LXV. — DISEGNI DI MATRIMONIO.
Il giorno seguente, nell’ora che Debray era solito di scegliere per venire a fare una piccola visita alla sig.ª Danglars nell’andare al suo ufficio, il suo coupé non apparve nel cortile. In quell’ora, cioè mezz’ora dopo mezzogiorno, la sig.ª Danglars ordinò la sua carrozza ed uscì. Danglars, posto dietro una tenda, aveva spiato questa uscita che aspettava, dette l’ordine d’essere avvisato tosto che fosse ritornata la signora, ma alle due non era ancora rientrata.
Alle due domandò i suoi cavalli, si portò alla Camera, e si fece inscrivere per parlare contro il preventivo delle spese. Da mezzo giorno alle due, Danglars era rimasto nel suo gabinetto dissigillando dispacci, e diventando ognor più tetro, ammassando cifre, e ricevendo visite, tra le altre quella del maggiore Cavalcanti, che si presentò nell’ora annunziata il giorno avanti per terminare il suo affare col banchiere. Uscendo dalla Camera, Danglars, che aveva dati molti segni di grande agitazione durante la seduta, e che sopra tutto era stato più acerbo che mai contro il ministero risalì in carrozza, ed ordinò al cocchiere di condurlo all’ingresso dei Campi-Elisi n. 30. Monte-Cristo era in casa; soltanto era con uno, e pregava Danglars di aspettarlo un momento nel salone. Mentre il banchiere aspettava, la porta si aprì, e vide entrare un uomo vestito da abate che invece d’aspettare come lui, più familiare di lui senza dubbio nella casa, lo salutò, ed entrando nell’interno degli appartamenti, disparve. Un momento dopo, la porta per la quale era entrato il prete, si riaprì, e comparve Monte-Cristo.
— Perdono, diss’egli, caro barone, ma uno dei miei buoni amici, l’abate Busoni che avete potuto veder passare, è giunto a Parigi; era molto tempo che eravam divisi, e non ho avuto il coraggio di lasciarlo subito; spero che in favore della causa mi scuserete di avervi fatto aspettare.
— Come, disse Danglars, è cosa semplicissima, sono io che ho scelto male il momento, e mi ritiro.
— Niente affatto, anzi al contrario sedetevi. Ma, buon Dio! mi avete un aspetto molto pensieroso; in verità mi spaventate; un capitalista afflitto è come una cometa, presagisce sempre qualche gran disgrazia al mondo.
— Io ho, mio caro signore, che la cattiva fortuna pesa su me da qualche giorno, e che non ricevo che sinistre notizie. — Ah! mio Dio! avete forse avuto qualche altra ricaduta alla borsa? — No, ne sono guarito, almeno per qualche giorno. Si tratta semplicemente per me di un fallimento a Trieste. — Davvero? Il banchiere fallito sarebbe forse Jacopo Manfredi? — Precisamente! Un uomo che ogni anno, non so per quanto tempo, faceva meco affari per otto, 900 mila fr. Mai uno sbaglio, mai un ritardo; un uomo allegro che pagava come un principe. Mi metto in credito di un milione con lui, ed il mio diavolo non vuole che Jacopo Manfredi sospenda i pagamenti?
— Davvero? — È una fatalità inaudita. Tiro sopra lui 600 mila lire che ritornano senz’essere pagate, e di più sono ancora possessore di altre 400 mila lire di cambiali firmate da lui, e pagabili alla fine del corrente dal suo corrispondente di Parigi, siamo ai 30, mando a riscuoterle... ah! sì! il corrispondente è sparito. Col mio affare di Spagna, ciò mi fa una bella fine di mese.
— Ma è veramente una perdita il vostro affare di Spagna?
— Certamente, nient’altro che 700 mila fr.
— Come diavolo avete mai fatto un simile errore?
— Eh! è stata colpa di mia moglie. Ella ha sognato che don Carlo era ritornato in Spagna; ella crede ai sogni. È magnetismo, dic’ella, e quando sogna una cosa, questa cosa, per quanto essa assicura, deve infallibilmente accadere. Su questa convinzione io le permetto di arrischiare; ella ha la sua cassetta, ed il suo agente di cambio, ella rischia, ed ella perde. È vero che non è mio denaro, ma suo quello con cui si arrischia; però non importa, capirete che quando escono 700 mila fr. dalla cassetta della moglie, il marito se ne accorge sempre alcun poco. Come! non sapevate ciò? Ma la cosa ha fatto pure un enorme romore.
— È vero, ne aveva inteso parlare, ma non ne sapeva i particolari; e poi non si può essere più ignoranti di me in questi affari di borsa. — E voi non arrischiate mai?
— Io? e come volete che arrischi se ho già tanti incomodi per tenere in regola le mie rendite? sarei forzato, oltre il mio intendente, di prendere ancora un commesso ed un cassiere. Ma a proposito di Spagna, mi sembra che la baronessa non avesse del tutto sognato la rientrata di Don Carlo. I giornali non hanno detto qualche cosa su questo argomento? — Voi dunque credete ai giornali? — Io? niente affatto; ma mi sembrava che questo onesto Messager facesse eccezione alla regola, e non annunziasse che le notizie certe, e le notizie telegrafiche. — Ebbene! ecco ciò che è inesplicabile, riprese Danglars; appunto la rientrata di don Carlo era una notizia telegrafica. — Dimodochè, disse Monte-Cristo, in questo mese perdete circa un milione e 700 mila fr. — Non è circa, è precisamente la somma che perdo.
— Diavolo! per una fortuna di terz’ordine, disse Monte-Cristo, questo è un brutto colpo. — Di terz’ordine! disse Danglars, che diavolo intendete di dire?
— Senza dubbio, continuò Monte-Cristo, io faccio tre categorie sulle fortune: fortune di primo ordine, fortune di secondo ordine, fortune di terzo ordine: chiamo fortune di primo ordine quelle che si compongono di tesori che si hanno sotto le mani, le terre, le miniere, le rendite sui grandi stati come la Francia, l’Austria, e l’Inghilterra, purchè questi tesori, queste miniere, queste rendite formino un totale di un centinaio di milioni! chiamo fortune di second’ordine le imprese manifatturiere, le imprese di associazione, i vice-reami, i principati che non sorpassano un milione e cento mila fr. di rendita, il tutto formante un capitale di un 500 milioni; finalmente, chiamo fortune di terzo ordine, i capitali fruttiferi per interessi composti, i guadagni dipendenti dall’altrui volontà, o dalle combinazioni della sorte che un fallimento scomoda, ed una notizia telegrafica rovina! le banche, le speculazioni eventuali, le operazioni sottomesse a quelle combinazioni della fatalità, che si potrebbe chiamare forza minatrice, paragonandola alla maggiore che è la forza naturale, il tutto formante un capitale fittizio, o reale di un 15 milioni circa. Non è questa la vostra posizione?
— Ma diavolo! sì, rispose Danglars.
— Ne risulta che con sei finali di mese come questa, continuò imperturbabilmente Monte-Cristo, una casa di terzo ordine si troverebbe all’agonia. — Oh! disse Danglars con un sorriso molto pallido, come vi ci trasportate!
— Mettiamo sette mesi, replicò Monte-Cristo nel medesimo tuono. Ditemi: avete mai pensato qualche volta che sette volte un milione e 700 mila fr. fanno 12 milioni circa?... no?... ebbene! avete ragione, perchè con simili riflessioni, non si impegnerebbero mai i propri capitali, che sono per l’uomo finanziere ciò che è la pelle all’uomo incivilito. Noi abbiamo i nostri abiti più o meno sontuosi, questo è il nostro credito! ma quando l’uomo muore non ha che la pelle! di modo che uscendo dagli affari non avete il vostro capitale reale, 5 o 6 milioni al più! poichè le fortune di terzo ordine non rappresentano che il terzo o il quarto delle loro apparenze, come la locomotiva della strada ferrata non è sempre in mezzo al fumo che l’inviluppa e l’ingrandisce, che una macchina più o meno forte. Ebbene, su questi 5, o 6 milioni che formano il vostro attivo reale, ne avete perduti circa due, che diminuiscono d’altrettanto la vostra fortuna fittizia, o il vostro credito! vale a dire mio caro Danglars, che la vostra pelle è stata aperta da una sanguisuga che replicata quattro volte porterebbe la morte. Eh! eh! fate attenzione. Avete bisogno di danaro? volete che ve ne presti?
— Come siete mai cattivo calcolatore! gridò Danglars chiamando in suo soccorso tutta la filosofia, e tutta la dissimulazione dell’apparenza! a quest’ora il danaro è già rientrato nel mio scrigno con altre speculazioni che sono riuscite. Il sangue esce per i salassi, e rientra colla nutrizione: ho perduto una battaglia in Spagna, sono stato battuto a Trieste, ma la mia armata navale delle Indie avrà preso qualche galeone, i miei pionieri del Messico avranno scoperto qualche miniera.
— Benissimo! benissimo! ma la cicatrice resta, ed alla prima perdita si riaprirà.
— No, perchè io cammino sulle certezze, continuò Danglars, colla facondia giocosa del ciarlatano (il cui stato è di innalzare il suo credito) per rovesciare il mio credito bisognerebbe che crollassero tre governi.
— Diavolo! ciò si è veduto. — Che la terra manchi di raccolto. — Ricordatevi le sette vacche grasse, e le sette vacche magre. — O che il mare si ritirasse come ai tempi di Faraone; e poi vi sono molti mari, ed i miei vascelli ne rimarrebbero liberi per fare le loro carovane.
— Tanto meglio, caro sig. Danglars, disse Monte-Cristo, ed io vedo che mi ero sbagliato, e che voi rientrate nelle fortune di secondo ordine.
— Credo di potere aspirare a questo onore, disse Danglars con uno di quei sorrisi composti che facevano a Monte-Cristo l’effetto di una di quelle lune impiastricciate, di cui i cattivi pittori intonacano le loro rovine; ma giacchè siamo a parlare d’affari, soggiunse egli contento di ritrovare questo mezzo di cambiare la conversazione, ditemi dunque un poco ciò che io posso fare per il sig. Cavalcanti.
— Dargli del danaro, se egli ha su voi un credito che vi sembri buono.
— Eccellente! si è presentato questa mattina con una cambiale di 40 mila fr. pagabile a vista sopra di voi, firmata Busoni, e rimandata da voi a me colla vostra girata! capirete che io gli ho contati sul momento 40 biglietti quadrati.
Monte-Cristo fece un segno di testa che indicava la sua adesione.
— Ma ciò non è tutto, continuava Danglars; egli ha aperto a suo figlio un credito sopra di me.
— E quanto, se non è indiscretezza, ha assegnato al giovine? — Cinque mila fr. il mese.
— Sessanta mila fr. l’anno. Io ne dubitava, disse Monte-Cristo alzando le spalle, sono veri spilorci i Cavalcanti. Che può fare un giovine con 5 mila fr. il mese?
— Ma capirete che se il giovine ha bisogno di qualche mille franchi di più...
— Non ne fate niente, il padre ve li lascerebbe in conto vostro; non conoscete tutti questi milionarii oltramontani: sono veri Arpagoni. E da chi gli è stato aperto il credito?
— Oh! dalla casa Fenzi, una delle migliori di Firenze.
— Non voglio dire che perderete, tanto vale, ma tenete i vostri conti nei stretti limiti della lettera.
— Non avreste dunque fiducia in questi Cavalcanti?
— Darei loro dieci milioni sulla loro firma. La loro fortuna entra in quelle di second’ordine di cui or vi parlava.
— È tanto semplice che lo avrei preso per un maggiore, niente di più.
— E voi gli avreste fatto onore, perchè avete ragione, egli non paga di apparenza. Quando l’ho veduto per la prima volta mi ha fatto l’effetto di un sotto tenente ammuffito sotto la spallina.
— Il giovine è migliore, disse Danglars.
— Sì, forse un po’ timido; ma in sostanza mi è sembrato conveniente. Io ne era un poco inquieto.
— E perchè? — Perchè voi lo avete veduto da me quasi al suo ingresso nel mondo, per quanto almeno mi è stato detto. Egli ha viaggiato con un precettore severissimo, e non era mai venuto a Parigi.
— Tutti questi Italiani di distinzione hanno l’abitudine d’imparentarsi fra di loro, n’è vero? dimandò negligentemente Danglars, essi amano di accumulare le loro fortune.
— D’ordinario fan così, è vero; ma Cavalcanti è un originale che non fa niente come gli altri. Nessuno mi torrà l’idea, che abbia mandato in Francia suo figlio perchè vi ritrovi moglie.
— Lo credete? — Ne son sicuro. — Ed avete inteso parlare della sua fortuna? — Non si parla che di ciò, se non che gli uni accordano loro dei milioni, gli altri pretendono che non posseggano un paolo. — E la vostra opinione?
— Non bisogna farvi sopra alcun fondamento essendo del tutto personale. — Ma in fine...
— La mia opinione è che tutti questi vecchi potestà, tutti questi antichi condottieri, poichè questi Cavalcanti hanno comandato degli eserciti, hanno comandato delle province; la mia opinione, diceva, è che essi han seppellito dei milioni in luoghi conosciuti soltanto dai loro antenati, e che fan conoscere ai loro primogeniti di generazione in generazione, e la prova si è che essi sono tutti gialli e secchi come i loro fiorini dei tempi della repubblica, di cui conservano il riverbero a forza di guardarli.
— Perfettamente disse Danglars, e ciò è tanto vero in quando che non si sa che abbiano un palmo di terreno.
— Almeno molto poco; non conosco ai Cavalcanti che il solo palazzo che hanno in Lucca.
— Ah! hanno un palazzo? disse ridendo Danglars; ciò è già qualche cosa.
— Sì, ed anche lo danno in fitto al ministero delle finanze, mentre che egli abita in una casetta. Oh! ve l’ho già detto; credo il buon uomo avaro.
— Andiamo, andiamo; voi non l’adulate punto.
— Ascoltate, lo conosco appena; credo di averlo veduto tre volte in vita mia; ciò che ne so, è per parte dell’abate Busoni, e da lui stesso; egli mi parlava questa mattina dei suoi progetti sopra suo figlio, e mi lasciava travedere che stanco di veder dormire dei capitali considerevoli in Italia, vorrebbe trovare un mezzo, sia in Francia, sia in Inghilterra di far fruttare i suoi milioni: ma notate bene che, quantunque io abbia la più gran fiducia nell’abate Busoni personalmente, non rispondo di niente.
— Non importa, grazie del cliente che mi avete procurato; questo è un gran bel nome da iscrivere sui miei registri, e il mio cassiere, al quale ho spiegato ciò che erano i Cavalcanti, ne va superbo. A proposito, e questa è una semplice spiegazione al turista, quando questi personaggi dan moglie ai loro figli gli assegnano alcuna dote?
— Eh! mio Dio! cioè, secondo: ho conosciuto un principe italiano ricco come una miniera d’oro, uno dei primi nomi della Toscana, che quando i figli si ammogliavano a suo genio, loro assegnava dei milioni, e quando contro il suo beneplacito, si contentava di assegnar loro una rendita di 30 scudi il mese. Ammettiamo che Andrea si ammogli secondo le vedute di suo padre, allora gli assegnerà forse uno, due, tre milioni. Se ciò fosse colla figlia di un banchiere, per esempio, forse prenderebbe un interesse nella casa del suocero di suo figlio; poi supponete a lato di ciò che la nuora gli dispiacesse; buona notte, il padre Cavalcanti mette la mano sulla chiave dello scrigno, dà un doppio giro alla serratura, ed ecco maestro Andrea obbligato a vivere come un figlio di famiglia Parigino segnando le carte, o giuocando a dadi falsi.
— Questo giovine ritroverà una principessa Bavarese o Peruviana; egli vorrà una corona chiusa, un Eldorado traversato dalla Potosa.
— No; tutti questi gran signori dall’altra parte dei monti sposano frequentemente delle semplici mortali. Ma perchè mi fate tutte queste domande, caro sig. Danglars, avete forse intenzione di collocare Andrea?
— In fede mia non mi sembrerebbe una cattiva speculazione; io sono uno speculatore. — Ma non con madamigella Danglars; io presumo non vorrete fare scannare questo povero Andrea da Alberto? — Alberto, disse Danglars, alzando le spalle; ah sì, bene! egli se ne cura ben poco!
— Ma egli è fidanzato a vostra figlia, credo?
— Cioè il sig. de Morcerf ed io abbiamo qualche volta parlato di questo matrimonio, ma la sig.ª de Morcerf ed Alberto...
— Non mi direte che questo non è un buon partito?
— Eh! eh! madamigella Danglars vale bene un Morcerf, mi sembra! — La dote di madamigella Danglars sarà bella in fatto, e non ne dubito, particolarmente se il telegrafo non fa più nuove pazzie. — Oh! non è soltanto la dote... ma a proposito ditemi dunque? — E che? — Per qual motivo non avete invitato al vostro pranzo Morcerf e la sua famiglia?
— Lo aveva già fatto, ma egli mi ha addotto un viaggio a Dieppe colla sig.ª de Morcerf, alla quale è stato raccomandato di respirare l’aria di mare.
— Sì, sì, disse Danglars ridendo, essa le deve far bene.
— E perchè? — Perchè è l’aria che ha respirato nella sua gioventù. — Monte-Cristo lasciò cadere l’epigramma senza mostrare d’avervi fatta attenzione. — Ma finalmente, disse il conte, se Alberto non è così ricco come madamigella Danglars, non potete però negare che non porti un bel nome? — Sia, ma io amo altrettanto il mio, disse Danglars.
— Certamente il vostro nome è popolare, ed ha ornato il titolo di cui si è creduto onorarlo; ma siete un uomo troppo intelligente per non aver compreso che, per alcuni pregiudizi troppo profondamente radicati per poterli svellere, una nobiltà di cinque secoli vale molto più di una nobiltà di venti anni.
— Ed ecco precisamente il perchè, disse Danglars con un sorriso che si sforzava di rendere sardonico, ecco perchè io preferirei il sig. Andrea Cavalcanti ad Alberto de Morcerf.
— Ma ciò non ostante credo, disse Monte-Cristo, che i Morcerf non la cedano ai Cavalcanti?
— I Morcerf!... sentite, mio caro conte, siete un galantuomo, n’è vero? — Io credo. — E di più conoscitore dei blasoni? — Un poco. — Ebbene! guardate il colore del mio; esso è più solido di quello del blasone di Morcerf.
— E perchè? — Perchè, se io non sono barone di nascita, almeno mi chiamo Danglars. — E poi? — Mentre che egli non si chiama Morcerf. — Come! egli non si chiama Morcerf? — Niente affatto. — Eh! via dunque! — Io da qualcuno sono stato fatto barone, di modo che lo sono; egli si è fatto conte da sè, per cui non lo è. — Impossibile!
— Ascoltate mio caro conte, continuò Danglars, il sig. de Morcerf è mio amico, o piuttosto una mia conoscenza di trent’anni; sapete che faccio buon mercato dei miei stemmi, poichè non ho mai dimenticato da dove sono partito.
— Questa è una pruova, disse Monte-Cristo, o di una grande umiltà, o di un grande orgoglio.
— Ebbene! quando era semplice commesso, Morcerf era semplice pescatore. — E allora si chiamava? — Fernando.
— Senz’altro? — Fernando Mondego. — Ne siete sicuro? — Per bacco! Mi ha venduto abbastanza pesce perchè lo conosca. — Allora perchè volevate dargli vostra figlia?
— Perchè Fernando e Danglars erano due nobili, due ricchi, due fortunati di fresca data, in fondo uno valeva l’altro, se si eccettuino alcune cose che si sono dette di lui, e che non si sono mai potute dire di me.
— Che dunque? — Niente. — Ah! sì, ora capisco; ciò che mi dite mi rinfresca la memoria a proposito del nome di Fernando Mondego. Ho inteso pronunciare questo nome in Grecia. — A proposito dell’affare di Alì-Pascià? — Precisamente. — Ecco il mistero, riprese Danglars, e vi confesso che avrei pagato molto per iscoprirlo.
— Non era difficile, se ne aveste avuta gran volontà.
— Ed in che modo? — Senza dubbio avrete qualche corrispondente in Grecia? — Per bacco!
— A Giannina?
— Ne ho da per tutto.
— Ebbene, scrivete al vostro corrispondente di Giannina, e domandategli qual parte ha fatta nella catastrofe di Alì-Tebelen un francese chiamato Fernando.
— Avete ragione! gridò Danglars alzandosi con vivacità, scriverò oggi stesso. — Fatelo. — Vado a scrivere.
— E se avete qualche notizia scandalosa...
— Ve la comunicherò.
— Mi farete un piacere
Danglars si slanciò fuori dell’appartamento, e non fece che un balzo fino alla sua carrozza.