NOTE:

[1]. Parad, c. 2. v. 96.

[2]. Nuovi Commentarj dell'Accademia di Pietroburgo, T. 7.

[3]. Trans. Filosof. di Londra dell'an. 1759.

[4]. Mem. dell'Accad. di Parigi an. 1761. p. 248.

[5]. Miscellan. Taurin. T. 3.

[6]. Dissertatio epistolaris de attractione ignis electrici etc., che è la prima della presente collezione.

[7]. Ivi pag. 34.

[8]. Ivi T. 1. Par. 1. pag. 165.

[9]. Questa lettera è la prima della presente collezione accennata di sopra.

[10]. Elettr. Art. §. 134.

[11]. »Je verrai avec bien du plaisir votre nouveau système sur les causes de l'électricité, quand vous le ferez paroître: je serai surpris, si vous tirez de l'attraction Newtonienne des explications physiques des phénomènes de ce genre; il me semble, qu'en laissant subsister les loix, qu'on attribue à cette espèce de vertu, il est bien difficile de rendre raison des principaux faits: personne jusqu'à présent n'a osé l'entreprendre; il sera glorieux pour vous de l'avoir fait avec succès«.

[12]. Plurima congessit Musschembroekius Essai de Physique. Vide etiam Nouveau Cours de Chymie selon les principes de Newton, et de Sthal.

[13]. Theoria Philosophiae Naturalis ad unicam legem redacta virium in Natura existentium.

[14]. Censeo ego quidem concursum ferri et magnetis a principio attractionis pendere, contendant licet plurimi impulsu fieri effluviorum magneticorum.

[15]. Haec fuerunt argumenta, quae pro vi attractiva ignis electrici primo mihi se obtulerunt, quaeque ad theoriam vitrorum me deducebant, cujus specimen jam ab anno 1763 exhibui Nolleto. Res erat tunc quidem male digesta: nam nihil ferme adduxeram, praeter exemplum magnetis, cui maxime insistebam.

[16]. Cum ea, quae puteo in apertura redacto consequuntur pervidere juvat, experimentum ego similiter, ac Tu faciebas, instituo in tubo charta crassiori inaurata conflato, cujus chartae ita involutae limbos staminibus sericis distraho, atque ad planam superficiem distendo.

[17]. Haec etiam in tibiali serico optime eveniunt etc.

[18]. Quest'Operetta fu dedicata dall'Autore al celebre Spallanzani, a cui pure inviò una piccola macchina elettrica con disco ed isolatori di legno ben tostati.

[19]. In Lectionibus Physicae experiment. tom. VI. lect. XX. pag. 188. Italicae edit.

[20]. L'Autore mi ha avvisato con lettera che qui converrebbe fare una correzione, ed è: quando scrisse quest'Opuscolo guidicò dalla citata lezione di Nollet che Ammersino non avesse conosciuto che i legni fritti nell'Olio divenissero ancora Idiolettrici eccitabilissimi. Alcuni anni dopo però venne in cognizione che il detto Ammersino avea sì bene conosciuta questa proprietà, che intitolò la sua Operetta De Electricitate ligni.

[21]. Pag. 27, et seq.

[22]. Dissert. de vi attract. ignis elect. pag. 31.

[23]. Contingit etiam ut paucis aestivis diebus in deterius abeant ligna, quae per hiemem ad plures menses integra virtute servantur.

[24]. Carbones inter haec corpora ii sunt, qui majorem picis dosim requirunt.

[25]. Phaenomenum hoc aurae electricae nullibi probe expensum, ut meretur, inveni. Ego quidem jam olim ex lege motuum electricorum illud repetere non dubitavi. Nolleto enim contendenti hanc auram verum esse effluxum ignis e corpore electrico, atque hoc ipsum obtrudenti, ut evinceret e corporibus, quae apud nos sunt electrica defectu, ignem effluere, non secus ac a corporibus electricis excessu, siquidem ut in his, in illis aura persentitur, hoc, inquam. Cl. Viro objicienti respondebam: nullatenus esse ipsum ignem qui cutem impactu suo titillat; verum aerem legi motuum electricorum obtemperantem hoc praestare: quod sane innuit sensus ipse, quem in cute percipimus ventuli nempe lenis frigidiusculi admota manu cuspidi catenae fortiter electricae, vel admoto ori tubo nuper perfricato cujusdam titillationis illi non absimilis, quam persentimus cum levis aranea ori impingit. Quod si aura verus esset ignis electrici effluxus, an censemus leni illo ac ferme cunctanti motu procederet, ac cutem veluti lamberet fluidum istud actuosum, ac ultra captum tenuissimum, cujus ingenium est et vis corpora, ut est manus, deferentia quam celerrime permeare?

[26]. Consulatur Dissert. de vi attract. ignis elect. pag. 18 et seq.

[27]. Ibid.

[28]. A pag. 26 ad pag. 31.

[29]. Pag. 33 et seq. et pag. 46 ad pag. 57.

[30]. Dissert. de vi attract. pag. 19, 20.

[31]. Aquam gummatam vocum egestate usurpo pro eo quod nobis est vernice.

[32]. Estratto dai Vol. 9.º e 10.º della Scelta d'Opus. di Milano.

[33]. (Beccaria §. 939 Elettricismo artificiale), (pagina 196 Elettricismo naturale) il Tomo 7. de' nuovi Commentari di Pietroburgo. Beccaria Observat. atque exper., quibus Electricitas vindex late constituitur, atque explicatur.

[34]. Dell'Elettricismo artificiale, 1772, pag. 404 e seg.

[35]. Si propone di dare in una Memoria a parte il dettaglio di varie delicate sperienze con le combinazioni non che d'una lastra, e dello snudamento d'una faccia, ma di ambe le faccie sì d'una lastra che di due. Per questo ho trovato ultimamente potermi valere di lastre di vetro intonacate di mastice; giacchè anche con esse ottengo la maravigliosa durevolezza de' segni. La Memoria tratterà dell'Azione dell'Atmosfere Elettriche, e de' fenomeni che ne derivano negli strati isolanti.

[36]. Estratti dai Vol. 12º, e 14º della Scelta d'Opuscoli di Milano.

[37]. La presente lettera fu dall'autore scritta in Francese, ed è riportata (tradotta in Italiano) nel Vol. 20 della Scelta d'Opuscoli di Milano pag. 32.

[38]. Il P. Beccaria nella grande sua Opera dell'Elettricismo Artificiale 1772 n. 953 propone le seguenti questioni. «I. Quando stropiccio un nastro sopra di un piano, e dopo lo stropicciamento gli resta aderente, ritiene egli in tale stato l'Elettricità sua, ovvero la smarrisce in esso, e non ritiene che la disposizione di ripigliarla quando ne è disgiunto? II. Quando il nastro bianco, o nero per l'attuale elettricità contraria, cui hanno, volano ad unirsi l'uno, all'altro, o quando uno di essi vola ad unirsi alla tavola, al muro ec., ritengono essi in tale stato di adesione le attuali loro elettricità, ovvero vogliamo dire, che le smarriscano, e che non ritengano che la disposizione di riacquistarle nell'attuale disgiungimento?» Prosiegue n. 954. «Pare, che siasi opinato, che gl'isolanti elettrizzati condotti al detto stato di adesione ritengano le attuali loro elettricità; e ognuno ha dovuto tanto più facilmente condiscendere a tale opinione, quantochè la particolare adesione non insorge tra un corpo isolante, e un altro isolante, o tra un corpo isolante, e uno deferente, se non in quanto gl'isolanti sono attualmente elettrizzati; sicchè l'adesione particolare permanente pare un indicio della permanente elettricità. Oltrechè la elettricità, che si osserva di nuovo dopo il disgiungimento, pare, se non si facciano altre considerazioni, che ne addimandi la permanenza nello stato di adesione.»

Queste infatti sono le ragioni ch'io avea esposte, e incalzate nella già nominata dissertazione De vi attractiva ignis electrici, per sostenere la permanenza d'una dose di elettricità ne' coibenti nello stato di adesione, e conseguentemente nelle lastre dopo la scarica: alle quali ragioni aggiugneva pur quella della difficoltà, e lentezza di moto, con cui, sebbene sbilanciato entra o esce il fluido elettrico ne' detti corpi coibenti, per condursi al naturale equilibrio; a cui perciò non può giugnere, che dopo lungo tratto di tempo. Il P. Beccaria non ha creduto per tante ragioni addotte dover recedere dall'opinione sua, ma contrapponendone altre a suo giudizio di maggior peso, che vien esponendo dal n. 955 al 960, ha conchiuso novellamente: «I. Che gl'isolanti elettrizzati nel passare allo stato di adesione smarriscono l'attuale loro elettricità. II. E che nell'atto del disgiungimento la ripigliano». Ora studiandomi io di ribattere queste sue ragioni, mi fermai singolarmente intorno alla prima, la risoluzion della quale credetti bastar potesse a decider la questione. Ecco come da lui si propone. «Primamente io osservo che nell'atto che al bujo disgiungo un nastro da un tavolino, sopra cui l'ho stropicciato, nè successivi luoghi del progressivo disgiungimento appare un solco di luce, in conseguenza del quale ogni parte ultimamente disgiunta dà già i convenienti segni di elettricità a differenza della parte, che resta ancora aderente, la quale, fintantochè resta aderente, non dà niunissimo segno. E però il detto solco, cui ho osservato anche ne' successivi disgiungimenti, a me vale di prova significantissima della elettricità, che il nastro dopo lo stropicciamento aveva dismessa nel deferente piano, e che nell'atto dello stropicciamento (deve dir disgiungimento) sta ripigliando» Egli opina adunque (facciam il caso più determinato, ed esperimentiamo sopra un quadro di vetro; giacchè conviene egli nello stabilire n. 964. «Che la legge della elettricità vindice nelle lamine isolanti compatte, v. g. nelle lastre di cristallo generalmente è la stessa, che la legge della elettricità vindice ne' corpi isolanti rari, v. g. ne' nastri») che quando la faccia del vetro è elettrica in più, e le si applica la sua veste, ossia una sottil lamina metallica, vi deponga realmente tutta la sua elettricità, cioè il fuoco ridondante, che poi venga a ripigliare dalla veste medesima nell'atto del disgiungimento; in conseguenza, che i tratti di luce, che ne spuntano seguano lo scorrimento del fluido elettrico dalla detta veste alla faccia del vetro snudata. Non poteva egli altrimenti conchiudere ne' suoi principj: io conchiuder doveva l'opposito ne' miei. Stabilendo io, che la faccia isolante del vetro sebben applicata alla lamina metallica non deponga già tutto il fuoco ridondante, ma ne ritenga buona parte; che perciò miri a scacciare altrettanto di nativo dalla stessa lamina, onde ottenere, in luogo del vero, ed assoluto equilibrio (che non le si dà per l'impedito moto del fluido incappato dirò così nelle parti del vetro medesimo) un supplemento a questo, o, come amerei chiamarlo, un equilibrio di compenso; che indi nasca l'adesione della veste colla faccia del vetro, l'azione tutta rivolta indentro, e la niuna apparenza de' segni al di fuori ec.; che in una parola, divenga la veste elettrica per difetto, mentre la faccia del vetro persevera ad esserlo per eccesso, standosi unite: stabilendo, dico, tali principj ne veniva in seguito, che la luce, che appare per lo snudamento, debba essere luce del fluido che scorre dal vetro elettrico in più alla lamina elettrica in meno. In mio senso adunque que' discorrimenti di luce non dinotano l'elettricità, che estinta già, venga di bel nuovo ad indursi; ma sibbene la permanente, ed attuale nella faccia del vetro con la contraria nella veste, che scappa in parte, e si dissipa.

Fra queste contrarietà il fatto semplicemente dovea decidere; e ben mi parve, che il solo contemplar attentamente la forma, che veston que' tratti di luce bastar potesse a por la cosa in chiaro. Osservai difatto, che caricata una lastra di vetro, e scaricatala, nell'atto indi di alzar con fili di seta la laminetta metallica, che vestiva la faccia ridondante, i piccoli getti di luce non avevan più la figura di fiocchi spandentisi dalla lamina al vetro (come esser dovrebbono nella supposizione del P. Beccaria), ma quella anzi di luce affluente alla stessa veste, con apparire più che altrove distintissime le stellette agli orli, e sugli angoli di essa. Il contrario accadeva snudando l'altra faccia deficiente del vetro; la foglietta metallica divenuta nella scarica, secondo i miei principj, elettrica in più tostochè alzavasi spandeva d'attorno bellissimi fiocchi. Fui dunque sicuro non per conseguenza solo de' meditati principj, ma per dirette osservazioni, e prove di fatto, che la faccia della lastra all'atto dello snudamento non ripigliava il suo primo fuoco ridondante a spese dirò così della veste, che anzi questa ne tirava a se per rifarsi d'un già sofferto spogliamento (il contrario s'intende nello snudamento della faccia difettiva): che dunque la luce trallo disgiungimento mirava non già ad indurre elettricità in ambedue, bensì a dissipar la esistente, segnatamente quella della veste. Allora conchiusi, che ove trovassi mezzo di sofocare, od impedire in molta parte questa luce, che vuol dire un cotal disperdimento di elettricità, ottenuta l'avrei più vigorosa nella veste separata, e di tanto appunto più vigorosa, quanto a minor effusione di luce fosse lasciato luogo. Il mezzo mi suggerì ben tosto, come era ovvio: si trattava di scansar ogni angolo nell'armatura, essendo dagli angoli, e dalle punte singolarmente, che scappa l'elettricità: tanto ho io praticato, surrogando alle sottili lamine metalliche per armatura quella foggia di scudo convenientemente grosso ben ritondato, e forbito.

Or l'evento respondendo per intiero all'aspettazione, nuovamente, e invincibilmente confermò l'opinion mia: che l'atto dello snudamento non va inducendo elettricità, piuttosto ne eccita a dissiparsi; che in conseguenza quella, che mostrano respettivamente contraria la faccia isolante, e l'armatura separate, l'aveano già prima stando unite; che finalmente nell'isolante è parte della stessa, e propria sua elettricità, di quella cioè, che regnava prima della scarica (onde pare, che converrebbe di chiamarla col termine piano di permanente, anzichè con quello più specioso che proprio di vindice); nell'armatura si è l'elettricità contraria indotta mercè del toccamento, o scarica, per l'azione appunto di quella permanente intesa a portare tal fatta di equilibrio, che son venuto a distinguer col nome di equilibrio per compenso. Ma non è quì luogo di stendermi intorno a questo fecondissimo principio, che abbraccia quello delle atmosfere elettriche, anzi è lo stesso in fondo, e che verrò ampiamente svolgendo, e confermando nella memoria già da qualche tempo promessa.

[39]. «Un corpo (diceva io), che lo strofinamento ha reso elettrico, è un corpo, in cui la dose di fuoco elettrico è alterata, e che si sforza continuamente di ristabilirsi. Si conviene generalmente, che questo sforzo sia corrispondente alla quantità di fuoco tolto, od accresciuto; ma io vado più innanzi, e sostengo aver'altresì un rapporto colla costituzione del corpo medesimo. E non si ha egli fondamento di supporre, che quanto più un corpo avrà di elaterio, di solidità, che è quanto dire più parti riunite, le quali reagiscano contro un dato grado di elettricità, tanto più presto giugnerà a scuoterla di dosso, e a liberarsene? In questa supposizione, e per tal verso ben si vede, che il vetro la vince sopra ogn'altro corpo elettrico, come resine, legno tosto (di cui ora parliamo) seta ec...... Lo sforzo, che fa il vetro per vomitar in seno del conduttore il fuoco, onde tende a disfarsi è il più vivo, ed energico...... per breve che sia il tempo in cui sta a fronte del Conduttore, troppo v'incalza di scaricarsi di questo fuoco; per non isgorgarne una quantità considerabile...... la quantità del fuoco posto in moto negli altri corpi (legni, resine ec.) è spesse fiate più grande, ma questo moto è men vivo, e pigro anzichè no...... In questa inerzia, se mi è lecito dir così, che hanno tai corpi di cacciar fuora, e comunicare ad altri la loro elettricità, io trovo la spiegazione di alcune altre particolarità molto considerabili: a cagion d'esempio come un cilindro di legno tosto, un bastone di ceralacca strofinati, sebbene attirino una leggier foglia in distanza assai più grande, che non fa un bastone di vetro, non s'affrettino poi di rispignerla, ne con tanta vivacità, come si fa da esso vetro: come togliendo, e riponendo alternativamente le armature a una lastra di legno, o di resina dopo la scarica, le vicende dell'elettricità, che si è chiamata vindice, si protraggano a più lungo tempo, e i segni non s'estinguano che assai lentamente».

Queste idee potran sembrare ardite, e non abbastanza sviluppate; confesso io pure, che non rendono adequatamente ragione della prodigiosa differenza, che passa tra le resine, e il vetro, rispetto alla virtù di ritenere l'elettricità: in questo ordinariamente non si mantiene che pochi minuti, in quelle non giorni, ma settimane, e mesi. Ciò nondimeno le ho volute quì recare, per esser quelle idee che mi han messo sulla via di giugnere a farmi padrone d'un elettricità, che ho potuto a buon dritto chiamare indeficiente. Ad assegnare però la compiuta ragione della succennata differenza, altro non rimane, che di far conto dell'umido, e della grande affinità che ha con quello il vetro, laddove pochissima ve n'hanno i corpi resinosi. Ma come? Se anche appannata coll'alito della bocca, o col vapore di acqua bollente la faccia della resina punto, o poco smarrisce della sua elettricità; quando al contrario il vetro spogliato ne viene senza pur contrarre visibile appannamento? Non importa: ho detto, doversi far conto dell'umido, e dell'affinità del corpo elettrico con questo umido: quì sta il forte. Nella memoria, che sto preparando verrò a rischiarare questo punto importante: quì solo dirò essermi accertato con esperienze dirette, che il vetro può trovarsi in circostanze di mantenere a più giorni l'elettricità, e quel ch'è più, di non lasciarsela involare tampoco dall'alito della bocca, che lo appanni visibilmente, appunto come un simile appannamento non l'invola alle resine.

[40]. Lettre d'un Abbé de Vienne a un de ses amis de Presbourg sur l'Electrophore perpetuel. Vienne 1775.

[41]. Questa lettera è stata estratta dal T. I. degli Opuscoli scelti di Milano.

[42]. Osservò Franklin che alcuni fili annessi al catino i quali per l'elettricità indottavi aveano acquistato un certo grado di divergenza, l'andavan mano mano perdendo a misura che egli traeva fuori per mezzo di un cordoncino di seta, e distendeva la catena che trovavasi prima ammucchiata nel catino; e conchiuse quindi giustamente, che l'elettricità andava così diradando mercè del propagarsi via via dalla superficie del catino a quella della catena a misura che questa svolgevasi: ed in tale spiegazione fu viepiù confermato dal vedere che lasciata cadere di bel nuovo ad ammucchiarsi la catena in seno al catino invigoriva la divergenza de' fili; segno evidente, che soppressa la superficie della catena la porzione di elettricità che toccata le era, ricorreva ad addensarsi tutta sulla superficie sola del catino.

[43]. Dissertatio de Electricitate etc. Genevae 1766.

[44]. Comecchè sia più che sufficiente la prova di calare profondamente nella cavità del pozzo elettrizzato un corpo qualunque perfettamente isolato (si adopera comunemente un cilindro di carta dorata appeso ad un fil di seta, e si chiama secchia) il quale tuttochè venga a toccare o il fondo o le pareti giù verso il fondo del pozzo, non ne tragge la più piccola scintilla, e non ne riporta punto di elettricità; a me piace più, ed è più palpabile quest'altra prova: accosto la secchia pendente dal filo ad un lato esteriore del pozzo, o all'orlo, e veggo che ne trae una scintilla, e capisco che l'elettricità si comparte dal pozzo alla secchia in ragione delle respettive capacità. Allora immergo la secchia così elettrizzata nella cavità del pozzo fin verso il fondo, e vedo che là torna a vomitare la scintilla restituendo al pozzo l'elettricità da esso poc'anzi ricevuta; infatti tratta fuori la secchia, trovo che ha smarrita ogni elettricità. Un sol grado non ne vuol dunque stare nell'interiore dei corpi; ma tutta quanta l'elettricità si porta, e si raccoglie sulla faccia esteriore.

[45]. Questo sperimento veramente originale è riportato, e spiegato nell'Opera profondissima di Epino (Tentamen theoriae electricitatis, et magnetismi) pubblicata già venti anni addietro, ma molto rara; che ho avuto occasione una volta sola di scorrere rapidissimamente; e che ardisco dire non sembra abbastanza conosciuta o intesa dalla più parte dei Fisici che hanno scritto in appresso sull'Elettricità.

[46]. Dopo scritta la prima parte di questa lettera, e terminata quasi la seconda, scorrendo la Storia dell'elettricità di Priestley, mi sono avvenuto in alcuni passi nei quali l'osservazione del vantaggio che ha un Conduttore, di cui la superficie è estesa molto in lungo, sopra un Conduttore che ne ha un'eguale ma meno in lungo esteso, e più in largo, è toccata più che leggermente. Il passo più formale è il seguente «Io devo quì osservare, che il Sig. Monnier, il giovine scoprì, che l'elettricità non si comunica ai corpi omogenei in proporzione della loro massa, o quantità di materia, ma bensì in proporzione della loro superficie, e che tutte le superficie eguali non ricevono un'eguale quantità d'elettricità; ma quelle ne ricevono di più che sono estese in lunghezza. Così, per esempio, un piede quadrato di stagno, riceveva molto minore quantità d'elettricità che un bastoncello dello stesso metallo, che avesse una superficie eguale a quella del piede quadrato». Phil. Trans. Abridg. V. X. pag. 309, Priestley hist. of. Electr. Part. I. Per. VIII. Sect. II. Se pertanto debbo riconoscere d'aver detto troppo poco coll'insinuare, che di tale scoperta qualche cenno solamente ne avea potuto dare taluno, credo d'altra parte aver detto giusto col soggiugnere che lungi è bene che la cosa sia stata posta nel lume che merita. Quando dunque mi si conceda d'averle io dato il suo giusto lume, o almeno un nuovo aspetto, avrò pur fatto qualche cosa: avrò schiarita, e promossa una scoperta che diviene, e per la teoria, e per la pratica interessante. Mi lusingo d'aver dimostrato che tal fenomeno dipende dall'azione delle atmosfere elettriche; alla teoria delle quali ho condotto omai i principali capi di tutta la teoria elettrica; come a suo tempo farò vedere. Certamente nè Watson, nè Monnier, nè altri che ha parlato comechessia del vantaggio di prolungare i Conduttori piuttosto che ingrossarli, hanno motivata la spiegazione ch'io dò dedotta dall'azione delle atmosfere elettriche. V'ha, se ben mi ricordo, chi si è argomentato di spiegare la forza maggiore cui giugne l'elettricità ne' Conduttori lunghi colla legge generale dei fluidi, che esercitano sopra una data base maggior pressione in ragion che cresce l'altezza della colonna. Ognun vede quanto una tale spiegazione idrostatica, ed altre consimili che si siano ideate puramente meccaniche, son lontane dalla mia. Finalmente dee pur convenirsi, che poco o niun caso si è fatto fin quì della scoperta di cui parliamo, quando si riflette come si sono attenuti generalmente i Fisici elettrizzanti ai grossi cilindri, e sfere per i loro gran Conduttori: al qual uso raccomando io in oggi i lunghissimi, e discretamente sottili, e mostrandone palpabilmente i tanto considerabili vantaggi per via di esatti confronti, e troppo decisi resultati, e coll'esempio del mio gran Conduttore formato d'una serie di bastoni inargentati di 96 piedi di lunghezza, potrò lusingarmi d'avere, dopo promossa la teoria intorno alla capacità de' Conduttori, giovato eziandio alla pratica.

[47]. Veggasi Giorn. di Rozier, Febbrajo 1777, secondo problema di Fisica sopra l'Elettricità.

[48]. Questa Memoria è stata estratta dal Tomo 72. P. 1. delle Transazioni filosofiche di Londra (1782).

[49]. Come ciò segua si spiegherà nella 2.ª parte di questa Memoria.

[50]. È stato creduto per molto tempo che il calore, e molto più la liquefazione del solfo, e delle resine, bastasse senz'altro ad eccitarvi l'elettricità. Ma tranne la tormalina, ed alcune altre pietre, che sì veramente concepiscono l'elettricità pel solo calore, le resine, e il solfo non è mai che lo facciano, se loro non sopravvenga qualche stropicciamento, o tocco almeno d'altro corpo. L'errore è nato come ha avvertito il P. Beccaria con altri, da che ogni legger tocco della mano, o di checchè altro può bastare in tali circostanze favorevoli. Senza questo la materia fusa abbandonata a se stessa nel rapprendersi e dopo, tanto è lungi che contragga alcuna elettricità, che anzi perde quella qualunque che per sorte aver potesse prima della fusione, come le nostre sperienze ci assicurano. Nè fia maraviglia; giacchè tutti i corpi coibenti per un forte grado di calore divengono conduttori; e i corpi resinosi in ispecie lo sono già, quando si trovan molto rammolliti, e molto più allorchè cominciano ad entrare in fusione.

[51]. A questo proposito non debbo omettere, che ne' pochi giorni in cui m'applicai a spiare l'elettricità atmosferica col soccorso del condensatore, non son rimasto senza buon frutto raccorne. Il Sig. Canton, ed altri assicuravano di aver ottenuto dall'apparato atmosferico de' segni elettrici più vivi dell'ordinario in tempo di qualche aurora boreale; ma molti de' fisici non sono persuasi ancora che l'elettricità influisca in queste meteore, e alcuni lo negano apertamente. Io stesso ne dubitai moltissimo: ora però parmi la cosa certa, e posso dire d'averla veduta, e toccata con mano. In quella bellissima aurora comparsa nella notte dei 28 ai 29 Luglio dell'anno 1780 quando salendo a poco a poco dall'orizzonte fu ascesa tra le 4, e le 5 ore Italiane allo zenit, spargendo tutt'all'intorno un vaghissimo lume rossigno, il cielo altronde essendo sereno, e ventoso, si ottennero coll'ajuto dell'apparecchio condensatore da un conduttore atmosferico ordinario (posto in casa di un mio amico, e dilettante di Fisica il Sig. Canonico Gattoni di Como) molte belle scintillette chiare, e crepitanti; quando in tutti gl'altri tempi sereni, e in ogni ora del giorno, e della notte dall'istesso conduttore, e coll'ajuto dell'istesso condensatore o non ottiensi scintilla o minutissima soltanto; e ciò perchè quel conduttore atmosferico non è alto molto; nè molto ben situato.

[52]. Veggasene la descrizione nel suo Trattato completo di Elettricità teorica, e pratica, con sperimenti originali, tradotto dall'Inglese. Firenze 1779 parte IV, pag. 431.

[53]. Vedi il suo trattato, cap. VI. p. IV. pag. 494.

[54]. Vedasi la prima memoria latina, della presente collezione dalla pag. 22 alla pag. 25.

[55]. Suppongo quì che siano eguali tra loro i gradi dell'Elettrometro, voglio dire che segni ciascuno un'eguale quantità di elettricità, in quella maniera che ciascun grado di un buon Termometro di mercurio segna un egual addizione di calore. Nel quadrante elettrometro del Sig. Wenly che è il migliore di quanti elettrometri si sono mai immaginati, e ch'io ho in qualche parte perfezionato, la divisione de' gradi fatta col compasso non è altrimenti giusta; ma ha bisogno di una correzione intorno a che mi sono non poco applicato con un successo maggiore anche di quello che avrei potuto sperare. Penso ora a rendere tale strumento del tutto comparabile: al che se giungo, come ho luogo di sperare, non tarderò guari a pubblicarne la descrizione in un colle osservazioni necessarie per ben servirsi in generale degli elettrometri, ed in particolare di questo mio.

[56]. Questa spiegazione bene intesa ci conduce a render ragione in generale della virtù delle punte. A parlar giusto una punta non isolata, presentata a un corpo elettrico non ha alcuna virtù propria per attirarne l'elettricità, ella si comporta semplicemente come un conduttore non isolato che non oppone resistenza al passaggio del fluido elettrico. Se il medesimo conduttore presenta al corpo elettrico invece della punta una palla od una superficie piana, non oppone già egli per questo maggiore resistenza; onde è dunque che l'elettricità non vi si getta egualmente all'istessa distanza dal corpo elettrico? Ciò viene dall'indebolita tensione, ossia azione elettrica di cotesto corpo in virtù della più larga superficie presentatagli da quel conduttore non isolato, la quale superficie componendosi ad un'elettricità contraria, offre maggior compenso che una punta, come si è quì sopra spiegato. Adunque in luogo di dimandare perchè una punta tragga, o getti sì da lungi l'elettricità, dovrebbesi domandare piuttosto perchè una palla o un piatto egualmente conduttore non lo facciano: allora io farò osservare che non è già un difetto di questa palla, o di questo piano, come non è una virtù propria della punta che metta tale, o tanta differenza; ma bene lo stato del corpo elettrico e della sua atmosfera (con cui intendo anche l'aria che lo circonda attuata ad una tensione di elettricità omologa) il quale decade dalla sua forte tensione a proporzione che s'immergono in detta sua atmosfera, e si affacciano a lui più punti d'un conduttore non isolato. Affievolita pertanto l'azione elettrica, è egli sorprendente che non possa più superare la resistenza di quel grosso strato d'aria interposta tra il corpo elettrico, ed il conduttore, che supera agevolmente, quando non presentandoglisi alla medesima distanza che una punta sottile, la tensione di esso corpo elettrico, e dell'aria infinitamente meno bilanciata, sussiste nel suo pieno vigore?

[57]. Nella mia memoria sulla capacità de' conduttori semplici dimostro la grandissima capacità che ha una boccia di Leyden comparativamente alla sua mole appunto perchè l'elettricità che s'infonde ad una superficie trova un gran compenso nell'elettricità contraria che prende la superficie opposta, ciò che produce la solita diminuzione di tensione ec. Ivi fo vedere come 16 pollici quadrati di superficie armata hanno una capacità eguale a un conduttore di verghe inargentate lungo presso a 100 piedi, il quale ne ha una grandissima, tal che le sue scintille producono la vera commozione in un grado abbastanza forte. Ivi anche accenno come tutti i fenomeni della carica, e della scarica degli strati isolanti, dell'elettroforo, delle punte ec. possono dipendere dall'istessa azione delle atmosfere elettriche, combinata, per ciò che appartiene agli strati isolanti, con una certa non molto grande resistenza che prova l'elettricità ad affiggersi alla superficie di questi egualmente che ad escirne, e con quella incomparabilmente più grande, e può dirsi insuperabile che la impedisce di diffondersi attraversandone la spessezza. Intorno a che fin dal tempo in cui pubblicai la descrizione, e le principali sperienze del mio elettroforo, che fu nel 1775 (vegg. la scelta d'Opusc. interess. di quell'anno) io avea promesso di esporre tutte le mie idee in un trattato che avrebbe per titolo Dell'azione delle atmosfere elettriche, e de' fenomeni che ne derivano negli strati isolanti.

[58]. Cioè fino al Maggio del 1782. Dopo tal tempo le ho replicate moltissime volte sempre con egual successo, e molte persone le hanno vedute.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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