NOTIZIE STORICHE.
Francesco di Bartolommeo[577] Bussone, contadino, nacque in Carmagnola, donde prese il nome di guerra che gli è rimasto nella storia. Non si sa di certo in qual anno nascesse: il Tenivelli[578], che ne scrisse la storia[579] nella Biografia Piemontese, crede che sia stato[580] verso il 1390. Mentre ancor giovinetto[581] pascolava delle pecore[582], l’aria fiera del suo volto fu osservata da un soldato di ventura, che lo invitò a venir con lui[583] alla guerra. Egli lo seguì volentieri,[584] e si mise[585] con esso al soldo[586] di Facino Cane, celebre condottiero.
Qui la storia del Carmagnola comincia ad esser legata con quella del suo tempo: io non toccherò di questa se non[587] i fatti principali, e particolarmente quelli[588] che sono accennati o rappresentati nella tragedia. Alcuni di essi sono raccontati[589] così diversamente dagli storici, che è impossibile[590] formarsene e darne una opinione, certa ed unica: tra le relazioni[591] spesso varie, e talvolta opposte, ho scelto quelle che mi sono parse[592] più verosimili, o sulle quali gli scrittori vanno più d’accordo.[593]
Alla morte di Giovanni Maria Visconti Duca di Milano (1412), il di lui fratello[594] Filippo Maria Conte di Pavia era rimasto erede, in titolo, del Ducato. Ma questo Stato, ingrandito dal loro padre[595] Giovanni Galeazzo, s’era[596] sfasciato nella minorità di Giovanni, pessimamente tutelata, e nel suo debole e crudele governo.[597] Molte città s’erano[598] ribellate, alcune erano tornate in potere de’ loro antichi[599] signori, d’altre s’erano fatti padroni i condottieri[600] stessi delle truppe ducali. Facino Cane, uno di questi[601], il quale di Tortona, Vercelli ed altre città s’era[602] formato un piccolo principato, morì in Pavia lo stesso giorno che[603] Giovanni Maria fu ucciso da’ congiurati in Milano. Filippo sposò Beatrice Tenda vedova di Facino, e con questo mezzo si trovò padrone delle città già possedute[604] da lui, e de’ suoi militi.
Era tra essi il Carmagnola, e ci[605] aveva già un comando. Questo esercito corse col nuovo Duca sopra Milano, ne scacciò[606] il figlio naturale di Barnabò Visconti, Astorre, il quale se n’era impadronito, e[607] lo sforzò a ritirarsi in Monza, dove assediato, rimase ucciso. Il Carmagnola si segnalò tanto in quest’impresa, che fu nominato condottiero dal Duca[608].
Tutti gli storici riguardano il Carmagnola come artefice della potenza di Filippo. Fu il Carmagnola che gli riacquistò in poco[609] tempo Piacenza, Brescia, Bergamo, e altre città. Alcune ritornarono allo Stato per vendita o per semplice cessione di quelli che le avevano occupate: il terrore che già ispirava il nome del nuovo condottiero sarà probabilmente stato il motivo di queste transazioni. Egli espugnò inoltre Genova, e la riunì agli stati del Duca. E questo[610], che nel 1412 era senza potere e come prigioniero in Pavia, possedeva nel 1424 venti città «acquistate», per servirmi delle parole di Pietro Verri, «colle nozze della infelice Duchessa[a)], e colla fede e col valore del Conte Francesco». Venne il Carmagnola creato dal Duca conte di Castelnuovo; sposò Antonietta Visconti parente di esso[611], non si sa in qual grado; e si fabbricò in Milano il palazzo chiamato ancora[612] del Broletto.
L’alta fama dell’esimio condottiero[613], l’entusiasmo de’ soldati per lui, il suo carattere fermo e altiero, la grandezza forse de’ suoi servizi[614], gli alienarono l’animo del Duca. I nemici del Conte, tra i quali il Bigli, storico contemporaneo, cita Zanino Riccio e Oldrado Lampugnano, fomentarono i sospetti e l’avversione del loro signore. Il Conte fu spedito governatore a Genova, e levato[615] così dalla direzione della milizia. Aveva conservato il comando di trecento cavalli; il Duca gli chiese per lettere che lo rinunziasse. Il Carmagnola rispose pregandolo che non volesse spogliare dell’armi un uomo nutrito tra l’armi: e ben s’accorse, dice il Bigli[b)], che questo era un consiglio[616] de’ suoi nemici, i quali confidavano di poter tutto osare, quando lo avessero ridotto a condizione privata. Non ottenendo risposta nè alle lagnanze, nè alla domanda espressa d’essere licenziato dal servizio[617], il Conte si risolvette di recarsi in persona a parlare col Principe. Questo[618] dimorava in Abbiategrasso. Quando il Carmagnola si presentò per entrare nel castello, si sentì[619] con sorpresa dire[620] che aspettasse. Fattosi annunziare al Duca, ebbe in risposta ch’era[621] impedito, e che[622] parlasse con Riccio. Insistette[623], dicendo d’aver poche cose e da comunicarsi al Duca stesso; e gli fu replicata la prima risposta. Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una balestriera[624], gli rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia, e giurò che presto[625] si farebbe desiderare da chi non voleva allora ascoltarlo: diede volta[626] al cavallo, e partì coi pochi compagni che aveva condotti[627] con sè, inseguito invano da Oldrado, il quale, al dir del Bigli, credette meglio di non arrivarlo[628].
Andò il Carmagnola in Piemonte, dove abboccatosi con Amedeo duca di Savoia suo natural principe, fece di tutto per inimicarlo a Filippo; poi attraversando la Savoia, la Svizzera e il Tirolo, si portò a Treviso. Filippo confiscò i beni assai ragguardevoli che il Carmagnola aveva nel Milanese[c)].
Giunto il Carmagnola a Venezia il giorno 23 di febbraio del 1425, vi fu accolto con distinzione, gli fu dato alloggio dal pubblico nel Patriarcato, e concessa licenza di portar armi a lui e al suo seguito. Due giorni dopo, fu preso al servizio[629] della Repubblica con 300 lance[d)].
I Fiorentini, impegnati allora in una guerra infelice contro[630] il Duca Filippo, chiedevano[631] l’alleanza dei Veneziani: il Duca instava presso di essi perchè volessero rimanere in pace con lui. In questo frattempo un Giovanni Liprando, fuoruscito milanese, pattuì col Duca d’ammazzare il[632] Carmagnola, purchè gli fosse concesso di ritornare a casa[633]. La trama fu sventata, e levò[634] ai Veneziani ogni dubbio che il Conte fosse mai più per riconciliarsi col suo antico principe. Il Bigli attribuisce in gran parte a questa scoperta la risoluzione dei Veneziani per la guerra. Il doge propose in senato che si consultasse il Carmagnola: questo[635] consigliò la guerra: il doge opinò pure caldamente per essa: e fu risoluta. La lega coi Fiorentini e con altri Stati d’Italia fu proclamata in Venezia il giorno 27 gennaio del 1426. Il giorno[636] 11 del mese seguente il Carmagnola fu creato capitano generale delle genti di[637] terra della Repubblica; e il 15[638] gli fu dato dal doge il bastone e lo stendardo di capitano, all’altare di san Marco.
Trascorrerò più rapidamente che mi sarà possibile sugli avvenimenti di questa guerra, la quale fu interrotta da due paci, fermandomi solo sui fatti che hanno somministrato materiali[639] alla tragedia.
«Ridussesi la guerra in Lombardia, dove fu governata dal Carmagnola virtuosamente, ed in pochi mesi tolse molte terre al Duca insieme con la città di Brescia; la quale espugnazione in quelli tempi, e secondo quelle guerre, fu tenuta mirabile»[e)]. Papa Martino V s’intromise; e sul finire dello stesso anno fu conclusa[640] la pace, nella quale Filippo cedette ai Veneziani Brescia col suo territorio.
Nella seconda guerra (1427) il Carmagnola mise[641] per la prima volta in uso un suo ritrovato[642] di fortificare il campo con un doppio recinto[643] di carri, sopra ognuno de’ quali stavano tre balestrieri. Dopo molti piccoli fatti, e dopo la presa d’alcune terre, s’accampò[644] sotto il castello di Maclodio, ch’era difeso[645] da una guarnigione duchesca.
Comandavano nel campo del Duca quattro insigni condottieri, Angelo della Pergola, Guido Torello, Francesco Sforza, e Nicolò Piccinino[f)]. Essendo nata[646] discordia tra di loro[647], il giovine[648] Filippo vi mandò con pieni poteri Carlo Malatesti pesarese, di nobilissima famiglia; ma, dice il Bigli, alla nobiltà mancava l’ingegno. Questo storico osserva che il supremo comando dato[649] al Malatesti non bastò a levar di mezzo[650] la rivalità de’ condottieri; mentre nel campo veneto a nessuno repugnava d’ubbidire[651] al Carmagnola, benchè avesse sotto di sè[652] condottieri celebri, e principi, come Giovanfrancesco Gonzaga, signore di Mantova, Antonio Manfredi, di Faenza, e Giovanni Varano, di Camerino.
Il Carmagnola seppe conoscere il carattere del generale nemico, e cavarne[653] profitto. Attaccò Maclodio, in[654] vicinanza del quale era il campo duchesco. I due eserciti si trovarono divisi da un terreno paludoso, in mezzo al quale passava una strada elevata, a guisa d’argine: e tra le paludi s’alzavano qua e là delle macchie poste su un[655] terreno più sodo: il Conte mise in queste degli agguati[656], e si diede a provocare il nemico. Nel campo duchesco i pareri erano vari: i racconti degli storici lo sono poco[657] meno. Ma l’opinione che pare più comune[658], è che il Pergola e il Torello, sospettando d’agguati, opinassero di non dar battaglia: che lo Sforza e il Piccinino la volessero a ogni costo[659]. Carlo fu del parere degli ultimi; la diede, e fu pienamente sconfitto. Appena[660] il suo esercito ebbe affrontato il nemico, fu assalito a destra e a sinistra[661] dall’imboscate, e gli furono fatti, secondo alcuni, cinque, secondo altri, otto mila prigionieri. Il comandante fu preso anche lui[662]; gli altri quattro, chi in una maniera, chi nell’altra[663], si sottrassero.
Un figlio[664] del Pergola si trovò tra i prigionieri.
La notte dopo la battaglia, i soldati vittoriosi lasciarono in libertà quasi tutti i prigionieri. I commissari veneti, che seguivano l’esercito[665], ne fecero delle lagnanze col[666] Conte; il quale domandò a qualcheduno de’ suoi cosa fosse avvenuto de’ prigionieri[667]; ed essendogli risposto che tutti erano stati messi[668] in libertà, meno un[669] quattrocento, ordinò che anche questi fossero rilasciati[670], secondo l’uso[g)].
Uno storico che non solo scriveva in que’ tempi, ma aveva militato in quelle guerre, Andrea Redusio, è il solo, per quanto io sappia, che abbia indicata la vera ragione di quest’uso militare d’allora. Egli l’attribuisce al timore che i soldati avevano di veder presto finite le guerre, e di sentirsi[671] gridare dai popoli: alla zappa i soldati[h)].
I Signori veneti furono punti e insospettiti dal procedere del Conte; ma senza giusta ragione[672]. Infatti, prendendo[673] al soldo un condottiero, dovevano aspettarsi che[674] farebbe la guerra secondo le leggi della guerra comunemente seguite; e non[675] potevano senza indiscrezione pretendere che prendesse il rischioso impegno d’opporsi a un’usanza[676] così utile e cara ai soldati, esponendosi a venire in odio a tutta la milizia, e a privarsi d’ogni appoggio. Avevano bensì ragione di pretender da lui[677] la fedeltà e lo zelo, ma non una devozione illimitata: questa s’accorda solamente[678] a una causa che s’abbraccia per entusiasmo o per dovere. Non trovo però che dopo le prime osservazioni de’ commissari, la Signoria[679] abbia fatte[680] col Carmagnola altre lagnanze su[681] questo fatto: non si parla anzi che d’onori e di ricompense.
Nell’aprile del 1428 fu conclusa tra i Veneziani e il Duca un’altra di quelle solite paci.
La guerra risorta[682] nel 1431, non ebbe per il Conte così prosperi cominciamenti come le due passate. Il castellano che comandava in Soncino per il[683] Duca, si finse disposto a cedere per tradimento quel castello al Carmagnola. Questo ci[684] andò con una parte dell’esercito[685], e cadde[686] in un agguato, dove lasciò prigionieri, secondo il Bigli, secento[687] cavalli e molti fanti, salvandosi lui[688] a stento.
Pochi giorni dopo, Nicola[689] Trevisani, capitano dell’armata veneta sul Po, venne alle prese coi galeoni del Duca[690]. Il Piccinino e lo Sforza, facendo le viste di voler attaccare[691] il Carmagnola, lo rattennero[692] dal venire in aiuto[693] all’armata veneta, e intanto imbarcarono gran parte delle loro genti di[694] terra sulle navi del Duca. Quando il Carmagnola s’avvide dell’inganno, e corse per sostenere i suoi, la battaglia era vicino all’altra[695] riva. L’armata veneta fu sconfitta, e il capitano di essa fuggì in una barchetta.
Gli storici veneti accusano qui il Carmagnola di tradimento.[696] Gli storici che non hanno preso[697] il tristo assunto di giustificare i suoi uccisori, non gli danno altra taccia che[698] d’essersi lasciato ingannare da uno stratagemma. Par certo che la condotta del Trevisani fosse imprudente da principio[699], e irresoluta nella battaglia[i)]. Fu[700] bandito, e gli furono confiscati i[701] beni; «e al capitano generale (Carmagnola)[702], per imputazione di non aver dato favore all’armata, con lettere del Senato fu scritta una lieve riprensione[j)]».
Il giorno 18 d’ottobre[703], il Carmagnola diede ordine al Cavalcabò, uno de’ suoi condottieri, di sorprender Cremona. Questo riuscì a occuparne una[704] parte; ma essendosi i cittadini levati a stormo, dovette[705] abbandonare l’impresa, e ritornare al campo.
Il Carmagnola non credette a proposito d’andar[706] col grosso dell’esercito a sostenere quest’impresa; e mi par[707] cosa strana che ciò gli sia stato imputato a tradimento dalla Signoria[708]. La resistenza, probabilmente inaspettata, del popolo spiega benissimo perchè il generale[709] non si sia ostinato a combattere una città che[710] sperava d’occupare tranquillamente per sorpresa: il tradimento non ispiega nulla; giacchè non si sa vedere perchè il Carmagnola avrebbe ordinata la spedizione, il cattivo esito della quale non fu d’alcun vantaggio per il nemico.[711]
Ma la Signoria, risoluta, secondo l’espressione del Navagero, di liberarsi del Carmagnola, cercò in qual maniera potesse[712] averlo nelle mani disarmato; e non ne trovò una più pronta[713] nè più sicura, che[714] d’invitarlo a Venezia col[715] pretesto di consultarlo sulla pace. Ci[716] andò senza sospetto, e in tutto il viaggio furono fatti onori straordinari a lui e al Gonzaga che l’accompagnava.[717] Tutti gli storici, anche veneziani[718], sono d’accordo in questo[719]; pare anzi che raccontino con un sentimento di compiacenza questo procedere, come un bel tratto di ciò che altre volte si chiamava prudenza e virtù politica. Arrivato[720] a Venezia, «gli furono mandati incontro otto gentiluomini, avanti ch’egli smontasse a casa sua, che l’accompagnarono a San Marco[k)]». Entrato che fu[721] nel palazzo ducale, si rimandarono le sue genti, dicendo loro che il Conte si fermerebbe a lungo col doge. Fu arrestato nel palazzo e condotto in prigione. Fu esaminato da una Giunta, alla quale il Navagero dà nome di Collegio secreto; e condannato a morte, fu, il[722] giorno 5 di maggio del 1432, condotto con le sbarre alla bocca tra le due colonne della Piazzetta, e[723] decapitato. La moglie e una figlia[724] del Conte (o due figlie[725], secondo alcuni) si trovavano allora in Venezia.
Nulla d’autentico si ha sull’innocenza o sulla reità di questo grand’uomo. Era da aspettarsi che gli storici veneziani[726], che volevano scrivere e viver tranquilli, l’avrebbero trovato colpevole[727]. Essi esprimono quest’opinione[728] come una cosa di fatto[729], e con quella negligenza che è naturale a chi parla in favore della forza. Senza perdersi in congetture, asseriscono che il Carmagnola fu convinto coi tormenti, coi testimoni e con le sue proprie lettere. Di questi tre mezzi di prova il solo che si sappia di certo essere stato adottato[730] è l’infamissimo primo, quello che non prova nulla.
Ma oltre la mancanza assoluta di testimonianze dirette storiche, che confermino la[731] reità del Carmagnola, molte riflessioni la fanno parere[732] improbabile. Nè i Veneziani hanno rivelato mai quali fossero le condizioni del tradimento pattuito; nè d’altra parte s’è saputo mai nulla d’un tale trattato. Quest’accusa è isolata nella storia, e non si appoggia a nulla, se non a qualche svantaggio di guerra, il quale anche si spiega senza ricorrere a questa supposizione: e sarebbe una legge stravagante non meno che atroce quella che volesse imputato a perfidia del generale ogni evento infelice. Si badi[733] inoltre all’essere il Conte andato[734] a Venezia senza esitazione, senza riguardi e senza precauzioni; si badi all’aver sempre la Signoria fatto un mistero di questo fatto, malgrado la[735] taccia d’ingratitudine e d’ingiustizia che gli si dava in Italia; si badi[736] alla crudele precauzione di mandare il Conte al supplizio con le sbarre alla bocca, precauzione tanto più da notarsi, in quanto s’adoprava[737] con uno che non era veneziano, e[738] non poteva aver partigiani nel popolo; si badi finalmente[739] al carattere noto del Carmagnola e del Duca di Milano, e si vedrà che l’uno e l’altro ripugnano alla supposizione d’un trattato di questa sorte tra di loro. Una riconciliazione segreta con un uomo che gli era stato orribilmente ingrato, e che aveva tentato di farlo ammazzare; un patto di far la guerra da stracco, anzi di[740] lasciarsi battere, non s’accordano con l’animo impetuoso, attivo, avido di gloria del Carmagnola. Il Duca non era perdonatore; e il Carmagnola che lo conosceva meglio d’ogni altro, non avrebbe mai potuto credere a una riconciliazione stabile e sicura con lui. Il disegno di ritornare con Filippo offeso non poteva mai venire in mente[741] a quell’uomo che aveva esperimentate[742] le retribuzioni di Filippo beneficato.
Ho cercato se negli storici contemporanei si trovasse qualche traccia d’un’opinione[743] pubblica, diversa da quella che la Signoria veneta[744] ha voluto far prevalere[745]; ed ecco ciò che n’ho[746] potuto raccogliere[747].
Un cronista di Bologna, dopo aver raccontata la fine de Carmagnola, soggiunge: «Dissesi che questo hanno fatto perchè egli non faceva lealmente per loro la guerra contra il Duca di Milano, come egli doveva, e che s’intendeva col Duca. Altri dicono che, come vedevano tutto lo Stato loro posto nelle mani del Conte, capitano d’un tanto esercito, parendo loro di stare a gran pericolo, e non sapendo con qual miglior modo potessero deporlo, han trovato cagione di tradimento contra di lui. Iddio voglia che abbiano fatto saviamente; perchè par pure, che per questo la Signoria abbia molto diminuita la sua possanza, ed esaltata quella del Duca di Milano[l)]».
E il Poggio: «Certuni dicono che non abbia meritata la morte con delitto di sorte veruna[748]; ma che ne fosse cagione la sua superbia, insultante verso i cittadini veneti, e odiosa a tutti[m)]».
Il Corio poi, scrittore non contemporaneo, ma di poco posteriore, dice così[749]: «Gli tolsero il valsente di più di trecento migliaia di ducati, i quali furono piuttosto cagione della sua morte che altro».
Senza dar molto peso a quest’ultima congettura, mi pare[750] che le prime due, cioè il timore e le vendette private dell’amor proprio, bastino, per que’ tempi, a dare di questo avvenimento una spiegazione probabile, e certo più probabile di un tradimento contrario all’indole e all’interesse dell’uomo a cui fu imputato.[751]
Tra quegli storici moderni, che non adottando ciecamente le tradizioni antiche, le hanno esaminate con un libero giudizio, uno solo, ch’io sappia, si mostrò persuaso affatto che il Carmagnola sia stato colpito[752] da una giusta sentenza. Questo[753] è il Conte Verri; ma basta leggere il passo della sua Storia, che si riferisce a questo avvenimento, per esser[754] convinti che la sua opinione è venuta dal non aver lui[755] voluto informarsi esattamente de’ fatti sui quali andava stabilita. Ecco le sue parole: «O foss’egli allontanato, per una ripugnanza dell’animo, dal portare così la distruzione ad un Principe, dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori, e sotto del quale aveva acquistata la celebrità; ovvero foss’egli ancora nella fiducia, che umiliato il Duca venisse a fargli proposizioni di accomodamento, e gli sacrificasse i meschini nemici, che avevano ardito di nuocergli, cioè i vilissimi cortigiani suoi; o qualunque ne fosse il motivo, il Conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei Procuratori veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare disarmati bensì, ma liberi al Duca tutti i generali ed i soldati numerosissimi, che aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 di ottobre 1427.... Il seguito delle sue imprese fece sempre più palese il suo animo; poichè trascurò tutte le occasioni, e lentamente progredendo lasciò sempre tempo ai ducali di sostenersi. In somma giunse a tale evidenza la cattiva fede del Conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo, decapitato in Venezia.... come reo di alto tradimento». Fa stupore il vedere addotto in prova della reità d’un uomo un giudizio segreto di que’ tempi, da uno storico che ne ha tanto conosciuta l’iniquità, e che tanto si studia di farla conoscere a’ suoi lettori. In quanto[756] al fatto de’ prigionieri[757], ognuno vede gli errori della relazione che ho trascritta. Il Conte di Carmagnola non rimandò liberi tutti[758] i soldati, ma quattrocento soli; non rimandò i generali, perchè di questi non fu[759] preso che il Malatesti, e fu[760] ritenuto; non è esatto il dire che i soldati fossero rimandati al Duca: furono semplicemente messi in libertà. Non vedo poi perchè si entri in congetture per ispiegare la condotta del Carmagnola in questa occasione, quando la storia ne dà per motivo un’usanza comune[761].
La sorte del Carmagnola fece un gran rumore[762] in tutta l’Italia; e pare[763] che in particolare i Piemontesi la sentissero più[764] acerbamente, e ne serbassero memoria, come lo indica il seguente aneddoto raccontato dal Denina.[765]
Il primo sospetto che i Veneziani ebbero del segreto della lega di Cambrai venne dalle relazioni d’un loro agente in Milano, il quale era venuto a sapere[766] «che un Carlo Giuffredo, piemontese, che si trovava fra i Segretari di Stato del Governo di Milano ai servigi del Re Luigi, andava fra i suoi famigliari dicendo essere venuto il tempo in cui sarebbesi abbondantemente vendicata la morte del Conte Francesco Carmagnola suo compatriotto[n)]».
Non ho citato questo tratto per applaudire a un sentimento di vendetta, e di patriottismo municipale, ma come un indizio del caso che si faceva di[767] questo gran capitano in quella nobile e bellicosa parte d’Italia, che lo considerava più specialmente come suo.
A quegli avvenimenti che si sono scelti per farne il materiale della presente Tragedia, s’è conservato il loro ordine cronologico, e le loro circostanze essenziali; se se ne eccettui l’aver supposto accaduto in Venezia l’attentato contra[768] la vita del Carmagnola, quando in vece accadde[769] in Treviso.
[577] Bartolomeo
[578] L’anno della sua nascita non è noto: il signor Tenivelli
[579] vita
[580] la pone
[581] giovanetto
[582] gli armenti
[583] seco lui
[584] volontieri
[585] pose
[586] agli stipendj
[587] che
[588] quelli singolarmente
[589] narrati
[590] Così nell’ediz. del 1820, come nell’altra del 1845, qui era inserito l’inciso: , a chi li [o la] raccoglie dai loro scritti,
[591] lezioni
[592] sembrate
[593] o le più universalmente seguite.
[594] il fratello di lui
[595] padre loro
[596] erasi
[597] nella minorità pessimamente tutelata, e nel debole e crudele governo di Giovanni.
[598] eransi
[599] alcune tornate in potere di antichi
[600] generali
[601] essi
[602] avevasi
[603] nel giorno stesso, in cui
[604] e si trovò signore delle città tenute
[605] vi
[606] espulse
[607] Manca l’e.
[608] dal Duca nominato generale.
[609] Nell’ediz. del ’20 e del ’45: breve
[610] questi
[611] di Filippo
[612] tuttavia
[613] Generale
[614] servigi
[615] tolto
[616] era questo consiglio
[617] servigio
[618] Questi
[619] udì
[620] dirsi
[621] che questi era
[622] ch’egli
[623] Insi tette egli
[624] che egli vedeva dalle balestriere
[625] bentosto ei
[626] diè di volta
[627] condotto
[628] stimò bene di non raggiungerlo.
[629] servigio
[630] contra
[631] sollecitavano
[632] l’uccisione del
[633] il ritorno in patria.
[634] tolse
[635] questi
[636] Agli
[637] da (ma cfr. pag. 186)
[638] ed ai 15
[639] servito di argomento
[640] chiusa
[641] pose
[642] trovato
[643] cinto
[644] venne egli a campo
[645], tenuto
[646] venuta la
[647] fra di essi
[648] giovane
[649] accordato
[650] a togliere
[651] ripugnava l’obbedire
[652] benchè sotto di lui comandassero
[653] trarne
[654] nella cui
[655] di un
[656] pose agguati in queste
[657] non lo sono
[658] sembra avere più sostenitori
[659] ad ogni modo.
[660] Come appena
[661] da ambo i lati
[662] anch’egli
[663] chi in un modo, chi nell’altro
[664] figliuolo
[665] L’inciso mancava nell’ediz. del 1820.
[666] lagnanza al
[667] egli richiese che fosse avvenuto dei prigioni
[668] posti
[669] fuorchè
[670] questi pure si rilasciassero
[671] udirsi
[672] nel che mi pare avessero il torto.
[673] Perchè, pigliando
[674] ch’egli
[675] nè
[676] che egli si attentasse di riformare un uso
[677] da esso
[678] soltanto
[679] il Governo Veneto
[680] mosse
[681] lamentanze per
[682] Nell’ediz. del 1820: rotta di nuovo; corresse nell’ediz. del 1845: ricominciata.
[683] teneva Soncino pel
[684] Questi vi
[685] di truppa
[686] diede
[687] seicento
[688] egli
[689] Nicolò
[690] Duca di Milano.
[691] con finte disposizioni d’attaccare
[692] Ediz. 1820: ritennero; 1845: trattennero
[693] soccorso dell’
[694] da
[695] Ediz. ’20 e ’45: presso l’altra
[696]Ediz. ’20 e ’45: di aver patteggiato col nemico, ch’egli non verrebbe in soccorso delle [che non avrebbe soccorse le] navi.
[697] pigliato
[698] gli uccisori di lui, sembrano piuttosto dargli taccia
[699] dapprima
[700] Egli fu
[701], furono confiscati i suoi
[702] La parentesi manca nell’ediz. del 1820.
[703] Nel giorno 18 ottobre
[704] Questi se ne impadronì d’una
[705] egli dovette
[706] Ediz. 1820 e 1845: l’andar
[707] sembra
[708] dal Governo veneto.
[709] egli
[710] che egli
[711] spedizione: e questa, se fu inutile ai Veneziani, non fu loro d’alcun danno, essendo ritornato al campo il drappello che l’aveva invano tentata.
[712] pensò al modo di
[713] uno migliore
[714] che quello
[715] sotto
[716] Egli vi
[717] sì a lui, che a Giovanni Francesco Gonzaga ch’egli si aveva tolto per compagno.
[718] veneti
[719] in ciò d’accordo
[720] Giunto
[721] Quando egli fu introdotto
[722] nel
[723] ed ivi
[724] figliuola
[725] figliuole
[726] veneti
[727] avrebbero affermata la seconda opinione.
[728] Essi la esprimono
[729] una certezza
[730] adoperato
[731] dieno prove della,
[732] apparire
[733] ponga mente
[734] all’andata del Conte
[735] si ponga mente al mistero tenuto sempre dal Governo veneto a malgrado della
[736] ponga mente
[737] si usava
[738] un militare non veneziano che
[739] si ponga mente per ultimo
[740] un patto di agir lentamente, di
[741] in capo
[742] provate
[743] di opinione
[744] il Governo veneto
[745] voluto stabilire
[746] ho
[747] raccoglierne
[748] di sorta:
[749] così dice:
[750] mi sembra
[751] apposto.
[752] percosso
[753] Questi
[754] Nell’ediz. 1820: essere tosto; 1845: esser subito.
[755] egli
[756] Quanto
[757] prigioni
[758] tutti i generali e
[759] non ne fu
[760] e questi fu
[761] quando esiste il fatto che essa fu dettata da una costumanza di guerra.
[762] grande strepito
[763] sembra
[764] assai
[765] Nell’ediz. del 1820 era qui il segno della nota.
[766] aveva inteso
[767] ma per mostrare quale era l’importanza che si dava a
[768] Questo contra si è salvato!
[769] ebbe luogo
NOTE DEL MANZONI ALLE NOTIZIE STORICHE
[a)] Filippo la fece decapitare come rea d’adulterio con Michele Orombelli. Il più degli storici la credono innocente.[770]
[b)] Hist., lib. 4; Rer. Ital. script., t. XIX, col. 72.
[c)] Tutto questo racconto è cavato[771] dal Bigli.
[d)] Sanuto, Vite dei duchi di Venezia; Rer. Ital., XXII, 978.
[e)] Machiavelli, Ist. Fior., lib. 4.
[f)] Per servire alla dignità del verso, il nome di quest’ultimo personaggio nella Tragedia venne cambiato con quello di Fortebraccio. La storia stessa ha suggerito questo cambiamento[772]; giacchè[773] il Piccinino era nipote di Braccio Fortebracci, e dopo la morte dello zio fu capo de’ soldati della fazione Braccesca.
[g)] Istos quoque jubeo solita lege dimitti. Bigli, lib. 6.
[h)] Ad ligonem stipendiarii. Chron. Tarv.; Rer. Ital., XIX, 864.
[i)] Ai 13 di luglio, essendo stato proclamato Nicolò Trevisano, che fu capitano nel Po, ed essendosi egli assentato, gli Avvogadori di Comune andarono al consiglio de’ Pregadi, e messero di procedere contro di lui, per essere stato rotto in Po da’ galeoni del Duca di Milano ai 21 di giugno passato, in vitupero del Dominio, e per non aver fatto il suo dovere, immo vilissime essersi portato; immo perchè andò pregando gli altri che fuggissero via.—Sanuto, Rer. Ital., XXII, 1017.
[j)] Navagero, Stor. Ven.; Rer. Ital., XXIII, 1096.
[k)] Sanuto, Rer. Ital., XXII, 1028.
[l)] Cronica di Bologna; Rer. Ital., XVIII, 645.
[m)] Poggii, Hist., lib. 6.
[n)] Rivoluzioni d’Italia, lib. 20, cap. I.
[770] Il più degli Storici crede che questa colpa le fosse apposta calunniosamente.
[771] estratto
[772] suggerita questa mutazione
[773] dacchè