LX. — MEZZO DI LIBERARE UN GIARDINIERE DAI GHIRI CHE GLI MANGIANO LE PESCHE.

Non nella stessa sera come aveva detto, ma la dimane mattina, il conte di Monte-Cristo uscì dalla barriera d’Enfer, prese la strada di Orléans, oltrepassò il villaggio di Linas senza fermarsi al telegrafo, che, precisamente al momento in cui il conte passava, faceva muovere le sue lunghe braccia scarne, e raggiunse la torre di Montlhéry situata come ognun sa, sul punto più elevato della pianura che porta questo nome. A piè della collina il conte discese di carrozza, e per un piccolo sentiero circolare, largo da 15 a 20 pollici, cominciò a salire la montagna; giunto alla sommità si trovò fermato da una siepe sulla quale alcune frutta verdi erano succedute ai fiori color di rosa e bianchi.

Monte-Cristo cercò la porta del piccolo recinto, e non istette molto a trovarla. Era un piccolo cancello di legno che girava su gangheri di giunco, e si chiudeva con un chiodo ed una funicella. In un momento il conte fu al caso di conoscere il meccanismo, e la porta fu aperta. Si trovò allora in un piccolo giardino di circa 20 piedi di lunghezza, 12 di larghezza, limitato da una parte dalla siepe nella quale era unito il meccanismo ingegnoso che abbiam descritto sotto nome di cancello, e dall’altra dalla vecchia torre tutta ricoperta di ellera, e disseminata di garofani ed altri fiori. Non si sarebbe detto, vedendola così guernita e fiorita (come una bisavola cui i piccoli nipoti augurino il giorno della sua festa) che essa potesse raccontare dei drammi assai terribili, se aggiungesse una voce alle orecchie minaccevoli che un vecchio proverbio attribuisce alle muraglie.

Si percorreva questo giardino lungo un piccolo viale ricoperto di sabbia rossa, sul quale sporgevano, con un tuono che avrebbe rallegrato l’occhio di Delacroix, nostro Rubens moderno, un contorno di bue grasso, vecchio di molti anni. Questo viale aveva la forma di un 8, e girava innalzandosi, in modo da poter fare una passeggiata di 60 piedi in un giardino lungo 20. Giammai Flora, la ridente e fresca dea dei giardinieri latini, non era stata onorata da un culto così minuzioso, e così puro quanto quello che le veniva reso in questo piccolo recinto.

Infatto dei 25 rosai che componevano il giardino, non una foglia portava la traccia della mosca, non un piccolo stelo di grancigna verde che isterilisce e consuma le piante che crescono a lei vicino. Non mancava umidità a questo giardino, la terra nera come la mota e l’opacità del fogliame degli alberi lo dicevano abbastanza; d’altra parte l’umidità artificiale avrebbe prontamente supplito alla naturale, mercè il foro pieno d’acqua scavato in un angolo del giardino, e nel quale stazionavano sopra un panno verde una rana ed un rospo che, per l’incompatibilità senza dubbio dei loro umori si voltavano sempre, e si mantenevano ai due punti opposti del circolo coi loro dorsi voltati l’un contro l’altro.

Non un’erba nei viali, non una pianta parassita vicino alle piante; una piccola donnicciuola pulisce, e monda con minor cura il suo girannio, il cactus, e gli altri fiori della sua giardiniera di porcellana di quel che non faceva il padrone fino allora invisibile del piccolo recinto.

Monte-Cristo si fermò dopo aver chiusa la porta aggrappando la cordicella al chiodo, e con uno sguardo abbracciò tutta la proprietà: — Sembra, diss’egli, che l’uomo del telegrafo abbia dei giardinieri ad anno, o ch’egli si abbandoni appassionatamente all’agricoltura.

D’improvviso inciampò in qualche cosa nascosta dietro una carriola ripiena di foglie: questo qualche cosa si raddrizzò lasciando sfuggire un’esclamazione che dipingeva la sua meraviglia, e Monte-Cristo si trovò in faccia di un uomo di circa 50 anni che raccoglieva delle fragole cui situava sopra foglie di viti. Vi erano circa 12 foglie, e quasi altrettante fragole. Il buon uomo nel rialzarsi, per poco non lasciò cadere le fragole, le foglie, ed il piatto.

— Fate la vostra raccolta, disse Monte-Cristo.

— Perdono, rispose il buon uomo portando la mano alla berretta, non sono lassù, è vero, ma ne sono disceso in questo medesimo punto.

— Non voglio incomodarvi per niente, raccogliete le vostre fragole se pur ve ne rimangono ancora.

— Me ne rimangono ancora 10, disse l’uomo, perchè eccone qui 11, e ne aveva 21, 5 di più dell’anno scorso. Ma non è da meravigliarsi; quest’anno la primavera è stata calda, e ciò che abbisogna alle fragole, è il calore. Ecco perchè, invece di 16 che ne ebbi l’anno passato, in quest’anno ne ho, guardate, 12 di già raccolte, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19.... ah! mio Dio! me ne mancano due, e v’erano ancor ieri, io ve le ho contate, ne sono sicuro... il figlio della madre Simona me le avrà rubate; io l’ho visto ronzare questa mattina. Ah! piccolo birbo di ladro di recinti, non sa dunque a che lo può condurre questo?

— Infatto, è grave, ma voi farete la parte della gioventù del delinquente, e della sua ghiottoneria.

— Certamente, disse il giardiniere; ciò non ostante non è cosa meno disaggradevole. Ma ancora una volta perdono, signore: è forse un mio superiore che ho fatto in tal modo aspettare? — ed intanto esaminava con un sguardo timoroso il conte ed il suo abito blu.

— Tranquillatevi, amico mio, disse il conte con quel sorriso ch’egli faceva a seconda della sua volontà tanto terribile e tanto benevolo, e che questa volta non esprimeva se non che la benevolenza: io non sono un vostro superiore che viene a fare una ispezione, ma un semplice viaggiatore condotto dalla curiosità, e che già comincia a rimproverarsi la sua visita, vedendo che vi fa perdere il vostro tempo.

— Oh! il mio tempo non è caro, replicò il buon uomo con un sorriso di malinconia. Però è il tempo del governo, e non dovrei perderlo, ma ho ricevuto il segnale che mi annunziava di poter riposare un’ora, gettò uno sguardo sulla meridiana solare (perchè vi era tutto nel recinto della torre di Montlhéry, anche una meridiana solare) e voi lo vedete ho ancora dieci minuti di avanzo, poi le mie fragole erano mature, e un giorno di più... d’altra parte, lo credereste, signore, i ghiri le mangiano!

— In fede mia, no, non l’avrei creduto, rispose gravemente Monte-Cristo; sono cattivi vicini, signore, i ghiri, per noi che non li mangiamo morti nel miele, come facevano i romani.

— Ah! i romani li mangiavano? disse il giardiniere.

— Io lessi ciò in Petronio, disse il conte.

— Davvero non devono esser buoni, quantunque si dica: grasso come un ghiro. E non è maraviglioso, signore, che i ghiri siano grassi, atteso che dormono tutta la santa giornata, e non si svegliano che per rosicare tutta la notte. Osservate, l’anno passato aveva 4 albicocche, essi ne hanno consumato una; avevo una pesca, una sola, è vero che è un frutto raro; ebbene! l’hanno divorato per metà dalla parte del muro; una pesca superba, eccellente: non ne aveva mai mangiati dei migliori.

— Voi l’avete mangiata? domandò Monte-Cristo.

— Cioè la metà che restava, capirete bene; era squisita. Ah peccato! quei signori non scelgono il peggior boccone. Fanno come il figlio della madre Simona, egli non ha scelto le più cattive fragole! Ma quest’anno non andrà così, siate tranquillo, ciò non accadrà più, dovessi, quando i frutti sono per maturare, passare tutta la notte in sentinella.

Monte-Cristo ne aveva veduto abbastanza. Ciascun uomo ha la sua passione che lo rode internamente nel fondo del cuore, come ciascun frutto ha il suo verme; quello dell’uomo del telegrafo era l’orticoltura. Egli si mise a raccogliere le foglie di vite che nascondevano i grappoli al sole, ed in questo modo si conquistò il cuore del giardiniere.

— Il signore è venuto per vedere il telegrafo? diss’egli.

— Sì, se però non è proibito dai regolamenti.

— Oh! non è proibito affatto, disse il giardiniere, atteso che non vi è niente di pericoloso, poichè nessuno sa, nè può sapere ciò che diciamo.

— Mi è stato detto infatto, riprese il conte, che voi ripetete i segnali senza capirli voi stessi.

— Certamente, e sono ben contento che sia così.

— Perchè siete contento che sia così?

— Perchè, in questo modo, non ho alcuna responsabilità, sono una macchina, e nient’altro, e purchè faccia le mie funzioni, non mi si domanda di più.

— Diavolo! fece Monte-Cristo in sè stesso, sarei forse caduto per caso sopra un uomo senza ambizione, per bacco! sarebbe una disgrazia.

— Signore, disse il giardiniere guardando la meridiana, i dieci minuti sono vicini a spirare, ed io ritorno al mio posto. Avete piacere a salir meco?

— Vi seguo. — Monte-Cristo entrò infatto nella torre divisa in tre piani; il piano terreno contava alcuni istromenti d’agricoltura, come zappe, rastrelliere, innaffiatoi attaccati al muro; e questo era tutto il mobilio. Il secondo era l’abitazione ordinaria, o piuttosto notturna dell’impiegato; conteneva alcuni poveri utensili d’uso, un letto, una tavola, due sedie, una fontana di pietra bigia, più alcune erbe secche attaccate al soffitto, e che il conte riconobbe per piselli da sementi, fagiolini di Spagna, dei quali il buon uomo conservava i grani nella sua scodella di cocco. Egli aveva messi i bigliettini a tutte queste sementi, con quella cura che potrebbe fare il botanico del Giardino delle Piante.

— Vi vuol molto tempo a studiare la telegrafia, signore? domandò Monte-Cristo.

— Lo studio non è lungo, ma il soprannumerariato.

— E quanto si riceve di paga? — Mille franchi, signore.

— Non è gran cosa. — No, ma come vedete si ha l’alloggio. — Monte-Cristo guardò la camera:

— Purchè non si mettano pretensioni nell’alloggio.

Passarono al terzo piano; era la camera del telegrafo. Monte-Cristo guardò attorno attorno le due maniglie di ferro che servono a mettere in moto la macchina:

— Ciò è molto importante, diss’egli, ma alla lunga questa è una vita che deve sembrare un po’ insipida.

— Sì, nel principio occasiona dei torcicolli per guardare, ma in capo ad un anno o due vi ci assuefacciamo; poi abbiamo le nostre ore di ricreazione, e i nostri giorni di congedo.

— I vostri giorni di congedo? — Sì. — E quali?

— Quelli in cui fa nebbia. — Ah! è giusto.

— Per me, quelli sono i miei giorni di festa; in quei giorni scendo nel giardino, e pianto, taglio, accomodo, lego, insomma il tempo passa.

— Da quanto tempo siete qui?

— Da dieci anni, e 5 di soprannumerario che fanno 15.

— Quanti anni avete?... — 55 anni.

— Quanto tempo di servizio vi bisogna per aver la pensione? — Oh! signore, 25 anni.

— E quant’è questa pensione? — Cento scudi.

— Povera umanità! mormorò Monte-Cristo.

— Come dite, signore?... domandò l’impiegato.

— Dico che tutto ciò è importante. — Che cosa?

— Tutto ciò che mi mostrate... e non capite assolutamente niente dei vostri segni?

— Assolutamente niente. — Voi non avete mai provato a capirli? — Mai; per che farne? — Ciò non ostante vi sono dei segnali che s’indirizzano a voi particolarmente?

— Senza dubbio. — Questi li capirete?

— Sì, sono sempre gli stessi. — E dicono?...

Niente di nuovo... o voi avete un’ora... o a dimani.

— Queste sono cose assolutamente indifferenti... Ma guardate, non vedete il vostro corrispondente che si mette in movimento? — Ah! è vero, grazie, signore.

— E che vi dice? è qualche cosa che capite?

— Sì, mi domanda se sono in ordine. — E voi gli rispondete?

— Coi medesimi segnali, che nello stesso tempo che avvisano al mio corrispondente di destra che io sono in ordine, invitano pure il corrispondente di sinistra a tenersi anche egli preparato.

— È molto ingegnoso, disse il conte. — Starete a vedere, riprese con orgoglio il buon uomo, fra 5 minuti parlerà.

— Allora io ho 5 minuti, disse Monte-Cristo, è più del tempo che mi abbisogna. Mio caro signore, disse egli, mi permettete di farvi una dimanda?

— Dite — Amate molto l’agricoltura? — Con passione.

— E sareste felice, se invece di avere una terrazza di 20 piedi, aveste un recinto di due iugeri?

— Signore, ne farei un paradiso terrestre. — Coi vostri mille fr. vivete male? — Molto male, ma infine vivo. — Sì, ma non avete che un miserabile giardino. — Ah! è vero, il giardino non è grande. — Ed anche, tale quale è, è popolato da ghiri che divorano tutto. — Questo è il mio flagello.

— Ditemi se aveste la disgrazia di voltare la testa quando il corrispondente di destra è in movimento? — Io non lo vedrei. — Allora che vi accadrebbe? — Che non potrei ripetere i segnali. — E dopo?... — Mi accadrebbe che non avendoli ripetuti per negligenza sarei messo in multa. — Di quanto? — Di cento fr. — Il decimo della vostra rendita. — Ah!... fece l’impiegato. — Ciò vi è mai accaduto? disse Monte-Cristo. — Una sola volta, che potava un rosaio.

— Bene; ora se vi avvisaste di cambiare un segnale, o di trasmetterne un altro? — Allora è diverso, sarei licenziato, e perderei la pensione. — Di 500 fr.? — Cento scudi, sì, signore: così capirete bene che non lo farò mai.

— Neppure per 15 anni della vostra paga? Vediamo, ciò merita riflessione, eh? — Per 15 mila fr.? Signore, voi volete tentarmi — Precisamente! 15 mila fr. — Signore, lasciatemi guardare il mio corrispondente di destra!

— Al contrario; non lo guardate, ma invece guardate qui.

— Che cosa è questo? — Come! non conoscete questi piccoli pezzi di carta? — Biglietti di banca!

— Quadrati; e sono 15. — E per chi sono?

— Per voi. — Per me! gridò l’impiegato soffocato.

— Oh! mio Dio! sì, vostri in piena proprietà.

— Ecco il corrispondente di destra che si muove.

— Lasciatelo muovere.

— Mi avete distratto, e sono già in multa.

— Questa vi costerà 100 fr. vedete bene che ora avete tutta la premura di prendere i 15 biglietti di banca.

— Signore, il mio corrispondente di dritta s’impazienta e raddoppia i segnali. — Lasciatelo fare e prendete.

Il conte mise l’involto nelle mani dell’impiegato.

— Ora, ciò non è tutto, coi vostri 15 mila fr. non vivreste.

— Avrò sempre il mio posto.

— No, lo perderete; perchè ora farete un altro segno diverso da quello del vostro corrispondente.

— Ah! signore, che mi proponete? — Una fanciullaggine.

— Signore, a meno che non vi sia costretto...

— E conto bene di costringervi effettivamente. — E Monte-Cristo cavò di saccoccia un altro mazzetto di biglietti. — Ecco altri dieci mila fr. coi 15, che avete in saccoccia faranno 25 mila. Con 5 mila fr. comprerete una piccola casetta e due iugeri di terra, con gli altri 20 mila, vi farete una rendita di mille fr.

— Un giardino di due iugeri? — E mille fr. di rendita.

— Mio Dio! mio Dio!

— Ma prendete dunque! E Monte-Cristo mise per forza i dieci biglietti nella mano dell’impiegato.

— Ma che devo io fare? — Niente di difficile. — Ma pure?

— Ripetere i segni che qui vedete. — Monte-Cristo cavò di saccoccia una carta su cui erano bene disegnati tre segnali coi numeri che indicavano l’ordine col quale dovevano essere fatti. — E questo non sarà lungo, come vedete. — Sì, ma..

— Ciò è pel raccolto che avrete di pesche, e del resto...

Il pensiero del raccolto la vinse; rosso per la febbre, e sudando a grosse gocce, il buon uomo seguì l’uno dopo l’altro i tre segnali dati dal conte, ad onta delle spaventose dislocazioni del corrispondente di destra che, non comprendendo niente di questo cambiamento, cominciava a credere che l’uomo delle pesche fosse divenuto pazzo. In quanto al corrispondente di sinistra, ripetè coscienziosamente i medesimi segnali, che furono raccolti definitivamente dal ministero dell’Interno. — Ora eccovi ricco, disse Monte-Cristo.

— Sì, rispose l’impiegato, ma a qual prezzo?

— Ascoltate, amico mio, disse Monte-Cristo; non voglio che abbiate rimorsi, credetemi dunque, non avete fatto torto ad alcuno, ed avete servito a giustissimi disegni.

L’impiegato guardava i biglietti di banca, li contava, li palpava; ora era pallido, ora rosso; finalmente si precipitò nella sua camera per bere un bicchier d’acqua, ma non ebbe forza di giungere fino alla fontana, e svenne in mezzo ai fagiuoli secchi. Cinque minuti dopo che la notizia telegrafica giunse al ministero, Debray fece attaccare i cavalli al suo coupé e corse all’abitazione di Danglars:

— Vostro marito ha delle polizze del prestito spagnuolo? diss’egli alla baronessa.

— Lo credo bene! ne ha per sei milioni.

— Ch’egli le venda subito a qualunque prezzo si sia.

— E perchè questo? — Perchè Carlo si è salvato da Bourges ed è rientrato in Spagna. — E come lo sapete? — Per bacco! disse Debray stringendosi nelle spalle, come so le notizie?

La baronessa non se lo fece ripetere due volte: corse dal marito, il quale recossi subito dal suo agente di cambio, e gli ordinò di vendere a qualunque prezzo. Quando fu veduto che Danglars vendeva, si abbassarono subito i fondi spagnuoli. Danglars vi perdè 500 mila fr., ma si spacciò di tutte queste polizze.

La sera si lesse nel Messager il seguente dispaccio telegrafico.

«Il re Don Carlo è sfuggito alla sorveglianza che si esercitava su di lui a Bourges, ed è rientrato in Spagna dalla frontiera della Catalogna. Barcellona si è sollevata in suo favore.»

In tutta la serata non vi fu altro discorso che della previdenza di Danglars che aveva vendute le sue polizze, e della fortuna dell’usuraio che non perdeva che soli 500 mila fr. sotto un bel colpo. Quelli che avevano conservato le loro polizze o le avevano comprate da Danglars, si ritennero rovinati, e passarono una cattiva notte.

La dimane si lesse nel Moniteur:

«Senza alcun fondamento il Messager ha ieri annunziato la fuga di don Carlo e la rivolta di Barcellona.

«Il re don Carlo non ha lasciato Bourges, e la Penisola gode la più profonda tranquillità. Un segnale telegrafico, male interpretato a causa della nebbia, ha causato questo errore.»

I fondi risalirono di una cifra doppia di quella da cui erano discesi. Ciò produsse, fra la perdita e la mancanza del guadagno, la differenza di un milione per Danglars.

— Buono! disse Monte-Cristo a Morrel, che si trovava da lui al momento in cui venne annunziato questo strano rovescio di borsa, di cui Danglars era stato la vittima. Con 25 mila fr. ho fatto una scoperta che avrei pagata cento mila.

— Che avete dunque scoperto? domandò Massimiliano.

— Ho scoperto il modo di liberare un giardiniere dai ghiri che gli mangiavano le pesche.