ATTO QUARTO.

SCENA I.

Sala dei Capi del Consiglio dei Dieci, in Venezia.

MARCO Senatore, e MARINO uno dei Capi.

MARCO.

Eccomi al cenno degli eccelsi Capi

Del Consiglio de’ Dieci.

MARINO.

Io parlo in nome

Di tutti lor. Vi si destina un grave

Incarco, fuor[899] di qui: se un argomento

Di confidenza questo sia[900].... la vostra

Coscienza il diravvi.

MARCO.

Essa[901] mi dice

Che scarsa al merto ed all’ingegno mio

Dee la patria concederla, ma intera

Alla fede ed al cor.

MARINO.

La patria! È un nome

Dolce a chi l’ama oltre ogni cosa, e sente

Di vivere per lei; ma proferirlo

Senza tremar non dee chi resta amico

De’ suoi nemici.

MARCO.

Ed io....

MARINO.

Per chi parlaste

Oggi in Senato? Per la patria? I vostri

Sdegni, i vostri terrori eran per lei?

Chi vi rendea sì caldo? Il suo periglio,

O il periglio di chi? Chi difendeste....

Voi solo?

MARCO.

Io so davanti a chi[902] mi trovo.

Sta la mia vita in vostra man, ma il mio

Voto non già: giudice ei non conosce

Fuor che il mio cor; nè d’altro esser può reo

Che d’avergli mentito. A darne conto

Pur disposto son io.

MARINO.

Tutto che puote

Por la patria in periglio, essere inciampo

All’alte mire sue, dargli sospetto,

È in nostra man. Perchè ci siate or voi,

Se nol sapete, se mostrar vi giova

Di non saperlo, uditelo. Per ora

D’oggi si parli; non vogliam di tutta

La vostra vita interrogar che un giorno.

MARCO.

E che? fors’altro mi si appon? Di nulla

Temer poss’io; la mia condotta....

MARINO.

È nota

Più a noi che a voi. Dalla memoria vostra

Forse assai cose ha cancellato il tempo:

Il nostro libro non obblia.

MARCO.

Di tutto

Ragion darò.

MARINO.

Voi la darete quando

Vi fia chiesta. Non più: quando il Senato

Diede il comando al Carmagnola, a molti

Era sospetta la sua fede; ad altri

Certa parea: potea parerlo allora.

Ei discioglie i prigioni, insulta i nostri

Mandati, i nostri pari; ha vinto, e perde

In perfid’ozio la vittoria. Il velo

Cade dal ciglio ai più. Nel suo soccorso

Troppo fidando, il Trevisan s’innoltra

Nel Po, le navi del nemico affronta;

Sopraffatto dal numero, richiede[903]

Al Capitan rinforzo, e non l’ottiene.

Freme il Senato; poche voci appena

S’alzano ancor per lui. Cremona è presa,

Basta sol ch’ei v’accorra; ei non v’accorre.

Giunge l’annunzio oggi al Senato: alfine

Più non gli resta difensor che un solo:

Solo, ma caldo difensor. Per lui

Innocente è costui, degno di lode

Più che di scusa; e se ci[904] fu sventura,

Colpa è soltanto del destino.... e nostra.

Non è giustizia che il persegue: è solo

Odio privato, è invidia, è basso orgoglio

Che non perdona al sommo, a chi tacendo

Grida co’ fatti: io son maggior di voi.

Certo inaudito è un tal linguaggio: i Padri

Nel lor Senato oggi l’udiro; e muti

Si volsero a guardar donde tal voce

Venìa, se uno straniero oggi, un nemico

Premere un seggio nel Senato ardìa

Chiarito è il Conte un traditor; si vuole

Torgli ogni via di nocere[905]. Ma l’arte

Tanta e l’audacia è di costui, che reso

Ei s’è tremendo a’ suoi signori; è forte

Di quella forza che gli abbiam fidata;

Egli ha il cor de’ soldati; e l’armi nostre,

Quando voglia[906], son sue; contro di noi

Volger le puote, e il vuol. Certo è follia

Aspettar che[907] lo tenti; ognun risolve

Ch’ei si prevenga, e tosto. A forza aperta

È impresa piena di perigli. E noi

Starem per questo? E il suo maggior delitto

Sarà cagion perchè impunito ei vada?

Sola una strada alla giustizia è schiusa,

L’arte con cui l’ingannator s’inganna.

Ei ci astrinse a tenerla; ebben, si tenga:

Questo è il voto comun. Che fece allora

L’amico di costui? Ve ne rammenta?

Io vel dirò; chè men tranquillo al certo

Era in quel punto il vostro cor, dell’occhio

Che imperturbato vi seguia. Perdeste

Ogni ritegno, oltrepassaste il largo

Confin che un resto di prudenza avea

Prescritto al vostro ardor, dimenticaste

Ciò che promesso v’eravate, intero

Ai men veggenti vi svelaste, a quelli

Cui parea novo[908] ciò che a noi non l’era.

Ognuno allor pensò che oggi in Senato

C’era[909] un uom di soverchio, e che bisogna

Porre il segreto dello Stato in salvo.

MARCO.

Signor, tutto a voi lice: innanzi a voi

Quel che ora io sia, non so; però non posso

Dimenticarmi che patrizio io sono,

Nè a voi tacer che un dubbio tal m’offende.

Sono un di voi: la causa dello Stato

È la mia causa; e il suo segreto importa

A me non men che altrui.

MARINO.

Volete alfine

Saper chi siete qui? Voi siete un uomo

Di cui si teme, un che lo Stato guarda

Come un inciampo alla sua via. Mostrate

Che nol sarete; il darvene agio ancora

È gran clemenza.

MARCO.

Io sono amico al Conte:

Questa è l’accusa mia; nol nego, io il sono:

E il ciel ringrazio che vigor mi ha dato

Di confessarlo qui. Ma se nemico

E della patria? Mi si provi, è il mio.[910]

Che gli si appone? I prigionier disciolti?

Non li disciolse il vincitor soldato?

Ma invan pregato il condottier non volle

Frenar questa licenza. Il potea forse?

Ma l’imitò. Non ve lo astrinse un uso,

Qual ch’ei sia, della guerra? ed al Senato

Vera non parve questa scusa? e largo

D’ogni onor poscia non gli fu? L’ajuto[911]

Al Trevisan negato? Era più grave

Periglio il darlo; era l’impresa ordita

Ignaro il Conte; ei non fu chiesto a[912] tempo.

E la sentenza che a sì turpe esiglio

Il Trevisan dannò, tutta la colpa

Non rovesciò sovra di lui? Cremona?

Chi di Cremona meditò l’acquisto?

Chi l’ordin diè che si tentasse? Il Conte.

Del popol tutto che a rumor[913] si leva

Non può scarso drappel l’inaspettato

Impeto sostener; ritorna al campo,

Non scemo pur d’un combattente. Al Duce

Buon consiglio non parve incontro un novo[914]

Impensato nemico avventurarsi;

E abbandonò l’impresa. Ella è, fra tante

Sì ben compiute, una fallita impresa;

Ma il tradimento ov’è? Fiero, oltraggioso

Da gran tempo, voi dite, è il suo linguaggio:

Un troppo lungo tollerar macchiato

Ha l’onor nostro. Ed un’insidia, il lava?

E poi che un nodo, un dì sì caro, ormai

Non può tener Venezia e il Carmagnola,

Chi ci vieta disciorlo? Un’amistade

Sì nobilmente stretta, or non potria

Nobilmente finir? Come! anche in questo

Un periglio si scorge! Il genio ardito

Del condottier, la fama sua si teme,

De’ soldati l’amor! Se render piena

Testimonianza al ver, colpa si stima;

Se a tal trista temenza oppor non lice

La lealtà del Conte; il senso almeno

Del nostro onor la scacci. Abbiam di noi

Un più degno concetto; e non si creda

Che a tal Venezia giunta sia, che possa

Porla in periglio un uom. Lasciam codeste

Cure ai tiranni: ivi il valor si tema

Ove lo scettro è in una mano, e basta

A strapparlo un guerrier che dica: io sono

Più degno di tenerlo; e a’ suoi compagni

Il persuada. Ei che tentar potria?

Al Duca ritornar, dicesi, e seco

Le schiere trar nel tradimento. Al Duca?

All’uom che un’onta non perdona mai,

Nè un gran servigio, ritornar colui

Che gli compose e che gli scosse il trono?

Chi non potè restargli amico in tempo

Che pugnava per lui, ridivenirlo

Dopo averlo sconfitto! Avvicinarsi

A quella man che in questo asilo istesso

Comprò un pugnal per trapassargli il petto!

L’odio solo, o signor[915], creder lo puote.

Ah! qual sia la cagion che innanzi a questo

Temuto seggio fa trovarmi, un’alta

Grazia mi fia, se fare intender posso

Anco una volta il ver: qualche lusinga

Io nutro ancor che non fia forse invano.

Sì, l’odio cieco, l’odio sol potea

Far che fosse in Senato un tal sospetto

Proposto, inteso, tollerato. Ha molti

Fra noi[916] nemici il Conte: or non ricerco

Perchè lo siano[917]: il son. Quando nascoste

All’ombra della pubblica vendetta,

Le nimistà private io disvelai;

Quando chiedea che a provveder s’avesse

L’util soltanto dello Stato, e il giusto;

Allora ufizio[918] io non facea d’amico,

Ma di fedel patrizio. Io già non scuso

Il mio parlar: quando proporre intesi

Che sotto il vel di consultarlo ei sia

Richiamato a Venezia, e gli si faccia

Onor più dell’usato, e tutto questo

Per tirarlo nel laccio.... allor, nol nego....

MARINO.

Più non pensaste che all’amico.

MARCO.

Allora,

Dissimular nol vo’, tutte sentii[919]

Le potenze dell’alma sollevarsi

Contro un consiglio.... ah fu seguito!.... Un solo

Pensier non fu; fu della patria mia

L’onor ch’io vedo[920] vilipeso, il grido

De’ nemici e de’ posteri; fu il primo

Senso d’orror che un tradimento inspira

All’uom che dee stornarlo, o starne a parte.

E se pietà d’un prode a tanti affetti

Pur si mischiò, dovea, poteva io forse

Farla tacer? Son reo d’aver creduto

Che util puote a Venezia esser soltanto

Ciò che l’onora, e che[921] si può salvarla

Senza farsi....

MARINO.

Non più: se tanto udii

Fu perchè ai Capi del Consiglio importa

Di conoscervi appien. Piacque aspettarvi

Ai secondi pensier; veder si volle

Se un più maturo ponderar v’avea

Tratto a più saggio e più civil consiglio.

Or, poichè indarno si sperò, credete

Voi che un decreto del Senato io voglia

Difender ora innanzi a voi? Si tratta

La vostra causa qui. Pensate a voi,

Non alla patria: ad altre, e forti, e pure

Mani è commessa la sua sorte; e nulla

A cor le sta che il suo voler vi piaccia,

Ma che s’adempia, e che non sia sofferto

Pure il pensier di porvi impedimento.

A questo vegliam noi. Quindi io non voglio

Altro da voi che una risposta. Espresso

Sovra quest’uomo è del Senato il voto;

Compir si dee; voi, che farete intanto?[922]

MARCO.

Quale inchiesta, signor!

MARINO.

Voi siete a parte

D’un gran disegno; e in vostro cor bramate

Che a voto[923] ei vada; non è ver?

MARCO.

Che importa

Ciò ch’io brami, allo Stato? A prova ormai

Sa che dell’opre mie non è misura

Il desiderio, ma il dover.

MARINO.

Qual pegno

Abbiam da voi che lo farete? In nome

Del Tribunale un ve ne chiedo[924]: e questo,[925]

Se lo negate, un traditor vi tiene.

Quel che si serba ai traditor, v’è noto.

MARCO.

Io.... Che si vuol da me?

MARINO.

Riconoscete

Che patria è questa a cui bastovvi il core

Di preferire uno stranier. Sui figli

A stento e tardi essa la mano aggrava;

E a perderne soltanto ella consente

Quei che salvar non puote. Ogni error vostro

È pronta ad obbliar; v’apre ella stessa

La strada al pentimento.

MARCO.

Al pentimento!

Ebben, che strada?

MARINO.

Il Mussulman[926] disegna

D’assalir Tessalonica: voi siete

Colà mandato. A quale ufizio[927], quivi

Noto vi fia: pronta è la nave; ed oggi

Voi partirete.

MARCO.

Ubbidirò.

MARINO.

Ma un’arra

Si vuol di vostra fè: giurar dovete

Per quanto è sacro, che in parole o in cenni

Nulla per voi traspirerà di quanto

Oggi s’è fisso. Il giuramento è questo:

(gli presenta un foglio)

Sottoscrivete.

MARCO

(legge).

E che, signor? Non basta?....

MARINO.

E per ultimo, udite. Il messo è in via

Che porta[928] al Conte il suo richiamo. Ov’egli

Pronto ubbidisca[929], ed in Venezia arrivi,

Giustizia troverà[930].... forse clemenza.

Ma se ricusa, se sta in forse[931], e segno

Dà di sospetto; un gran segreto udite,

E tenetelo[932] in voi; l’ordine è dato

Che dalle nostre man vivo ei non esca.

Il traditor che dargli un cenno ardisce,

Quei l’uccide, e si perde. Io più non odo

Nulla da voi: scrivete; ovvero....

(gli porge il foglio)

MARCO.

Io scrivo.

(prende il foglio e lo sottoscrive)

MARINO.

Tutto è posto in obblio. La vostra fede

Ha fatto il più; vinto ha il dover: l’impresa

Compirsi or dee dalla prudenza; e questa

Non può mancarvi, sol che in mente abbiate

Che ormai due vite in vostra man son poste.

(parte)

[899] via

[900] fia

[901] Ella

[902] dinanzi a cui

[903] domanda

[904] vi

[905] nuocere

[906] ei voglia

[907] ch’ei

[908] nuovo

[909] V’era

[910] Ma se nemico È della patria; mi si provi, è il mio.—Del resto, tutto questo discorso di Marco riesce più cospicuamente punteggiato nella prima ediz.; dove è messa meglio in evidenza quella specie di dibattito tra le obiezioni presunte e le risposte che vi contrappone l’uomo onesto ed oculato.

[911] Chi sa mai com’è sfuggita alla spietata persecuzione questa j!

[912] in

[913] romor

[914] incontra un nuovo

[915] solo, Signor

[916] Anche questo fra noi (nell’«Adelchi», I, 4ª: fra di noi) è riuscito a sgattaiolare! Poco prima c’è stato un fra tante, come pur nell’«Adelchi», V, 8ª; ma colà sul contrabbando il Manzoni ha chiuso un occhio, per evitare la cacofonia. Vero è che altrove («Carmagnola», I, 4ª) non s’è fatto scrupolo di correggere: Non troverò tra tanti prenci!

[917] sieno

[918] ufficio

[919] io sentii

[920] veggio

[921]; che

[922] Voi, che pensieri avete?

[923] a vuoto

[924] chieggio

[925] questi

[926] Musulman

[927] ufficio

[928] reca

[929] Nella prima stampa anche qui era già: Ubbidirò, ubbidisca: cfr. dianzi pag. 227.

[930] ei troverà,

[931] s’egli indugia, o

[932] serbatelo

SCENA II.

MARCO.

Dunque è deciso!.... un vil son io.... fui posto

Al cimento; e che feci?.... Io prima d’oggi

Non conoscea me stesso!.... Oh che segreto

Oggi ho scoperto! Abbandonar nel laccio

Un amico io potea! Vedergli al tergo

L’assassino venir, veder lo stile[933]

Che su lui scende, e non gridar: ti guarda!

Io lo potea; l’ho fatto.... io più nol devo[934]

Salvar; chiamato in testimonio ho[935] il cielo

D’un’infame viltà.... la sua sentenza

Ho sottoscritta.... ho la mia parte anch’io

Nel suo sangue! Oh che feci!... io mi lasciai

Dunque atterrir?.... La vita?.... Ebben, talvolta

Senza delitto non si può serbarla:

Nol sapeva io? Perchè promisi adunque?

Per chi tremai? per me? per me? per questo

Disonorato capo?.... o per l’amico?

La mia ripulsa accelerava il colpo,

Non lo stornava. O Dio, che tutto scerni,

Rivelami il mio cor; ch’io veda[936] almeno

In quale abisso son[937] caduto, s’io

Fui più stolto, o codardo, o sventurato.

O Carmagnola, tu verrai!... sì certo

Egli verrà.... se anche[938] di queste volpi

Stesse in sospetto, ei penserà che Marco

È senator, che anch’io l’invito; e lunge

Ogni dubbiezza scaccerà[939]; rimorso

Avrà d’averla accolta.... Io son che il perdo!

Ma.... di clemenza non parlò quel vile?

Sì, la clemenza che il potente accorda

All’uom che ha tratto nell’agguato[940], a quello

Ch’egli medesmo accusa, e che gli preme[941]

Di trovar reo. Clemenza all’innocente!

Oh! il vil son io che gli credetti, o volli

Credergli; ei la nomò perchè comprese

Che bastante a corrompermi non era

Il rio timor che a goccia a goccia ei fea

Scender sull’alma mia: vide che d’uopo

M’era un nobil pretesto; e me lo diede.

Gli astuti! i traditor! Come le parti

Distribuite hanno tra lor costoro!

Uno il sorriso, uno il pugnal, quest’altro

Le minacce.... e la mia?... voller che fosse

Debolezza ed inganno... ed io l’ho presa!

Io li[942] spregiava; e son da men di loro!

Ei non gli sono amici!.... Io non doveva

Essergli amico: io lo cercai; fui preso

Dall’alta indole sua, dal suo gran nome.

Perchè dapprima non pensai che incarco

È l’amistà d’un uom che agli altri è sopra?

Perchè allor correr solo io nol lasciai

La sua splendida via, s’io non potea

Seguire i passi suoi? La man gli stesi;

Il cortese la strinse; ed or ch’ei dorme,

E il nemico gli è sopra, io la ritiro:

Ei si desta, e mi cerca: io son fuggito!

Ei mi dispregia, e more[943]! Io non sostengo

Questo pensier.... Che feci!.... Ebben, che feci?

Nulla finora: ho sottoscritto un foglio,

E nulla più. Se fu delitto il giuro[944],

Non fia virtù l’infrangerlo? Non sono

Che all’orlo ancor del precipizio; il vedo,[945]

E ritrarmi poss’io.... Non posso un mezzo

Trovar?.... Ma s’io l’uccido? Oh! forse il disse

Per atterrirmi.... E se davvero il disse?

Oh empi, in quale abbominevol rete

Stretto m’avete! Un nobile consiglio

Per me non c’è[946]; qualunque io scelga, è colpa.

Oh dubbio atroce!.... Io li ringrazio; ei m’hanno

Statuito un destino, ei m’hanno spinto

Per una via; vi corro: almen mi giova

Ch’io non la scelsi: io nulla scelgo; e tutto

Ch’io faccio è forza e volontà d’altrui.

Terra ov’io nacqui, addio per sempre: io spero

Che ti morrò lontano, e pria che nulla

Sappia di te: lo spero: in fra i perigli[947]

Certo per sua pietade il ciel m’invia.

Ma[948] non morrò per te. Che tu sii grande

E gloriosa, che m’importa? Anch’io

Due gran tesori avea, la mia virtude,

Ed un amico; e tu m’hai tolto entrambi.

(parte)

[933] stilo

[934] deggio

[935] ho in testimonio

[936] veggia

[937] io son

[938] anco

[939] ei caccerà

[940] aguato

[941] gl’importa

[942] gli

[943] muore!

[944] Giuro

[945] veggio

[946] v’ha

[947] Sic!

[948] Io

SCENA III.

Tenda del CONTE.

IL CONTE, e GONZAGA.

IL CONTE.

Ebben, che raccogliesti?

GONZAGA.

Io favellai,

Come imponesti[949], ai Commissari; e chiaro

Mostrai che tutta delle vinte navi

Riman la colpa e la vergogna a lui

Che non le seppe comandar; che infausta

La giornata gli fu perchè la imprese

Senza di te; che tu da lui chiamato

Tardi in soccorso, romper non dovevi

I tuoi disegni per servir gli altrui;

Che l’armi lor, tanto in tua man felici,

Sempre il sarian[950], se questa guerra fosse

Commessa al senno ed al voler d’un solo.

IL CONTE.

Che dicon essi?

GONZAGA.

Si mostrar convinti

Ai detti miei: dissero in pria, che nulla

Dissimular volean; che amaro al certo

De’ perduti navigli era il pensiero,

E di Cremona la fallita impresa;

Ma che son lieti di saper che il fallo

Di te non fu; che di chiunque ei sia,

Da te l’ammenda aspettano.

IL CONTE.

Tu il vedi,

O mio Gonzaga; se dài fede al volgo,

Sommo riguardo, arte profonda è d’uopo

Con questi uomin di Stato. Io fui con essi

Quel ch’esser soglio; rigettai l’ingiuste

Pretese lor, scender li feci alquanto

Dall’alto seggio ove si pon chi avvezzo

Non è a vedersi altri che schiavi intorno;

Io mostrai lor fino a che segno io voglio

Che altri signor mi sia: d’allora in poi

Mai non l’hanno passato[951]; io li provai

Saggi sempre e cortesi.

GONZAGA.

E non pertanto

Dar consiglio ad alcuno io non vorrei

Di tener questa via. Te da gran tempo

La gloria segue e la fortuna; ad essi

Util tu sei, tu necessario e caro,

Terribil forse: e tu la prova hai vinta;

Se pur può dirsi che sia vinta ancora.

IL CONTE.

Che dubbi hai tu?

GONZAGA.

Tu, che certezza? Io vedo[952]

Dolci sembianti, e dolci detti ascolto:

Segni d’amor; ma pur, l’odio che teme,

Altri ne ha forse?

IL CONTE.

No: di questo io nulla

Sono in pensier. Troppo a regnar son usi;

E san che all’uom da cui s’ottiene il molto

Chieder non dessi improntamente il meno.

E poi, mi credi, io li guardai dappresso:

Questa cupa arte lor, questi intricati

Avvolgimenti di menzogna, questo

Finger, tacere, antiveder, di cui

Tanto li loda e li condanna il mondo,

È meno assai di quel che al mondo appare.

GONZAGA.

Se pur non era di lor arte il colmo

Il parer tali a te.

IL CONTE.

No: tu li vedi,

Con l’occhio[953] altrui: quando col tuo li veda[954],

Tu cangerai pensiero. Havvene[955] assai

Di schietti e buoni; havvene[955] tal che un’alta

Anima chiude, a cui pensier non osa

Avvicinarsi che gentil non sia:

Anima dolce e disdegnosa, in cui

Legger non puoi, che tu non sia compreso

D’amor, di riverenza, e di desio

Di somigliarle. Non temer; non sono

Di me scontenti; e quando il fosser mai,

Io lo saprei ben tosto.

GONZAGA.

Il Ciel non voglia

Che tu t’inganni.

IL CONTE.

Altro mi duol: son stanco

Di questa guerra che condur non posso

A modo mio. Quand’io non era ancora

Più che un soldato di ventura, ascoso

E perduto tra i mille, ed io sentia

Che al loco mio non m’avea posto il cielo,

E dell’oscurità l’aria affannosa

Respirava fremendo, ed il comando

Si bello mi parea.... chi m’avria detto

Che[956] l’otterrei, che a gloriosi duci,

E a tanti e così prodi e così fidi

Soldati io sarei capo; e che felice

Io non sarei perciò!....

(entra un Soldato)

Che rechi?

SOLDATO.

Un foglio

Di Venezia.

(gli porge il foglio, e parte)

IL CONTE.

Vediam.[957]

(legge)

Non tel diss’io?

Mai non gli ebbi più amici: a loro il Duca

Chiede la pace,[958] e conferir con meco

Braman di ciò. Vuoi tu seguirmi?

GONZAGA.

Io vengo.

IL CONTE.

Che dì tu di tal pace?

GONZAGA.

Ad un soldato

Tu lo domandi?

IL CONTE.

È ver; ma questa è guerra?

O mia consorte, o figlia mia, tra poco

Io rivedrovvi, abbraccerò gli amici:

Questo è contento al certo. Eppur[959] del tutto

Esser lieto non so: chi potria dirmi

Se un sì bel campo io rivedrò più mai?

Fine dell’atto quarto.

[949] imponevi

[950] sarien

[951] varcato non l’hanno

[952] veggio

[953] Coll’occhio

[954] veggia

[955] Avvene.—Il Manzoni rimase oscillante, nelle tragedie, circa il modo di scrivere le voci composte di codesto verbo. In questa stessa tragedia, lasciò correre, p. es., un avvi nella scena quinta dell’atto I (pag. 191).

[956] Ch’io

[957] Veggiam.

[958] a lor la pace Domanda il Duca,

[959] E pur