XXIII.
Quando la barca peschereccia ebbe sbarcati i suoi passeggeri alla foce di un torrentello schiumoso, colui che la conduceva rimase ad attendere gli ordini. Ma Ibleto gli porse una moneta d'argento che l'altro ricevette con l'avidità di una scimmia alla quale si offra un frutto acerbo. E per verità il danaro in metallo era già raro: da due anni almeno correvano gli assegnati e i buoni di qualunque specie firmati da nomi e da Autorità eteroclite, dal Sergente al Generale, dal Giudice al Governatore.
— Devo aspettare, monsignore? — chiese il marinaio al quale pareva che il dono meritasse almeno un titolo.
I due Spigno ricambiarono uno sguardo.
— Non importa! — rispose Emanuele Embriaco.
Ed aggiunse, rivolto ai compagni:
— Voglio sperare, per la Dama almeno, che non si tornerà per mare.
Fiorina gli sorrise.
— Conte, avete ragione, ragione da vendere! — concluse Ibleto.
E licenziò la barca.
Mentre per un istinto comune la guardavano allontanarsi, il marchese fece schermo della mano destra agli occhi, curvandosi: quindi esclamò:
— Ecco quel che temevo!
Alla sinistra indicò, forse a due miglia al largo, verso la Madonna della Ruota od almeno all'altezza di Sant'Ampelio, la siloetta di una nave.
— L'abbiamo scampata bella!
— Che è, Ibleto? — domandò Fiorina.
— La prima delle cannoniere inglesi che sorvegliano la costa, e probabilmente mancano di notizie poichè invece d'essere laggiù sarebbero qui.
L'Embriaco alzò le spalle.
— A che servono le cannoniere inglesi?
— Ben detto, il moscardino! — esclamò una voce sonora.
Ed uno scoppio di risa coronò l'interruzione.
Dopo il breve greto della foce, una specie di muro a secco si alzava che parea sbarrasse il corso del torrentello. E proprio lassù i tre che s'erano voltati di scatto alla risata videro una strana apparizione.
Sporgevano dal muro a secco tre o quattro visi sporchi, dai capegli arruffati, ma visi ridenti, dentature meravigliose ed occhi neri o azzurri, brillanti. Sulle teste, in piedi sul vertice del muraglione, un giovane iddio pompeggiava, un Bacco giovane con qualche fattezza di pastore omerico. Vestiva una specie di divisa soldatesca a falde rialzate sopra un paio di calzoni a righe, corti e sfrangiati: null'altro: nè camicia, nè berretto, nè tracolle, nè armi, nulla fuorchè una sciabola brandita dalla destra in alto sopra la selva dei capegli biondi arruffati. Le carni bianche apparivano da innumerevoli buchi dei calzoni, legati pur tuttavia un po' sotto il ginocchio da un nastro rosa, che vantava chissà quale provenienza.
— Ben detto, il moscardino! — ripetè quel giovane iddio selvaggio — ben detto, parola di Tibullo, qui presente, soldato della Repubblica, una e indivisibile, armata del Varo!
Le teste apparenti sul muro a secco fecero un coro assordante.
— Per l'Ente Supremo e per le corna di Barras, riprese Tibullo sempre rivolto ai tre attoniti, o l'unico figlio di mia madre, la gloriosa Cornelia delle Halles, si sbaglia come un deputato, o scorgo un viso degno dell'ex Maria, sposa dell'ex Giuseppe e Madre del cittadino Gesù! Non sia mai detto che i soldati della Repubblica dimentichino gli omaggi dovuti al sesso! Io mi rammento d'essere figlio di Brin-d'amour, sergente bianco del tiranno Capeto e amico personale di Danton il quale come ognun sa, aveva un forte debole per le donne. Camerati, un evviva per la cittadina che viene dal mare come la ex-Venere!
Il coro assordante ricominciò. Poi tacque ad un tratto sotto l'ordine di Tibullo, il quale saltò dal baluardo, venne innanzi alla marchesa e fece un inchino strisciato degno d'un maestro di ballo, alzò la sciabola lucente e d'un colpo si tagliò, tenendola tesa con la sinistra una ciocca di capelli che sparse ai piedi della dama.
— Non ho berretto da levarmi e debbo scoprirmi ad ogni modo davanti al sesso. Scusa, cittadina, ma ognuno si scopre come può.
— Sei galante, cittadino Tibullo — rispose Ibleto rinvenuto per il primo dalla sorpresa — e grazie all'Ente Supremo che ti ha posto sulla nostra strada! Libertà, eguaglianza....
— .... e fraternità! — compì il soldato.
Le teste sul muro a secco s'agitarono.
— In quanto a voi, camerati, rimettete le vostre ricche assise per presentarvi convenientemente dinanzi alla dama.
Le teste scomparvero.
— E tu, cittadino, — chiese Tibullo volto all'Embriaco, per il quale provava un'istintiva simpatia per gratitudine dello sprezzo verso le cannoniere inglesi — non dici nulla, cittadino? Hai esaurito il tuo repertorio?
— Ti ascolto, cittadino, e imparo!
La celata ironia non isfuggì al soldato che aggrottò le sopraciglia.
— Oh! Oh! Cittadino, la tua risposta puzza d'aristo una lega lontano. Non c'è più Massimiliano, è vero, ma il piccolo ama i çi-devants come il fumo negli occhi, te ne avverto.
— Chi è il piccolo, cittadino?
Apparvero di dietro al muraglione abbigliati, chi più chi meno come Tibullo, cinque o sei soldati ridendo a gola spiegata.
— Il piccolo? Domanda chi è il piccolo?
— È il piccino! Il tira l'anima coi denti!
— Il nostro generale che ci ha promesso grasse città e belle donne.
— Ed ha ragione!
Una mano si levò per carezzare il viso di Fiorina ma si ritrasse immediatamente sotto una scudisciata.
— Morde la donnetta — urlò il colpito.
— E morderà ancora! — aggiunse Fiorina lasciando ricadere lo scudiscio sopra un viso che s'avvicinava troppo al suo.
Qualche picca e qualche sciabola fu brandita e non mancò un fucile maneggiato — per qualche evidente ragione d'utilità immediata — come un bastone. Ma Ibleto e l'Embriaco fecero scudo alla dama e Tibullo s'interpose.
— Giù le zampe, camerati!
Con un po' di buona volontà s'ottenne un relativo silenzio, quale almeno occorreva per farsi intendere. E ne profittò immediatamente Ibleto rivolgendosi al soldato:
— Non siamo qui nè per errore e nemmeno naufraghi, come i tuoi camerati vogliono credere, cittadino: siamo qui venuti volontariamente e portiamo con noi un salvacondotto che speriamo ci procurerà un po' di rispetto.
Tibullo non battè ciglio: attendeva. Lo Spigno continuò:
— Una lettera del generale Laharpe.....
Il soldato salutò.
— .... al generale Nissard....
Nuovo saluto.
— ... che comanda, crediamo, la tua divisione.
Tibullo crollò il capo.
— Niente Nissard, cittadino.
— Comanda forse Massena?
— Niente Massena, cittadino.
— È tornato per caso Serrurier? Fa lo stesso.
— Niente Serrurier!
— Augereau allora?
— Niente Augereau!
I due Spigno e l'Embriaco si guardarono.
— Chi comanda allora? — chiese Ibleto.
Un urlo s'elevò dai soldati rimasti qualche passo discosti.
— Il piccino!
— Il piccino!
— Il piccino, il piccino, il piccino!
Tibullo impose il silenzio. Poi:
— Hai inteso, cittadino? Qui comanda il piccino o se meglio ti piace il generale Bonaparte.
Fiorina spalancò i begli occhi sbalordita e Ibleto si tirò la barbetta caprina. Ma l'Embriaco risoluto prese la parola.
— E sta bene, cittadino! Andiamo dal generale Bonaparte!