NOTE DEL MANZONI AGL’“INNI SACRI„.
Il Natale.
[a]) Parvulus enim natus est nobis, et Filius datus est nobis. Is. IX, 6.
[b]) Et fons de domo Domini egredietur, et irrigabit torrentem spinarum. Ioel. III, 18.
[c]) Filius meus es tu, ego hodie genui te. Psalm. II, 7.
[d]) Et tu, Bethlehem Ephrata, parvulus es in millibus Iuda: ex te mihi egredietur qui sit dominator in Israel, et egressus eius ab initio, a diebus æternitatis. Mich. V, 2.
[e]) Et pannis eum involvit, et reclinavit eum in præsepio. Luc. II, 7.
[f]) Et pastores erant in regione eadem vigilantes... Et ecce angelus Domini stetit iuxta illos, et claritas Dei circumfulsit illos... Et subito facta est cum angelo multitudo militiæ cælestis laudantium Deum, et dicentium: Gloria in altissimis Deo... Luc. II, 8, 9, 13, 14.
La Passione.
[g]) Et ascendet sicut virgultum coram eo, et sicut radix de terra sitienti... Despectum et novissimum vivorum, virum dolorum, et scientem infirmitatem; et quasi absconditus vultus eius... et nos putavimus eum quasi leprosum et percussum a Deo. Is. LIII, 2, 3, 4.
[h]) Posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum. Is. LIII, 6.
[i]) Peccavi, tradens sanguinem iustum. Matth. XXVII, 4.
[j]) Sanguis eius super nos et super filios nostros. Matth. XXVII, 25.
[k]) Omnes nos quasi oves erravimus. Is. LIII, 6.
La Risurrezione.
[l]) Qui suscitavit eum a mortuis. Paul. ad Galat. I, 1.
[m]) Et excitatus est tanquam dormiens Dominus, tanquam potens crapulatus a vino. Psalm. LXXVII, 65.
[n]) Et orietur vobis timentibus nomen meum Sol iustitiæ. Malach. IV, 2.
[o]) Et veniet Desideratus cunctis gentibus. Agg. II, 8.
[p]) Ab exitu sermonis, ut iterum ædificetur Ierusalem, usque ad Christum ducem, hebdomades septem, et hebdomades sexaginta duæ erunt.... Et post hebdomades sexaginta duas occidetur Christus, et non erit eius populus qui eum negaturus est. Dan. XI, 25, 26.
[q]) Vespere autem sabbati, quæ lucescit in prima sabbati, venit Maria Magdalene et altera Maria videre sepulchrum.—Et ecce terræmotus factus est magnus. Angelus enim Domini descendit de cœlo: et accedens revolvit lapidem, et sedebat super eum.—Erat autem aspectus eius sicut fulgur, et vestimentum eius sicut nix.—Præ timore autem eius exterriti sunt custodes, et facti sunt velut mortui.—Respondens autem angelus dixit mulieribus:...—Non est hic; surrexit enim. Matth. XXVIII, 1-6.
[r]) Christus Dominus surrexit. La Chiesa.
[s]) Regina cœli lætare, quia quem meruisti portare, resurrexit sicut dixit: ora pro nobis Deum. La Chiesa.
La Pentecoste.
[t]) Et dominabitur a mari usque ad mare. Ps. LXXI, 8.—[Cfr. nel Cinque maggio: «Scoppiò da Scilla al Tanai, Dall’uno all’altro mar».—Sch.]
[u]) Altare de terra facietis mihi. Exod. XX, 24.
[v]) Non potest civitas abscondi supra montem posita. Matth. V, 14.
[z]) Beati pauperes, quia vestrum est regnum Dei. Luc. VI, 20.
Il nome Di Maria.
[A]) Exurgens autem Maria in diebus illis abiit in montana... Et intravit in domum Zachariæ, et salutavit Elisabeth. Luc. I, 39, 40.
[B]) Ecce enim ex hoc beatam me dicent omnes generationes. Luc. I, 48.
[C]) Ecce virgo concipiet, et pariet Filium. Is. VII, 14.—Ipsa conteret caput tuum. Gen. III, 15.
[D]) Electa ut sol, terribilis ut castrorum acies ordinata. Cantic. VI, 9.
APPENDICE
IL PRIMO GETTO DEGL’«INNI SACRI»
IL NATALE.
Nel manoscritto (cfr. Opere Inedite o rare di A. M. pubblicate da R. Bonghi; vol. I, p. 173 ss.) v’è, in principio, la data: 13 luglio 1813: in fine, 29 settembre 1813, e tra molti sgorbi e svolazzi: Explicit infeliciter.
Tra le molte strofe rifatte e rifiutate, credo che metta conto di riferire solo le quattro che, nel primo getto, tenevan luogo delle due: L’Angel del cielo..... e E intorno a lui..... Eccole:
Non lunge a veglia stavano
Dal gregge lor pastori:
Ecco repente un Angelo,
Ecco del ciel fulgori;
Grave terror li prese,
Ma tosto a lor cortese
Quel nuncio favellò:
—Non paventate; altissima
Nuova di gaudio io porto:
Il salvator de gli uomini
Fra voi quest’oggi è sorto;
Il Cristo io dico: andate,
Ne la città cercate;
Questo segnal vi do:
Entro un presepe, un bambolo
Vedrete in panni involto:
Egli è!—Disse, e per l’ampia
Notte scendea disciolto
D’altri celesti un volo,
Che si libraro a stuolo
Intorno al messaggier.
Gloria al Signor cantarono,
E in terra pace al buono,
In cor volgendo, attoniti,
Che ben voler, che dono;
Ma vinta in tanta piena,
Perdeasi la serena
Possa di quei pensier.
LA PASSIONE.
Il Bonghi annota (p. 177): «È di tutti quello che ha meno strofe rifatte; e più varianti non cancellate delle strofe attuali.—Ha in principio la data: Incipit 3 marzo 1814, però non ne furono scritte che le due prime strofe, e smise; innanzi alla terza, è scritto: Ripreso il giorno 11 luglio, e dopo la strofa terza e quarta, levò mano da capo; innanzi alla quinta, è scritto: 1815, ripreso 5 gennajo, e scrisse le strofe quinta, sesta, settima, ottava: innanzi alla nona, è posta la data: 26 settembre; innanzi alla decima, 28 settembre; in ultimo: Explicit ottobre 1815».
LA RISURREZIONE.
In principio è la data: Aprile 1812; in fine: Explicit 23 giugno. Da correggersi. «Però», osserva il Bonghi (p. 165), «non si vede che lo correggesse: l’inno è stato stampato come qui è scritto».
La strofa: Ai mirabili Veggenti..... fu più volte tentata.
Voi che a gente ahi troppo sorda
Ragionaste del futuro,
Come il vecchio si ricorda
De le cose che già furo,
E le narra a i figli intenti
Che l’ascoltano sedenti
Al notturno focolar.....
Voi che un dì vi ricordaste
De l’età non nate ancora,
E rapiti le narraste
A l’Ebreo fedele allora,
Come narra i prischi eventi
Il buon padre a i figli intenti
Al notturno focolar.....
Voi Profeti, che a le genti
Favellaste del futuro.....
La gioia dei fanciulli, che ora è accennata nella sola seconda metà della strofa: O fratelli, il santo rito..., era prima espressa in un’intera strofa, cui manca o il penultimo o l’antipenultimo verso.
Se il fanciullo in tanta festa
A la madre sua gioconda
Chiederà: che gioja è questa?
—È risorto—gli risponda—
Quei che disse un di: lasciate
I fanciulli a me venir.
LA PENTECOSTE.
Nel manoscritto, il principio è scritto in due forme molto diverse. Innanzi alla prima, che va sino alla decima strofa, è la data 21 giugno 1817. Il Manzoni l’ha abbandonata, ma non cancellata. Le prime tre strofe son molto tormentate di varianti, e rifatte per intero due volte, prima di lasciare da parte. Sonavano così (la prima stesura della prima strofa non ha ancora a posto i versi tronchi):
1. Monte ove Dio discese,
Ove su l’ardue nuvole
Le ardenti ale distese
La gloria del Signor,
Salve, o pendice eletta
Del solitario Sinai
Salve infocata vetta,
Ove il Signor posò.
Caliginosa rupe,
Ove ristette Adonai,
E su le nubi cupe
L’ignito solio alzò,
Salve, o solingo Sinai,
Ov’ei, fra il tuono e il lampo
De’ suoi redenti al campo
Il suo voler dettò.
2. Ma tu più cara a Dio,
Sionne, or di silenzio
Coperta e non d’obblio,
Vedova de’ tuoi re;
Tu bella un tempo e libera,
Che bella ancor sarai,
Tu che saluto avrai
Che degno sia di te?
Ma tu che un dì signora
Fosti di tanti popoli,
Che il sarai forse ancora,
Sion, madre di re,
Sepolta or nel silenzio
Ma nell’obblio non mai,
Tu che saluto avrai
Che degno sia di te?
3. Poi che su’ colli tuoi
Scese il potente Spirito,
Che l’universo poi
Empiè di sua virtù;
Senza di cui l’amabile
Legge di Dio che vale?
Al duro cor mortale
La legge è servitù.
Fra la tua doppia cima
Scese il promesso Spirito,
Ivi diffuse in prima
Le piene sue virtù;
Senza di cui l’amabile
Legge di Dio che vale?
Al duro cor mortale
La legge è servitù.
Seguivano poi tre altre strofe, qua e là variate ma non rifatte. Esse dicono:
4. È face alta su l’onda
Che scogli e sirti illumina,
Che fa veder la sponda
Ma che non può salvar.
Invan da lunge il naufrago
Il suo periglio ha scorto,
Invan, ch’ei piomba absorto
Nel conosciuto mar.
5. Ma questa eterna in Dio
Pietosa Aura ineffabile,
Di cui giammai desio
Indarno un cor non ha;
Questa d’Adamo al misero
Germe il cammino addita,
E alla promessa vita
Gioja e vigor gli dà.
6. O del peccato ancella
E della colpa immemore
Terra, al Signor rubella,
Chi ti cangiò così?
Donde su tanta tenebre
Sì viva luce uscìa?
E su che fronti in pria
Dovea levarsi il dì?
La settima strofa appar ritentata più volte:
7. Come la piccioletta
Prole al suo nido stringesi,
E della madre aspetta
Indarno il noto vol:
Ella, tornando al tepido
Nido con l’esca usata,
Per l’aria insanguinata
Cadde percossa al suol;...
Come, ristretti al nido,
I non pennuti parvoli
Stanno aspettando il fido
Vol della madre invan;...
.....................
Cadde percossa al pian;...
Qual, se gran tempo il fido
Vol della madre aspettano,
Treman ristretti al nido
I non pennuti ancor:
Lei, che reddiva al tepido
Nido con l’esca usata,
Nell’aria insanguinata
Percosse il cacciator;...
Come lo stuolo immoto
Dei non pennuti parvoli
Freme aspettando il noto
Vol della madre invan;...
...................
...................
Qual, se la madre è lunge,
Stringonsi al nido e chiamano [aspettano]
La madre che non giunge
I non pennuti ancor....
E poi ancora tre strofe:
8. Tal, poi che tratto al colle
Il buon Maestro esanime
Imporporò le zolle
Del suo sublime [eminente] altar,
Dei trepidanti Apostoli
Il mesto [l’orbato] stuol confuso
Solea sovente al chiuso
Ostello ricovrar;
9. Ove credenza al vero [al non visto vero]
Non diè [Negò] l’errante [Negò credenza] Didimo,[1271]
E fe’ promessa......
Che vana al rischio uscì;
E poi che in nube il videro
Ascendere all’empiro,
Del suo promesso spiro
Ivi attendeano il dì.
[Da omettersi o da rifarsi.]
10. Ecco un fragor s’intese
Qual d’improvviso turbine;
Fiamma dal ciel discese
E sovra lor ristè: [Da correggersi.]
Sui labbri indotti [Sui rozzi labbri] il vario
Mirabil suono Ei pose,
Da quel parlar [E da quel suon] pensose
Pender le genti Ei fè.
[Rifiutato.]
Innanzi alla nuova forma è scritto: Ricominciato il 17 aprile 1819; e in fine: 2 ottobre. «Nessun altro inno ha più pentimenti, cancellature, tentativi di questo», scrive il Bonghi, che vi si sofferma. Io mi limiterò a notare che, dopo le prime due strofe, che gli fluirono dalla penna come poi le stampò (salvo che, in luogo de’ vv. 3 e 4 della 1ª, aveva prima scritto:
Custode e testimonio
Dell’alleanza eterna),
il Manzoni ritentò d’incastrare la tenera e cara similitudine, intorno a cui aveva tanto, e sì vanamente, lavorato nella prima stesura (str. 7ª e 8ª); ma anche questa volta dovè abbandonare per disperata l’impresa. Ecco i più notevoli tra i nuovi rimaneggiamenti:
Come in lor nido [macchia] i parvoli,
Sparsi di piuma lieve,
Cheti la madre aspettano
Che più tornar non deve,
Chè, discendendo al tepido
Nido con l’esca usata,
Per l’aria insanguinata
Cadde percossa al suol....
Siccome augei che trepidi
Invan da lungo il fido
Vol della madre aspettano
Cheti nell’alto nido;
Ella, tornando al tepido
Covo coll’esca usata....
[Ella che a lor sollecita
Reddia coll’esca usata]....
..........
Qual se, tornando al tepido
Nido con l’esca usata,
Cadde percossa tortora
Per l’aria insanguinata;
E all’improvviso strepito
Udì fermarsi il volo;
Trema l’imbelle stuolo
Dei non pennuti ancor....
Siccome augei che pavidi,
Chiusi nell’alte fronde,
L’alata madre chiamano,
Che al grido non risponde...
..........
..........
..........
..........
Con questo cuor [Mesto così] degli undici
Il vedovo drappello
Giva in quei giorni a chiudersi
Nell’ignorato [Nel solitario] ostello.
Qual era il tuo principio,
Sposa immortal di Dio!
Timor, silenzio, obblio,
E inoperoso duol.
La magnifica strofa: Come la luce rapida... è costata molto lavoro. Da prima il Manzoni scrisse:
Felici turbe, in Solima
Nel sacro dì venute,
Che in sermon vario udirono
Il suon della salute;
E al gran principio attonite,
Pensar che in ogni lido
Risonerebbe il grido
Che da quel loco uscì.
Poi, cercò d’esprimere l’effetto della discesa dello Spirito sui popoli con una similitudine, che, ritentata, lasciò da ultimo a mezza strada:
Tale il pastor d’Elvezia,
Col gregge errando in volta,
Ad or ad or lo strepito
D’acque sorgenti ascolta....
Tal nell’alpestre Elvezia
Talor s’arresta il vago
Pastor, là dove il Rodano
Esce dal freddo lago....
Poi, si rifece alla prima forma (cfr. str. 6ª del primissimo getto):
O della colpa immemore
E delle colpe ancella,
Terra, divota agl’idoli
E al tuo signor rubella,
È nato il Sol che splendere
Dovrà sovr’ogni lido,
Porgi l’orecchio al grido
Che da Sionne uscì.
Poi, finalmente, spuntò la similitudine della luce; che si presentò così:
Qual sulla terra il rapido
Lume del sol discende,
E sulle cose in vario
Color distinto splende....
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E prende il color vario
Del loco ove si posa....
Come quaggiù la rapida
Luce, dovunque posa,
Va suscitando i varii
Color di cosa in cosa....
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E adduce i color varii
Ovunque si riposa....
E seguitava:
Tal la parola, al fervido
Spirital soffio [Soffio repente] accesa,
In cento suoni intesa
Dalle tue labbra uscì.
A mezzo della strofa seguente, Adorator degl’idoli..., ripigliava:
Colui che spinge il fulmine
Per l’infiammata [infocata] via,
Che ai mari il turbo invia,
E le rugiade al fior;
Quei che comanda al fulmine,
Quei che diè nome al cielo,
Che sul romito stelo
Fa germogliare il fior;
Che diè la penna all’aquila,
Che sul tuo nobil viso
Scrisse il pensier, che ai bamboli
Diè l’ineffabil riso,
Che di sua man fra l’opere
Invan cercando vai
Quel che adorar non sai
Ma che ti senti in cor;
È un solo; è fuor dei secoli,
Generator perenne:
È Verbo eterno, è spirito
Che oggi a salvar ti venne.
A Lui dall’empie immagini
La terra alfin ritorni;
E voi che aprite i giorni
Di più felice età,....
Dopo il verso Nel suo dolor pensò?..., ripigliava:
Dalle infeconde lagrime
Una speranza è nata,
Che sugli erbosi [sui deserti] tumuli
Siede pensosa [tranquilla] e guata,
E alzando il dito, al vigile
Pensiero un calle [segno] accenna,
Che l’immortal sua penna
Tutto varcar [Oltrepassar] non può.
Oh vieni ancora, o fervido
Spiro, nei nostri seni;
Odi, o pietoso, i cantici
Che ti ripeton: Vieni!
A te la fredda Vistola,
A te risuona il Tebro,
A te la Senna e l’Ebro,
E il Sannon mesto a te.
Te sanguinose invocano
Consolator le sponde
Che le vermiglie cingono
E le pacifich’onde;
Te salvator l’armigero
Coltivator d’Hajti,
Fido agli eterni riti,
Canta, disciolto il piè.
Vieni!, a te grida il Libano,
Il Libano fedele,
Ove crescean sì vividi
I cedri ad Israele.
Oggi il fedel che al Golgota
La vuota tomba adora,
Dove scendesti allora
Prega che scenda ancor.
Oh scendi, altor di Vergini,
Allevator [Suscitator] di prodi;
Tu che spirar negli animi
I santi pensier godi,
Quei che formò, benefica
Nutra la tua virtude;
Siccome il sol che schiude
Dal pigro germe il fior,
Che lento poi, sulle umili
Erbe, morrà non colto,
Nè sorgerà coi fulgidi
Color del lembo sciolto,
Se l’almo sol nol visita
Nel mite aer sereno,
Se non gli nutre in seno
La vita che gli diè.
Scendi nel cor, cui l’arida
Via dell’esiglio piace,
Che già divora i gaudii
Dell’avvenir fallace;
.....................
.....................
Sgombra da’ nostri petti
Ciò che immortal non è.
Ma se talor dal piangere,
Dal bramar vano affranti,
Cadiamo, in sulla sterile
Via del deserto, ansanti
.....................
.....................
Ma qui gli fallì la lena. Vi scrisse più tardi: Ripreso di nuovo il 26 settembre 1822. Ricopiò la strofa: Perchè, baciando i pargoli.... e ad essa fece seguire le altre, di poco variate.
[1271] Cfr. Joan. XX, 24 ss.: «Thomas antem unus ex duodecim, qui dicitur Didymus,... dixit eis: Nisi videro in manibus eius fixuram clavorum, et mittam digitum meum in locum clavorum, et mittam manum meam in latus eius, non credam». [Sch.].
IL NOME DI MARIA.
In principio ha la data: 9 novembre 1812; in fine: 19 aprile 1813. Nel manoscritto, in calce della prima pagina, dov’è la prima strofa (il cui quarto verso suona: «D’una cognata annosa»), è la seguente osservazione (cfr. più sù, i Materiali estetici):
All’ingegno umano pajono belle quelle cose dell’arte che hanno analogia con esso. Le regole sono i modi già trovati e posti in uso per arrivare a questa analogia. Coloro che giudicano secondo le regole, intendono principalmente a scoprire l’analogia dell’opera colle regole, e così l’animo loro preoccupato non può sentire se vi sia quell’altra prima analogia. Questi giudizj sono imperfetti per molte ragioni; e le principali sono: che le regole non comprendono tutte le possibili analogie, e che si può errare nell’applicazione di esse anche buone. Il vocabolo pedantesco pare significhi tali maniere di giudizj.
L’Inno sembra avesse da principio questo diverso cominciamento:
Cara è a molti fidanza il patrio suolo
E il dì supremo oltre passar col grido;
Ma di mille volenti, appena un solo
Vince il cimento infido
[Ma il voglion mille, e vince appena un solo
L’esperimento infido.]
Questa cura superba ardea quei grandi
Per cui fu [Figli di] Roma ad imperar nudrita,
Che diero in cambio de la fama i blandi
Ozj e la dolce vita.
E quando, oltre tant’Alpe e tanta in pria
Mal tentata onda, in mille terre dome
[E quando ogni Alpe, ogni tentata in pria
Onda varcata............]
Più che mai bello risonar s’udia
Di quei prestanti [più degni, valenti] il nome....
Qui è scritto Incipit, e quella che poi fu la prima strofa. Dopo la strofa: O Vergine, o Signora..., seguiva quest’altra:
I re fan doni a’ tuoi delubri santi;
Presso i talami aurati, le regine
Orando stanno, a’ preziosi innanti
Tuoi simulacri inchine.
La strofa: In che lande selvagge.... fu tentata più volte.
Non è di fior, cred’io, tanto selvaggia
Famiglia omai, che de le pinte foglie [di sue ricche spoglie]
Ornato ancor dell’are tue non aggia
Le benedette soglie.....
Qual famiglia di fiori in si selvaggia
Landa a lontano sol tinge le foglie,
Che ornato ancor......
La strofa: La femminetta.... fu cominciata così:
La femminetta nel tuo sen cortese
L’inosservata lagrima accomanda;
poi postillò: «Et quae desperat tractata nitescere posse, relinquit»; ma, per buona fortuna, ci si rimise.
Tu de la femminetta che ti prega
L’inosservata lagrima raccogli....
In margine, scrisse finalmente i due versi come ora si leggono.