VII.

Occorre tuttavia spendere qualche altra parola intorno al noviziato poetico del Manzoni, e soprattutto intorno a quel Carme dov'ei tracciò così nettamente il programma della vita e dell'arte sua.

Rifacciamoci un po' dall'alto. Il 12 settembre 1782 era rogata, in Milano, la scritta nuziale tra la Giulia Beccaria, giovanetta sui venti anni (era nata il 1762), e il nobile Pietro Manzoni, di quarantasei anni (era nato a Castello sopra Lecco, il 1736); e il 20 ottobre il matrimonio era benedetto, nell'oratorio di casa Beccaria, in via Brera. Alla non piccola differenza dell'età, s'aggiungeva qualche altra ragione che non lasciava augurar bene di quelle nozze. La Giulia era stata varii anni rinchiusa in collegio; intanto che suo padre, rimasto vedovo nell'aprile del 1774, aveva avuto gran fretta di riammogliarsi. Alla giovanetta, vivace di carattere, non poteva garbare la dipendenza dalla matrigna; e le parve dunque d'acciuffar la fortuna quando, mercè la «lodevole destrezza e mediazione» nientemeno che di Pietro Verri, potè divenire la signora Manzoni.

A giudicarne dai ritratti, non si direbbe bellissima; ma tutti che la conobbero, e lasciaron ricordo di lei in lettere non destinate certo alla pubblicità, attestano che essa conquistava l'altrui ammirazione e simpatia col pronto ingegno, la varia coltura, la conversazione amabilissima, l'eloquenza appassionata. Del resto, non so quale altra donna potrebbe presentare alla posterità un passaporto con connotati che equivalgano a quelli, che essa invano sperò il figliuolo lasciasse incidere sul suo sepolcro: «A Giulia, figlia di Cesare Beccaria, madre di Alessandro Manzoni». È vero; ma qualche nobile donna potrebbe non invidiare, anzi compiangere, chi, pur desiderando di perpetuare la memoria del suo orgoglio filiale e materno, non trovò una sola parola da dedicare a un orgoglio meno fortuito. Essa, a buon conto, non potè vantare d'aver provato pur «le gioie infinite e inesprimibili di un altro sentimento, meglio completo, che investe ed abbraccia tutte le qualità della mente e del cuore, perchè esso è insieme passione, orgoglio, ammirazione»[11].

Don Pietro Manzoni non valeva certo, per ingegno e dottrina, nè il suocero nè il figlio; ma un brav'uomo pare che fosse anche lui. Un letterato non era; ma aveva care le lettere e le arti belle, e apriva volentieri la sua casa ai cultori di esse. Suo fratello, che viveva con lui, era monsignore del Duomo, e un brav'uomo egli pure.

I Manzoni eran meglio che agiati; e la Giulia non portava in dote se non 5000 scudi e mille di corredo: uno zio materno le aveva fatto dono di altri mille scudi. Don Pietro aveva meglio mirato alle doti dello spirito e al nome glorioso. L'amore sarebbe dovuto nascer dopo, dalla convivenza. Sennonchè il fanciullo alato, ma cieco, non ritrovò mai la via di San Damiano e la casa al n.º 20, dove quella coppia rimase ad abitare; e dove, due anni e mezzo dopo le nozze, un bambino, punto cieco anzi «divin raggio di mente», apriva gli occhi alla luce. Non aveva attaccate agli omeri alucce apparenti, ma nel piccolo cranio aveva accartocciate ali ben altrimenti poderose. Don Pietro gl'impose il nome di suo padre, Alessandro; e spessissimo andava a Lecco, per sorvegliarne l'allevamento.

Tra quei che frequentavano la casa Manzoni, fu altresì quel figliuolo del conte Giuseppe Maria Imbonati e di donna Francesca Bicetti, che aveva avuto per precettore il Parini; e che, per aver superato—egli, il nipote del dottor Bicetti a cui il poeta aveva diretta l'ode sull'Innesto del vaiuolo—il terribile morbo, meritò la magnifica ode Torna a fiorir la rosa. Giovan Carlo era nato (il 1753; contava dunque circa nove anni più della Giulia) tra le carezze della fortuna e i sorrisi dell'arte. Erede di due case, gl'Imbonati e i Bicetti, per diversa ragione illustri, Pietro Verri ne aveva da Vienna salutato l'avvento con un'ode anacreontica, ricca di lieti presagi se non di pregi poetici. Dalla madre, poi, rimasta vedova quand'egli si trovava sui quindici anni, era stato mandato in un collegio di Roma. E tornatone, qui a Milano conquistò subito fama di virtuoso e di filosofo, la mente e il cuore aperti alle più sane e liberali idee moderne.

A buon conto, per una giovane signora, ch'era avvezza a sentirsi considerata, e a considerar sè medesima, quale un gentile ed olezzante fiore sbocciato in un'aiuola donde e l'Enciclopedia e i libri del Rousseau, del Voltaire, dell'Helvetius, del Montesquieu, del Genovesi, del Filangieri avevano spazzata la nebbia dei pregiudizii sociali e religiosi; per una donna, ch'era conscia ed orgogliosa del gran nome paterno, risonante glorioso per tutta Europa, e che risentiva fortemente in sè stessa i fremiti di quel burrascoso rinnovamento sociale che s'annunziava all'orizzonte con lampi e bagliori sanguigni: per una tal donna, quel giovane Imbonati, immune dei vizii nobileschi flagellati nel Giorno, la fronte redimita degli allori pariniani, ansioso anch'egli del trionfo delle nuove idee, o come non doveva parer l'uomo ideale, quasi il leggendario cavaliere sognato e vagheggiato nella impaziente fantasia? E per lui, pel cavaliere filosofo, la Giulia Beccaria o come non doveva rassomigliare, negli atti e nelle parole, alla donna sognata?

Tutta al volto, ai costumi, alla favella
Pari alla donna che il rapito amante
Vagheggiare ed amar confuso estima?

Il 23 febbraio 1792, poco più che nove anni dopo ch'era stato giurato, «si ruppe lo comun rincalzo»; e fu pronunziata la sentenza di separazione. Don Pietro pare mettesse tutto il suo miglior volere perchè non avvenissero scandali; e restituì alla Giulia tutta la sua dote, aggiungendovi qualche dono. Tuttavia uno scandalo fu lì lì per iscoppiare, a proposito della dote materna, che la Giulia pretese il padre le consegnasse subito ed intera. (Eran lire 45,000). Il marchese non volle acconsentire; e alla imprudente figliuola riuscì pur troppo facile trovare un Azzecca-garbugli, che s'assunse l'odiosa parte di rappresentar Cesare Beccaria quale un tiranno domestico e un demagogo. Se lo scandalo tribunalesco non dilagò, fu solo perchè un colpo d'apoplessia spezzò il cuore di quel povero padre, a 56 anni, il 28 novembre 1794.

La separazione dei due coniugi fu, non solo da essi, ma da tutti coloro che li avvicinavano, considerata quale un vero e proprio divorzio. Non era quest'antico istituto della Roma repubblicana meglio consentaneo a quelle tali leggi di natura, a cui i contemporanei del Rousseau si mostravan tanto devoti? Va bene, in omaggio alle prescrizioni barbogie della legge scritta, la Giulia aveva scelto per suo nuovo domicilio la casa d'uno zio materno; ma, compiuta questa formalità, chi avrebbe osato di biasimare il suo affetto per l'Imbonati? Forse che l'Alfieri e la contessa d'Albany avean cessato d'accentrare in loro la stima, anzi la venerazione, di tutti i nobili spiriti d'Italia, per la mancanza del visto delle autorità civili od ecclesiastiche alla loro libera unione? «Mia cara Giulia», scriveva alla cognata morganatica una delle sette sorelle Imbonati, «non v'è altro bene nel mondo che due anime che s'incontrino; e le vostre son tali. Prosiegui, mia cara, a render felice chi ti fa felice, e ricevi i miei cordiali ringraziamenti per l'assistenza e le affettuose premure che tieni per il mio caro Imbonati, del quale sento con tanta pena che alle volte soffre nella sua preziosa salute».

Anche don Pietro non dava poi in ismanie. Da quelle nozze si direbbe ch'egli avesse avuto quanto meglio desiderava; e in verità il frutto non poteva esserne nè più prezioso, nè più appetitoso. Con quella collaboratrice valente che glielo aveva procurato, egli si mostrò sempre largo e generoso. In casa, non è presumibile che egli o i parenti o gli amici ne sparlassero, e neanche che esprimessero sentimenti di rancore per l'Imbonati. Molti di quegli amici frequentavano anche la signora Giulia. E ad ogni modo, non sembra che al giovanetto Alessandro giungesse mai l'eco di rancori domestici; chè, vivendo nella casa paterna, egli serbò sempre immutata la sua devozione affettuosa verso la madre, e la stima altissima per l'antico alunno del Parini. Pur quand'era in collegio, e vi riceveva le visite alterne della madre e del padre, nulla par trapelasse dai loro discorsi dell'irreparabile dissidio. Al Monti, che nel settembre 1803 gli scriveva a Lecco: «Presentate al vostro signor padre i miei ringraziamenti e rispetti»; al Monti, di cui egli scriveva in una lettera da Venezia del 24 marzo 1804: «Se Monti vuoi mandarmi il Persio, lo faccia avere, col nome di Dio, a mio padre a Milano»; non si peritava di scriver da Parigi, il 31 agosto 1805: «Io ho sentito veramente il bisogno di scriverti, di comunicare a te la mia felicità, a te che me l'avevi predetta; di dirti che l'ho trovata fra le braccia d'una madre; di dirlo a te, che tanto mi hai parlato di lei, che tanto la conosci. Io non cerco, o Monti, di asciugar le sue lacrime; ne verso con lei; io divido il suo dolore profondo, ma sacro e tranquillo».

E questo dolore, s'intende, era per la morte dell'Imbonati! Del quale il Manzoni medesimo ripiglia a dire, in fin della lettera: «Io non vivo che per la mia Giulia, e per adorare ed imitare quell'uomo che solevi dirmi essere la virtù stessa». E la sua Giulia, ch'era poi la madre, aggiunge due righe al «caro Monti». «Oh voi che lo amate», scrive, «voi che veramente lo conoscete, giacchè poteste proporgli per modello l'adorato mio Carlo, voi misurate l'amore immenso che gli porto, da quell'immenso ancora dolore, sacro, insanabile, che sento e provo per Lui». E continua parlando infocatamente di lui, cioè dell'Imbonati; il quale, a buon conto, aveva in terra usurpato il loco di don Pietro Manzoni, che non vacava «nella presenza del figliuol di Dio», e nemmeno avrebbe dovuto parer vacante al figliuolo di don Pietro stesso e di lei! «Ah! voi non mi direte già di distrarmi nè di consolarmi», soggiungeva donna Giulia nel poscritto al Monti: «voi non potete immaginare che si ardisca tentare di mettere una lacuna nell'eternità, già incominciata per me perchè fissata sopra di Lui».