AVVERTENZA
Questo volume contiene, e, quando è stato possibile, nell’ordine che volle l’autore:
a) tutti quei componimenti in versi, che furono dal Manzoni stesso ristampati tra le sue Opere varie, nel 1845 (le due Tragedie, gl’Inni sacri e le Strofe per una prima comunione, il Cinque maggio), e quegli altri due (l’ode Marzo 1821 e il frammento di canzone sul Proclama di Rimini) ch’ei pubblicò a parte nel 1848, e aggiunse poi, nel 1860, all’antico volume delle Opere varie;
b) quelli che furono già da lui o da altri pubblicati, ma ch’egli non più accolse tra le sue poesie (il carme In morte dell’Imbonati, l’Urania, l’Ira d’Apollo, gli sciolti A Parteneide, il sonetto al Lomonaco, il frammento dell’inno Ai Santi, l’epigramma pel ritratto del Monti);
c) due delle sue poesiole giovanili, che hanno, più che altro, valore di documento biografico (il sonetto ove il poetino traccia il suo ritratto, e l’idillio Adda);
d) i pochi versi latini composti da vecchio (l’epigramma Volucres e i distici al Ferrucci).
Un posticino a parte è toccato all’abbozzo di canzone Aprile 1814, che ho creduto meglio inserire nel mio discorso intorno al Decennio dell’operosità poetica del Manzoni (qui avanti, pag. LXXVIII ss.).
Le altre poesie giovanili (i Sermoni, le Odicine erotiche e pariniane, il Trionfo della Libertà ecc.), delle quali ebbi già occasione di toccare nell’altro mio scritto su Gli anni di noviziato poetico del Manzoni (pag. XIV ss., XXV ss.), premesso al volume I di queste Opere, saranno raccolte in un volume posteriore.
Non ho mancato, s’intende, di riprodurre, a illustrazione dei diversi componimenti, pur quelle Prefazioni o Note, Lettere critiche o Notizie storiche, onde il Manzoni, o fin dalla prima edizione o nelle successive ristampe, li volle accompagnati. Ho invece tenute in serbo per un altro volume le più ampie dissertazioni di critica, o storica (il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia) o letteraria (il Discorso sul Romanzo storico e la Lettera sul Romanticismo) o filosofica (il Dialogo dell’Invenzione), le quali stanno da sè, e possono meglio aggrupparsi con la Storia della Colonna Infame e con gli scritti sulla Lingua italiana.
Sennonché—e questa è forse la principale tra le singolarità che distinguon la nostra da tutte le precedenti edizioni —al testo definitivo dei diversi componimenti, quale lo divulgò il poeta, noi abbiam fatto seguire, in appendice, anche gli abbozzi rinvenuti tra le sue carte. Essi son documenti di straordinaria importanza, che ci permettono di penetrare più a dentro nel pensiero, sempre profondissimo, del Manzoni. Si tratta non di semplici brutte copie o di scarabocchi informi, bensì di frammenti spesso molto estesi e lavorati con cura, dove il più delle volte il poeta si rivela più schiettamente e risolutamente ribelle. Perchè poi li mettesse da parte o li lasciasse incompiuti (non li distrusse però; e questo noto contro quei critici troppo pudichi, che si scandalizzano di codeste pubblicazioni postume, a parer loro per lo meno indiscrete e dannose!), sarà istruttivo e gradevole indagare.[137]
In un mio discorso del 1894, per inaugurare il nuovo anno scolastico della R. Accademia Scientifico-Letteraria di Milano, ebbi già a dare un modesto saggio del grande vantaggio che dall’esame di quelle pagine si possa cavare per intendere a pieno la riforma drammatica tentata dal Manzoni. Il quale, a buon conto, se è il maggiore, o l’uno dei due maggiori nostri prosatori, è anche, insieme con l’Alfieri, uno dei due nostri tragediografi più insigni. E mi sia lecito ricordare che di quelle mie osservazioni si dichiarò assai compiaciuto, in uno degli arguti suoi articoletti della Coltura, il primo, per tempo e per merito, dei manzoniani d’Italia, il Bonghi; e la sola volta che a me toccò la fortuna d’intrattenermi con lui di letteratura—eravamo andati, col D’Ovidio, a visitarlo nella tranquilla villetta di Torre del Greco, dove di lì a qualche mese quella magnifica fiamma d’intelligenza si spense—, ei mi riparlò ancora dei mirabili abbozzi del Manzoni, su’ quali egli aveva invano richiamata l’attenzione degli studiosi.[138] Questi avevan trovato più comodo continuare a far, come si dice, dell’accademia pur intorno al poeta ch’ebbe più in uggia l’accademia; e gli ortodossi stracchi non riuscivano meno stucchevoli, con le loro rifritture, dei pappagalli eterodossi.
Un’altra singolarità della nostra edizione riguarda il testo. Dei componimenti ripubblicati dall’autore abbiamo, s’intende, ridato scrupolosamente il testo da lui fissato nel 1845, e in qualche minimo particolare ricorretto nel 1870; ma, a piè di pagina, ho altresì segnate le varianti delle prime edizioni.[139] Chi vorrà gettarvi un’occhiata, troverà che metteva ben conto di rifare per le opere poetiche quel lavoro di confronto che già altri ha compiuto pel Romanzo. Le osservazioni sarebbero molte e curiose, e qualcuna n’ho ben accennata qua e là nelle note; ma qui preferisco, per discrezione di editore, lo spigolare al mietere.
Per la più parte, i mutamenti dell’autore riguardano l’ortografia. Anche alle opere poetiche egli avrebbe voluto infliggere una buona risciacquatura in Arno; ma il Conte di Carmagnola e il Re Adelchi non gli si mostraron così docili come i due sposi del contado di Lecco. Il linguaggio della poesia—soprattutto poi in Italia, dov’è ancor vegeta una tradizione poetica nobilissima e ininterrotta—ha pretese che quello della prosa o conosce poco o non conosce affatto. [140] E lo stesso inesorabile scrittore che, in grazia dell’uso toscano vivente, rinunzia, nel capolavoro prosastico, al benefizio della varietà e della convenienza armonica, e muta, per esempio, in tra quanti mai fra o in fra gli erano altra volta caduti dalla penna, [141] può trovarsi costretto a lasciar correre, nelle tragedie, un «fra tante ambasce» (pag. 114), un «ella è, fra tante,... una fallita impresa» (233), un «in fra i perigli» (240 e 249). Vero è che, quando è preso dal dèmone della pedanteria, anche qui ei si sente il coraggio di far esclamare al povero Conte: «Non troverò tra tanti prenci... un sol» (189); ma si direbbe che codesto sforzo faccia sì che altrove ei poi dormicchi, come pur avveniva a «quel sommo d’occhi cieco... Che per la Grecia mendicò cantando». E allora riescono a sgattaiolare qualche «fra di noi» (30) o «fra noi» (41, 203, 234) o «fra loro» (180), che senza scandalo sarebbero potuto diventare altrettanti tra. E può esser curioso notare come nel verso (41):
Fia risoluta in fra noi due la lite,
ei s’affretti bensì a cancellare l’in, ma non trasformi in tra il fra; come pur fece, ad esempio, nell’altro verso (45), dove prima aveva scritto: «in fra costor chiarito...».
Insomma, nel Romanzo, lo scrittore poteva sbizzarrirsi più a suo agio; e perfino, com’ebbe già ad accorgersi il D’Ovidio,[142] sacrificare l’aritmetica alla sua norma linguistica e all’armonia dello stile, sostituendo al primitivo «fra tre o quattro confidenti» un «tra quattro o cinque confidenti» (Pr. Sposi, cap. IX, pag. 137 della nostra edizione).[143] Ma in poesia, specialmente in una poesia già divenuta celebre e già sulle bocche di tutti, non era ugualmente agevole abbandonarsi a simili bizzarrie; e manomettere a cuor leggiero, poniamo, i due versi dei due Cori dell’Adelchi (75 e 89):
Fra tema e desire avanza e ristà....
Te collocò la provvida
Sventura in fra gli oppressi.
A ogni modo, dovunque può lo zelante apostolo della fiorentinità della lingua porta, in questi lavori giovanili d’avanti la sua conversione filologica, il ferro e il fuoco purificatore. Fa ogni sforzo per iscrostare la pàtina arcaica, o magari lavare la muffa dell’ortografia stantìa. Così, tutte le noje proprj principj, i piccioli picciola, gli eguali eguaglianza, i verisimili e verisimiglianza, le obbiezioni, le contraddizioni, le quistioni, le voci del verbo obbedire, le forme verbali debba e debbono, chieggio e veggio, cangio e sieno, i vi era, e i si è, i quei, i dei dai nei, sui o su di un, fra i ecc., son diventate noie, propri, principi, piccolo e piccola (una «picciola appendice» è rimasta, p. 154), uguale e uguaglianza, verosimile e verosimiglianza, obiezione, contradizione (nel Romanzo tornò a «contraddizione» e a «contraddire»!), questione, ubbidire (nella prima stampa si oscillava tra le due forme, cfr. p. 227 e 237), deva e devono, chiedo e vedo, cambio e siano, ci era e il semplice è (cfr. p. 156), que’, de’ da’ ne’, su’ o su un, tra’. Non si riesce a capire se, costretto com’era dalle esigenze metriche a mantenere intatti gli havvi e gli hàvvene, ei preferisse scriver quelle voci con l’h iniziale, o senza. Nell’Adelchi rimase «havvi altra via» (25), ma altrove il primitivo «via non havvi» (46) vi divenne «via non avvi»; e «avvi» rimase immutato nel Carmagnola (191): «avvi una via». Qui stesso però mutò in «havvene» due «avvene» successivi (243), e un altro in «haccene» (225). Che forse, con quell’h onoraria, volle distinguer la voce sdrucciola del verbo «avere» dalla piana, e petrarchesca («Se da le proprie mani Questo n’avven....»), del verbo «avvenire»?
Un tempo, era piaciuto anche a lui (come pur ora forma la delizia degli scrittori novellini, e qualche volta altresì di quelli che non son più, come Dante direbbe, «novi augelletti»!) disarticolare certi nessi che l’uso fiorentino impone; e scrisse «su l’affannoso», «su la pupilla», «su le sciolte redini» (86, 87), «su le fronde» (77), «su la tua fortuna» (98;, «su la tua fede» (104), «su le chiome» (110), «su l’armi» (184), e fino in una didascalìa «su le mura» (89). Poi reputò meglio non separare, neanche in versi, quod Deus coniunxit, e ripristinò: sulla, sulle ecc., e nella ristampa del 1870 anche «sull’armi». Dove prima aveva scritto «in su l’altar» (41), «in sul mattin» (46)..., dopo scrisse «su l’altar» e «sul mattin»; dov’era «in su lo scudo» (91), mise «in sullo scudo»; lasciò intatto «spargendo in sulla via» (256); e non osò toccare, pur nel Coro per Ermengarda dove tanti su la divennero sulla, il verso «Calata in su la gelida». Invece, coi composti di con usò il procedimento inverso; e dove era scritto: «colla spada» (200), «coll’occhio» (201 e 242), «cogli amici» (218), «cogli altri» (221), più tardi sostituì: «con la spada», «con l’occhio», «con gli amici». Vero è che anche prima non s’era peritato, in un certo luogo (200), di disgiungere: «con gli eserciti».
Circa al povero dittongo uo, il D’Ovidio s’era già accorto delle fortunate contradizioni in cui il Manzoni era caduto ritoccando le tragedie. All’imprigionato Carmagnola egli non risparmia la pena di correggersi: «Ah! tu vedrai Come si mor!» (251), «Oh perchè almeno Lunge da lor non moio!... Che val di novo Affacciarsi alla vita...?» (256), o peggio ancora, con ridicolo equivoco, «Allor che Dio sui boni Fa cader la sventura...» (257). Nè alla infelicissima moglie di lui risparmia la stonata affettazione: «io moio di dolor!» (258). Tuttavia lasciò indisturbata la sentenza: «i buoni mai Non fur senza nemici» (192). Gli è che, purtroppo, codesti rari atti d’indulgenza appaion quasi sempre un semplice effetto di distrazione: giacchè, non paia soverchio l’insistervi, anche un così oculato e attento scrittore dà non scarse prove di saper distrarsi. E allora gli sfuggono, oltre le forme dianzi rilevate, un «ajuto» (232), qualche «contra» (176, 192), degli «anco» (216, 258), dei «sovra» (106, 247 e cfr. 209)...
Del terribile egli non sempre qui gli riesce di far lo scempio che nel Romanzo. E se, per esempio, ottiene che un senatore veneziano dica (237): «Giustizia troverà... Ma se ricusa, se sta in forse» invece di «Giustizia ei troverà... Ma se ricusa, s’egli indugia», non può togliergli di bocca, iniziando il discorso: «Ov’egli Pronto ubbidisca». E ancora, se nella Prefazione al Carmagnola (155) riesce a fare a meno dell’inviso pronome, sostituendo «quando è» a «quando egli è»; nella tragedia si vede costretto, se vuol cancellare un incomodo «dunque», ad accettar il soccorso che gli offre proprio quel pronome. Dove prima faceva dire dal Conte (214):
E che! Sì nuova
Dunque mi giunge una vittoria? E parvi
Che questa gioja mi confonda il core....?,
dopo, ha modificato:
E che! Sì nova
Mi giunge una vittoria? E vi par egli
Che questa gioia mi confonda il core....?[144]
Anche quanto agli arcaismi il poeta si sente le mani legate. A volte, la correzione è agevole; come quando muta «e tostamente un guardo» in «e subito uno sguardo» (184), ovvero quando trasforma le frasi, che per di più si seguivano a breve distanza (91): «E guata al lume della luna», «Perchè così mi guati Attonito?...», nelle altre: «E osserva al lume della luna», «Perchè così mi guardi Attonito?...». Ma nel primo Coro dell’Adelchi (75) gli era convenuto meglio non toccare il verso:
I figli pensosi pensose guatar.
Come pure non toccò «le gioie dei prandi festosi», contento ad accorciar gl’j di «gioje» e di «prandj»; «t’aiti Quel tuo figliuol» (41), «nosco trarrem Gerberga» (72), «se quandunque mentirò» (90), «le grazie a lui rendute» (49), «ricòrdivi di me» (260), «del solio indegna» (65; mentre altrove: «Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?», p. 21, e «Quei che il crollante Soglio reggere han fermo», p. 96); e tante altre forme e frasi di uso o di sapore più o men vieto,[145] fino a quell’ammuffito e curioso «E comple?» (69), che un critico maligno ebbe subito a rimproverargli, senza che un giudice ben altrimenti equo e gentile, «per ammenda tarda, ma dolce ancor», ne lo redarguisse.[146]
Rari sono i ritocchi un po’ più essenziali. Dal diacono Martino, nell’Adelchi (II, 3; p. 45), aveva fatto narrare, equivocando sulla topografia:
L’orme ripresi
Poco innanzi calcate: indi alla destra
Piegai verso aquilone....
Il marchese Cesare d’Azeglio lo avvertì dello svarione, ed egli corresse: «alla manca piegai». L’equivoco, dichiarò nella famosa lettera del 22 settembre 1823, «è nato dall’aver io... dimenticato affatto che in quel momento io rappresentava il viaggiatore tornato indietro dalle Chiuse verso l’Italia. Non badai a quella sua situazione accidentale, e lo immaginai rivolto con la persona verso il campo di Carlomagno, dove, per dir così, guardavano i suoi disegni».
Qualche verso aggiunse, per giovare alla chiarezza o all’armonia (cfr. p. 52, 103, 251); qualche altro cancellò, che reputò forse ozioso (cfr. p. 65); ne modificò felicemente altri (cfr. p. 96, 111). Notevole, per chi ricordi quale largo uso della parola orma, rimastagli forse nelle orecchie dalle letture del Parini e del Monti, il Manzoni abbia fatto, la correzione della strana frase cadutagli dalla penna (91): «se un’orma, se un respiro intendi», che richiama il melodrammatico «sento l’orma dei passi spietati». Sostituì garbatamente: «se un passo, se un respiro ascolti».
A ciascun componimento, o gruppo di componimenti, ho premesso una noticina bibliografica; la quale, davanti alla Lettre à m. C***, ha assunte le proporzioni d’una vera e propria prefazione. Ed ivi, come nel discorso che precede, mi son largamente giovato delle interessantissime lettere scritte dal Manzoni al Fauriel, e pubblicate dal De Gubernatis. Non so se le mende innumerevoli del testo francese siano da attribuire a chi ebbe a ricopiarle o alla tipografia fiorentina; ma a buon conto mi son creduto lecito, e vorrei quasi dire in dovere, di ripubblicarne i brani, che mi veniva fatto di riferire, secondo la corretta ortografia della mirabile Lettera (mirabile anche per la squisita forma francese) Sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia.
Torriggia, 24 settembre 1906
Michele Scherillo.
[137] Nella lettera al Fauriel del 12 settembre 1822, il Manzoni ancora discorreva di modificazioni apportate all’Adelchi, in corso di stampa. «J’ai fait une addition», scriveva, «de quelques vers à la dernière scène de l’acte 2ᵉ, sur l’avis de Visconti, qui a observé que ce qui a dû se passer dans l’intervallo du 2ᵉ au 3ᵉ acte n’est pas assez clairement, ou au moins pas assez tôt, expliqué, au commencement de celui-ci. Il a prétendu, je crois avec raison, qu’en annonçant d’avance cet effet d’une marche qui a l’air d’une retraite, on préparerait mieux le lecteur à le comprendre sans fatigue dès l’ouverture, du 3ᵐᵉ acte». E mandò il brano da «Intento, Dalle vedette sue....» fino a «Risvegliator non aspettato» (p. 52). Soggiungeva: «Enfin, dans la scène 7ᵉ du 3ᵉ acte, cette description du petit combat d’Anfrido m’a paru par trop embrouillée, et j’ai tâché de la rendre un peu plus claire en changeant depuis Confusi vers 3ᵐᵉ jusqu’à Arrenditi, ainsi que vous trouverez ci-contre». E trascrisse l’altro brano (p. 66), da «Gran parte Gettan d’arme....» fino ad «Arrenditi, Gli gridiamo....».
[138] Quegli abbozzi, quali il Bonghi li pubblicò, formicolano, è vero, di errori e di sviste d’ogni genere; ma non sarebbe stato arduo coreggerli o scansarli. Comunque, la colpa del Bonghi sta principalmente nell’essersi egli troppo fidato nelle copie e nelle collazioni, eseguite da chi non aveva nè l’occhio nè la mano nè la preparazione per lavori di tal genere. Come spiegare altrimenti (basta un esempio per tutti!) ch’ei stampi, nel primo getto della Pentecoste, «Oh scendi, autor di Vergini.....», senza accorgersi che ivi debba dire «altor di Vergini»? (Cfr. pag. 482).
[139] Do anche le varianti della Prefazione e delle Notizie storiche che illustrano Il Conte di Carmagnola; non così quelle delle Notizie storiche premesse all’Adelchi, perchè da principio m’era parso che non ne francasse la spesa.
[140] Preziosa è la dichiarazione che il poeta si vede costretto a fare in una nota alle Notizie storiche premesse al Carmagnola, a proposito di Nicolò Piccinino. Dice (pag. 177): «Per servire alla dignità del verso, il nome di quest’ultimo personaggio nella Tragedia venne cambiato con quello di Fortebraccio....». Dunque il verso ha «una dignità» che la prosa non conosce, e che va rispettata! Nel primo getto il Manzoni non s’era fatto riguardo d’infilzare in un verso (pag. 287): «Il Pergola, il Torello, il Piccinino». Che gli abbia poi incusso paura il ricordo dei «Salamini» dell’Ajace foscoliano?
[141] Il cangiamento precisamente opposto venne compiendo il Parini nel ritoccare i suoi poemetti: dove prima aveva scritto tra, venne sostituendo fra. E s’intende: agl’intenti del poeta popolano rispondeva meglio render sempre più ricercata e preziosa la forma del Giorno; come ai propositi del poeta di sangue gentile si confaceva lo sfrondare il suo stile d’ogni futile pompa.
[142] Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua; 4ª ed.. Napoli, Pierro, 1895, pag. 102.
[143] Poco avanti, a pag. 138, non dubitò tuttavia di correggere: «tra loro tre».
[144] Anche nel Romanzo (cap. II, pag. 26) fa dir da Perpetua: «Oh! vi par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?». Ma in tutto il libro non ce n’è che un altro solo di codesti egli pleonastici, nel cap. XXIII, pag. 327: «E questa consolazione.... vi par egli ch’io dovessi provarla...?».
[145] Nel Coro dell’atto III dell’Adelchi, in luogo di «valli petrose» (75), il Manzoni aveva, nel primo getto, scritto (144) «valli rigose», che vuol dire «valli nel cui fondo scorre un rivo», ovvero «irrigue». Il Bonghi, non so perchè, v’appose un segno d’interrogazione (?).
[146] Cfr. D’Ovidio, Le correzioni ecc., p. 210 ss.
LE TRAGEDIE, GL’INNI SACRI E LE ODI
DI
ALESSANDRO MANZONI
AL LETTORE [147]
L’autore non avrebbe certamente pensato da sè a raccogliere in un volume questi scritti, già quasi tutti da lui pubblicati separatamente, in diversi tempi. Chè, mentre le prime edizioni giacevano in gran parte, e alcune da qualche anno, sparse e dimenticate presso i librai, o ammontate in casa sua, gli sarebbe parso un pensiero troppo strano quello d’offrire al pubblico tutt’in una volta, tanti lavori che, a uno a uno, il pubblico non aveva voluti. Ma vedendo che ai contraffattori, gente, per dir la verità, più abile e più fortunata, la cosa era riuscita, ha creduto che non sarebbe temerità il tentar se potesse riuscire anche a un’edizione riconosciuta da lui. Non avrebbe però avuto, come loro, il coraggio di riprodurre questi lavori tal e quali gli erano sfuggiti dalle mani la prima volta; e ha quindi dovuto ritoccarli, non già con la pretensione stravagante di metterli in una buona forma; ma per levarne almeno quelle deformità che, rivedendoli dopo tanto tempo, gli davan più nell’occhio, e alle quali, insieme, gli pareva di poter con facilità e con certezza sostituir qualcosa di meno male. Vuol dire che non s’è potuto ritoccar quasi altro che le prose; giacchè i versi, se è più facile farli male, è anche più difficile raccomodarli. Ha poi ridotti i lavori suddetti a quelli che avrebbe voluti ristampare, come meno indegni di morire a poco a poco, se il pensiero di ristamparli fosse potuto nascere a lui. Dimanierachè questa raccolta, col romanzo intitolato I Promessi Sposi, dell’edizione riveduta da lui, e con l’opuscolo aggiuntovi (Storia della Colonna Infame), comprende tutti gli scritti che riconosce per suoi, e nella forma che li riconosce. Finalmente ha creduto di poter profittare di questa occasione per arrischiare qualche scritto inedito, che, uscendo solo, avrebbe, di certo, avuta la sorte degli altri, cioè di morir nascendo; e, questa volta, senza la probabilità d’esser resuscitato da’ contraffattori; perchè l’autore, dovesse anche passar per ingrato e per malavveduto, intende di valersi oramai dell’aiuto delle leggi e delle convenzioni, per preservarsi dal loro.
Milano, maggio 1845.
[147] Prefazione al volume: «Opere varie | di | Alessandro Manzoni. || Edizione riveduta dall’autore. || Milano | Dalla tipografia di Giuseppe Redaelli. | 1845.».
ADELCHI
TRAGEDIA.
NOTA.—La prima edizione è del 1822, Milano, per Vincenzo Ferrario. Ristampata varie volte da altri, in Italia e all’estero (è quasi doveroso segnalare l’accuratissima edizione: Opere poetiche | di | Alessandro Manzoni | con | prefazione | di | Goethe. || Jena | per Federico Frommann | 1827.), il Manzoni la ristampò per suo conto, con qualche ritocco, nel 1845, nel volume delle Opere varie; e da ultimo, nel 1870. Seguiamo queste due ristampe autentiche, segnando a pie’ di pagina le varianti della prima edizione. I ritocchi, anche minimi, d’un così diligente e minuzioso stilista, non ci paiono privi d’interesse. Tuttavia, questa è la prima volta, crediamo, ch’essi siano tutti rilevati e inventariati. Ricordiamo però che delle incoerenze fra la posteriore teoria sulla lingua professata e propugnata dal Manzoni, e la lingua da lui adoperata nei componimenti poetici, ebbe già a discorrere, succintamente ma con l’usato acume e la singolare dottrina, il D’Ovidio (Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua; 4ª ediz.; Napoli, Pierro, 1895; pag. 208-10)
Scherillo.
ALLA DILETTA E VENERATA SUA MOGLIE
ENRICHETTA LUIGIA BLONDEL
LA QUALE INSIEME CON LE AFFEZIONI
CONIUGALI E CON LA SAPIENZA MATERNA
POTÈ SERBARE UN ANIMO VERGINALE
CONSACRA QUESTO ADELCHI
L’AUTORE
DOLENTE DI NON POTERE A PIÙ SPLENDIDO
E A PIÙ DUREVOLE MONUMENTO
RACCOMANDARE IL CARO NOME E LA
MEMORIA DI TANTE VIRTÙ.