ATTO QUINTO.

SCENA I.

Palazzo Reale in Verona.

ADELCHI, GISELBERTO DUCA DI VERONA.

GISELBERTO.

Costretto, o re, dell’oste intera io vengo

A nunziarti il voler: duchi e soldati

Chiedon le resa. A tutti è noto, e indarno

Celar si volle, che Pavia le porte

Al Franco aprì; che il vincitor s’affretta

Sopra Verona; e che pur troppo ei tragge

Captivo il re. Co’ figli suoi Gerberga

Già incontro a Carlo uscì, dell’aspro sire

Più ancor fidando nel perdon, che in una

Impotente amistà. Verona attrita

Dal lungo assedio, di guerrier, di scorte

Scema, non forte assai contra il nemico

Che già la stringe, non potrà la foga

Dei sorvegnenti sostener; nè quelli

Che l’han difesa fino[378] ad or, se pochi

Ne traggi, o re, vogliono al rischio starsi

Di pugna impari, e di spietato assalto.

Fin che del fare e del soffrir concesso

Era un frutto sperar, fenno e soffriro:

Quanto il dover, quanto l’onor chiedea,

Il diero: ai mali che non han più scopo

Chiedono[379] il fine.

ADELCHI.

Esci: la mia risposta

Tra[380] poco avrai.

(GISELBERTO parte).

[378] in fino

[379] Chieggono

[380] Fra

SCENA II.

ADELCHI.

Va, vivi, invecchia in pace;

Resta un de’ primi di tua gente: il merti;

Va, non temer; sarai vassallo: il tempo

È pe’[381] tuoi pari.—Anche il comando udirsi

Intimar de’[382] codardi, e di chi trema

Prender la legge! è troppo. Han risoluto!

Voglion, perchè son vili! e minacciosi

Li fa il terror; nè soffriran che a questo

Furor di codardia s’opponga alcuno,[383]

Che resti un uom tra[384] loro!—Oh cielo! Il padre

Negli artigli di Carlo! I giorni estremi

Uomo d’altrui vivrà, soggetto al cenno

Di quella man, che non avria voluto

Come amico serrar; mangiando il pane

Di chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nulla

Via di cavarlo dalla fossa, ov’egli

Rugge tradito e solo, e chiama indarno

Chi salvarlo non può! nulla!—Caduta

Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto

Anch’ei le porte a spalancar da quelli

Che non voglion morire. Oh più di tutti

Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa

Di Desiderio, ove d’invidia è degno

Chi d’affanno morì!—Di fuor costui,

Che arrogante s’avanza, e or or verrammi

Ad intimar che il suo trionfo io compia;

Qui la viltà che gli risponde, ed osa

Pressarmi;—è troppo in una volta! Almeno

Finor, perduta anche[385] la speme, il loco

V’era all’opra; ogni giorno il suo domani,

Ed ogni stretta il suo partito avea.

Ed ora.... ed or, se in sen de’[386] vili un core

Io piantar non potei, potranno i vili

Togliere al forte, che da forte ei pera?

Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;

Più d’un compagno troverò, s’io grido:

Usciam costoro ad incontrar; mostriamo

Che non è ver che a tutto i Longobardi

Antepongon la vita; e... se non altro,

Morrem.—Che pensi? Nella tua rovina[387]

Perchè quei prodi strascinar? Se nulla

Ti resta a far quaggiù,[388] non puoi tu solo

Morir? Nol puoi? Sento che l’alma in questo

Pensier riposa alfine: ei mi sorride,

Come l’amico che sul volto reca

Una lieta novella. Uscir di questa

Ignobil calca che mi preme; il riso

Non veder del nemico; e questo peso

D’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!...

Tu, brando mio, che del destino altrui

Tante volte hai deciso, e tu, secura

Mano avvezza a trattarlo.... e in un momento

Tutto è finito.—Tutto? Ah sciagurato!

Perchè menti a te stesso? Il mormorio

Di questi vermi ti stordisce; il solo

Pensier di starti a un vincitor dinanzi

Vince ogni tua virtù; l’ansia di questa

Ora t’affrange, e fa gridarti: è troppo!

E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo

Senza aspettar che tu mi chiami; il posto

Che m’assegnasti, era difficil troppo;

E l’ho deserto!—Empio! fuggire? e intanto,

Per compagnia fino alla tomba, al padre

Lasciar questa memoria; il tuo supremo

Disperato sospir legargli! Al vento,

Empio pensier.—L’animo tuo ripiglia,

Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istante

D’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,

Che in tuo poter non è?—T’offre un asilo

Il greco imperador. Sì; per sua bocca

Te l’offre Iddio: grato l’accetta: il solo

Saggio partito, il solo degno è questo.

Conserva al padre la sua speme: ei possa

Reduce almeno e vincitor sognarti,

Infrangitor de’ ceppi suoi, non tinto

Del sangue sparso disperando.—E sogno

Forse non fia: da più profondo abisso

Altri già sorse: non fa patti eterni

Con alcun la fortuna: il tempo toglie

E dà: gli amici, il successor li crea.[389]

—Teudi!

[381] pei

[382] dei

[383] un solo

[384] fra

[385] anco

[386] dei

[387] ruina

[388] qua giù

[389]

Altri già sorse: tutto cangia: eterni

Patti non stringe con alcun fortuna.

SCENA III.

ADELCHI, TEUDI.

TEUDI.

Mio re.

ADELCHI.

Restano amici ancora

Al re che cade?

TEUDI.

Sì: color che amici

Eran d’Adelchi.

ADELCHI

E che partito han preso?

TEUDI.

L’aspettano da te.

ADELCHI.

Dove son essi?

TEUDI.

Qui nel palazzo tuo, lungi[390] dai tristi

A cui sol tarda d’esser vinti appieno.

ADELCHI.

Tristo, o Teudi, il valor disseminato

Tra[391] la viltà!—Compagni alla mia fuga

Io questi prodi prenderò: null’altro

Far ne poss’io; nulla ei per me far ponno,

Che seguirmi a Bisanzio. Ah! se avvi alcuno

Cui venga in mente[392] un più gentil consiglio,

Per pietà, me lo dia.—Da te, mio Teudi,

Un più coral servigio, un più fidato

Attendo ancor: resta per ora; al padre

Fa che di me questa novella arrivi:

Ch’io son fuggito, ma per lui; ch’io vivo,

Per liberarlo un dì; che non disperi.

Vieni, e m’abbraccia: a dì più lieti.—Al duca

Di Verona dirai che non attenda

Ordini più da me.—Sulla[393] tua fede

Riposo, o Teudi.

TEUDI.

Oh! la secondi il cielo.

(escono dalle parti opposte[394]).

[390] scevri

[391] Fra

[392] A cui soccorra

[393] Su la

[394] dai lati opposti

SCENA IV.

Tenda nel campo di Carlo sotto Verona.

CARLO, un ARALDO, ARVINO, CONTI.

CARLO.

Vanne, araldo, in Verona; e al duca, a tutti

I suoi guerrier questa parola esponi:

Re Carlo è qui: le porte aprite; egli entra

Grazioso signor; se no, più tarda

L’entrata fia, ma non men certa; e i patti

Quali un solo li detta, e inacerbito.

(l’Araldo parte).

ARVINO.

Il vinto re chiede parlarti, o sire.

CARLO.

Che vuol?

ARVINO.

Nol disse; ma pietosa istanza

Egli ne fea.

CARLO.

Venga.

(ARVINO parte)

Vediam colui,

Che destinata a un’altra fronte avea

La corona di Carlo.

(ai Conti)

Ite: alle mura

La custodia addoppiate; ad ogni sbocco

Si vegli in arme: e che nessun mi sfugga.

SCENA V.

CARLO, DESIDERIO.

CARLO.

A che vieni, infelice? E che parola

Correr puote tra[395] noi? Decisa il cielo

Ha la nostra contesa; e più non resta

Di che garrir. Tristi querele e pianto

Sparger dinanzi al vincitor, disdice

A chi fu re; nè a me con detti acerbi

L’odio antico appagar lice, nè questo

Gaudio superbo che in mio cor s’eleva,

Ostentarti sul volto; onde sdegnato

Dio non si penta, e alla vittoria in mezzo

Non m’abbandoni ancor. Né, certo, un vano

Da me conforto di parole attendi.

Che ti direi? ciò che t’accora, è gioia[396]

Per me; nè lamentar posso un destino,

Ch’io non voglio mutar. Tal del mortale

È la sorte quaggiù[397]: quando alle prese

Son due di lor, forza è che l’un piangendo

Esca del campo. Tu vivrai; null’altro

Dono ha Carlo per te.

DESIDERIO.

Re del mio regno,

Persecutor del sangue mio, qual dono

Ai re caduti sia la vita, il sai?

E pensi tu, ch’io vinto, io nella polve,

Di gioia[398] anco una volta inebbriarmi[399]

Non potrei? del velen che il cor m’affoga,

Il tuo trionfo amareggiar? parole

Dirti di cui ti sovverresti, e in parte

Vendicato morir? Ma in te del cielo

Io la vendetta adoro, e innanzi a cui

Dio m’inchinò, m’inchino: a supplicarti

Vengo; e m’udrai; chè degli afflitti il prego

È giudizio di sangue a chi lo sdegna.

CARLO.

Parla.

DESIDERIO.

In difesa d’Adrian, tu il brando

Contro di me traesti?

CARLO.

A che domandi[400]

Quello che sai?

DESIDERIO.

Sappi tu ancor che solo

Io nemico gli fui, che Adelchi—e m’ode

Quel Dio che è presso ai travagliati—Adelchi

Al mio furor preghi, consigli, ed anche,[401]

Quanto è concesso a pio figliuol, rampogne

Mai sempre oppose: indarno!

CARLO.

Ebben?

DESIDERIO.

Compiuta

È la tua impresa: non ha più nemici

Il tuo Romano: intera, e tal che basti

Al cor più fiacco ed iracondo, ei gode

La sicurezza e la vendetta. A questo

Tu scendevi, e l’hai detto: allor tu stesso

Segnasti il termin dell’offesa. Ell’era

Causa di Dio, dicevi. È vinta; e nulla

Più ti domanda Iddio.

CARLO.

Tu legge imponi

Al vincitor?

DESIDERIO.

Legge? Oh! ne’ detti miei

Non ti fingere orgoglio, onde sdegnarli.

O Carlo, il ciel molto ti diè: ti vedi

Il nemico ai ginocchi, e dal suo labbro

Odi il prego sommesso e la lusinga;

Nel suolo ov’ei ti combattea, tu regni.

Ah! non voler di più: pensa che abborre

Gli smisurati desidèri[402] il cielo.

CARLO.

Cessa.

DESIDERIO.

Ah! m’ascolta: un dì tu ancor potresti

Assaggiar la sventura, e d’un amico

Pensier che ti conforti, aver bisogno:

E allor gioconda ti verrebbe in mente

Di questo giorno la pietà. Rammenta

Che innanzi al trono dell’Eterno un giorno

Aspetterai tremando una risposta,

O di mercede o di rigor, com’io

Dal tuo labbro or l’aspetto. Ahi! già venduto

Il mio figlio t’è forse! Oh! se quell’alto

Spirto indomito, ardente, consumarsi

Deve[403] in catene!... Ah no! pensa che reo

Di nulla egli è; difese il padre: or questo

Gli è tolto ancor. Che puoi temer? Per noi

Non c’è[404] brando che fera: a te vassalli

Son quei che il furo a noi: da lor tradito

Tu non sarai: tutto è leale al forte.

Italia è tua; reggila in pace: un rege

Prigion ti basti; a stranio suol consenti

Che il figliuol mio...

CARLO.

Non più: cosa mi chiedi

Tu! che da me non otterria Bertrada.

DESIDERIO.

—Io ti pregava! io, che per certo a prova

Conoscerti dovea! Nega; sul tuo

Capo il tesor della vendetta addensa.

Ti fe’ l’inganno vincitor; superbo

La vittoria ti faccia e dispietato.

Calca i prostrati, e sali; a Dio rincresci....

CARLO.

Taci, tu che sei vinto. E che? pur ieri[405]

La mia morte sognavi, e grazie or chiedi,

Qual converria, se, nella facil ora[406]

Di colloquio ospital, lieto io sorgessi

Dalla tua mensa! E perchè amica e pari

Non sonò la risposta al tuo desìo,

Anco mi vieni a imperversar d’intorno,

Come il mendico che un rifiuto ascolta!

Ma quel che a me tu preparavi—Adelchi

Era allor teco—non ne parli: or io

Ne parlerò. Da me fuggìa Gerberga,

Da me cognato, e seco i figli, i figli

Del mio fratel traea, di strida empiendo

Il suo passaggio, come augel che i nati

Trafuga all’ugna di sparvier. Mentito

Era il terror: vero soltanto il cruccio

Di non regnar; ma obbrobriosa intanto

Me una fama pingea quasi un immane

Vorator di fanciulli, un parricida.

Io soffriva, e tacea. Voi premurosi

La sconsigliata raccettaste, ed eco

Feste a quel suo garrito. Ospiti voi

De’[407] nipoti di Carlo! Difensori

Voi del mio sangue, contro[408] me! Tornata

Or finalmente è, se nol sai, Gerberga

A cui fuggir mai non doveva; a questo

Tutor tremendo i figli adduce, e fida

Le care vite a questa man. Ma voi,

Altro che vita, un più superbo dono

Destinavate a’ miei nipoti. Al santo

Pastor chiedeste, e non fu inerme il prego,

Che sulle[409] chiome de’[410] fanciulli, al peso

Non pur dell’elmo avvezze, ei, da spergiuro,

L’olio versasse del Signor. Sceglieste

Un pugnal, l’affilaste, e al più diletto

Amico mio por lo voleste in pugno,

Perch’egli in cor me lo piantasse. E quando

Io, tra ’l Vésero infido e la selvaggia

Elba, i nemici a debellar del cielo

Mi sarei travagliato, in Francia voi

Correre, insegna contro[6] insegna, e crisma

Contro[411] crisma levar, perfidi! e pormi

In un letto di spine,[412] il più giocondo

De’ vostri sogni era codesto. Al cielo

Parve altrimenti. Voi tempraste al mio

Labbro un calice amaro; ei v’è rimasto:

Votatelo.[413] Di Dio tu mi favelli;

S’io nol temessi, il rio che tanto ardìa

Pensi che in Francia il condurrei captivo?

Cogli ora il fior che hai coltivato, e taci.

Inesausta di ciance è la sventura;

Ma del par sofferente e infaticato

Non è d’offeso vincitor l’orecchio.

[395] fra

[396] gioja

[397] qua giù

[398] gioja

[399] inebriarmi

[400] mi chiedi

[401] anco

[402] desiderj

[403] Debbe

[404] v’è

[405] jeri

[406] facil’ora

[407] Dei

[408] incontra

[409] su le

[410] dei

[411] contra

[412] spini

[413] Vuotatelo

SCENA VI.

CARLO, DESIDERIO, ARVINO.

ARVINO.

Viva re Carlo! Al cenno tuo, dai valli

Calan le insegne; strepitando a terra

Van le sbarre nemiche; ai claustri aperti

Ognun s’affolla, ed all’omaggio accorre.

DESIDERIO.

Ahi dolente, che ascolto! e che mi resta

Ad ascoltar?[414]

CARLO.

Nè si sottrasse alcuno?[415]

ARVINO.

Nessuno, o re: pochi il tentar, ma invano.

Sorpresi nella fuga, d’ogni parte

Cinti, pugnar fino all’estremo; e tutti

Restar sul campo, quale estinto, e quale

Ferito a morte.[416]

CARLO.

E son?

ARVINO.

Tale è presente,

A cui troppo dorrà, se tutto io dico.

DESIDERIO.

Nunzio di morte, tu l’hai detto.

CARLO.

Adelchi

Dunque perì?

DESIDERIO.

(ad ARVINO)

Parla, o crudele, al padre.

ARVINO.

La luce ei vede, ma per poco, offeso

D’immedicabil colpo. Il padre ei chiede,

E te pur anche[417], o sire.

DESIDERIO.

E questo ancora

Mi negherai?

CARLO.

No, sventurato.—Arvino,

Fa ch’ei sia tratto a questa[418] tenda; e digli

Che non ha più nemici.[419]

[414] ascoltar!

[415] Nè alcun vi manca?

[416]

Alcuno.

Pochi in fuga ne gìan: ma, i nostri a fronte

Visti venir, pugnar da forti, invano:

Tutti restar, qual senza vita, e qual

Presso al morire.

[417] anco

[418] alla mia

[419] nimici

SCENA VII.

CARLO, DESIDERIO.

DESIDERIO.

Oh! come grave

Sei tu discesa sul mio capo antico,

Mano di Dio! Qual mi ritorni il figlio!

Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo,

E tremo di vederti. Io del tuo corpo

Mirerò la ferita? io che dovea

Esser pianto da te! Misero! io solo

Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti

Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!

Se ancor, tra il canto de’[420] guerrier, caduto

Fossi in un giorno di vittoria! o chiusi,

Tra[8] il singulto de’ tuoi, tra[421] il riverente

Dolor de’[422] fidi, sul real tuo letto,

Gli occhi io t’avessi.... ah! saria stato ancora

Ineffabil cordoglio! Ed or morrai

Non re, deserto, al tuo nemico in mano,

Senza lamenti che del padre, e sparsi

Innanzi ad uom che in ascoltarli esulta.

CARLO.

Veglio, t’inganna il tuo dolor. Pensoso,

Non esultante, d’un gagliardo il fato

Io contemplo, e d’un re. Nemico io fui

D’Adelchi; egli era il mio, nè tal, che in questo

Novello seggio io riposar potessi,

Lui vivo, e fuor delle mie mani. Or egli

Stassi in quelle di Dio: quivi non giunge

La nimistà d’un pio.

DESIDERIO.

Dono funesto

La tua pietà, s’ella giammai non scende,

Che sui caduti senza speme in fondo;

Se allor soltanto il braccio tuo rattieni,

Che più loco non trovi alle ferite.

[420] dei

[421] Fra

[422] dei

SCENA VIII.

CARLO, DESIDERIO, ADELCHI ferito e portato.

DESIDERIO.

Ahi, figlio!

ADELCHI.

O padre, io ti rivedo[423]! Appressa;

Tocca la mano del tuo figlio.

DESIDERIO.

Orrendo

M’è il vederti così.

ADELCHI.

Molti sul campo

Cadder così per la mia mano.

DESIDERIO.

Ahi, dunque

Insanabile, o caro, è questa piaga?

ADELCHI.

Insanabile.

DESIDERIO.

Ahi lasso! ahi guerra atroce!

Io crudel che la volli; io che t’uccido!

ADELCHI.

Non tu, nè questi, ma il Signor d’entrambi.

DESIDERIO.

Oh[424] desiato da quest’occhi, oh quanto

Lunge da te soffersi! Ed un pensiero

Fra tante ambasce mi reggea, la speme

Di narrartele un giorno, in una fida

Ora di pace.

ADELCHI.

Ora per me di pace,

Credilo, o padre, è giunta; ah! pur che vinto

Te dal dolor quaggiù[425] non lasci.

DESIDERIO.

Oh fronte

Balda e serena! oh man gagliarda! oh ciglio

Che spiravi il terror!

ADELCHI.

Cessa i lamenti,

Cessa, o padre, per Dio! Non era questo

Il tempo di morir? Ma tu, che preso

Vivrai, vissuto nella reggia, ascolta.

Gran segreto è la vita, e nol comprende

Che l’ora estrema. Ti fu tolto un regno:

Deh! nol pianger; mel[426] credi. Allor che a questa

Ora tu stesso appresserai, giocondi

Si schiereranno al tuo pensier dinanzi

Gli anni in cui re non sarai stato, in cui

Nè una lagrima pur notata in cielo

Fia contra te, nè il nome tuo saravvi

Con l’imprecar de’[427] tribolati asceso.

Godi che re non sei; godi che chiusa

All’oprar t’è ogni via: loco a gentile,

Ad innocente opra non v’è: non resta

Che far torto, o patirlo. Una feroce

Forza il mondo possiede, e fa nomarsi

Dritto: la man degli avi insanguinata

Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno

Coltivata col sangue; e omai la terra

Altra messe non dà. Reggere iniqui

Dolce non è; tu l’hai provato: e fosse;

Non dee finir così? Questo felice,

Cui la mia morte fa più fermo il soglio,

Cui tutto arride, tutto plaude e serve,

Questo[428] è un uom che morrà.

DESIDERIO.

Ma ch’io ti perdo,

Figlio, di ciò chi mi consola?

ADELCHI.

Il Dio

Che di tutto consola.

(si volge a CARLO)

E tu, superbo

Nemico mio....

CARLO.

Con questo nome, Adelchi,

Più non chiamarmi; il fui: ma con le tombe

Empia e villana è nimistà; nè tale,

Credilo, in cor cape di Carlo.

ADELCHI

E amico

Il mio parlar sarà, supplice, e schivo

D’ogni ricordo ad ambo amaro, e a questo

Per cui ti prego, e la morente mano

Ripongo nella tua. Che tanta preda

Tu lasci in libertà.... questo io non chiedo....[429]

Chè vano, il veggo[430], il mio pregar saria,

Vano il pregar d’ogni mortale. Immoto

È il senno tuo; nè a questo segno arriva

Il tuo perdon. Quel che negar non puoi

Senza esser crudo, io ti domando. Mite,

Quant’esser può, scevra d’insulto sia

La prigionia di questo antico, e quale

La imploreresti al padre tuo, se il cielo

Al dolor di lasciarlo in forza altrui

Ti destinava. Il venerabil capo

D’ogni oltraggio difendi: i forti contro[431]

I caduti, son molti; e la crudele

Vista ei non deve[432] sopportar d’alcuno

Che vassallo il tradì.

CARLO

Porta all’avello

Questa lieta certezza: Adelchi, il cielo

Testimonio mi sia; la tua preghiera

È parola di Carlo.

ADELCHI.

Il tuo nemico

Prega per te, morendo.

[423] riveggio

[424] O

[425] qua giù

[426] me ’l

[427] dei

[428] Questi

[429] chieggo

[430] veggio

[431] incontra

[432] debbe

SCENA IX.

ARVINO, CARLO, DESIDERIO, ADELCHI.

ARVINO.

Impazienti,

Invitto re, chiedon[433] guerrieri e duchi

D’essere ammessi.

ADELCHI.

Carlo!

CARLO.

Alcun non osi

Avvicinarsi a questa tenda. Adelchi

È signor qui. Solo d’Adelchi il padre,

E il pio ministro del perdon divino,

Han qui l’accesso.

(parte con ARVINO).

[433] chieggon

SCENA X.

DESIDERIO, ADELCHI.

DESIDERIO.

Ahi, mio diletto!

ADELCHI.

O padre,

Fugge la luce da quest’occhi.

DESIDERIO.

Adelchi,

No, non lasciarmi!

ADELCHI.

O Re de’ re[434] tradito

Da un tuo Fedel, dagli altri abbandonato!...[435]

Vengo alla pace tua: l’anima stanca

Accogli.

DESIDERIO.

Ei t’ode: oh ciel! tu manchi! ed io...

In servitude a piangerti rimango.

Fine della tragedia.

[434] dei re,

[435] abbandonato,


APPENDICE
IL PRIMO GETTO DELL’“ADELCHI„

Tra i manoscritti del Manzoni, l’Adelchi rimane in tre forme: le prime due di carattere del poeta, e l’una è copia ricorretta dell’altra. La terza, di altra mano, è quella preparata per la stampa. Porta, sotto il titolo, il visto della Censura, «Milano, il 2 maggio 1882».

La prima forma ha segnate via via le date della composizione: sul primo foglio, 9 settembre 1820; dopo la scena 5ª dell’atto I, 4 gennaio; in testa dell’atto III, 2 giugno; dell’atto IV, 3 luglio, e in fine di esso, 17 luglio; in principio dell’atto V, 2 agosto, da ultimo, 21 settembre 1821. Contiene il primissimo getto; e mette conto riferirne i brani più notevoli. Seguiremo, fin dove sarà possibile, il Bonghi (Opere inedite o rare di A. M.; vol. I, 1883), correggendone le sviste, nè poche nè di poco momento.

Sch.

Atto I, sc. 2.ª

DESIDERIO.

.....Dimenticasti

Che ogni nostro travaglio è gioja a questa

Italica genìa, che diradata

Dagli avi nostri, che divisa in branchi,

Noverata col brando, al suol ricurva,

Che d’arme ignuda, che di capi scema,

Ancor, dopo due secoli, siccome

Il primo giorno, odia, sopporta e spera.

...............

ADELCHI.

Ma in forse, o Padre,

Della risposta d’Adrian tu stai?

Di lui che, stretto di cotanti nodi

A questo Carlo, ecc.

...............

DESIDERIO.

..............Questi i consigli sono

Del mio figliuolo Adelchi?—Istrutti noi,

Non discorati dall’altrui sventura,

In più felici dì, la tronca impresa

D’Astolfo adempirem. Non più sguernite

Siccome allor, le Alpine valli aperto

Al tornato invasor prestano il letto,

Ma di bastite e di guerrier le sbarra

Impenetrabil argine. Si scote,

Di sotto al piè del Franco, il conculcato

Sassone e sorge, e, del tributo invece,

La punta della spada gli presenta.

Assai fia questo ad occuparli. Esclami

A sua posta Adrian; nemmen la gioja

Gli sia concessa di mirar la faccia

D’esti alleati.

ADELCHI.

Ah! gli alleati suoi

Son da per tutto, oltre i due mari e l’alpe,

Intorno ad esso, intorno a noi. Le mani

Ei leva al cielo, e mille mani al cielo

Son levate in un punto: il suo desio

Diviene il prego delle genti. Ei parla,

E la terra risponde.

DESIDERIO.

Ebben, la terra

Quei Romani pastor forse non vide

Alla Gotica possa ed alla Greca

Obbedire, e tacer? Si mosse allora

Per sottrarli a tal giogo? Il santo seggio

Di Pier, le chiavi a lor da Dio fidate:

Questa è la forza lor; ma ciò che vale

Il dì della battaglia? Il mondo, o figlio,

È della spada.

ADELCHI.

I Goti! i Greci! o padre,

Ove son essi mai? Su questo suolo

Sparso del sangue lor, vinto....[436]

Io li ricerco; uno è sparito, e l’altro

Dalla mano allentata a poco a poco

Lascia sfuggir la preda, e senza guerra,

Senza compianto e senza gloria, spira.

E testimonio della lor caduta,

Non ozioso testimon, d’entrambi

Le spoglie afferra il sacerdote, e saldo

Di lor ruine si compone il soglio.[437]

Tutto ei non tragge il suo vigor dal Cielo:

Un’altra forza, una secreta forza,

Da quella terra, che gli è madre, attigne.

Figlio di Roma, ei non comanda a’ vinti:

A’ suoi fratelli antichi, a quelli, ond’ebbe

Ogni poter, comanda. È sovra gli altri,

E non opprime; ei degli oppressi il muto

Dolor raccoglie, e il raccomanda al Cielo.

Egli il pastore, il difensor di questa

Antica razza, onde vittoria avemmo

Ma non mai pace; in mezzo a cui padroni

Ma stranieri viviam. Noi, vincitori,

Chiudere il duol dobbiamo e divorarlo

Nel cor profondo, e, come schiavi, il volto

Atteggiar di letizia e di fidanza;

Ed ei la gioja ed il dolor del paro,

La speme ostenta ed i terrori: e quando

Più d’oltraggi è gravato, e di minacce

Sul nudo capo suo pesa l’oltraggio,

Allor più aperto il mostra. Ei sa che, in tutti

Gl’itali cor, pietà, rispetto accende,

E desio di vendetta. E steril mai

D’un popolo il desio non è del tutto.

E della prova il dì, quando ogni cosa

Scampo o periglio ti divien, chi puote

Senz’affanno pensar che d’ogni parte

Cinto è di gente che il vorria perduto?

Questa seconda scena era resa assai più lunga che non è ora, anche pel fatto che Adelchi ragionava a lungo la proposta di acquistare amici, liberando i Romani; la qual proposta ora è in breve accennata in fine.

DESIDERIO.

Ebben, qual via, fra tanti rischi, hai scorta?

ADELCHI.

Una intentata, una che forse al sommo

Della possa ci mena, e a gloria eterna

Fallir non puote.

DESIDERIO.

Ed è?

ADELCHI.

Quella che mai

L’Erulo e il Goto non calcò, nè il Greco,

Nè alcun di lor, che, pria di noi, in questo

Suol regnaro e perir. Vedili, o Padre,

Assalirlo a vicenda, insanguinarlo,

Possederlo e sparir; l’italo cielo

Ratto coprir come procella estiva,

E sgombrarlo del par: tutti all’acquisto

Gagliardi, e imbelli alla difesa tutti.

Noi successor d’esti caduti, il piede

Terrem nell’orme lor? Dagli anni miei

Non misurar le mie parole. Aperta

È un’altra via di scampo; osiam d’entrarvi

Noi primi, osiamo d’esser giusti,.....

E saremo invincibili. Un’infausta,

Immensa forza è presso noi, soltanto

Che vogliam farla nostra; e in sen di questa

Terra antica s’asconde. Àprila, e tosto

Scaturir la vedrai da questo suolo;

Che facil preda era finor, che sempre

Sarà fin che due popoli nutrica

E non è patria di nessun, fintanto

Che di fratei non sia convento, ed ogni

Uom che il calpesta un difensor non sia.

Oh! tuttavolta che dell’Alpi al sommo

Un nemico s’affaccia, ansj e desiosi

Noi domandiam: quanti son essi? e i nostri

Vessilli in fretta noveriam, tremando

Che gli uomini all’impresa, e alla virtude

Manchin le forze. Gli uomini! a stormo

Gli abbiam dintorno a noi. Questi che al solco,

Ad ogni ovra servil curvi teniamo,

Chi sono? i figli di color che al mondo

Dieder la legge un dì. Gregge di schiavi,

Spesso tremendo, inutil sempre, in fido

Stuol rinascente di guerrier devoti

Trasmutarli, sta in noi. Togliamo i ceppi

Da quelle mani, e rendiam loro i brandi.

Siamo i lor capi, o padre. Ardua è l’impresa,

Sì, ma d’onor, ma di salute è piena,

E di pietà. Dell’itala fortuna

Le sparse verghe raccogliam da terra,

Il fascio antico in nostra man stringiamo:

Dei vincitor e dei soggetti un solo

Popol facciamo, una la legge, ed una

Sia la patria per tutti, uno il desio,

L’obbedienza, ed il periglio.

E dopo molti versi, ridondanti di varianti e di cancellature, nei quali Adelchi continua a manifestare il suo animo e l’ardore della sua convinzione, seguono questi:

Chiuse in Italia ci saran quai porte?

Di Roma i figli al redentor vessillo

Si stringeran volenterosi intorno.

Essi che, scosso il Greco giogo, e in forse

Di lor novella libertade, un capo

Van dimandando, un capo: e poi che altronde

Sperar nol ponno, dall’altar l’han preso:

Con che pietà, con che ostinata fede,

Te seguiran, s’esser lo vuoi, te nato

In campo, o padre, alla vittoria avvezzo!

E riverito e non tremendo, il Sommo

Pastor, dal dì che questo suoi più schiavi

Da ribellar non abbia, nè tiranni

Da maledir, tratto l’usbergo, ai santi

Studj tornar dovrà: re delle preci,

Signor del tempio, a chi guardar lo sappia

Il Campidoglio sgombrerà. Concorde

Qual era un dì l’itala terra ancora,

Divorerà gli assalitori; e noi

Vi porrem le radici, e ne saremo

Gridati i padri, i salvatori; e nostra

Dirla potrem davvero.

DESIDERIO.

Oh qual tempesta

Sollevi tu nel mio pensier! Su questo

Ripido, oscuro, arduo sentier tu dunque

Non temeresti di gittarti?..... Io mai

Del tuo valor dubbio non ebbi: un prode,

Più che un prode tu sei. Sì, figlio! Un alto

Disegno è il tuo; non ch’io l’abbracci: il fato

Cangiar del mondo, no, di due mortali

Opra non è: solo il tentarlo è morte.

Troppo da quel che in tuo pensier ti fingi

Diverso il guiderdon saria. La belva,

Amareggiata dai tormenti e stretta

In catene, alla man che la discioglie,

Il primo morso avventa.....

.....................O triste o lieto,

Giusto o non giusto, a tutti noi segnato

Troppo chiaro è il destin: l’impero a noi,

Ai soggetti il terror, l’odio ad entrambi.

.........................................

.................E poi, coll’onta

D’aver ceduto anco a’ Romani il campo,

Dì che farai?

ADELCHI.

Nulla, o Signor, fintanto

Che null’altro stromento all’opra avremo

Che una gente divisa. Il core, o padre,

Basta a morir, ma la vittoria e il regno

È pel felice che ai concordi impera.

Oh quante volte invidiai codesto

Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna

D’un sol voler, saldo, gittato in uno

Siccome il ferro del suo brando, e in pugno

Come il brando lo tiene. Odio l’aurora

Che annunzia il dì delle battaglie: è peso

L’asta alla man; se nel pugnar guardarmi

Deggio dall’uom che mi combatte a fianco.

DESIDERIO.

........................Ah non temer: devoti

Gli avrem quel dì che a certa e facil preda

Li condurrem. Carlo è lontano; ed altro

A cor gli sta che il Pastor santo e il suo

Gregge tremante, che servir non vuole

E che pugnar non sa. Si[438] scote alfine,

Di sotto al piè del Franco, il conculcato

Sassone e sorge, e, del tributo invece,

La punta della spada gli presenta.

Assai fia questo ad occuparli. A Roma

Venner con noi questi sleali; e fidi

Gli avrem quel dì che a certa e facil preda

Li condurrem.[439] Per chi trionfa e regna,

Per chi dona, è l’amor; quegli è tradito

Che dee perir: tutto è leale al forte.

ADELCHI.

Padre!...........................

[436] Qui vi sono parole cancellate, impossibili a leggere. (Bonghi).

[437] Questi versi hanno tutti molte varianti; ma io li trascrivo di solito nella prima lor forma. (Bonghi).

[438] Il brano che segue è stato trasferito qui da uno dei precedenti discorsi di Desiderio. V. pag. 121-22. (Sch.)

[439] Rimette qui questo verso e mezzo, nell’intenzione, certo, di cancellarlo sopra.—La sentenza: “tutto è leale al forte„ ricorre poi anche più tardi, sulla bocca di Adelchi, nella soppressa scena 1ª dell’atto V (pag. 137). (Sch.)

Atto II, sc. 3.ª (che nel primo disegno era 4.ª).

CARLO.

.......................e faran fede

In quanto onor Carlo lo tenga.

MARTINO.

Oh! Roma

Libera sia dal minacciar di questa

Sozza iniqua genia, cangiato almeno

E alleggerito all’altra Italia il giogo

Sia per tua man, se non è giunto il giorno,

Se l’uom nato non è che affatto il tolga;

Ecco il mio premio, o re.

CARLO.

Libera, il giuro,

Fia Roma; al dono, che il mio padre ha posto

Sopra l’altar, la spada mia non mai

S’accosterà che per salvarlo: e mite

Sovra l’Italia che il Signor mi dona,

L’impero fia dei miei fedeli, e il mio.

Di più nè Carlo, nè mortal nessuno,

Darle potria. L’uom che non cinge un brando,

Che non sale un destriero, è della terra,

E la terra è di lui che vi conficca

L’asta sua vincitrice. Ai miei compagni,

Senza cui nulla che un guerrier son io,

Delle fatiche il premio e dei perigli

Tôr non poss’io: del vincitore è il vinto.

Altre stirpi al servir destina il cielo,

Altre al comando; e la vittoria è il segno

Che le discerne. Cittadin di Roma,

Vassallo d’Adrian, tu che obbedisci

Ad un Signor dalla tua gente eletto,

Tu sei libero, e il merti: il ciel, che un’alma

Libera dietti e un cor dei rischi amico,

Tal sorte ti dovea: godila, e lascia

Che un popolo guerriero a quei comandi

Che più un popol non sono.

Atto III, sc. 1.ª

ADELCHI.

Siam soli, alfin, diletto Anfrido; io posso

Questo superbo intollerabil giogo

Di finta gioja e di dolor compresso,

Da me cacciarlo alcun momento, e teco

Essere Adelchi. Da quel dì che il padre

Me fanciullo di nobili fanciulli

In lieto coro addusse, ed io ti scersi,

E ti presi per mano, e dalla folla

Senza dubbiar ti trassi, e con te solo

Divider volli il pueril trastullo

(Era l’età di cui sì rade e incerte

Vivono le memorie, eppur quel giorno,

Come l’estremo che passò, m’è sempre

Chiaro dinanzi), da quel dì tu fosti

Dei giuochi miei, dell’armi poi, dei rischi

Solo compagno, e dei piacer. Fratello

Della mia scelta, innanzi a te soltanto

L’anima mia torna sul volto, e tutto

Il suo dolor vi porta, onde tu il veggia,

E lo consoli, o lo compianga almeno.

ANFRIDO.

Dolce Signor, dunque è ben ver che intera

Gioja quaggiù non havvi! Oh! se ad eletta

D’ogni uom fosse il destin, qual è colui

Che or non chiedesse il tuo? Spenta una tanta

Guerra sul cominciar, respinta come

Cupa tempesta che dal monte appare

Tonando, e un vento la ricalca indietro

Pria che sul ciel si stenda; e tu sei quello

Che soffiasti sul Franco e lo sperdesti.[440]

Tutto il campo il confessa, il tuo gran padre

D’esserlo esulta, ogni Fedel gioisce

Dell’alta gloria che con te divide.

Che più? quei vili, che dannar sè stessi

A non amarti, hanno a temerti appreso

Or più che mai.

ADELCHI.

La gloria, Anfrido! Il mio

Destino è d’agognarla, e di morire

Senza gustarla. Il nome mio del tutto

Non perirà, pur troppo: è questo il tristo

Privilegio dei re; nudo e confuso

Coi volgari vivrà: l’età venture

Di me sapranno ch’io fui re. No: questa

Non è ancor gloria, Anfrido. Or dì, che abbiamo

Fatto finor? Carlo ha levato il campo,

E fuggito, se vuoi; ma baldo ei parte,

Impunito, securo, ed io fremendo

Qui mi rimango: al nappo inebbriante

Della vittoria avvicinato ho il labbro,

E il ritrarlo m’è forza. Ei parte il vile

Offensor d’Ermengarda, ei che giurava

Di spegner la mia casa; ed io non posso

Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,

Dibattermi con esso, e riposarmi

Sull’armi sue! Quanti sarieno i fidi,

Pronti a morir, che seguirian l’insegna

Anco vittrice del lor re? Contarli

Possiamo Anfrido: oh prodi ei son; ma sono

Uno fra dieci traditor, venduti

Allo straniero, e a lui giurati, e in core

Suoi vassalli.

ANFRIDO.

Oh dolor!

ADELCHI.

Tu che al mio fianco

Pugnasti, il sai. L’alto valor dei pochi,

Che in ogni impresa io mi scegliea compagni,

Con queste mura, questa volta, in queste

Rocche della natura, alla salvezza

Potè bastar d’un regno; in campo aperto,

Solo coi pochi, abbandonato al Franco

M’avrieno i più.

ANFRIDO.

Ma il ciel nol volle; ed ora,

Or che svanito è il nostro rischio, e l’empia

Speranza loro, altro a costor non resta

Ch’esser fidi, o parerlo, e coi servigi

Scontare un van desio.

ADELCHI.

Tu li vedesti

Intorno a me spingersi a gara, in volto

Tutti letizia, e fedeltà. Qual sorte

Esser re di costor! Che faticoso

Cambio d’ossequio e di gradir mentito!

Torni la prova, e torneran festosi

Al tradimento. Entrato è il tradimento

Nell’alme lor per sempre. Altri, di Rachi

Fautori un tempo, nè amistà sincera,

Nè intero obblio speran dai re, che a loro

Malgrado il son. Senza misura ingordi

Di possa altri e d’onor, guardan fremendo

Ciò che ai migliori è dato; e ciò che ad essi

Con misura si dà, stimano offesa

E ricevono odiando: e l’odio ormai

È la lor vita. E correranno in braccio

A un re straniero, ad un nemico, a questo

Carlo astuto, ad ognun, purchè non sia

Desiderio nè Adelchi. I fidi allora

Non potran che morire. Ed ora il padre

Torna ai disegni antichi, e nella fuga

Troppo fidando del nemico, incontro

L’apostolico sire il campo ei vuole

Portar. Qual guerra, e qual nemico, Anfrido!

A me il comando dell’impresa il padre

Affiderà. Poni che, al novo grido

Del conquiso Adrian, Carlo non torni,

E in altro campo non ci colga. Il poco

Sforzo di Toschi e di Campani, e gli altri

Miseri avanzi del poter Latino

Che il pontefice aduna, e a cui dal tempio,

Sedendo, orando, colla man comanda

Di ferro ignuda, svaniranno incontro

Tutta Longobardia, guidata, ardente,

Concorde, anche fedele, allor che a certa

E facil preda la conduci. Il voto

Di età tante fia pago, e Italia intera

Nostra sarà. Dì, non è questo il mio

Avvenir più ridente? Ebben ruine

Sopra ruine ammucchierem: l’antica

Nostr’arte è questa; nei palagi il foco

Porremo e nei tugurj: uccisi i primi,

I signori del suolo, e quanti a caso

Nell’asce nostre ad inciampar verranno,

Fia servo il resto, e fra costor diviso:

E ai più sleali e più temuti, il meglio

Toccherà della preda.—Oh mi parea,

Pur mi parea che ad altro io fossi nato,

Che ad esser capo di ladron; che il cielo

Su questa terra altro da me volesse

Che, senza rischio e senza onor, guastarla.

—Oh quante volte invidiai cotesto

Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna

D’un sol pensier, saldo, gittato in uno

Siccome il ferro del suo brando, e in pugno

Come il brando lo tiensi[441]: egli a difesa

Del debole e del santo almen venia!

Il mio cor m’ange, Anfrido; ei mi comanda

Alte e nobili cose; e guardo, e nulla

Veggio che al voto del mio cor sia pari,

E alla mia possa a un tempo. E strascinato

Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,

Senza meta; e il mio cor s’inaridisce,

Siccome il germe in rio terren, che il vento

Balza di loco in loco.

ANFRIDO.

Alto infelice![442]

.........................................

In un altro abbozzo, codesta scena era tutt’altro.—Essa «è nella tenda d’Arderigo, un Longobardo, e vi hanno parte lui, Faraldo, Guntigi, Ildechi, Leuteri ed altri Duchi, sgomenti della partenza di Carlo con cui s’erano accordati. Ma la lor conversazione va poco oltre: il Manzoni la interrompe e la cancella, e ricomincia la scena, secondo è rimasta. In questa, non appare già in tutto sicura la partenza dei Franchi; ma preparasi; e se parecchie parti del primo getto son ritenute, Adelchi vi appare non diverso, ma più concreto». (Bonghi).

[440] Il Manzoni postilla: «Si dica più chiaro che i Franchi si sono ritirati per timore d’Adelchi».

[441] Tornano nuovamente questi versi, che prima erano, sempre in bocca ad Adelchi, nella sc. 2ª dell’atto I (pag. 126-7). Ora son rimasti a metà della sc. 1ª dell’atto III, ch’è stata di molto accorciata. (Sch.)

[442] Il Bonghi ripubblicò, con qualche diversità di varianti, questa 1ª scena dell’atto III, nelle sue Horae subsecivae; Napoli, Morano, 1838; p. 259-268. (Sch.)

Atto V, sc. 1.ª

La scena è la sala del Palazzo Reale in Pavia; e le persone: Desiderio, Adelchi, Guntigi.—Il Manzoni cancellò poi tutto, e scrisse in calce all’ultima pagina: «Scartar tutto, e rifar l’atto in modo più conforme alla storia».

ADELCHI.

No, mio Guntigi; senza te non debbe

Deliberarsi questo affar: rimani.

GUNTIGI.

O re, concedi che al mio posto io torni.

Tutto che fia qui statuito, io tosto,

Presente o assente, eseguirò.

ADELCHI.

Guntigi,

Caro io t’ebbi mai sempre; ed or tel dico

Perchè nei giorni di splendor tel dissi,

Nè vo’ che nuovi affetti, o più cortese

Parlar, m’insegni la sventura. Io t’ebbi

Caro mai sempre; ma dal dì che tutto,

Noi seguendo, perdesti, o, come spero,

Tutto per un momento, in preda a quello

Ch’io dir non voglio vincitor, lasciasti,

Tu mi sei sacro da quel dì. Supremo

È il momento, o Guntigi: in sull’angusto

Limite, che la morte dalla vita

Parte, la somma delle cose è posta.

Ed il consiglio, che a salvarla io reco,

Importa a te non men che ai regi: e cessi

Il Ciel, quand’anche senza rischio io il possa,

Ch’io mai di te senza di te decida.

Quel che a te dico, a questi prodi il dico.

(GUNTIGI siede con gli altri).

DESIDERIO.

Fedeli, o voi degni del nome, udite

Ciò che Adelchi propon. Nei detti suoi

È la vita: il credete ad un che tardi

È saggio, e il sangue del suo cor daria

Per non averli un dì negletti.

ADELCHI.

Amici,

Un fin s’appressa, un grande evento omai

Sovrasta inevitabile: o subirlo

Qual ch’ei pur sia, qual ch’ei pur venga, o farlo;

Questa è la scelta che ci resta. E tanti

Giorni di stento terminar dovranno

A un giorno di vergogna? e fia che il campo

Resti alla frode e alla viltà, giurate

Contro la fede ed il valor? nè questa

Dura, viril costanza avrà giovato

Fuor che a perir più lentamente? e tutto,

Tutto, in un punto perirà: la sede

Del regno, e regno, e gloria, e quella ancora

Che a voi per queste disperate estreme

Prove si dà? Chè il mondo oblìa le prove

A cui l’evento non risponde, e cerca

L’aspetto sol del vincitore, e sempre

Cerca la tomba di colui che vinse.

No, no; siamo all’estremo, è ver; ma spesso,

Solo al confine del perir, si schiude

Il sentier che diverge alla salute.

E allor che nulla dai consigli usati

Si spera, esausti indarno, e tutti, appare

L’inaudito che salva. I padri nostri

Ne fêr la prova in un gran punto, al tempo

Ch’erranti ancor, popolo armato, un suolo

Ivan cercando ove configger l’aste

Vincitrici, e regnar. Certo, vi debbe

Risovvenir che, in lieti giorni, spesso

Ai banchetti del padre il sapiente

Varnefrido il narrava. A terre ignote

Quei securi veniano, ed a nemici

Di cui la possa non sapean nè il nome.

Uno abbattuto o dissipato, un altro

Su lor via si poneva: ei lo sgombravano,

E proseguian. Giunti in Mauringa alfine,

Estenuati di vittorie,—e un passo

Nè quinci dar non si potea nè quindi,

Senza vincere ancor,—fêr sosta, e in tristo

Parlamento s’uniro. Un saggio ardito

Sorse in mezzo, e parlò: «Donde il periglio?

Donde il timor? dall’esser pochi? Ebbene

Cresciamo: è in noi. Vólgo di servi, a noi

Pari in vigor, maggior di folla, dietro

Ci trasciniam, peso e periglio: a tutti

Diam franchigia: le frecce in quelle mani

Poniam, nomiamli combattenti: il nome

Fa l’uom». Gloria a colui che l’alto avviso

Schiuse, alla gente che il credette, e n’ebbe

Tre secoli di vita: e più se in noi

Non la lasciam finir, se a quel degli avi

Il nostro cor, come il periglio, è pari.

Sì, quel ch’ei disse, io dico a voi:—Siam pochi;

Il tradimento ed il valor ci han scemi

Del par. Bella, ma breve è la tenzone

Del valor contro il numero. Cresciamo:

Come i padri il possiam. Questi Romani,

Che stanno inerti e malvolenti il nostro

Sterminio ad aspettar, sotto le insegne

Chiamiam, nomiamli combattenti: il furo;

Il saranno. In Pavia quante abbiam noi

Vuote armature, e petti inermi! in opra

Poniamo entrambi, e n’usciran guerrieri.

Sì, Longobardi, io il credo: ancor si puote

Rivolgere il destin, dal nostro capo

Il periglio gittar sovra colui

Che ne stringe, evocar da questa avversa

Terra che ci abbandona, a mille a mille,

Nemici a Carlo, amici a noi. Si gridi

Una legge, e sia questa:—Ogni Romano,

Che in nostro ajuto sorgerà, divenga

Come un di noi: sia suo; libero segga

Nel suo terren, nudra un cavallo, assista

Ai consigli del popolo.—Fratelli!

Lo scampo è qui donde processe il danno.

Perchè, non c’inganniam, l’odio che a noi

Portan questi Latini, unica e cara

Eredità dei padri loro, a Carlo

Spianò le vie; la terra ov’ei ci assalse,

Gli era alleata da gran tempo: e il core

S’addoppia all’uom che in fido suol combatte.

Certo, oh vergogna! non mancâr fra i nostri

I traditor; sì, ma non è tradito

Se non colui che, disarmato, infermo,

Presta un fianco al pugnal; quegli è tradito

Che dee perir: tutto è leale al forte.

Ma badate, o compagni: il suo vantaggio

Carlo gettò, lasciollo a noi, se noi

Core abbiam di pigliarlo. Ei della nostra

Gente la feccia, i traditori, accolse,

Gli chiamò suoi Fedeli, e nell’antico

Poter gli raffermò; così la vana,

Incerta speme del Latin, derise,

Che non sentì da quella mano il giogo

Alleggerito, anzi nè pur mutato.

Quindi l’amor cessò. Che fia se quello

Che invan da lui sperossi, e più, da noi

Si promette e si dà? L’odio è per lui,

La speranza è per noi: sospetto a Carlo

Ogni Latin diventa: ei dee guardarsi

Per ogni parte. Le città, che i fidi

Tengono ancora, apron le porte ad ogni

Latin che aspira al nobil premio: a noi

Crescon le forze, a dissipar le sue

Carlo è costretto. E se Pavia non puote

Regger più a lungo, se di qui respinto

Non è il Franco da noi, securi almeno

Potrem di mano uscirgli. Ovunque andiamo,

Sempre amici troviam: viva, inestinta

Vien la guerra con noi. Si vive: il nostro

Fido alleato è il tempo: a noi rapirlo

Carlo s’affanna, perchè il teme. Egli arde

Di terminar: mentre ei minaccia un regno,

Chi guarda il suo? senza nemici è forse?

E d’offesa bramosi e di vendetta,

Gli stan da un lato il Sassone, dall’altra

Il Saracino, e l’Aquitan nel seno:

Sorga un di questi, e noi siam salvi. Ad una

Voce gridiam la legge....

GUNTIGI.

(s’alza precipitosamente)

O regi, il sangue,

Il riposo, l’aver, ciò che da noi

Dar si potea, si diè: quel che or ci chiedi....

ADELCHI.

Ebben?

GUNTIGI.

Nostro non è: l’onore e il dritto,

Non pur di noi, ma d’una gente, è questo:

Noi di serbarlo abbiam l’incarco i primi;

Di gettarlo, nessun. Carlo, il nemico

Di questa gente, nol tentò. S’accorse

Ei che men dura e temeraria impresa

Saria spegnere un popolo, che farlo

Discender tutto in una volta. E ai fidi,

Che già tanto soffrir, noi proporremo

Ciò che a’ trasfughi Carlo.....?

VERMONDO.

È un suo creato

Che parla qui? L’empia sua mente al certo

Mi suona in questi detti. E l’afforzarsi

Dunque il chiami discendere? non sai

Che il primo dritto è non perir? Tu parli

D’onor, siccome qui contesa or fosse

Di chi preceda in una festa: oh! schivo

Davver sei tu! Quel che già parve agli avi

Senno, è disnor per te; ma, dall’inganno

Più che dall’arme affranti, il regno in mano

Al nemico lasciar, questo fia dritto

E onor?

GUNTIGI.

Ben festi tu, che re non sei,

Di favellar così. Qual ti s’addice,

E non temprata da rispetti, intera

La risposta sarà. Sappi che, pria

Che ad un Romano io di fratello il nome

Dia, ch’io gli segga in parlamento al fianco,

Scelgo morir per la sua man. Non sai

Che Longobardo io nacqui? E se t’avvisi

Che solo io il sia, guàrdati intorno, s’altre

Guance non vedi, ove un rossor di sdegno

Questa proposta fe’ salir.

ADELCHI.

Guntigi,

Frustrar con ciance un gran disegno, il puote

L’ultimo dei mortali: ella è una trista

Parte; e l’hai scelta. Ma non basta: all’orlo

Della ruina, un che s’oppone ai mezzi

Della salute, e nulla reca, e intero

Lascia il periglio, è un traditor; la morte

Ei dello Stato agogna.

GUNTIGI.

Il re, compagni,

Vuol che io proponga, e lo farò: m’intenda

Cui tocca. Ai figli tramandar l’impero

Di questa vinta terra, e della vinta

Razza che la ricopre, uno, supremo,

Qual dai padri a noi venne, è questo il fine

D’ogni leal, d’ogn’uomo a cui le vene

Corrono sangue longobardo: è questa

La pubblica salute; a questa opporsi

Tradimento saria. Tutto che ad essa

Conduca, io tutto, e non io solo, approvo.

Se v’ha chi puote, ogni privato affetto

Dimenticando, ogni util suo mettendo

Dietro le spalle, procurarla, e torne

Gl’impedimenti, ei, se la patria pone

Dinanzi a sè, se d’alto cor si sente,

Vi si risolva.

DESIDERIO.

Chi ti fe’, Guntigi,

Duca d’Ivrea?

GUNTIGI.

Tu, re, perch’io su quella

Terra, quant’era in me, serbassi eterna

La signoria del popol nostro; come

Io re t’elessi, e t’anteposi all’alto

Emulo tuo, perchè tu fossi il primo

Tutor dei nostri dritti: e il nostro antico

Regno tenessi a quell’altezza almeno

Ove il trovasti.

ADELCHI.

Astuto ardimentoso,

Taci; il tuo re non lo comanda, il figlio

Di Desiderio il vuol. Tu speri, il veggio,

Farci obbliar perchè siam qui: tu temi

Che un partito si pigli; ed a stornarlo,

Più certa via, come più vil, non v’era

Che oltraggiar quest’antico, innanzi a cui

Qui, dappertutto, e sempre, il guardo a terra

Io tener ti farò. Ma infruttuosa

Ancor quest’arte ti sarà: non voglio

La tua risposta.—A voi favello, o prodi.

Atto V, sc. 7.ª

CARLO.

Ebben, tu il vedi:

Iddio percote il tuo figliuol, non io.

La vita io gli lasciava, e gliela toglie

Un più forte di noi.

DESIDERIO.

Come pesante

Sei tu discesa sul mio capo antico,

Mano di Dio! Mia sola gloria, Adelchi,

Sola dolcezza mia, cui vivo io mai

Dir non potea: tutto è perduto!, oh quanto

Sospirai di vederti; e in quale aspetto

Dinanzi or mi verrai! Tu, quel sì bello

E terribile Adelchi! Io questo giorno

Ti preparai, sordo ai tuoi detti; e Dio

Parlava in te! Cieco amator, per farti

Più bello il regno, io ti scavai la tomba!

Io cominciai la tua rovina; il cielo

A compir diella ad una man, creata

Certo a punir. Se ancora....

Questi versi, ritentati nel manoscritto più volte, si leggono ancora così:

Come pesante

Sei tu discesa sul mio capo antico,

Mano di Dio! Così mi rendi il figlio!

Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo

E tremo di vederti. E fra i perigli,

Fra i tradimenti e l’abbandono, a questo

Son io dunque vissuto? io che dovea

Esser pianto da te! Misero! ed io

Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti

Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!

..........................................

La tragedia terminava:

ADELCHI.

......................l’anima stanca

Accogli.

DESIDERIO.

Oh Dio! chè non mi pigli teco!...

colla variante scritta sotto:

perchè mi lasci in terra!

e poi: «Si abbandona presso il corpo del figlio agonizzante; CARLO parte; cade il sipario.

21 settembre 1821.»

Coro dell’atto IV.

V’è segnata, in principio, la data «13 dicembre 1821»; in fine, 11 gennaio 1822».

«V’appare», scrive il Bonghi, «in due strofe un processo di creazione poetica, che in Manzoni non è frequente: quello di formare in prosa il pensiero che vuol verseggiare e che alla prima i versi non gli rendono; p. es., la terza strofa è venuta da prima scritta così:

Quel Dio che udì tuoi gemiti,

Che il tuo dolor fe’ santo,

Dal travagliato spirito

Non lo torrà fin tanto

Che dal consunto [solubil] cenere

Non ti rapisca in Sè.

«Il concetto, quantunque l’espressione ne sia tuttora imperfetta, non è men bello di quello che la quarta strofa esprime ora; ma questo è così accennato in margine:—“Il tuo destino quaggiù non era d’ottenere l’obblìo, ma di chiederlo„;—e sotto, qualcuno dei versi che sono rimasti:

Sempre un obblìo di chiedere

Che ti saria negato

................ascendere

Santa del tuo martir [dolor].

«Del pari, la strofa 18ª: Te collocò....., ha ai lati espresso così in parte il concetto che vi è verseggiato, ma pure non intero:—“La sventura ti ripone fra gli oppressi, ti fa concittadina dei vinti. Trapassa in pace. Nessuna imprecazione suonerà sul tuo sepolcro„.

«Le tre bellissime strofe 8, 9, 10 paiono uscite quasi di getto, soprattutto l’ultima; ma è a notare come, nell’ottava, il terzo e il quarto verso si leggono nel manoscritto così:

e l’assiduo

Redir de’ veltri ansanti.

Vuol dire ch’egli ha compiuto il terzo più tardi nel modo che si legge ora: E lo sbandarsi e il rapido, e l’ha tenuto in mente, sino alla seconda copia. Così è accaduto di alcuni altri in questo Coro».

Coro dell’atto III.

V’è segnata, in principio, la data «15 gennaio 1822»: in fine, «19 gennaio 1822».—Le varianti son notate, di solito, sopra o sotto del verso stesso.

Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,

Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

Dai solchi bagnati di servo sudor,

Un popol[443] disperso repente si desta,

Intende l’orecchio, solleva la testa

Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

Qual raggio di sole da nuvoli folti,

Traluce dei padri la fiera virtù:

Nei guardi, nei volti, confuso ed incerto,

Si mesce e discorda lo spregio[444] sofferto

Col livido orgoglio del regno che fu.[445]

È il volgo gravato dal nome latino,

Che un’empia vittoria sul suolo tien chino

Che gli empj trionfi degli avi portò[446];

È il volgo che inerte, qual gregge predato,

Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,

Nel Winilo errante dal Greco passò.

S’aduna voglioso, si sperde tremante;

Per torti sentieri, con passo vagante,

Fra tema e desire, s’avanza e ristà.

E guata[447] e rimira, scorata e confusa,

Dei crudi signori la turba diffusa,

Che fugge dai brandi[448], che sosta non ha.

I fieri leoni, perduto il ruggito[449],

Col guardo inquieto, del daino inseguito

Le note latebre del covo cercar;

E intanto, deposta l’usata minaccia,

Le donne superbe[450], con pallida faccia,

I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti[451], con avido brando,

Quai cani disciolti, correndo, frugando,

Da destra[452], da manca, guerrieri venir.

Li vede, e rapito d’ignoto contento,

Con l’agile speme precorre l’evento,

E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,

Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

Son giunti da lunge, per aspri sentier;

Troncaron le gioje dei prandj festosi,

Assursero in fretta dai dolci[453] riposi,

Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciàr nelle sale del tetto natio

Le donne accorate, tornanti all’addio,

A preghi e consigli che il pianto troncò:

Han carche le fronti dei gravi[454] cimieri,

Han poste le selle sui bruni corsieri,

Volaron sul ponte[455] che cupo sonò.

A truppe[456], di terra passarono in terra,

Cantando giulive canzoni di guerra,

Ma i dolci castelli[457] pensando nel cor:

Per valli petrose[458], per balzi dirotti,

Vegliaron nell’arme le gelide notti,

Membrando i fidati colloquj d’amor.

Per greppi senz’orma le corse affannose,

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

Il rigido impero, le fami duràr;

Si vider le lance calate sui petti,

Udiron per l’aure[459], rasente gli elmetti,

Le frecce pennute fischiando volar.[460]

E il premio agli stenti sperato dai forti,

Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?

Se il petto dei forti pungeva tal[461] cura,

Di tanto periglio[462], di tanta pressura,

Di tanto cammino non era mestier.

Son donni pur essi di lurida plebe,

Spogliata dell’armi,[463] curvata alle glebe,

Densata nei chiusi di vinte città;

A frangere il giogo che i miseri aggrava,

Un motto dal labbro di questi[464] bastava,

Che detto non hanno, che mai non s’udrà.[465]

Tornate alle vostre superbe ruine,

All’opera imbelle[466] dell’arse officine,

Ai solchi bagnati di servo sudor;

Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,

Di vostre speranze parlate sommesso,

Dormite fra i[467] sogni giocondi d’error.

Domani al destarvi, tornando infelici,

Saprete che il forte sui vinti nemici

I colpi sospese, che un patto fermò:

Che regnano insieme, che parton le prede,

Si stringon le destre, si danno la fede,

Che il donno, che il servo, che il nome restò.[468]

[443] volgo

[444] l’oltraggio

[445] Col misero orgoglio d’un tempo che fu.—

Variante cancellata:

Si mesce e discorda, confuso ed incerto,

Col livido marchio del giogo sofferto

L’orgoglio impotente d’un tempo che fu.

[446]

Che un’empia vittoria conquise e tien chino

Sul suol che i trionfi degli avi portò.

[447] adocchia

[448] dall’aste

[449] già senza ruggito

[450] insolenti

[451] dispersi

[452] ritta

[453] blandi

[454] pesti

[455] Trascorsero il ponte

[456] torme

[457] il nido relitto

[458] rigose

[459] Accanto agli scudi

[460] Udiron le frecce passando fischiar.

[461] pungea simil

[462] apparecchio

[463] Inerme, pedestre,

[464] dei forti

[465] Che [E] il labbro dei forti proferto non ha [l’ha].

[466] All’opere imbelli

[467] fra

[468] Che il popolo e il regno, che il nome restò.

Nella copia preparata per la stampa, e vista dalla Censura, appaiono cancellati alcuni versi, che si leggevano pur nella seconda, che mancano tuttora nello stampato. Essi sono i seguenti:

Atto I, sc. 2.ª

DESIDERIO.

..............Dimenticasti

Che ogni nostro travaglio è gioja a questa

Italica genia, che diradata

Dagli avi nostri, che divisa in branchi,

Noverata col brando, al suol ricurva,

Ancor dopo due secoli, siccome

Il primo giorno, odia, sopporta e spera?

E che fra i nostri, intorno a noi, col nome

Di Fedeli e gli onor, vivono ancora

Quei che le parti sostenean di Rachi

...............

Coro dell’atto III.

Str. 3.ª

È il volgo gravato dal nome latino,

Che un’empia vittoria conquise e tien chino

Sul suol che i trionfi degli avi portò;

È il volgo che inerte, qual gregge predato,

Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,

Nel Winilo errante dal Greco passò.

................

Str. 11.ª

E il premio sperato, promesso a quei forti,

Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?

Se il petto dei forti pungea simil cura,

Di tanto apparecchio, di tanta pressura,

Di tanto cammino non era mestier.

Son donni pur essi di lurida plebe,

Inerme, pedestre, curvata alle glebe,

Densata nei chiusi di vinte città;

A frangere il giogo che i miseri aggrava,

Un motto dal labbro dei forti bastava:

E il labbro dei forti proferto non l’ha.

Tornate alle vostre superbe ruine,

All’opere imbelli dell’arse officine,

Ai solchi bagnati di servo sudor;

Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,

Di vostre speranze parlate sommesso,

Dormite fra sogni giocondi d’error.

Domani, al destarvi, tornando infelici,

Saprete che il forte sui vinti nemici

I colpi sospese, che un patto fermò;

Che regnano insieme, che parton le prede,

Si stringon le destre, si danno la fede,

Che il donno, che il servo, che il nome restò.

Atto IV, sc. 5.ª

SVARTO.

Guntigi, ascolta.

Fedel del Re dei Franchi, io qui favello

A un suo Fedel; ma Longobardo pure

A un Longobardo.—I Franchi, primi amici

Del re, gli amici di battaglia, intorno

Gli han posto assedio, e l’occhio han teso, e tutti

Corrono a gara, onde occupar quel posto,

Da cui balzato è un Longobardo. E un giorno

Noi qui saremo gli stranier, se uniti,

Se molti, non restiam.

Atto V, sc. 8.ª

Nel discorso d’Adelchi a Desiderio, dove ora si legge:

Reggere iniqui

Dolce non è; tu l’hai provato; e fosse;

il Manzoni aveva scritto da prima:

Quel che tu perdi

Titol superbo, chi tel dava? Un patto

Cogli empj a danno degli inermi; godi

Che gli empj il patto han lacerato. Ah! dolce

Non è il regnar; tu l’hai provato: e fosse;...

Nel discorso d’Adelchi a Carlo, dove ora si legge:

Immoto

È il senno tuo; nè a questo segno arriva

Il tuo perdon. Quel che negar non puoi....

il Manzoni aveva scritto:

Immota

È la mente dei re, nè a questo segno

Perdonan essi mai. Quel che puoi darmi

Quantunque re, quel che negar non puoi....


IL CONTE DI CARMAGNOLA
TRAGEDIA.

NOTA.—La prima edizione è del 1820, Milano, dalla Tipografia di Vincenzo Ferrario. Ristampata anch’essa varie volte, da varii, in Italia e fuori, questa tragedia fu poi, nel 1845 e nel 1870, ristampata, con parecchi ritocchi, dall’autore. Seguiamo pur qui le due ristampe autentiche, rilevando a piè di pagina le varianti della prima stampa.—Abbiamo altresì notate, questa volta, le molte e considerevoli differenze che corrono fra le tre stampe curate dall’autore, della Prefazione e delle Notizie storiche. Nel tener dietro a una così incontentabile ricerca e a una così instancabile elaborazione e correzione della forma, si prova, oltre il resto, un vero diletto; e il confrontare i tre diversi testi, può riuscire, a chi lo faccia con amorosa diligenza, istruttivo, più e meglio di una qualunque lezione di rettorica o di stilistica, se campata in aria e librata sulle fragili ali delle teorie e delle astrattezze.

Scherillo.


AL SIGNOR
CARLO CLAUDIO FAURIEL
IN ATTESTATO
DI CORDIALE E RIVERENTE AMICIZIA
L’AUTORE.