhi si volgessero alla parte della chiesa dov'era il pulpito: guatò anch'egli, e vide spuntare in su dal parapetto un non so che di liscio e lucido; poi alzarsi e comparir più distinto un cocuzzolo calvo, poi due occhi, una faccia, una barba lunga e bianca, un frate ritto ed alto; era fra Cristoforo. Tanto più Don Rodrigo avrebbe voluto fuggire; ma la folla degli incantati era fitta ed immobile. Gli parve allora che il frate, girando gli occhj su l'uditorio, senza fermarli sopra di lui, sclamasse ad alta voce: Per li nostri peccati, la fame! Per li nostri peccati, la guerra! Per li nostri peccati, la peste! La peste! Povera gente; essa vi rode tutti, dal primo fino all'ultimo: tutti avete i segni della morte in volto: beati quelli fra voi che sono preparati a riceverla. Ma... e qui pareva a Don Rodrigo che il frate ristesse, come sopraffatto da un pensiero repentino e profondo: ed egli stava ansioso attendendo. Gli pareva gli uditori non facessero pur vista di scuotersi, e che il frate tutto ad un tratto guardando a lui, e come ravvisandolo, fermandolo col guardo e colla mano alzata, come un bracco sopra una pernice, dicesse ad alta voce: Tu sei quell'uomo! Or ci sei giunto, ascolta. Quanto ti sarebbe costato il rinunziare a quel capriccio infame! Torna indietro colla mente e dillo. Un picciolo pensiero di pietà: ma tu non hai voluto. Tu hai messo, da una parte, su la bilancia l'angoscia, l'obbrobrio, il crepacuore, il terrore d'un'anima innocente; hai pesato, e hai detto: non è niente: pesa più il mio capriccio. Ora le bilance sono rivolte: l'angoscia si versa sopra di te: prova se è niente.—A queste parole Don Rodrigo voleva gridare, nascondersi, fuggire, e si destò spaventato». (Ed.)
[189] NB. Il bravo riconosca Don Rodrigo e lo lasci andare a cavallo per distinzione, ma senza compagni. [Postilla del Manzoni].
[190] Prima scrisse: Montanaruolo. Nell'inventare il soprannome de' bravi, il Manzoni trovò un aiuto nel suo amico Tommaso Grossi, al quale scriveva: «Quanto al soprannome del Bravo bergamasco, sappi che non ti lascio requiare, fin che non ne hai trovato uno a mio talento. Nessuno dei proposti è buono. Ella s'ingegni. Voglio una parola indicante qualche qualità fisica notabile, che non sia però parola ingiuriosa; o una parola di giuramento, però decente; o un aggiunto di qualità morale, ecc. Io ho dovuto inventarne due, e sono: lo Sfregiato e il Tiradritto. Così s'inventano i soprannomi!». (Ed.)
[191] Prima: Nibbiotto. (Ed.)
[192] Prima: Schioppettino. (Ed.)
[193] Riguardo alla casa ecco quanto aveva scritto nel capitolo VIII del tomo I: «Rimaneva da pensare alla custodia delle case, le quali erano prive dei loro custodi naturali. Le chiavi furono consegnate al Padre [Cristoforo]: quelle di Agnese per esser date in mano d'una sua sorella, e quelle di Fermo per un suo cognato. Il Padre ricevette le commissioni d'entrambi, procurando di acquietare la sollecitudine di Agnese». Ne torna a parlare nel capitolo VII del tomo II: «Menico, il quale era pur dolente della fuga delle sue parenti, ma che almeno in questa sventura aveva avuto la felice occasione di far qualche cosa, non ebbe pace fin che non confidò quello che aveva fatto a dei ragazzi suoi coetanei, i quali riuscivano a contargli le congetture che avevano intese, e ai quali egli aveva da raccontare qualche cosa di più fondato. I ragazzi corsero a casa, e si seppe tosto che Lucia, Agnese e Fermo erano andati la notte al convento. Le congetture divennero allora un po' più uniformi e più fondate, giacchè tutti avevano qualche sentore della turpe caccia che Don Rodrigo dava a Lucia». Segue, cancellato: «Quando poi si vide comparire il mattino il Padre Cristoforo con le chiavi della casetta d'Agnese e dare le disposizioni per la custodia di quella». In margine poi si legge di mano del Manzoni: «N.B. per toglier molti impicci che nascono dal lasciare la casa abbandonata, si dia un padre a Lucia, o qualche altro parente che abiti insieme». (Ed.)
[194] Qui seguita a raccontare il viaggio d'Agnese, la sua andata al convento in cerca del Padre Cristoforo, e come il conte zio fosse riuscito a farlo andare da Pescarenico a Palermo. Nella seconda minuta e nel testo definitivo invece lo fa andare e Rimini. Ecco un saggio di quello che scrive nella prima minuta: «Noi torneremo indietro con la buona donna verso le nostre montagne, lasciando andare lo sciagurato Egidio al suo viaggio. Quando Agnese si trovò al punto dove la strada che conduceva al suo tugurio si divideva da quella che dovevan fare i pescivendoli per giungere a casa loro, cioè quando ebbe passato il ponte dell'Adda, scese di carretto e preso il suo fardello cominciò a piedi le due miglia che le restavano di viaggio, camminando non senza sospetto. Si confortava però pensando che Don Rodrigo non l'avrebbe voluta far rapire, e che non sarebbe nemmeno stato tanto scellerato da farle far male alcuno senza suo profitto. Giunta vicino a casa, v'andò, quanto più celatamente potè, per viottoli, e infatti non fu scorta da veruno; picchiò, le fu aperto da quella sua cognata, che stava a guardare la casa, trovò le cose in ordine; chiese novelle del Padre Cristoforo alla cognata, che non potè rispondergli se non che da quel primo giorno non lo aveva più veduto comparire; e dopo d'avere esitato qualche momento, si fece animo e prese la via del convento. Tutta ansiosa si fece alla porta e tirò il campanello, al suono del quale ecco venire un occhio ad una picciola grata della porta e spiare chi sia arrivato, si alza un saliscendo, si apre mezza la porta, e al luogo dell'apertura un lungo, vecchio e magro frate portinajo, con la barba bianca sul petto, che dice:
—Chi cercate, buona donna?
—Il Padre Cristoforo.
—Non c'è.
—Starà molto a tornare?
—Mah!
—Dov'è andato?
—A Palermo.
—A?
—A Palermo, ripetè posatamente il frate portinajo.
—Dov'è questo luogo? domandò di nuovo Agnese.
—Eh! hee! rispose il portinajo, stendendo il braccio e la mano destra e trinciando l'aria verticalmente, per significare una lunga distanza.
—Oh diavolo! sclamò Agnese.
—Ohibò? buona donna, disse pacatamente il frate; che c'entra colui? non chiamatelo qui fra di noi, che poniamo ogni cura per tenerlo lontano.
—Ha ragione, padre; ma io sto fresca.
—Bisogna aver pazienza, rispose il frate, ritirandosi per richiudere la porta.
—Ma, disse Agnese in fretta, ritenendolo, che cosa è andato a fare in quel paese?
—A predicare, rispose il cappuccino.
—Ma perchè è andato via così all'improvviso senza dirmi niente?
—Gli è venuta l'obbidienza dal Padre Provinciale.
—E perchè l'hanno mandato lui, che aveva da far qui, e non un altro?
—Se i superiori dovessero render ragione degli ordini che danno non vi sarebbe obbedienza.
—Va benissimo, ma questa è la mia ruina.
—Ci vuol pazienza, buona donna. Pensate al contento che proveranno quei di Palermo a sentirlo predicare: perchè, vedete, il Padre Cristoforo è cima di predicatori; è un santo padre in pulpito.
—Oh il bel sollievo per me!
—Vedete; se v'è qualche altro nostro padre che possa tenervi luogo di lui, rendervi qualche servizio, nominatelo, e lo andrò a chiamare.
—Oh Santa Maria! rispose Agnese, con quella riconoscenza mista di stizza che fa nascere una offerta dove si trovi più di buona volontà che di convenienza: chi ho da far chiamare se non conosco nessuno: quegli sapeva tutti i fatti miei, mi dava tutti i pareri, aveva amore per noi poveretti.
—Dunque abbiate pazienza, rispose di nuovo il frate, disponendosi ancora a partire....
—Ma, ma.... domandò ancora Agnese, quando sarà di ritorno?.... così a un dispresso?
—Mah! rispose il frate. Quando avrà terminato il quaresimale, cioè a Pasqua, aspetterà un'altra obbedienza, per sapere se deve restar là dov'è andato, o tornar qui, o portarsi ad un altro luogo, dove comanderanno i superiori, perchè, vedete, noi abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo.
—Oh la bella storia! sclamò Agnese.
—Questo è quello che vi posso dire, rispose il frate, chiudendo questa volta la porta sul volto ad Arnese; la quale, dopo esser rimasta ivi un qualche tempo come smemorata, riprese tristamente la via della sua casa, pensando come potrebbe riparare una tanta perdita, e arzigogolando i motivi di una sì subitanea disparizione, senza poter mai venire ad una congettura un po' soddisfacente». (Ed.)
[195] Punto fermo. [Postilla del Visconti.]
[196] Parla del cadavere della monaca uccisa, che era stato da Egidio trasportato nella sua cantina e lì seppellito. Il Ripamonti scrive: «Ancilla monasterii una, quae horto forte jurgis projecerat scire se aliquid, et in tempore patefacturum, impacto in occiput scabello, intra eamdem scelerum omnium officinam, hoc est in Dominae conclavi exanimatur, et corpore occultato, datur, volgaturque fama tamquam silentio noctis ipsa aufugisset». Sentiamone il racconto dalla bocca stessa della Signora. Ecco quello che confessò nel processo: «Narrerò il fatto di questa Caterina, donna dissoluta e mezza matta. Essendo venute molte volte le monache in parere di rimandarla, fu trattenuta per compassione, in grazia mia, credendo che si potesse emendare. Essendo occorso che essa facesse ingiuria a suor Degnamerita, procurai fosse messa prigione, con compartecipazione della Madre [Badessa] e del confessore: ciò fu in tempo che monsig. Barca doveva venire al monastero a mutare gli offici. La Caterina, essendo in prigione, cominciò a dire che voleva comunicare molte cose di me e delle altre; ed accadde che essendosi quella sera introdotto l'Osio [l'Egidio manzoniano], gli fu da quelle monache riferito ciò che la Caterina andava minacciando. Io mi avviai alla sua volta per placarla, col lume in mano, lontana da ogni malo pensiero, avendo in compagnia Ottavia [Ricci], Candida [Trotti de' Biancolini] e Silvia [Casati]. Ci presentammo alla finestra che guarda in giardino, la quale è bassa fino alla cintura; trovai che suor Benedetta [Omati] m'aveva preceduta e stava ragionando colla prigioniera. N'ebbi aiuto ad entrare, poi entrarono le altre, ultimo l'Osio. Dissi allora alla Caterina—odi!—e volevo aggiungere che non parlasse e fosse sicura che avrei procurato di farla restare; ma lei rispondendomi superbamente: non voglio più udire le vostre ciancie e intendo di essere la rovina di noi e del vostro moroso: domattina verrete voi a star qui in vece mia—l'Osio, trasportato dalla collera, le diede con una cosa due o tre volte sulla testa, onde essa all'istante morì. Nè io, nè le altre eravamo consapevoli di ciò che egli era per commettere sulla persona della Caterina».
Della medesima conversa Caterina Cassini, detta da Meda, dal paese nativo, così descrive la morte suor Benedetta Omati: «Stando io per mie faccende in giardino a dir l'offizio, la Caterina mi domandò dalla finestra del luogo dove era stata rinchiusa, che risponde appunto al giardino, pregandomi che andassi a lei, perchè aveva paura; le risposi che non potevo; tuttavia, circa alle due di notte, andai a lei, colla quale stetti un pezzo, parlando del mal tempo, che era tuoni, pioggia, losnata [lampi]; e in quel mentre sopravvenivano suor Virginia, [la Signora] e suor Ottavia. La Caterina disse che non voleva più ciance da lei, e che la mattina seguente avrebbe sentito. In quel tratto era capitato anche l'Osio, e appena lo vidi, che un piè di bicocca, che aveva in mano, diede egli sul capo della giacente, che per quelle botte morì senza dir niente, chè le diede dalla parte di dietro, e le ruppe anche la testa, onde escì sangue e restò imbrattato il suddetto piede di legno, ch'io poi lavai». Questo piede «era quadro, largo nel fondo, che andava stringendosi in forma di diamante, ed era di un legno che tirava al rosso».
Suor Ottavia Ricci, alla sua volta, confessa: «Dirò per la verità, che avendo quella Caterina fatta andar in collera suor Degnamerita, che era la carissima di suor Virginia, questa, per risentimento, la fece metter prigione; per il che la Caterina si prese a dir male di suor Virginia, di suor Benedetta e di me intorno a' particolari dell'Osio, ed in ispezialità che intendeva uscir lei di prigione e farvi metter noi, palesando ogni cosa. Lo che avendo inteso Giampaolo [Osio], che si trovava nel monastero, secondo il solito, presso suor Virginia, ed intendendo che monsig. Barca stava per venire e l'avrebbe levata di castigo, si risolvette di ammazzarla; e, così, a mezzanotte suor Benedetta andò dalla Caterina nella camera ov'era detenuta e cominciò a parlar seco, poi vi andò suor Virginia e, dietro lei, io; sopraggiunse Giampaolo, che avendo un piede di bicocca, da lui tolto nel laboratorio delle monache, dov'era stato messo prima del ritiro, ne diè due o tre colpi nella coppa della Caterina, che stava sdraiata su d'un pagliericcio, e così l'ammazzò, che morì subito alla nostra presenza; e morta la portassimo nel pollaro, aiutando tutte; e suor Benedetta ed io la drizzassimo in piedi in un cantone e le appoggiassimo contro de' legni assai, perchè non potesse esser vista..... La Caterina così morta stette lì tutto il giorno seguente: venuta la notte, tornò l'Osio e, coll'aiuto di suor Benedetta, portò il cadavere a casa sua».
Suor Benedetta in un altro interrogatorio soggiunge: credo che Candida e Silvia vedessero quando si accomodò il cadavere nel pollaro: tutte e due aiutarono a portarlo fuori del monastero, cioè sin alla porta. Io aiutai a trasportarlo sino alla casa dell'Osio». Suor Silvia depose: «L'Osio la notte seguente tornò, secondo il solito, perchè aveva le chiavi contraffatte; e andando tutte noi soprannominate al pollaro, fu messo dall'Osio il corpo in un sacco, portato da lui, coll'aiuto di suor Benedetta, in casa propria, e seppellitovi in una cantina, per quanto asserì suor Benedetta». (Ed.)
[197] Segue, cancellato: «Oh questa lasciatemela; mi diventa preziosa; e quando un altro pensiero verrà a tormentarmi, avrò almeno una consolazione a guardarla, e a dire fra me: ecco, anche questa l'avrei dovuta sacrificare, ed è qui.
—Bene, disse Egidio con uno sdegno, in parte vero, in parte diabolicamente affettato: bene, non ne facciamo più». (Ed.)
[198] Mi pare che la risposta di Geltrude potrebbe esprimere questi sentimenti: Io amarla! non so nemmen io—è un falegname che scrive—se l'amo, o se l'odio. Alle volte vorrei abbracciarla, un momento dopo non la posso soffrire. E dire Geltrude, alla rinfusa, che Lucia è buona, che è superba, che la vorrebbe veder sposa di Fermo, che le fa rabbia, che quando parla della sua innocenza—e ne parla ad ogni tratto—essa le crede; eppure le pare che quella Lucia la guardi con certi occhi come se sapesse qualche cosa, e fingendo rispetto, volesse insultare. L'ho accolta, sapete, ecc. [Postilla del Visconti].
[199] Orrendo concilio non mi garba. [Postilla del Visconti].
[200] Segue, cancellato: «Noi ve la lasciamo senza pur curarci di saper ciò che passasse allora nel suo cuore, lieti di abbandonare questa donna, di perderla di vista fino al tempo in cui potremo finalmente rappresentarla affatto mutata, al tempo in cui ella avrà di sè stessa il sentimento che la sua condotta fa nascere in altrui; l'orrore ch'ella avrà di sè stessa potrà cangiare in compassione quello ch'ella ha ispirato». Ciò che si legge nel testo fu aggiunto dal M. in un foglio a parte, segnato X. (Ed.)
[201] Il fabbro, «dopo d'aver contraffatto più di cinquanta chiavi delle varie porte del monastero, fu tanto imprudente di svelare il suo segreto, ed ebbe per ricompensa un'archibugiata nel petto. Egli fu trovato morto per la via. Questo assassinio, nel quale non entra come complice diretta alcuna monaca del convento di S. Margherita, prova che era costume di Gio. Paolo Osio di agire per le spiccie, sbarazzando il terreno di qualsiasi incomodo testimonio». Cfr. Zerbi L. La Signora di Monza nella storia; in Archivio storico lombardo, ann. XVII, pp. 714-715.
[202] Lo speziale Ranieri Soncino, che somministrava le medicine nelle frequenti malattie della Signora, fu ucciso nella sua bottega con un'archibugiata, e gliela sparò, per incarico di Giampaolo, Camillo detto il Rosso, uno degli scherani di quello scellerato. Domenico Ferrari, fattore del monastero, che lo riconobbe mentre fuggiva commesso il misfatto, interrogato nel processo «quai discorsi tenesse la mattina seguente colle monache, relativamente al fatto, rispose che le più piangevano, che suor Virginia gli mostrò dispiacere che nominasse l'Osio in quella occisione, anzi, sdegnata, lo fece cacciare issofatto insieme colla moglie dai servigi del monastero». Cfr. Dandolo T. La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo XVII. Milano, 1855; p. 39. (Ed.)
[203] Sotto buona scorta, venne condotta a Milano nel monastero del Bocchetto, dove anche lì era professata la regola di S. Benedetto (Ed.)
[204] Suor Benedetta Omati confessò nel processo: «Giampaolo Osio giobbia [giovedì] passato, dopo desinare, mandò a parlarmi un uomo vestito da massaro, da me non conosciuto, il qual mi disse, sendo io alla porta, che l'Osio desiderava sapere se suor Virginia era stata menata via dal monastero; ciò mi scrisse in un biglietto di sua mano; ed io rescrissi sopra un altro bollettino, che suor Virginia era stata condotta a Milano; e che, vedendo quelle cose che si facevano, io desiderava di partirmi da quel monastero e andare in un altro, mi aiutasse e di lì a tre o quattro ore venisse alla muraglia del giardino, che avrei trattato seco circa l'andar via».
Nella fuga le fu compagna suor Ottavia Ricci. Costei ne fa questo racconto: «Ier sera, sendo io nel detto monastero, e circa le ore sei, rincrescendomi stare nella mia camera, avendo l'animo inquieto dopo che fu condotta via quella monaca [la Signora], andai nella camera dove stanno suor Candida e suor Degnamerita, e mi spogliavo per andar a letto con suor Silvia, la quale dorme nella medesima camera, e già m'ero cavati li panni e serbata solo la pelizza in dosso, e mi ero cavate anche le calze e il velo di testa, quando venne all'uscio suor Benedetta Omati e mi fece cenno che uscissi: e, uscita, mi disse:—Io voglio ad ogni modo fuggire, ed ho fatto venire l'Osio che mi meni via.—Le risposi che non dovesse fare questa pazzia. Mi replicò che fuggissi anch'io con lei, altrimenti sarebbe stata pazzia la mia, e si avviò abbasso per la scala della chiesa, ed io le corsi dietro per trattenerla, e le domandai dov'era l'Osio; ed essa mi disse:—Vien con me, che lo vedrai; ha di già cominciato a rompere la muraglia.—E mentre passavano questi ragionamenti tra lei e me, nel fondo della scala mi misi le calzette, che aveva portato meco, e così mi condussi in giardino al luogo dove aveva cominciato a rompere la muraglia dalla parte del portone dei carri; e quando fussimo là, suor Benedetta, parlando all'Osio, che era di fuori:—Non sapete che suor Ottavia non vuol venire?—E il signor Giampaolo rispose:—Faccino loro, ma, per quel che sento dire, di certo hanno la testa in compromesso.—Intanto suor Benedetta continuava ad allargare il buco, levando via dei quadrelli, e l'Osio aiutava per di fuori, replicando entrambi tanti spaventi, che mi disposero a fuggire; dicendomi l'Osio, che se ripugnavo per esser monaca, per la confidenza che aveva in lui mi avrebbe messa in un monastero di Bergamo. Fatta questa risoluzione, andai nella mia cella, mi finii di vestire e tornata al buco escii con suor Benedetta. Abbiamo camminato un pezzo per di dentro, lungo le mura di Monza, sin che siamo arrivati ad un luogo dove era rotta la muraglia, che si chiama Carabiolo, per quanto disse Giampaolo; e di là siamo calati giù e ci siamo avanzati per una strada, che alle volte trovava il Lambro, alle volte lo perdeva; e andassimo alla chiesa della Madonna delle Grazie, onde io persuasi che c'inginocchiassimo e dimandassimo grazia alla Madonna che ci accompagnasse, e così facessimo sulla porta grande della chiesa, e dicessimo sette volte la Salve Regina, e partiti ci avviassimo per una strada dietro al Lambro, e dopo siamo giunti in un luogo da cui si dipartivano tre vie: e domandando io all'Osio dove menassero, rispose che una andava verso la Santa, l'altra a Velà, ed io soggiunsi che non volevo andare per vie pubbliche; e così ci condusse per la terza, e di nuovo arrivassimo al Lambro».
Qui avvenne un caso atrocissimo. Udiamone il racconto dalla bocca di suor Benedetta: «Dietro il fiume, dove era un zappello, l'Osio gettò in acqua suor Ottavia, la quale era in mezzo tra noi, e la sentii dire:—Oh! la è questa la maniera?—ed io corsi per darle mano ed aiutarla, ma l'Osio, cavato l'archibugio di sotto il ferraiuolo, ne diede molte percosse sulla testa di suor Ottavia, la qual gridava, invocando la Madonna. Io mi ritirai lontano, per paura che mi dasse, e mi misi a piangere; poi, lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio».
Non era morta. «L'Osio mi ha cominciato a dare» (son parole di quell'infelice); «mi ha cominciato a dare ed io gridava:—Santa Maria di Loreto aiutatemi! ed esso mi tempestava perchè gridavo, così credo io; e mi ferì non so quante volte sulla testa. Io gli diceva:—La Madonna vi gastigherà!—per cui temeva volesse spararmi l'archibugio nella vita, mentre gliel vidi cavar di sotto il ferraiuolo, ma mi diè solo, come ho detto; e volendomi io riparare colla mano, me l'ha tutta rotta. Intanto che l'Osio mi dava, suor Benedetta si ritirò un po' lontano, dicendo:—Non fate queste cose!—e penso si scostasse per paura, o forse perchè doveva aver visto gente venire. Quando l'Osio si accorse che io taceva, forse credette che fossi morta; ma io taceva perchè non mi dasse più. Non vidi più nè l'uno, nè l'altra, chè l'acqua mi andava tirando in giù; e così son giunta, con l'aiuto della Beata Vergine, la qual pregavo che non mi lasciasse morire in quel peccato, ma mi concedesse tempo di potermi confessare; son giunta, dico, nuotando, sino al luogo dove mi hanno trovata. Là ho ben gridato: aiutatemi! Ma non mi sentirono, o non mi vollero sentire, onde vi giacqui tre ore, sino a giorno, che poi venuto un contadino che sta in quelle case, al quale mi scopersi che ero monaca di Santa Margherita e lo pregai che mi tenesse fino a notte, ma nè lui, nè li suoi hanno voluto, e mi scacciarono, dandomi solamente un bastone su cui appoggiarmi; e mi trascinai fino alla chiesa delle Grazie». Di lì fu trasportata in carrozza al monastero di Sant'Orsola in Monza. Gio. Ambrogio Vimercati, barbitonsor et chirurgus, prese a esaminare e curare le sue ferite, che erano ventitrè; tutta la cute si vedeva staccata dalla carne e l'intiero capo formava una sola piaga. Restò inferma dal 30 novembre al 26 decembre del 1607; nel qual giorno «circa XIV hora» finirono i suoi patimenti. Moribonda dichiarò: «Se da prima negai alcuna cosa non era per altro che per non iscoprire me stessa ed anche ciò che aveva fatto suor Virginia, per la quale avrei messa la vita, come ce la metto, sendo per questa causa in punto di morte; il che mi ha mosso a sgravare la mia coscienza, altrimenti mi sarei lasciata cavar il sangue, piuttosto che palesar le cose che ho palesate».
Torniamo a suor Benedetta Omati. È lei che parla:
«Lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio dietro il Lambro, e per traversi arrivassimo ad una casa deserta, lontana da Monza cinque o sei miglia.... Ne trovassimo la porta aperta e non vedessimo alcuno.... Vi stetti il rimanente di quella notte e tutto il giorno seguente, che fu venerdì, sempre sola: non vidi l'Osio se non una volta, che venne a portarmi pane, formaggio ed un fiaschetto di vino: ma non volli bere, nè mangiare, dubitando che fosse tossicato, per quel che l'aveva veduto fare a suor Ottavia. Tornò l'Osio alle quattro ore di notte e mi disse che dovevamo andare altrove; e dopo che avessimo camminato un tre miglia per traversi, arrivassimo in una campagna, dov'è un boschetto, ed entrata dentro, vidi un pozzo, nel qual gettai un sasso senza che lo sentissi arrivar al fondo; ed esso, venutomi presso, mi diede uno spintone, per gettarmi giù; ma, grazie al Signore, non caddi, e fuggendo, esso Osio mi corse dietro, mi afferrò per un braccio, mi trascinò al detto pozzo e mi vi precipitò. Nella caduta diedi sulli sassi alla parte sinistra e rimasi talmente offesa che mi trovo in malo modo: dopo che fui abbasso, sentii che fu gettato giù un sasso, dal quale restai colta nel ginocchio destro, che v'è rottura; ed al cadere di quel sasso e al romore che fece m'accorsi ch'era grosso, ma nol vidi; e stetti in detto pozzo, che è molto fondo e non ha acqua, ma pietre ed ossi, tutto il rimanente di quella notte, tutto il giorno seguente sin a mezza mattina di ieri, che, gridando aiuto, fui sentita dagli uomini di quella terra [Velate], che mi cavarono..... Mentre stetti nel detto pozzo io gridava solamente venuto il giorno, e non la notte, temendo che di notte venisse l'Osio e mi rovesciasse altri sassi per ammazzarmi, caso mi avesse conosciuta anco viva; e perciò io teneva la testa a riparo di certe pietre grosse ch'erano sporgenti in quel fondo, che è largo». Fu anch'essa trasportata nel monastero di Sant'Orsola a Monza, ed ebbe comune la sorte con suor Candida e suor Silvia, amiche esse pure e complici della Signora. Tutte e tre, il 26 luglio 1609, vennero «fatte murare separatamente dentro ad un carcere per ciascheduna, in perpetuo, per pena, con altre penitenze salutari». (Ed.)
[205] Scrive il Ripamonti: «Et mulierum quidem violatarum hic exitus fuit: quarum priores duo, in ipso fervore poenitentiae, iam extinctae erant; sanctior haec scribentibus ista nobis adhuc superstes, curvae proceritatis anus, torrida, macilenta, veneranda, quam pulchram et impudicam aliquando esse potuisse vix fides». (Ed.)
[206] Venne condannato «in penam furcharum et bonorum confiscatione versus Regiam Ducalem Cameram Mediolani et perpetuo bannitus a toto Mediolani dominio, ita et taliter quod si dictus Osius pervenerit in fortiis iustitiae, quod ducatur super curru ante monasterium Sanctae Margaritae oppidi Modoetiae, ubi manus potentior ille abscindatur, mox ad locum iustitiae, in dicto loco, super curru conducatur, et interea forcipibus candentibus vellicetur, postea furcis suspendatur, ita quod moriatur, et ejus cadaver in frusta scindatur quae deinde appendatur in locis commissorum delictorum extra tamen dictum oppidum». La sua casa venne spianata da' fondamenti e vi fu fatta una piazza, rizzandovi nel mezzo una colonna di marmo con sopra una iscrizione infamante. (Ed.)
[207] Per testimonianza d'un contemporaneo, a Gio. Paolo «nel bando gli fu tagliata la testa, la quale portata a Milano, il messo s'incontrò con l'Ecc.ᵐᵒ Sig. Conte di Fuentes, Governatore, il quale, avvisato, smontò di carrozza, la fece gettare in terra, e gli pose sopra un piede in detestazione della sua pessima vita». Cfr. T. Bernardino Burucco, Fragmenti memorabili mss. nell'Archivio Capitolare di Monza. (Ed.)
[208] Come eran sicuri codesti galantuomini che quella giovane era proprio Lucia? [Postilla del Visconti].
[209] Troppi e poi troppissimi orrendi. [Postilla del Visconti].
[210] Mi pare che questo bravo potrebbe aver veduta Lucia ed essere stato mandato a fine che gli altri non la pigliassero in scambio. Indicare questa circostanza o qui o altrove. [Postilla del Visconti].
[211] È troppo combattere colla fame: lascerei fuori i possidenti agiati. [Postilla del Visconti].
[212] Qui termina il capitolo IX e incomincia il X. (Ed.)
[213] Togliere l'equivoco della parola preghiera. [Nota del Visconti].
[214] Ti rammemoro del cangiamento che hai profilato fare al carattere del Conte. Vedrai se convenga farne cenno fin dal momento in cui Don Rodrigo si porta da lui: oppure quando e come. [Postilla del Visconti].
[215] Perchè non fare a questa vecchia un boccone di cena? Ti costerà meno carta che non all'oste per scrivere il conto. [Postilla del Visconti].
[216] Andiamo allegri con quest'orrendo. [Postilla del Visconti].
[217] Periodo che diviene imbrogliato. Sarà facile rimediarvi. [Postilla del Visconti].
[218] Il Manzoni scrisse in margine: «che quella mattina doveva trovarsi ad una chiesa (che nominò, ed era alla metà della via, distante circa due miglia dal castello)». (Ed.)
[219] Segue, cancellato: «Voglio vedere se ha ancora quegli occhj che hanno fatto abbassare i miei... cospetto... cinquant'anni sono. Era uno strano giovanetto! E ora che sarà diventato?» (Ed.)
[220] Segue, cancellato: «L'occhiata, che aveva fatta tanta impressione e lasciato un così profondo marchio di rimembranza nella niente del Conte, era stata data nella occasione che ricorderemo brevemente. Federigo Borromeo, giovanetto allora di 15 anni, si trovava nella chiesa di S. Giovanni in Conca nel giorno solenne di quel santo; e, invitato poscia dai frati, s'era posto a sedere nel presbitero e quivi assisteva pensoso e riverente al rito che si celebrava. Quando una brigata di giovanotti, di adolescenti, delle principali famiglie della città, entrata a turba nella chiesa per curiosità, e visto in quel luogo il giovane Federigo, che sempre con l'esempio e talvolta con le parole gli faceva vergognare del loro vivere superbo, scioperato, molle e violento, s'accordarono di fargli fare una trista figura, di vendicarsi e di divertirsi un momento a sue spese. Rotta la folla, s'avvicinarono all'altare, e appostatisi in faccia a Federigo, si diedero a fare i più strani e beffardi atti del mondo, storcer le bocche, torcere il collo come chi irride un ipocrita, cacciare un palmo di lingua, sghignazzare. Il Conte, che fu poi del Sagrato, era tra essi, anzi queglino erano con lui, perchè egli non era mai stato secondo in nessun luogo e in nessun fatto. Federigo, contristato e mosso a pietà ed a sdegno nello stesso tempo, ma non confuso, girò su quella turba un'occhiata, che esprimeva tutti questi affetti con una gravità tranquilla, ma più potente dell'impeto indisciplinato di quei provocatori: quindi piegate le ginocchia davanti all'altare, pregò per essi, i quali partirono col miserabile contegno di chi è stato vinto in una impresa in cui il vincere stesso sarebbe vergognoso». Il Manzoni fu consigliato a toglier via questo aneddoto dal Visconti, che vi scrisse in margine: «Se quest'occhiata e la storiella di S. Giovanni in Conca sono invenzioni, le cancellerei addirittura, come indegne, per dirla in breve, di Walter Scott. Ancor che sia storia, scancella, per amor di Dio: è proprio una bazzecola». (Ed.)
[221] Qui ha termine il capitolo X. (Ed.)
[222] Questo brano è tratto dal capitolo X e ultimo del tomo II. (Ed.)
[223] Mi spiace, non saprei dire bene il perchè: mi pare una profezia d'autore: è un caso strano che il Cardinale azzeccasse con una parola, detta a caso, in un miracolo vicino. Non sarebbe meglio star più sulle generali, e fargli rispondere, ed anche di dare occasione di operare qualche bene e di stornare qualche male? [Postilla del Visconti.]
[224] Poichè vedo che sei andato cincischiando, mi permetto una cincischiata anch'io: a quella bellezza, smarrita già da più anni, una bellezza senile, la quale spiccava ancor più nella semplicità maestosa della porpora, che, nuda d'ornamenti ambiziosi, tutto ravvolgeva il vecchio. [Postilla del Visconti].
[225] E basta; lascerei l'altro inciso, per la ragione detta poc'anzi, e perchè è troppo precisare. [Postilla del Visconti].
[226] da spiritato è troppo. [Postilla del Visconti].
[227] Se fossi io—e non avrei saputo fare il resto—troncherei il dialogo alle parole: con una faccia convulsa: ma mi rimetto al parere di chi sa meglio di me che sia convertire ed essere convertito. Si può anche cominciare la lacuna al luogo segnato. Mi pare poi che qui converrebbe accennare il passo del Ripamonti, perchè il miracolo venga giustificato dalla storia. Dire, per esempio, che il Ripamonti fa menzione d'un altro colloquio, con il quale codesto Conte fu tutt'altr'uomo, ma non lo riferisce; che l'anonimo tuo deve aver riportata questa prima conferenza ove l'animo del terribile capo de' banditi fu tocco dalla grazia, e dopo il quale solo restava quel trambusto d'idee e di confusi sentimenti, che non poteva a meno di aver luogo per alcune ore; che è un peccato che dopo le ultime parole trascritte ci sia una lacuna d'alcune pagine, segno che quella prima conferenza non fu breve; che è uno scarso compenso il trovare almeno nelle prime parole del manoscritto, dopo la lacuna, una pennellata della selvaggia ed avventata natura del Conte, non dissimile in questo da molti energici fra' suoi contemporanei. La faccia del Conte, segue dunque a leggersi nel manoscritto nostro, ecc.—Ommetterei, per altro, l'idea incidente che dall'infanzia non conosceva le lagrime, perchè contraddice allo stato d'ondeggiamenti e rimorsi abituali che hai progettato di supporre in lui. Il resto è una galoppata di un cavallo arabo. [Postilla del Visconti].
[228] Per non cadere in contraddizione coi discorsi supposti nella lacuna, puoi dire facilmente: parlate, parlate di nuovo, ora che siete con me. Io non so fare l'ascetico, ecc. [Postilla del Visconti].
[229] Si tratta di Don Abbondio. Intorno a questa stupenda creazione manzoniana è notevole quello che scrive l'abate Antonio Stoppani: «Chi crederebbe, per esempio, che don Abbondio è un personaggio non immaginario, ma vero? Io potrei declinarvi il nome e il cognome; ma parce sepultis! Egli era naturalmente un curato, con cui usava spesso Manzoni nella sua giovinezza. Lo conobbi anch'io, ma troppo poco per potervi assicurare, da mia parte, che egli era un don Abbondio in carne ed ossa. Sentite però un piccolo aneddoto che riguarda quell'uomo, e che il Manzoni nella sua più tarda età raccontava come cosa che gli aveva fatto una grande impressione. Siamo proprio ai tempi della prima giovinezza del grande poeta. Giuseppe II, che aveva messo le mani dappertutto e cacciatele fino al fondo nelle cose di sagristia, fondò a Pavia un seminario teologico detto Seminario maggiore, celebre soprattutto per i dissensi che ne nacquero tra la scuola tamburiniana e le curie, principalmente la curia romana. Alcuni de' più distinti studenti di teologia delle diocesi lombarde venivano scelti per compire i loro studi in quel Seminario, e obbligati a frequentare le scuole dell'Università. Quando poi si presentavano alle rispettive curie per essere ammessi agli ordini sacri, dovevano sostenere un esame, come si fa anche adesso, ma che allora era diretto principalmente dalle curie ad assicurarsi che i candidati non erano infetti da dottrine ritenute ereticali. Come il nostro don Abbondio (daremo questo nome al nostro innominato) fosse tra i prescelti, non ve lo saprei dire. Forse era altrettanto distinto d'ingegno, quanto bislacco di volontà. Il fatto è che don Abbondio andò a compire gli studi nel Seminario maggiore, e presentossi, a suo tempo, per ricevere gli ordini alla curia milanese.—Quando mi presentai all'esame—così narrava al giovinetto Alessandro—l'esaminatore mi domandò se i parroci erano d'istituzione umana o divina. Io sapeva benissimo che loro volevano si rispondesse che erano di istituzione umana, e, furbo, risposi tosto: d'istituzione umana... d'istituzione umana!—Il giovinetto, benchè colpito profondamente dal vedere un curato che in una cosa di religione faceva dipendere il sì o il no da riguardi affatto umani, e, se occorreva, affrontava gli ordini con una menzogna; ebbe l'ingenuità di domandargli, se quanto aveva risposto nell'esame corrispondeva veramente alle sue convinzioni.—Oh giusto!—soggiunse don Abbondio:—a me avevano insegnato ben diversamente a Pavia; ma se avessi risposto come la pensava io, non mi lasciavano dir messa.—Il Manzoni volle arrischiare qualche osservazione; ma il curato tagliò corto con questa sentenza:—Quando i superiori domandano, bisogna saper rispondere a seconda del come la pensano loro.—Non vi pare che in questa sentenza ci sia un intero programma di saper vivere, di saper navigare, come si dice? che vi sia insomma scolpito vivo vivo il don Abbondio de' Promessi Sposi? Mettetelo in faccia ai bravi, sotto le minaccie di don Rodrigo; poi sappiatemi dire se il Manzoni ha studiato sul vero fin da quando era giovinetto». Cfr. Stoppani A. I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature, Milano, tip. Bernardoni, 1874; pp. 143-148.
Ne svelerò il nome: era don Alessandro Bolis, curato di Germanedo, piccolo paesello in vicinanza del Caleotto, la villa avita del Manzoni.
[230] E basta così, mi pare anche dopo che ho saputo la tua intenzione di fare un ritratto. Attaccherei alle parole: Se ogni uomo... utopisti più confidenti, ecc. [Postilla del Visconti].
[231] 1 Prete Serafino Morazzone o Morazone non è un essere immaginario: ha vissuto e fu amico del Manzoni, tra le cui carte ho trovato questa letterina che ricevette da lui: «Ill.ᵐᵒ Signore, Francesco Polvara di Pescarenico, sapendo il buono affetto che V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ ha per me, desidera che faccia buon ufficio presso di Lei acciò gli rilascia o tutto o in parte ciò che gli deve per certa compra fatta colla felice memoria del di Lei padre. Ascoltate le di lui ragioni su questo, mi dice che la compra è stata fuor di modo alterata; ma, aggiungendo io che bisognava avvertire nel far la compra, mi dice che abbisogna adesso di carità, non potendo pagare per varii infortunii, e dicendo che tocca alla sigurtà; e dicendogli io che tocca agli eredi, mi disse che son sei figli pupilli. A questi vorrei giovare: Pupilo tu eris adjutor. Ma non vorrei neppure il danno di V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ che però la prego ad informarsi se veramente la compra è stata fuor di modo alterata, come esso dice e fare quello che il Sig.ͬ Iddio le ispira. La prego de' miei ossequiosi saluti al Sig.ͬ Canonico [Luigi Tosi], alla Sig.ᵃ di Lei Madre, alla di Lei Sig.ᵃ Moglie ed alla Sig.ᵃ Ospite, e raccomandandomi alle loro orazioni mi dico con ogni rispetto e stima di V.ᵃ Sig.ᵃ Ill.ᵐᵃ affezionatissima per servirla Prete Serafino Morazone curato di Chiuso». Non ha data, ma è anteriore al 1818, nel qual anno, l'11 di novembre, per contratto rogato dal notaio Innocenzo Valsecchi, il Manzoni vendette la sua villa del Caleotto ed i beni che possedeva ne' Comuni di Lecco, Castello ed Acquate per la somma di lire centocinquemila italiane.
[232] Lascerei i paternostri del curato. Era padrone di casa ed è impossibile che non avesse da esercitare allora l'ospitalità della parola; circostanza utile a dirsi, ma da non escludersi implicitamente. [Postilla del Visconti].
[233] di tutto questo guazzabuglio? Capisco, ma ce que vous pensez vaut mieux que ce que vous avez dit. [Postilla del Visconti].
[234] Questo brano è tratto dal capitolo II del tomo III. (Ed.)
[235] Lascerei come inutile questo periodetto, o almeno l'avvertenza che il curato amava rispondere con testi di Scrittura. [Postilla del Visconti].
[236] Qui termina il capitolo II del tomo III. (Ed.)
[237] La fatica di viaggiare lontano tre miglia è troppo poca rosa per farne conto. [Postilla del Visconti].
[238] La rabbia di Scilla e i sassi de' Ciclopi fanno un'ironia che mi pare fuor di luogo, perchè il resto è affare serio. [Postilla del Visconti].
[239] Direi sacrilega sconoscenza. [Postilla del Visconti].
[240] Direi cavalcatura. [Postilla del Visconti].
[241] Cercò di Tommaso e gli disse. L'avvertenza sul bel sesso ha un non so come del meschino: cercare di Tommaso va bene e indica delicatamente ciò che espresso mi pare che non faccia buon effetto: molto più perchè è una replica di ciò che dici benissimo sul modo con cui il Cardinale dava udienza alle donne. [Postilla del Visconti].
[242] Decrepita è troppo: direi un'idea più temperata con qualche altro termine. [Postilla del Visconti].
[243] Segue, cancellato: «si fermò ad un villaggio vicino». (Ed.)
[244] Questo brano è il principio del capitolo III del tomo III. (Ed.)
NOTE DEL TRASCRITTORE
—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.
—La copertina è stata creata dal trascrittore e posta in pubblico dominio.