XXXII.

Nell'ampia sala del Castello dei Lascaris la marchesa Isabella seduta rigidamente presso la tavola pareva immobile, mentre dall'altro lato l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, curvo sotto un'alta lampada a quattro becchi — un alone d'oro morbido nel buio fondo — leggeva monotono e grave e cadenzato dei versi:

L'azzurro mar preclude il varco al mondo

novo, che divinò ligure mente:

i colli e i monti in diadema tondo

serran da tergo il pian qui e là spiovente:

in alto s'inabissa il ciel profondo:

è breve terra ma superba gente

v'opra ed è figlia prediletta al sole:

ma chi v'impera è bizantina prole.

— Spero — sussurrò l'abate dopo aver atteso invano una parola d'approvazione — spero, confido d'essermi chiaramente espresso nella sommaria esposizione di quello che sarà il soggetto del primo canto del mio poema. L'argomento del detto canto è la descrizione della terra di Liguria, fra il mare, i monti e il cielo, sotto il dominio della possente famiglia dei Lascaris. Nutro la speranza che la signora marchesa approvi l'epiteto bizantina in omaggio a Teodossia, principessa di Bisanzio, capostipite.....

— Ho gustato l'epiteto, abate, e l'approvo. Quello che mi lascia dubbioso è l'affermazione che sulla terra di Liguria imperi la mia famiglia. Mi sembra alquanto esagerato.

— Mi permetto di contraddire calorosamente la signora marchesa, e di dimostrarle in pari tempo la verità del mio asserto. Nei poemi, che precedono il mio, c'è ovunque, per indicare un popolo, indicata invece una prosapia. Così nella enumerazione delle forze greche nell'Iliade, che mi dicono il signor cavalier Vincenzo Monti stia traducendo in versi liberi con l'aiuto del dotto grecista padre Biamonti: così Virgilio enuncia i popoli dell'Italia che Enea sconfigge, così Stazio e così Lucano, e per venire ai moderni il Tasso, che, ad esempio, sottomette le Puglie a Tancredi. Ecco perchè ho chiamato poeticamente ad imperare sulla Liguria i conti Lascaris, pensando che ne hanno i titoli. Quale famiglia infatti risale a così antichissima origine che si perde nella notte dei tempi? Nessuna invero, neppur quella dei Re di Sardegna.

— In questo sono con voi, abate!

— Godo d'aver con le deboli forze della mia circoscritta mente saputo convincere l'illustre e dotta marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris di Tenda. E chiedo quindi licenza di proseguire.

— Proseguite pure, abate.

Amarillo Glucosio — scusino i lettori — l'abate Bernardino Viale tossicchiò, si dimenò sulla sedia e, quasi gli spiovesse dalle labbra il miele ibleo, accarezzò così le parole:

— Canto primo: invocazione. Non ho invocato la vergine musa, no: temo d'aver tanto osato. Chiamo a me la musa madre, Mnemosine.....

Madre, che sulle mitiche pendici,

donde Pegaso a vol l'aere fendea,

tra le figlie traevi i dì felici

sul mondo, che dal tuo labro pendea,

tu stessa il plettro mio guida, tu dici

che madre e prole è qui maggior d'Enea:

Madre che bina una corona preme,

Prole che è Marte e che è Minerva insieme.

L'abate si tacque modestamente e curvò il capo gravato dal peso dell'alloro e la marchesa lusingata stava per aprir bocca ad assentire per largirgli il premio dovuto quando si aprì invece la porta ed il Moncherino annunciò:

— Il signor conte Emanuele Embriaco!

Prima ancora che la marchesa concedesse l'assenso, ecco l'avventuriero sulla soglia, sprofondarsi in un inchino e spazzare delle piume del feltro l'impiantito.

— Conte, benvenuto! Quali novelle portate di mio figlio?

— Liete novelle, spero, illustre signora marchesa, e più liete e sicure saranno se avrò l'ausiglio vostro.

— Parlate sibillino, conte!

Da qualche istante l'abate ritto sotto l'alta lucerna faceva profondi saluti all'Embriaco, il quale finalmente se ne accorse e li restituì affabilmente, pur rispondendo in pari tempo alla dama:

— Quali parole possono sembrar sibilline all'acuto discernimento della illustre signora marchesa?

— Le vostre, conte mio, le vostre che vi prego di spiegarmi.

— Agli ordini della illustre signora marchesa se vorrà darmi benigno ascolto. M'accorgo però — e me ne dolgo — d'aver interrotto l'eminente signor abate. La illustre signora marchesa perderà di leggieri nel confronto!

L'abate si profuse in inchini e in sorrisi mentre la dama rispondeva:

— Tregua ai motti ricercati, conte, e parlatemi di mio figlio.

— La signora marchesa non ne ha avute più notizie da quando partì meco?

— Nessuna, conte. Voi lo lasciaste da poco, vero? Ed è lui che vi manda?

— Due giorni or sono mi distaccai da lui. Ma non vengo a suo nome. Vengo bensì per lui.

— Parlate! Parlate!

L'Embriaco parve raccogliersi un istante: poi dichiarò:

— Un grave pericolo sovrasta sul capo del conte Lascaris.....

— Di mio figlio?!

— Del conte Lascaris, del signor d'Altariva e del signor duca di Nervia e sul vostro, signora marchesa, e sulla città.....

— Un grave pericolo?

— Gravissimo. Le orde repubblicane si rovesciano di nuovo sugli Stati d'Italia!

— Ripasseranno l'Alpi come due anni or sono.

— Temo che no. Le guida oggi, non una vecchia giberna come Arena, ma un giovane generale che vede lunge e che sprona sete di gloria e ambizione di potere. Le comanda un intelletto degno di comandare.

— E questo genio è a Parigi fra gli eleganti e le creole?

— È qui fra i soldati e i cannoni.

— Qui?

— A pochi passi, a San Bartolomeo. I villani di Sant'Antonio non furono cacciati da bande sperse che sconfinarono, ma da esercito ingordo di bottino ed anelante di saziarsi sulle belle contrade e le bellissime donne.

— Orrore! — sclamò l'abate facendosi il segno della croce.

Anche la marchesa Isabella rabbrividì, ma nascose il turbamento ed eluse il discorso.

— Mio figlio? dov'è mio figlio?

— Il conte Lascaris, col signor d'Altariva e il duca di Nervia, bivaccano a oriente della città, ripromettendosi probabilmente d'opporsi all'invasione. Folle pensiero. Poche centinaia di partigiani male equipaggiati come potranno resistere ad un esercito regolare trecento volte più numeroso, dotato d'artiglierie e fornito di munizioni ad esuberanza?

Tacque. Concluse:

— Saranno travolti, annientati, e inutilmente.

Un istante di silenzio. Poi la voce della marchesa sibilò:

— Venite a nome delle orde repubblicane, conte Embriaco?

Rimase interdetto, subito, preso così a bruciapelo, l'interpellato. Ma si rinfrancò e fu calma la risposta.

— Vengo come amico, vengo come colui che per vostra bontà, illustre signora marchesa, non si logora le mascelle in un qualche sotterraneo della Serenissima; infine vengo come colui che sedette a questa tavola, mangiò il vostro pane e bevette nel vostro bicchiere. E vi prego di credermi e d'aiutarmi.

— Credere che cosa? Aiutarvi in che?

— Credere in me, nella mia sincerità, nelle mie buone intenzioni. Aiutarmi a persuader vostro figlio.

— Persuaderlo a far che?

— A non resistere.

— A tradire?

— A non resistere, vi ripeto, dato che la resistenza è inutile e che sacrificherebbe delle vite umane senza costrutto.

La marchesa sogghignò:

— Non vi avrei mai creduto accessibile alla pietà, conte Embriaco. Affè mia che vi consiglierei quasi di cambiare la casacca che indossate con l'abito del signor abate.

— Voi scherzate sopra un vulcano, marchesa!

— Prova che non mi avete convinto.

— Volete permettermelo?

— Fate.

— Badate che il tempo stringe e che forse a quest'ora....

— V'avverto che impiegate argomenti poco atti a convincermi. Qui l'abate non vi troverà certo somiglianza alcuna con i grandi oratori del passato.

L'Embriaco si raccolse — o parve — poi risolutamente:

— Vi prego di ascoltarmi seriamente, marchesa.

— Vi ascolto.

La porta si spalancò all'improvviso.

— Vi prego di dire: v'ascoltiamo, madre mia!

Ed il conte Luca Lascaris penetrò nella stanza con Camillo Altariva e col duca Almerico di Nervia.