ATTO SECONDO.

SCENA I.

Parte dal campo ducale con tende.

MALATESTI e PERGOLA.

PERGOLA.

Sì, condottier; come ordinaste, in pronto

Son le mie bande. A voi commise il Duca

L’arbitrio della guerra: io v’ho ubbidito[811],

Ma con dolor; ve ne scongiuro ancora,

Non diam battaglia.

MALATESTI.

Anzian d’anni e di fama,

O Pergola, qui siete; io sento il peso

Del vostro voto; ma cangiar non posso

Il mio. Voi lo vedete; il Carmagnola

Ci provoca ogni dì: quasi ad insulto

Sugli occhi nostri alfin Maclodio ha stretto:

E due partiti ci rimangon soli;

O lui cacciarne, o abbandonar la terra,

Che saria danno e scorno.

PERGOLA.

A pochi è dato,

A pochi egregi il dubitar di novo[812],

Quando han già detto: ell’è così. S’io parlo

E che tale vi tengo. Italia forse

Mai da’ barbari in poi non vide a fronte

Due sì possenti eserciti: ma il nostro

L’ultimo sforzo è di Filippo. In ogni

Fatto di guerra entra fortuna, e sempre

Vuol la sua parte: chi nol sa? Ma quando

Ne va il tutto, o Signore, allor non vuolsi

Dargliene più ch’ella non chiede; e questo

Esercito con cui tutto possiamo

Salvar, ma che perduto in una volta

Mai più rifar non si potria, non dèssi

Come un dado gittarlo ad occhi chiusi,

Avventurarlo in un sì piccol[813] campo,

E in un campo mal noto, e quel che è peggio

Noto al nemico. Ei qui ci trasse: un torto

Argin divide le due schiere: a destra

E a sinistra paludi, in esse sparsi

I suoi drappelli; e noi fuori de’ nostri

Alloggiamenti non teniamo un palmo

Pur di terren. Credete ad un che l’arti

Conosce di costui, che ha combattuto

Al fianco suo: qui c’è[814] un’insidia. Forse

La miglior via di guerreggiar quest’uomo

Saria tenerlo a bada, aspettar tempo,

Tanto che alcun dei duci ai quali è sopra

Prendesse[815] a noia il suo superbo impero;

E il fascio ch’egli or nella mano ha stretto

Si rallentasse alfin. Pur, se a giornata

Venir si deve[816], non è questo il loco:

Usciam di qui, scegliamo un campo noi,

Tiriam quivi il nemico: ivi in un giorno,

Senza svantaggio almanco, si decida.

MALATESTI.

Due grandi schiere a fronte stanno; e grande

Fia la battaglia: d’una tale appunto

Abbisogna Filippo. A questi estremi

A poco a poco ei venne, e coi consigli

Che or proponete: a trarnelo, fia d’uopo

Appigliarci agli opposti. Il rischio vero

Sta nell’indugio; e nel mutare il campo

Rovina certa. Chi sapria dir quanto

Di numero e di cor scemato ei fia,

Pria che si ponga altrove? Ora egli è quale

Bramar lo puote un capitan; con esso

Tutto lice tentar.

[811] obbedito

[812] di nuovo

[813] picciol

[814] v’è

[815] Pigliasse

[816] debbe

SCENA II.

SFORZA, FORTEBRACCIO, e DETTI.

MALATESTI.

Ditelo, o Sforza,

E Fortebraccio; voi giungete in tempo:

Ditelo voi, come trovaste il campo?

Che possiamo sperarne?

SFORZA.

Ogni gran cosa.

Quando gli ordini udìr, quando lor parve

Che una battaglia si prepari, io vidi

Un feroce tripudio: alla chiamata

Esultando venièno, e col sorriso

Si fean cenno a vicenda. E quando io corsi

Entro le file, ad ogni schiera un grido

S’alzava; ognuno in me fissando il guardo

Parea dicesse: o condottier, v’intendo.

FORTEBRACCIO.

E tai son tutti: allor ch’io venni a’ miei,

Tutti mi furo intorno. Un mi dicea:

Quando udremo le trombe? Altri: noi siamo

Stanchi d’esser beffati; e tutti ad una[817]

La battaglia chiedean, come già certi

Dell’ottenerla, e dubbi sol del quando.

Ebben, compagni, io rispondea, se il segno

Presto s’udrà, mi date voi parola

Di vincere con me? Gli elmi levati

Sull’aste, un grido universal d’assenso

Fu la risposta[818], ond’io gioisco ancora.

E a tai soldati ci venia proposto

D’intimar la ritratta? e che alle[819] mani,

Che già posate sulle spade aspettano

L’ordin di sguainarle e di ferire,

Si comandasse di levar le tende?

Chi fronte avria di presentarsi ad essi

Con tal ordine ormai?

PERGOLA

Dal parlar vostro

Un novo[820] modo di milizia imparo;

Che i soldati comandino, e che i duci

Ubbidiscano[821].

FORTEBRACCIO.

O Pergola, i soldati

A cui capo son io, far da quel Braccio

Disciplinati, che per tutto ancora

Con maraviglia e con terror si noma;

E non son usi a sostener gli scherni

Dell’inimico.

PERGOLA

Ed io conduco genti

Da me, qual ch’io mi sia, disciplinate;

E sono avvezze ad aspettar la voce

Del condottiero, ed a fidarsi in lui.

MALATESTI.

Dimentichiamo or noi che numerati

Sono i momenti, e non ne resta alcuno

Per le gare private?

[817] in una

[818] parola

[819] ed alle

[820] nuovo

[821] Obbediscano

SCENA III.

TORELLO, e DETTI.

SFORZA.

Ebben, Torello,

Siete mutato di parer? Vedeste

L’animo ardente de’ soldati?

TORELLO.

Il vidi;

Udii le grida del furor, le grida

Della fiducia e del coraggio; e il viso

Rivolsi altrove, onde nessun dei prodi

Vi leggesse il pensier che mal mio grado

Vi si pingeva: era il pensier che false

Son quelle gioie e brevi; era il pensiero

Del valor che si perde. Io cavalcai

Lungo tutta la fronte: io tesi il guardo,

Quanto lunge potei; rividi quelle

Macchie che sorgon qua e là dal suolo

Uliginoso che la via fiancheggia:

Là son gli agguati, il giurerei. Rividi

Quel doppio cinto di muniti carri,

Onde assiepato è del nemico il campo.

Se l’urto primo ei sostener non puote,

Ha una ritratta ove sfuggirlo e uscirne

Preparato al secondo. Un novo[822] è questo

Trovato di costui, per tôrre ai suoi

Il pensier primo che s’affaccia ai vinti,

Il pensier della fuga. Ad atterrarlo

Due colpi è d’uopo: ei con un sol ne atterra.

Perchè, non giova chiuder gli occhi al vero,

Non son più quelle guerre, in cui pe’ figli

E per le donne e per la patria terra

E per le leggi che la fan sì cara,

Combatteva il soldato; in cui pensava

Il capitano a statuirgli un posto,

Egli a morirvi. A mercenarie genti

Noi comandiamo, in cui più di leggieri

Trovi il furor che la costanza: e’ corrono

Volonterosi alla vittoria incontro;

Ma s’ella tarda, se son posti a lungo

Tra la fuga e la morte, ah! dubbia è troppo

La scelta di costoro. E questo evento

Più che tutt’altro antiveder ci è forza.

Vil tempo in cui tanto al comando cresce

Difficoltà, quanto la gloria scema!

Io lo ripeto, non è questo un campo

Di battaglia per noi.

MALATESTI.

Dunque?

TORELLO.

Si muti.

Non siam pari al nemico; andiamo in luogo

Dove lo siam.

MALATESTI.

Così Maclodio a lui

Lascerem quasi in dono? I valorosi,

Che vi son chiusi, non potran tenersi

Più che due giorni.

TORELLO.

Il so; ma non si tratta

Nè d’un presidio qui, nè d’una terra;

Trattasi dello Stato.

SFORZA.

E di che mai

Se non di terre si compon lo Stato?

E quelle che indugiando, ad una ad una

Già lasciammo sfuggir, quante son elle?

Casal, Bina, Quinzano e.... se vi piace

Noveratele voi, chè in tal pensiero

Troppo caldo io mi sento. Il nobil manto,

Che a noi fidato ha il Duca, a brano a brano

Soffriam così che in nostra man si scemi,

E che a lui messo omai da noi non giunga

Che una ritratta non gli annunzi. Intanto

Superbisce il nemico, e ai nostri indugi

Sfacciato insulta.

TORELLO.

E questo è segno, o Sforza,

Ch’ei brama una battaglia.

SFORZA.

Oh, che puot’egli

Bramar di più, che innanzi a sè cacciarne

Con la[823] spada nel fodero?

PERGOLA.

Che puote

Bramar di più? Dirovvel io[824]: che noi

Tutto arrischiam l’esercito in un campo

Ov’egli ha preso ogni vantaggio. Or questo

Poniamo in salvo; chè le terre è lieve

Riprender[825] con gli eserciti.

FORTEBRACCIO

Con quali?

Non, per mia fè, con quelli a cui s’insegna

A diloggiar quando il nemico appare,

A non mirarlo in faccia, a lasciar soli

Nelle angosce i compagni; ma con genti

Quali or le abbiam d’ira e di scorno accese,

Impazienti di pugnar, con queste

Si riparan le perdite, e si vince.

Che dobbiamo aspettar? Brandi arrotati,

Perchè lasciarli irrugginir?

SFORZA.

Torello,

Voi temete d’agguati? Anch’io dirovvi:

Non son più quelle guerre, in cui minuti

Drappelletti movean, con l’occhio[826] teso

Ogni macchia guatando, ogni rivolta.

Un’oste intera sopra[827] un’oste intera

Oggi rovescerassi: un tanto stuolo

Si vince sì, ma non s’accerchia; ei spazza

Innanzi a sè gl’intoppi, e fin ch’è unito,

Dovunque sia, sul suo terreno è sempre.

FORTEBRACCIO.

(a PERGOLA e TORELLO)

Siete convinti?

TORELLO.

Sofferite....

MALATESTI.

Io il sono.

Omai vano è più dir. Certo io mi tengo

Che tutti andrete in operar d’accordo

Più che non foste in divisar disgiunti.

Poi che un partito e l’altro ha il suo periglio,

Scegliamo almen quel che più gloria ha seco.

Noi darem la battaglia: alla frontiera

Io mi pongo coi miei; Sforza vien dietro

E chiude la vanguardia; il mezzo tenga

Della battaglia Fortebraccio: e il nostro

Ufizio[828] sia con impeto serrarci

Addosso al[829] campo del nemico, aprirlo,

E spingerci a Maclodio. Voi, Torello,

E voi, Pergola, a cui sì dubbia sembra

Questa giornata, io pongo in vostra mano

L’assicurarla: voi, discosti alquanto,

Il retroguardo avrete. O la fortuna,

Pur come suol, seconda i valorosi,

E rompiamo il nemico; e voi piombate

Sopra i dispersi. Ma s’ei dura incontro

L’impeto nostro, e ci vedete entrati

D’onde[830] uscir soli non possiam; venite

A noi, reggete i periglianti amici;

Chè, per cosa che avvenga[831], io vi prometto,

Retrocedere a voi non ci vedrete.

FORTEBRACCIO.

Non ci vedrete, no.

SFORZA.

Siatene certi.

FORTEBRACCIO.

Sia lode al ciel, combatteremo alfine:

Mai non accadde a capitan, ch’io sappia,

Per fare il suo mestier contender tanto.

PERGOLA.

O Carmagnola, tu pensasti che oggi

Il giovenil corruccio alla prudenza

Prevarrebbe dei vecchi; e ti apponesti.

FORTEBRACCIO.

Sì, la prudenza è la virtù dei vecchi:

Ella cresce con gli anni, e tanto cresce

Che alfin diventa.....

PERGOLA.

Ebben, dite.

FORTEBRACCIO.

Paura;

Poi che volete ad ogni modo udirlo.

MALATESTI.

Fortebraccio!

PERGOLA.

L’hai detto. Ad un soldato

Che già più volte avea pugnato e vinto

Prima che tu vedessi una bandiera,

Oggi tu il primo hai detto.....

MALATESTI.

Da quel lato

Presso Maclodio è posto il Carmagnola.

Quegli fra noi che avere oggi pensasse

Altro nemico che costui, sarebbe

Un traditor: pensatamente il dico.

PERGOLA.

Ritratto il voto che dapprima io diedi;

E il do per la battaglia: ella fia quale

Predissi allor; ma non importa. Allora

Potea schifarsi; or la domando io primo:

Io son per la battaglia.

MALATESTI.

Accetto il voto

Ma non l’augurio: lo distorni il cielo

Sul capo del nemico.

PERGOLA.

O Fortebraccio,

Tu m’hai offeso.

MALATESTI.

Or via....

FORTEBRACCIO.

Se così credi,

Sia pur così: perchè a te spiaccia, o a quale

Altro pur sia, non crederai ch’io voglia

Una parola ritirar che uscita

Dalle labbra mi sia.

MALATESTI.

(in atto di partire)

Chi resta fido

A Filippo, mi segua.

PERGOLA.

Io vi prometto

Che oggi darem battaglia, e che di noi

Non mancheravvi alcuno. O Fortebraccio,

Non giunger onta ad onta; io ti ripeto,

Tu m’hai offeso. Ascolta, io t’offro il modo

Che tu mi renda l’onor mio, serbando

Intatto il tuo.

FORTEBRACCIO.

Che vuoi?

PERGOLA.

Dammi il tuo posto.

Ovunque tu combatta, a tutti è noto

Che tu volesti la battaglia, ed io,

Io devo[832] ad ogni modo essere in luogo

Che l’amico e il nemico aperto veda[833]

Ch’io non ho... tu m’intendi.

FORTEBRACCIO.

Io son contento.

Prendi[834] quel posto; poi che il brami, è tuo.

O forte, or m’odi: ora m’è dolce il dirti

Ch’io non t’offesi, no: per la fortuna

Del signor nostro tu soverchio temi:

Questo dir volli. Ma il timor che nasce

In cor di quel[835] che ama la vita, e l’ama

Più dell’onor, ma che nel cor del prode

Muore al primo periglio ch’egli affronta,

E mai più non risorge, o valoroso,

Pensavi tu?...

PERGOLA.

Nulla pensai: tu parli

Da generoso qual tu sei.

(a MALATESTI)

Signore,

Voi consentite al cambio?...

MALATESTI.

Io ci consento[836];

E son ben lieto di veder tant’ira

Tutta cader sovra il nemico.

TORELLO.

(allo SFORZA)

Io stava

Col Pergola da prima; ingiusto, io spero,

Non vi parrà.....

SFORZA.

V’intendo; e con lui state

Alla vanguardia: ultimi e primi, tutti

Combatterem; poco m’importa il dove.

MALATESTI.

Non più ritardi. Iddio sarà coi prodi.

(partono)

[822] nuovo

[823] Qui Colla: più giù con gli.

[824] Dirovvel’io.

[825] Ripigliar

[826] coll’occhio

[827] sovra

[828] Ufficio

[829] il

[830] Nell’ediz. 1820 e ’45: Donde

[831] accaggia

[832] deggio

[833] veggia

[834] Piglia

[835] quei

[836] v’acconsento

SCENA IV.

Campo veneziano. Tenda del Conte.

IL CONTE, un SOLDATO.[837]

SOLDATO.

Signor, l’oste nemica è in movimento:

La vanguardia è sull’argine, e s’avanza.

IL CONTE.

I condottieri dove son?

SOLDATO.

Qui tutti

Fuor della tenda i principali; e stanno

Gli ordin vostri aspettando.

IL CONTE.

Entrino tosto.

(parte il Soldato)

[837] poi un Soldato che sopraggiunge.

SCENA V.

IL CONTE.

Eccolo il dì ch’io bramai tanto.—Il giorno

Ch’ei non mi volle udir, che invan pregai,

Che ogni adito era chiuso, e che deriso,

Solo, io partiva, e non sapea per dove,

Oggi con gioia io lo rammento alfine.

Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,

Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!

Io lo dicea; ma allor pareva un sogno,

Un sogno della rabbia; ed ora è vero.

Gli sono a fronte: ecco mi balza il core:

Io sento il dì della battaglia..... E s’io.....

No: la vittoria è mia.

SCENA VI.

IL CONTE, GONZAGA, ORSINI, TOLENTINO, altri CONDOTTIERI.

IL CONTE.

Compagni, udiste

La lieta nova[838]: l’inimico ha fatto

Ciò ch’io volea; così voi pur farete.

E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro,

Il più bel dì di nostra vita apporta.

Non è tra voi chi una battaglia aspetti

Per farsi un nome, il[839] so; ma questa sera

L’avrem più glorioso; e la parola

Che al nostro orecchio sonerà[840] più grata,

Omai fia quella di Maclodio. Orsini,

Son pronti i tuoi?

ORSINI.

Sì.

IL CONTE.

Corri all’imboscate

Sulla destra dell’argine; raggiungi

Quei che vi stanno, e prendine[841] il comando.

E tu a sinistra, o Tolentino. E quindi

Non vi movete, che non sia lo scontro

Incominciato; quando ei fia, correte

Alle spalle al nemico. Udite entrambi.

Se dell’insidie egli s’avvede, e tenta

Ritrarsi, appena avrà voltato il dorso,

Siategli addosso uniti: io son con voi.

Provochi, o fugga, oggi dev’esser vinto.

ORSINI.

E[842] lo sarà.

(parte).

TOLENTINO.

T’ubbidirem[843], vedrai.

(parte).

IL CONTE.

(agli altri)

Tu, Gonzaga, al mio fianco. I posti a voi

Assegnerò sul campo. Andiam, compagni;

Si resista al prim’urto: il resto è certo.

[838] nuova

[839] io ’l

[840] scenderà

[841] pigliane

[842] Ei

[843] Ti obbedirem

CORO.[844]

S’ode a destra uno squillo di tromba;

A sinistra risponde uno squillo:

D’ambo i lati calpesto rimbomba

Da cavalli e da fanti il terren.

Quinci spunta per l’aria un vessillo;

Quindi un altro s’avanza spiegato:

Ecco appare un drappello schierato;

Ecco un altro che incontro gli vien.

Già di mezzo sparito è il terreno;

Già le spade respingon le spade;

L’un dell’altro le immerge nel seno;

Gronda il sangue; raddoppia il ferir.

—Chi son essi? Alle belle contrade

Qual ne venne straniero a far guerra?

Qual è quei che ha giurato la terra

Dove nacque far salva, o morir?

—D’una terra son tutti: un linguaggio

Parlan tutti: fratelli li dice

Lo straniero: il comune lignaggio

A ognun d’essi dal volto traspar.

Questa terra fu a tutti nudrice,

Questa terra di sangue ora intrisa,

Che natura dall’altre ha divisa,

E ricinta con l’alpe e col mar.

—Ahi! Qual d’essi il sacrilego brando

Trasse il primo il fratello a ferire?

Oh terror! Del conflitto esecrando

La cagione esecranda qual è?[845]

—Non la sanno: a dar morte, a morire

Qui senz’ira ognun d’essi è venuto;

E venduto ad un duce venduto,

Con lui pugna, e non chiede il perchè.

—Ahi sventura! Ma spose non hanno,

Non han madri gli stolti guerrieri?

Perchè tutte i lor cari non vanno

Dall’ignobile campo a strappar?

E i vegliardi che ai casti pensieri

Della tomba già schiudon la mente,

Chè non tentan la turba furente

Con prudenti parole placar?

—Come assiso talvolta il villano

Sulla porta del cheto abituro,

Segna il nembo che scende lontano

Sopra[846] i campi che arati ei non ha;

Così udresti ciascun che sicuro

Vede lungi le armate coorti,

Raccontar le migliaia de’ morti,

E la pieta dell’arse città.

Là, pendenti dal labbro materno

Vedi i figli che imparano intenti

A distinguer con nomi di scherno

Quei che andranno ad uccidere un dì;

Qui le donne alle veglie lucenti

De’ monili far pompa e de’ cinti,

Che alle donne diserte de’ vinti

Il marito o l’amante rapì.

—Ahi sventura! sventura! sventura!

Già la terra è coperta d’uccisi;

Tutta è sangue la vasta pianura;

Cresce il grido, raddoppia il furor.

Ma negli ordini manchi e divisi

Mal si regge, già cede una schiera;

Già nel volgo che vincer dispera,

Della vita rinasce l’amor.

Come il grano lanciato dal pieno

Ventilabro nell’aria si spande;

Tale intorno per l’ampio terreno

Si sparpagliano i vinti guerrier.

Ma improvvise terribili bande

Ai fuggenti s’affaccian sul calle;

Ma si senton più presso alle spalle

Anelare[847] il temuto destrier.

Cadon trepidi a piè de’ nemici,

Gettan[848] l’arme, si danno prigioni:

Il clamor delle turbe vittrici

Copre i lai del tapino che mor.[849]

Un corriero è salito in arcioni;

Prende un foglio, il ripone, s’avvia,

Sferza, sprona, divora la via;

Ogni villa si desta al rumor.[850]

Perchè tutti sul pesto cammino

Dalle case, dai campi accorrete?

Ognun chiede con ansia al vicino,

Che gioconda novella recò?

Donde ei venga, infelici, il sapete,

E sperate che gioia favelli?

I fratelli hanno ucciso i fratelli:

Questa orrenda novella vi do.

Odo intorno festevoli gridi;

S’orna il tempio, e risona[851] del canto;

Già s’innalzan dai cori[852] omicidi

Grazie ed inni che abbomina il ciel.

Giù dal cerchio dell’alpi frattanto

Lo straniero gli sguardi rivolve;

Vede i forti che mordon la polve,

E li conta con gioia crudel.

Affrettatevi, empite le schiere,

Sospendete i trionfi ed i giochi,[853]

Ritornate alle vostre bandiere:

Lo straniero discende; egli è qui.

Vincitor! Siete deboli e pochi?

Ma per questo a sfidarvi ei discende;

E voglioso a quei campi v’attende

Dove[854] il vostro fratello perì.

Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,

Tu che in pace nutrirli non sai,

Fatal terra, gli estrani ricevi:

Tal giudizio[855] comincia per te.

Un nemico che offeso non hai,

A tue mense insultando s’asside;

Degli stolti le spoglie divide;

Toglie il brando di mano a’ tuoi re.

Stolto anch’esso! Beata fu mai

Gente alcuna per sangue ed oltraggio?

Solo al vinto non toccano i guai;

Torna in pianto dell’empio il gioir.

Ben talor nel superbo viaggio

Non l’abbatte l’eterna vendetta;

Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;

Ma lo coglie all’estremo sospir.

Tutti fatti a sembianza d’un Solo,

Figli tutti d’un solo Riscatto,

In qual ora[856], in qual parte del suolo,

Trascorriamo quest’aura vital,

Siam fratelli; siam stretti ad un patto:

Maledetto colui che l’infrange,[857]

Che s’innalza sul fiacco che piange,

Che contrista uno spirto immortal!

Fine dell’atto secondo.

[844] Qui era una nota: Vedasi la Prefazione, a pagina [161].

[845] qual’è?

[846] Sovra. Altrove lascia sovra; cfr. pag. 247.

[847] Scalpitare

[848] Rendon

[849] muor.

[850] romor.

[851] risuona

[852] cuori

[853] giuochi

[854] Ove

[855] giudicio

[856] qual’ora

[857] lo infrange