ATTO TERZO.

SCENA I.

Campo de’ Longobardi.—Piazza dinanzi alla tenda di Adelchi.

ADELCHI, ANFRIDO.

ANFRIDO.

(che sopraggiunge)

Signor!

ADELCHI.

Diletto Anfrido; ebben, che fanno

Codesti Franchi? non dan segno ancora

Le tende al tutto di levar?

ANFRIDO.

Nessuno

Finora: immoti tuttavia si stanno,

Quali sull’alba li vedesti, quali

Son da tre dì, poi che le prime schiere

Cominciar la ritratta. Una gran parte[236]

Scórsi del vallo, esaminando; ascesi

Una torre, e guatai; stretti li vidi

In ordinanza, folti, all’erta, in atto

Di chi assalir non pensa, ed in sospetto

Sta d’un assalto; e più si guarda, quanto

Più scemato è di forze; e senza offesa

Ritrarsi agogna, ed il momento aspetta.[237]

ADELCHI.

E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vile

Offensor d’Ermengarda, ei che giurava

Di spegner la mia casa; ed io non posso

Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,

Dibattermi con esso, e riposarmi

Sull’armi sue! Nol posso! In campo aperto

Stargli a fronte, non[238] posso! In queste Chiuse

La fè de’ pochi che a guardarle io scelsi,

Il cor di quelli ch’io prendea tra[239] i pochi,

Compagni alle sortite, alla salvezza

Potè bastar d’un regno: i traditori

Stetter lontani dalla pugna, inerti,

Ma contenuti. In campo aperto, al Franco

Abbandonato da costor sarei,

Solo coi pochi. Oh vil trionfo![240] Il messo

Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto

Annunzio mi darà: gioia[241] mi fia

Che lunge ei sia dalla mia spada!

ANFRIDO.

O dolce

Signor, ti basti questa gloria. Come

Un vincitor sopra la preda,[242] ei scese

Su questo regno, e vinto or torna: ei vinto

Si confessò quando implorò la pace,

Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello

Che l’hai rispinto. Il padre tuo n’esulta;

Tutto il campo il confessa: i fidi tuoi

Alteri van della tua gloria, alteri

Di dividerla teco; e quei codardi

Che a non amarti si dannar, temerti

Dovranno or più che mai.

ADELCHI.

La gloria? il mio

Destino è d’agognarla, e di morire

Senza averla gustata. Ah no! codesta

Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico

Parte impunito; a nuove imprese ei corre;

Vinto in un lato, ei di vittoria altrove

Andar può in cerca; ei che su un popol regna

D’un sol voler, saldo, gittato in uno,

Siccome il ferro del suo brando; e in pugno

Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio

Che m’offese nel cor, che per ammenda

Il mio regno assalì, compier non posso

La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,

Che sempre increbbe al mio pensier, nè giusta

Nè gloriosa, si presenta; e questa

Certa ed agevol fia.

ANFRIDO.

Torna agli antichi

Disegni il re?

ADELCHI

Dubbiar ne puoi? Securo

Dalle minacce d’esti Franchi, incontro

L’apostolico sire il campo tosto

Ei moverà: noi guiderem sul Tebro

Tutta Longobardia, pronta, concorde

Contro gl’inermi, e fida allor che a certa

E facil preda la conduci. Anfrido,

Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruine

Sopra ruine ammucchierem: l’antica

Nostr’arte è questa: ne’[243] palagi il foco

Porremo e ne’[243] tuguri[244]: uccisi i primi,

I signori del suolo, e quanti a caso

Nell’asce nostre ad inciampar verranno,

Fia servo il resto, e tra[245] di noi diviso;

E ai più sleali e più temuti, il meglio

Toccherà della preda.—Oh! mi parea,

Pur mi parea che ad altro io fossi nato,

Che ad esser capo di ladron; che il cielo

Su questa terra altro da far mi desse

Che, senza rischio e senza onor, guastarla.

—O mio diletto! O de’ miei giorni primi,

De’ giochi miei, dell’armi poi, de’ rischi

Solo compagno e de’[246] piacer; fratello

Della mia scelta, innanzi a te soltanto

Tutto vola sui labbri il mio pensiero.

Il mio cor m’ange, Anfrido: ei mi comanda

Alte e nobili cose; e la fortuna

Mi condanna ad inique; e strascinato

Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,

Senza scopo; e il mio cor s’inaridisce,

Come il germe caduto in rio terreno,

E balzato dal vento.

ANFRIDO.

Alto infelice!

Reale amico! Il tuo fedel[247] t’ammira,

E ti compiange. Toglierti la tua

Splendida cura non poss’io, ma posso

Teco sentirla almeno. Al cor d’Adelchi

Dir che d’omaggi, di potenza e d’oro

Sia contento, il poss’io? dargli la pace

De’[248] vili, il posso? e lo vorrei, potendo?

—Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,

Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corso

Comincia appena; e chi sa dir, quai tempi,

Quali opre il cielo ti prepara? il cielo

Che re ti fece, ed un tal cor ti diede.

[236] Un lungo tratto

[237] agguata

[238] io non

[239] fra

[240]

al Franco,

Solo coi pochi, abbandonato almeno

Io sarei da costoro. Oh rabbia!

[241] gioja

[242] la spoglia

[243] nei

[244] tugurj

[245] fra

[246] dei

[247] Fedel

[248] Dei

SCENA II.

ADELCHI, DESIDERIO.

(ANFRIDO si ritira)

DESIDERIO.

Figlio, a te, rege qual son io, m’è tolto

Esser largo d’onor: farti più grande

Nessun mortale il può; ma un premio io tengo

Caro alla tua pietà, la gioia[249] e l’alte

Lodi d’un padre. Salvator d’un regno,

La tua gloria or comincia: altro più largo

E agevol campo le si schiude. I dubbi,[250]

Ed i timor, che a’ miei disegni un giorno

Tu frapponevi, ecco, gli ha sciolti il tuo

Braccio; ogni scusa il tuo valor ti fura.

Dissipator di Francia! io ti saluto

Conquistator di Roma: al nobil serto

Che non intero mai passò sul capo

Di venti re, tu di tua man porrai

L’ultima fronda, e la più bella.

ADELCHI.

A quale

Tu vogli impresa, il tuo guerriero, o padre,

Ubbidiente[251] seguiratti.

DESIDERIO.

E a tanto

Acquisto, o figlio, ubbidienza[252] sola

Spinger ti può?

ADELCHI.

Questa è in mia mano; e intera

L’avrai, fin ch’io respiro.

DESIDERIO.

Ubbidiresti[253]

Biasmando?

ADELCHI.

Ubbidirei.[254]

DESIDERIO.

Gloria e tormento

Della canizie mia, braccio del padre

Nella battaglia, e ne’[255] consigli inciampo!

Sempre così, sempre fia d’uopo a forza

Traggerti alla vittoria?

[249] gioja

[250] dubbj

[251] Obbediente

[252] obbedienza

[253] Obbediresti

[254] Obbedirei

[255] nei

SCENA III.

Uno SCUDIERO frettoloso e[256] atterrito, e DETTI.

LO SCUDIERO.

I Franchi! i Franchi!

DESIDERIO.

Che dici, insano?

UN ALTRO SCUDIERO

I Franchi, o re.

DESIDERIO.

Che Franchi?

(la scena s’affolla di Longobardi fuggitivi. Entra BAUDO)

ADELCHI.

Baudo, che fu?

BAUDO.

Morte e sventura! Il campo

È invaso e rotto[257] d’ogni parte: al dorso

Piombano i Franchi ad assalirci.

DESIDERIO.

I Franchi!

Per qual via?

BAUDO.

Chi lo sa?

ADELCHI.

Corriamo; ei fia

Un drappello sbandato.

(in atto di partire)

BAUDO.

Un’oste intera:

Gli sbandati siam noi: tutto è perduto.

DESIDERIO.

Tutto è perduto?

ADELCHI.

Ebben, compagni, i Franchi?

Non siam noi qui per essi? Andiam: che importa

Da che parte sian giunti? I nostri brandi,

Per riceverli, abbiamo. I brandi in pugno!

Ei gli han provati: è una battaglia ancora:

Non v’è sorpresa pel guerrier: tornate;

Via, Longobardi, indietro; ove correte,

Per Dio? La via che avete presa è infame:

Il nemico è di là. Seguite Adelchi.

(entra ANFRIDO)

Anfrido!

ANFRIDO.

O re, son teco.

ADELCHI.

(avviandosi)

O padre; accorri,

Veglia alle Chiuse.

(parte seguito da ANFRIDO, da BAUDO e da alcuni Longobardi).

DESIDERIO.

(ai fuggitivi che attraversano la scena)

Sciagurati! almeno

Alle Chiuse con me: se tanto a core

Vi sta la vita, ivi son torri e mura

Da porla in salvo.

(sopraggiungono Soldati fuggitivi dalla parte opposta a quella da cui[258] è partito ADELCHI).

UN SOLDATO FUGGITIVO.

O re, tu qui? Deh! fuggi.

(attraversa le scene[259]).

DESIDERIO.

Infame! al re questo consiglio? E voi,

Da chi fuggite? In abbandon le Chiuse

Voi lasciate così? Che fu? Viltade

V’ha tolto il senno.

(i Soldati continuano a fuggire. DESIDERIO appunta la spada al petto d’uno di essi, e lo ferma).

Senza cor, se il ferro

Fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide

Come quello de’[260] Franchi. Al re favella:

Perchè fuggite dalle Chiuse?

SOLDATI.

I Franchi

Dall’altra parte hanno sorpreso il campo;

Gli abbiam veduti dalle torri. I nostri

Son dispersi.

DESIDERIO.

Tu menti. Il figliuol mio

Gli ha radunati,[261] e li conduce incontro

A que’[262] pochi nemici. Indietro!

SOLDATI.

O sire,

Non è più tempo; e’ non son pochi; e’ giungono;

Scampo non v’è: schierati ei sono; e i nostri

Chi qua, chi là, senz’arme, in fuga: Adelchi

Non li raduna[263]: siam traditi.

DESIDERIO.

(ai fuggitivi che s’affollano)

Oh vili!

Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa

Restar si può.

UN SOLDATO.

Sono deserte: i Franchi

Le passeranno; e noi siam posti intanto

Tra[264] due nemici: un piccol[265] varco appena

Resta alla fuga: or or fia chiuso.

DESIDERIO.

Ebbene;

Moriam qui da guerrier.

UN ALTRO SOLDATO.

Siamo traditi;

Siam venduti al macello.

UN ALTRO SOLDATO.

In giusta guerra

Morir vogliam, come a guerrier conviensi,

Non isgozzati a tradimento.

ALTRO SOLDATO.

I Franchi!

MOLTI SOLDATI.

Fuggiamo!

DESIDERIO.

Ebben, correte; anch’io con voi

Fuggo: è destin di chi comanda ai tristi.

(s’avvia coi fuggitivi).

[256] ed

[257] È penetrato

[258] donde

[259] la scena

[260] dei

[261] ragunati

[262] quei

[263] raguna

[264] Fra

[265] picciol

SCENA IV.

Parte del campo abbandonato da’[266] Longobardi, sotto alle Chiuse.

CARLO circondato da CONTI FRANCHI, SVARTO.

CARLO.

Ecco varcate queste Chiuse. A Dio

Tutto l’onor. Terra d’Italia, io pianto

Nel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.

È una vittoria senza pugna. Eccardo

Tutto ha già fatto.

(a[267] uno de’[268] Conti)

Su quel colle ascendi,

Guarda[269] se vedi la sua schiera, e tosto

Vieni a darmene avviso.

(il Conte parte).

[266] dai

[267] ad

[268] dei

[269] Guata

SCENA V.

RUTLANDO, e DETTI.

CARLO.

E che? Rutlando,

Tu riedi dal conflitto?

RUTLANDO.

O re, ti chiamo

In testimonio, e voi Conti, che in questo

Vil giorno il brando io non cavai: ferisca

Oggi chi vuol: gregge atterrito e sperso,

Io non l’inseguo.

CARLO.

E non trovasti alcuno

Che mostrasse la fronte?

RUTLANDO.

Incontro io vidi

Un drappello venirmi, ed alla testa

Più duchi avea: sopra lor corsi; e quelli

Calar tosto i vessilli, e fecer segni

Di pace, e amici si gridaro.—Amici?

Noi l’eravam più assai, quando alle Chiuse

Ci scontravam.—Chiesero il re; le spalle

Lor volsi; or li vedrai. No: s’io sapea

A qual nemico si venia, per certo

Mosso di Francia non sarei.

CARLO.

T’accheta,

Prode tra’[270] prodi miei. Bello è d’un regno,

Sia comunque, l’acquisto; in lungo, il vedi,

Non andrà questo; e non temer che manchi

Da far: Sassonia non è vinta ancora.

(entra il Conte spedito da CARLO).

CONTE.[271]

(a CARLO)

Eccardo è in campo, e verso noi s’avanza;

Ei procede in battaglia: i Longobardi,

Tra[272] il nostro campo e il suo, sfilati, in folla,

Sfuggono a destra ed a sinistra: il piano,

Che da lui ci divide, or or fia sgombro.

CARLO.

Esser dovea così.

CONTE.[273]

Vidi un drappello,

Che s’arrendette ai nostri; e a questa volta

Venia correndo.

UN ALTRO CONTE.

È qui.

CARLO.

Svarto, son quelli

Che m’annunziasti?

SVARTO.

Il son.—Compagni!

[270] fra i

[271] IL CONTE

[272] Fra

[273] IL CONTE

SCENA VI.

ILDECHI, ed altri DUCHI, GIUDICI, SOLDATI longobardi, e DETTI.

ILDECHI.

O Svarto,[274]

Il re!

CARLO.

Son desso.

ILDECHI.

(s’inginocchia e mette[275] le sue mani tra[276] quelle di CARLO)

O re de’[277] Franchi e nostro!

Nella tua man vittoriosa accogli

La nostra man devota, e dalla bocca

De’[278] Longobardi tuoi l’omaggio accetta,

A te promesso da gran tempo.

CARLO.

Svarto,

Conte di Susa....[279]

SVARTO.

O re, qual grazia?...

CARLO.

Il nome

Dimmi di questi a me devoti.

SVARTO.

Il duca

Di Trento Ildechi, di Cremona Ervigo,

Ermenegildo di Milano, Indolfo

Di Pisa, Vila di Piacenza: questi

Giudici son; questi guerrieri.

CARLO.

Alzatevi,

Fedeli miei, giudici e duchi, ognuno

Nel grado suo, per ora. I primi istanti

Che di riposo avremo, io li destino

Al guiderdon de’ vostri merti: il tempo

Questo è d’oprar. Prodi Fedeli, ai vostri

Fratei[280] tornate; dite lor, che ad una

Gente germana, di german guerrieri

Capo, guerra io non porto: una famiglia

Riprovata dal ciel, del solio indegna,

A balzarnela io venni. Al vostro regno

Non fia mutato[281] altro che il re. Vedete

Quel sol? qualunque, in pria ch’ei scenda, omaggio

In mia mano a far venga, o de’[282] Fedeli

Franchi, o di voi, nel grado suo serbato,

Mio Fedel diverrà. Chi a me dinanzi

Tragga i due che fur regi, un premio aspetti

Pari all’opra.

(i Longobardi partono).

CARLO.

(a RUTLANDO in disparte)

Rutlando, ho io chiamati

Prodi costor?

RUTLANDO.

Pur troppo.

CARLO.

Errato ha il labbro

Del re. Questa parola ai Franchi miei

In guiderdon la serbo. Oh! possa ognuno

Dimenticar ch’io proferita or l’abbia.

(s’avvia).

[274] O Svarto!

[275] pone

[276] fra

[277] dei

[278] Dei

[279] di Susa!

[280]

Concittadin tornate, a quei che ancora

Non san che Iddio de’ Longobardi al regno

Oggi assunto ha il suo servo; e che potrieno,

Sventurati, al lor re, senza saperlo, Star contro in

campo: dite lor, che ad una

[281] cangiato

[282] dei

SCENA VII.

ANFRIDO ferito, portato da due FRANCHI, e DETTI.

RUTLANDO.

Ecco un nemico. Ove si pugna?

UN FRANCO.

Il solo

Che pugnasse, è costui.

CARLO.

Solo?

IL FRANCO.

Gran parte

Gettan l’arme, e si danno; in fuga a torme

Altri ne van. Lento a ritrarsi e solo

Costui vedemmo, che alle barde, all’armi,

Uom d’alto affar parea: quattro guerrieri

Da un drappel ci spiccammo, e a tutta briglia

Sull’orme sue, pei campi. Egli inseguito

Nulla affrettò della sua fuga; e quando

Sopra gli fummo, si rivolse. Arrenditi,

Gli gridiamo; ei ne affronta: al più vicino

Vibra l’asta, e lo abbatte: la ritira,

Prostra il secondo ancor; ma nello stesso

Ferir, percosso dalle nostre ei cadde.

Quando fu al suol, tese le mani in atto

Di supplicante, e ci pregò, che posto

Ogni rancor, sull’aste nostre ei fosse

Portato lungi[283] dal tumulto, in loco

Dove in pace ei si muoia.[284] Invitto sire,

Meglio da far quivi non c’era:[285] al prego

Ci arrendemmo.

CARLO.

E ben feste: a chi resiste

L’ire vostre serbate.

(a SVARTO)

Il riconosci?

SVARTO.

Anfrido egli è, scudier d’Adelchi.

CARLO.

Anfrido.

Tu solo andavi contro a lor?

ANFRIDO.

Bisogno

C’è[286] di compagni per morir?

CARLO.

Rutlando,[287]

Ecco un prode.

(ad ANFRIDO)

O guerrier, perchè gittavi

Una vita sì degna? e non sapevi

Che nostra divenia? che, a noi cedendo,

Guerrier restavi e non prigion di Carlo?

ANFRIDO.

Io viver tuo guerrier, quand’io potea

Morir quello d’Adelchi? Al ciel diletto

È Adelchi, o re. Da questo giorno infame

Trarrallo il ciel, lo spero, e ad un migliore

Vorrà serbarlo: ma, se mai.... rammenta

Che, regnante o caduto, è tale Adelchi,

Che chi l’offende, il Dio del cielo offende

Nella più pura immagin sua. Lo vinci

Tu di fortuna e di poter, ma d’alma

Nessun mortale: un che si muor tel dice.

CARLO.

(ai Conti)

Amar così deve un Fedel.

(ad ANFRIDO)

Tu porti

Teco la nostra stima. È il re de’[288] Franchi

Che ti stringe la man, d’onore in segno,

E d’amistà. Nel suol de’ prodi, o prode,

Il tuo nome vivrà; le Franche donne

L’udran dal nostro labbro, e il ridiranno

Con riverenza e con pietà; riposo

Ti pregheran. Fulrado, a questo pio

Presta gli estremi ufizi.[289]

(ai Soldati che rimangono)

In lui vedete

Un amico del re. Conti, ad Eccardo

Incontro andiam: nobil saluto ei merta.

[283] lunge

[284] muoja

[285] v’era

[286] Fa

[287] Rutlando!

[288] dei

[289] uffici

SCENA VIII.

Bosco solitario.

DESIDERIO, VERMONDO, altri LONGOBARDI fuggiaschi in disordine.

VERMONDO.

Siamo in salvo, o mio re: scendi, e su queste

Erbe l’antico e venerabil fianco

Riposa alquanto. O mio signor, ripiglia

Gli affaticati spirti. Assai dal campo

Siam lunge, e fuor di strada: al nostro orecchio

Lo scellerato mormorio non giunge.

Cinto non sei che di leali.

DESIDERIO.

E Adelchi?

VERMONDO.

Or or fia qui, lo spero; alla sua traccia

Più d’un fido inviai, che lo ritragga

Dall’empio rischio, a miglior pugna il serbi,

E a questa posta de’ leali il guidi.

DESIDERIO.

O mio Vermondo, il vecchio rege è stanco,

È stanco—dalla fuga.

VERMONDO.

Ahi traditori!

DESIDERIO.

Vili! Nel fango han trascinato i bianchi

Capelli del lor re; l’hanno costretto,

Come un vile, a fuggir.—Fuggire! e quinci

Non sorgerò che per fuggir di nuovo?

A che pro? dove? in traccia d’un sepolcro

Privo di gloria?—E comple? Io, per costoro,

Fuggir? Chi il regno mi rapì, mi tolga

La vita. Ebben? quand’io sarò sotterra,

Che mi farà codesto Carlo?

VERMONDO.

O nostro

Re per sempre, fa cor: son molti i fidi;

La sorpresa gli ha spersi; a te d’intorno

Li chiamerà l’onor: ti restan tante

Città munite; e Adelchi vive, io spero.

DESIDERIO.

Maledetto[290] quel dì che sopra il monte

Alboino salì, che in giù rivolse

Lo sguardo, e disse: questa terra è mia!

Una terra infedel che sotto i piedi

De’[291] successori suoi doveva aprirsi,

Ed ingoiarli![292] Maledetto[293] il giorno,

Che un popol vi guidò, che la dovea

Guardar così! che vi fondava un regno,

Che un’[294] esecranda ora d’infamia ha spento!

VERMONDO.

Il re!

DESIDERIO.

Figlio, sei tu?

[290] Maladetto

[291] Dei

[292] ingojarli

[293] Maladetto

[294] una

SCENA IX.

ADELCHI, e DETTI.

ADELCHI.

Padre, ti trovo!

(s’[295] abbracciano).

DESIDERIO.

S’io t’avessi ascoltato!

ADELCHI.

Oh! che rammenti?

Padre, tu vivi; un alto scopo ancora

È serbato a’ miei dì; spender li posso

In tua difesa.—O mio signor, la lena

Come ti regge?

DESIDERIO.

Oh! per la prima volta,

Sento degli anni e degli stenti il peso.

Di gravi io ne portai; ma allor non era

Per fuggire un nemico.

ADELCHI.

(ai Longobardi)

Ecco, o guerrieri,

Il vostro re.

UN LONGOBARDO.

Noi morirem per lui!

MOLTI LONGOBARDI.

Tutti morrem!

ADELCHI.

Quand’è così, salvargli

Forse potrem più che la vita.—E a questa

Causa, or sì dubbia ma ognor sacra, afflitta

Ma non perduta, voi legate ancora

La vostra fede?

UN LONGOBARDO.

A’[296] tuoi guerrieri, Adelchi,

Risparmia i giuri: ai longobardi labbri

Disdicon oggi, o re: somiglian troppo

Allo spergiuro. Opre ci chiedi: il solo

Segno de’ fidi è questo omai.

ADELCHI.

V’ha dunque

De’[297] Longobardi ancora!—Ebben; corriamo

Sopra Pavia; fuggiam, salviam per ora

La nostra vita, ma per farla in tempo

Cara[298] costar; donarla al tradimento

Non è valor. Quanti potrem dispersi

Raccoglierem per via; misti con noi

Ritorneran soldati. Entro Pavia,

A riposo, a difesa, o padre, intanto

Ristar potrai: cinta di mura intatte,

Ricca d’arme è Pavia: due volte Astolfo

Vi si chiuse fuggiasco, e re ne uscìo.

Io mi getto in Verona. O re, trascegli

L’uom che restar deva[299] al tuo fianco.

DESIDERIO.

Il duca

D’Ivrea.

ADELCHI.

(a GUNTIGI che s’avanza)

Guntigi, io ti confido il padre.

Il duca di Verona ov’è?

GISELBERTO.

(si avanza)

Tra i fidi.

ADELCHI.

Meco verrai: nosco trarrem Gerberga.

Tristo colui che nella sua sventura

Gli sventurati obblia! Baudo, il tuo posto

Lo sai: chiuditi in Brescia; ivi difendi

Il tuo ducato, ed Ermengarda.—E voi,

Alachi, Ansuldo, Ibba, Cunberto, Ansprando,

(li sceglie[300] tra la folla)

Tornate al campo: oggi pur troppo ai Franchi

Ponno senza sospetto i Longobardi

Mischiarsi: esaminate; i duchi, i conti

Esplorate, e i guerrier: dai traditori

Discernete i sorpresi; e a quei che mesti

Vergognosi vedrete da codesto

Orrido sogno di viltà destarsi,

Dite ch’è tempo ancor, che i re son vivi,

Che si combatte, che una via rimane

Di morir senza infamia; e li guidate

Alle città munite. Ei diverranno

Invitti: il brando del guerrier pentito

È ritemprato a morte. Il tempo, i falli

Dell’inimico, il vostro cor, consigli

Inaspettati vi daranno. Il tempo

Porterà la salute; il regno è sperso

In questo dì, ma non distrutto!

(partono gli indicati da ADELCHI).

DESIDERIO.

O figlio!

Tu m’hai renduto il mio vigor: partiamo.

ADELCHI.

Padre, io t’affido a questi prodi; or ora

Anch’io teco sarò.

DESIDERIO.

Che attendi?

ADELCHI.

Anfrido.

Ei dal mio fianco si disgiunse, e volle

Seguirmi da lontan; più presso al rischio

Star, per guardarmi: io non potei dal duro

Voler, da tanta fedeltà distorlo.

Seco indugiarmi, di tua vita in forse,

Io non potea: ma tu sei salvo, e quinci

Non partirò, fin ch’ei non giunga.

DESIDERIO.

E teco

Aspetterò.

ADELCHI.

Padre...

(a[301] un Soldato che sopraggiunge)

Vedesti Anfrido?

IL SOLDATO.

Re, che mi chiedi?

ADELCHI.

O ciel! favella.

IL SOLDATO.

Il vidi

Morto cader.

ADELCHI.

Giorno d’infamia e d’ira,

Tu se’ compiuto! O mio fratel, tu sei

Morto per me! tu combattesti!... ed io....

Crudel! perchè volesti ad un periglio

Solo andar senza me? Non eran questi

I nostri patti. Oh Dio!... Dio, che mi serbi

In vita ancor, che un gran dover mi lasci,

Dammi la forza per compirlo.—Andiamo.

Fine dell’atto terzo.

[295] si

[296] Ai

[297] Dei

[298] Caro

[299] debba

[300] scerne

[301] ad

CORO.

Dagli atrii[302] muscosi, dai Fori cadenti,

Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

Dai solchi bagnati di servo sudor;

Un volgo disperso repente si desta,

Intende l’orecchio, solleva la testa

Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

Qual raggio di sole da nuvoli folti,

Traluce de’[303] padri la fiera virtù:

Ne’[304] guardi, ne’[305] volti confuso ed incerto

Si mesce e discorda lo spregio sofferto

Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,

Per torti sentieri, con passo vagante,

Fra tema e desire, s’avanza e ristà;

E adocchia e rimira scorata e confusa

De’[306] crudi signori la turba diffusa,

Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,

Irsuti per tema le fulve criniere,

Le note latebre del covo cercar;

E quivi, deposta l’usata minaccia,

Le donne superbe, con pallida faccia,

I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,

Quai cani disciolti, correndo, frugando,

Da ritta, da manca, guerrieri venir:

Li vede, e rapito d’ignoto contento,

Con l’agile speme precorre l’evento,

E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,

Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

Son giunti da lunge, per aspri sentier:

Sospeser le gioie[307] dei prandi[308] festosi,

Assursero in fretta dai blandi riposi,

Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciâr nelle sale del tetto natio

Le donne accorate, tornanti all’addio,

A preghi e consigli che il pianto troncò:

Han carca la fronte de’[309] pesti cimieri,

Han poste le selle sui bruni corsieri,

Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,

Cantando giulive canzoni di guerra,

Ma i dolci castelli pensando nel cor:

Per valli petrose, per balzi dirotti,

Vegliaron nell’arme le gelide notti,

Membrando i fidati colloqui[310] d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

Per greppi senz’orma le corse affannose,

Il rigido impero, le fami durâr:

Si vider le lance calate sui petti,

A canto agli scudi, rasente agli elmetti,

Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,

Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

D’un volgo straniero por fine al dolor?

Tornate alle vostre superbe ruine,

All’opere imbelli dell’arse officine,

Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,

Col novo signore rimane l’antico;

L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

Dividono i servi, dividon gli armenti;

Si posano insieme sui campi cruenti

D’un volgo disperso che nome non ha.

[302] atrj

[303] dei

[304] Nei

[305] nei

[306] Dei

[307] gioje

[308] prandj

[309] dei

[310] colloquj