PROLOGO CRONACA DEL 1794
L'anno 1794, cominciato con una crescente agitazione sul litorale e per le vallate, avea ridotta la città di Ventimiglia ad una pericolosa anarchia. Le riforme e le vittorie della grande rivoluzione, la fuga del Re di Piemonte, le contese dei partiti nobiliari, che si disputavano le redini della città, apersero un adito a quel borghese vento di Fronda, ringagliardito dal concorso popolare, che, in modo tanto irruento, distrusse o trascinò, abbattè o domò, quanto si opponeva al suo cammino.
Le guerre di successione avevano esaurito quello che una libertà comunale ed una dominazione di ferro s'erano studiate d'accumular di resistenza e di orgoglio: un Governo borghese di Magnifici finì per distruggere l'orma, forse feudale, ma potente, d'una gloriosa autonomia. Sicchè alle prime avvisaglie della rivoluzione e della discesa del generale Massena, coloro, che i nobili sprezzantemente chiamavano la canaglia, drizzarono l'albero della libertà sormontato dal berretto frigio, ed obbligarono le più nobili dame a ballarvi intorno. Pochi si ribellarono ai santi diritti di ballo del popolo: tre soltanto resistettero e furono il conte Luca Lascaris, il nobile Camillo Altariva, ed il duca Almerico di Nervia.
Abitavano i castelli aviti posti fra Mentone e Bordighera ove si asserragliarono da prima con forse duecento partigiani, sperando con una guerriglia di opporsi all'invasione sul litorale, come l'imprendibile fortezza di Saorgio si sarebbe opposta fra le prealpi.
Subito le intenzioni dei nobili signori parvero mirabilmente riuscire: la città cedette ed il generale Arena si ritirò senza aver ottenuto il chiesto passaggio libero per l'esercito della Repubblica.
Ma il pericolo maggiore di Massena si avvicinava con troppa celerità: L'Altariva che aveva ottenuto il comando in capo dei insorti, fece distruggere un lungo tratto della via della Cornice, per impedire il transito delle pesanti artiglierie francesi e poi, lasciando che la città si disbrigasse come poteva meglio, sicuro di Saorgio difesa dal Saint-Amour, si ritirò a seguitare le ostilità sullo sbocco della vallata del Nervia.
La sera del sei di Aprile, che incombeva triste e nuvolosa e pesante sulle colline e sul mare, lo sorprese accampato sopra uno sprone di collina, alle porte del comune di Camporosso, che si sospettava di fellonia e ch'era necessario sorvegliare.
Nell'attendamento non si udiva alcun rumore: le scolte vegliavano ed i fuochi erano spenti.
Camillo Altariva giaceva per terra avvolto in un ampio mantello: era a testa scoperta e s'appoggiava al cubito. Non si distinguevano per il crepuscolo bigio che gli occhi lucenti e grifagni e l'impugnatura d'oro della spada. Il Nervia tranquillamente russava coperto pure da un mantello.
Presso di lui, seduto sopra un tamburo, il conte Luca Lascaris, esile e fine come una giovinetta, elegantemente vestito di un abito a coda attillato e di calzoni di pelle bianca, intrecciava sul cappello rotondo un nastro d'oro che dovea sostenere la coccarda bianca della reazione. Calzava stivaloni lucidi dalle risvolte bianche e portava gli speroni d'oro. L'alto colletto, avvolto con più d'un giro dalla cravatta ampia di merletto, usciva da un panciotto ricamato, sotto il quale spuntava il calcio d'argento d'una lunga pistola. Piccole mani e piccoli piedi e spiovente capigliatura: pareva una travestita eroina cavalleresca. Taceva assorto nella sua frivola occupazione di personalità del mondo elegante, come se fosse dietro un paravento presso la bella marchesa di Spigno, per la quale si diceva sospirasse in segreto.
Si prolungava il silenzio: non giungeva che a quando a quando il rumore volontario che facevano le scolte urtando fucile e spada per provar più a sè stesse che agli altri di vigilare.
Ad un tratto sotto la collina, fra gli ulivi, per ben tre volte si udì, troncato subito, il grido riconoscibile della civetta. Un soldato che giaceva presso il Nervia alzò il capo destandolo col movimento lieve ed ascoltò: poi ad un cenno dell'Altariva, allo stesso modo rispose tre volte.
I tre signori s'erano alzati ed attendevano: così, di fronte, una differenza notevole appariva fra di loro: per quanto d'effeminato, di delicato, di fragile mostrava il Lascaris, altrettanto di robustezza di forza e di fierezza risaltava dall'Altariva e dal Nervia. Il secondo pareva padre del primo ed aveva forse qualche anno di meno.
Come il canto della civetta si ripetè per tre volte ancora, avanzarono fino ad un breve spianato che finiva la collina ed attesero.
Una mano di cavalieri che saliva lo sprone a briglia sciolta si fermò ad un comando e colui che li precedeva, uno scherano del Nervia, chiamato il Seborga, s'inchinò profondamente gridando:
— Per il Re!
L'Altariva ed il Lascaris a mezza voce risposero:
— Per il Re!
Ed il Nervia interrogò invece:
— Che notizie porti?
— Cattive, signor duca — rispose il Seborga.
— Che ti caschi la lingua!.... — incominciò i Lascaris.
Ma l'Altariva lo interruppe:
— Conte, le brutte notizie ci sono state sempre compagne da che la guerra ebbe principio: non può esser colpa del Seborga se continuano.
— Sicuro che la colpa non è mia, signore, ed il signor duca mio padrone sa che sono abituato a guardare il fuoco nemico. Così tutti avessero fatto sempre come me.
— E chi non l'ha fatto? — domandò il Lascaris.
— Saint-Amour, signor conte.
— Saint-Amour?
— Posso giurarlo. Il generale Massena girando la città si mostrò all'improvviso davanti a Saorgio, senza che potessero giocar le nostre artiglierie: Saorgio è francese e la strada è libera per Massena. Il comandante Saint-Amour non ebbe neppur gli onori delle armi.
Nessuno fiatò: i soldati cercarono i rosari.
— Ma non c'era che un sentiero — mormorò il Nervia — qualcuno dunque li guidò?
— Sì, padrone — rispose il Seborga — qualcuno che abbiamo colto con le mani nel sacco.
— Ah! ah! Prigionieri?
L'Altariva ch'era rimasto sopra pensieri interloquì.
— Se le notizie del Seborga sono vere, noi siamo perduti. E non possiamo dubitare delle sue parole. Massena sarà padrone della vallata domani, forse questa notte. Non ci rimane che una via di scampo: il mare e il rifugio in Sardegna.
— Ma la città? — gridò il Lascaris.
— La città non fugge. Ritorneremo.
Saltò in sella e tutti l'imitarono.
— Incendiate il bosco! — brevemente ordinò.
Alcuni uomini l'obbedirono.
— Ma i prigionieri? — fece osservare il Seborga.
— Legateli ad un albero, morranno di fame.
— Ed arrostiranno graziosamente — aggiunse il Nervia lisciando mollemente la criniera del cavallo.
— Non li volete interrogare, signore?
— A che pro? Non hai detto di averli trovati con le mani nel sacco?
— Sicuro — confermò il Seborga — si vantavano di avere insegnato il valico agli azzurri e avevano centomila franchi d'assegnati nelle tasche.
— Dunque basta, legali ad un albero!
S'avanzarono due cavalieri che portavano in groppa ciascuno un corpo legato: scaricati e sciolti, apparvero una vecchia e un fanciullo, che si gettarono in ginocchio appena liberi.
La vecchia donna potè appena articolare la parola pietà che il fanciullo cadde all'indietro come un cencio.
Allora si gettò sul piccolo corpo con un grido rauco.
— Non abbiamo fatto nulla, ve lo giuro, per la Madonna benedetta di Lampedusa. Due soldati ci hanno chiesto per dove si passava e l'abbiamo indicato a quei poveri giovani morti di freddo. Non è far del male indicare una strada, miei buoni signori!
Mentre parlava pensò forse al denaro che le avevano sequestrato: lo credette ingente e n'ebbe paura.
Vedeva due soldati spogliare il tronco d'un olivo: temette di dover essere impiccata. Raddoppiò gli urli della rauca voce stanca.
— Pietà! Pietà!
S'accorse di non essere ascoltata: si trascinò presso il Lascaris e gli abbracciò le ginocchia.
— Se abbiamo fatto del male è mia la colpa, solamente mia: salvate il ragazzo ch'è innocente, ve lo giuro, che non mostrò la strada ai soldati. Sono io che li accompagnai. È così giovane, mio buon signore, ed è così duro morire quando si è giovani! È innocente come Nostro Signore sulla Croce. Non importa se mi farete morire; io sono vecchia....
— Taci, strega! — mormorò un soldato respingendola col calcio del fucile.
Ma gettò un urlo di dolore alla scudisciata del Lascaris, che s'intromise:
— Siamo gentiluomini, Altariva, siamo cristiani, Nervia! Perchè incrudelire sopra una vecchia e un bimbo?
La donna indovinò l'aiuto.
— Ah! mio buon signore, che la Madonna vi tenga la sua santa mano sul capo.
— Lascaris — gli rispose a mezza voce l'Altariva — pensa che i francesi domani saccheggieranno il tuo castello, che i tuoi furono obbligati a fuggire in esilio....
Non finì, chè l'altro senza più far parola, bruscamente, con una strappata di briglia sparve di galoppo dall'altura. E per lungo tempo udì ancora gli urli della donna, che bastavano soli a destar nella notte illune gli echi della vallata. Poi non li udì più, con le proprie orecchie, ma sibbene attraverso la voce del Nervia che bestemmiava:
— Per la croce di Dio! Mettetele il bavaglio!
E allora gli giunse l'imprecazione:
— Maledetti!.... Maledetti i vostri figli!...
Non altro. Rabbrividì, mentre il bosco parve d'un tratto una sola fiamma.
Un sordo galoppo lo seguì. L'Altariva e il Nervia giungevano a briglia sciolta con i soldati.
— Che ha urlato? — chiese ai sopraggiunti il Lascaris con la voce un po' incerta.
L'Altariva ebbe la parola tronca da un tremito.
— Lasciate, conte: è cornacchia, e conviene che gracchi.
A sua volta il Nervia mormorò:
— Forse era meglio un colpo di pistola, ma la polvere è preziosa.
L'Altariva arrestò d'improvviso il cavallo.
— Seborga, fa suonar la sosta!
I soldati si fermarono.
— Nervia, Lascaris, conviene dividerci. Io tenterò di rientrare in città: per voi la salvezza del mare. Non ribellatevi, voglio così; mi avete giurato obbedienza.
La piccola truppa si divise in due silenziosamente: i tre gentiluomini si abbracciarono.
— Chiunque di noi, amici — continuò l'Altariva — giungerà salvo dal Re, gli ricordi che fummo fedeli sino alla morte. Addio!
S'alzarono tre possenti gridi che la vallata accolse con gli echi sonori.
— Altariva, per il Re!
— Lascaris, per il Re!
— Nervia, per il Re!
E sparvero nella notte. Il sonito ferrato dei cavalli, il rumore delle armi urtate sopravvissero ancora, poi s'allontanarono, tacquero.
Il silenzio riprese possesso della notte per la vallata.
Solo brillava l'incendio come un faro.