LXXXV. — IL GIUDIZIO.

Alle otto del mattino, Alberto cadde come un fulmine in casa di Beauchamp. Il cameriere era prevenuto; egli introdusse Morcerf nella camera del suo padrone, ch’era allora entrato in bagno. — Ebbene? gli disse Alberto.

— Ebbene! io vi aspettava, rispose Beauchamp.

— Eccomi, non vi dirò, Beauchamp, che vi credo troppo leale e troppo buono, perchè non abbiate parlato a chi che siasi di tutto ciò; no, amico mio. D’altra parte il messaggio che mi avete spedito mi è una guarentigia della vostra affezione. Per cui, non perdiamo tempo in preamboli; avete voi qualche idea sulla parte da dove possa venire questo colpo?

— Ve ne dirò due parole in breve.

— Ma prima, amico mio, dovete dirmi tutti i particolari della storia di questo abbominevole tradimento.

E Beauchamp raccontò al giovine, schiacciato sotto il peso dell’onta e del dolore, i fatti che racconteremo in tutta la loro semplicità.

La mattina dell’antivigilia, l’articolo era comparso in un giornale, tutt’altro che l’Impartial, e ciò che dava ancora maggior gravità all’affare, in un giornale molto diffuso per appartenere al governo. Beauchamp faceva colazione quando gli venne sott’occhi la nota; mandò subito a prendere un cabriolet, senza finire il pasto, e corse alla direzione del giornale. Quantunque egli professasse sentimenti politici diametralmente opposti a quelli del gerente del giornale accusatore, Beauchamp, cosa che qualche volta accade, e diremo anche di sovente, era suo intimo amico. Allorchè egli giunse da lui, il gerente leggeva il proprio giornale, e sembrava compiacersi per vedere in una prima colonna sotto la data di Parigi un articolo sullo zucchero di barbabietola, che probabilmente coincideva col suo modo di vedere.

— Ah! per bacco! disse Beauchamp, poichè voi avete fra le mani il vostro giornale, mio caro ***, non ho bisogno di dirvi ciò che mi conduce a voi.

— Sareste per caso parteggiano dello zucchero di canna? domandò il gerente del giornale ministeriale.

— No, sono estraneo alla questione; vengo per tutt’altro.

— Per che cosa venite? — Per l’articolo Morcerf.

— Ah! sì, davvero: non è un articolo curioso?

— Tanto curioso, che correte il rischio d’essere citato per diffamazione, mi sembra, e che con ciò arrischiate pure un processo molto pericoloso.

— Niente affatto; colla nota abbiamo ricevuto tutti i documenti in appoggio, e siam perfettamente convinti, che il sig. de Morcerf rimarrà tranquillo: d’altra parte questo è un servigio che si rende al paese, col denunziare i nomi di coloro che sono immeritevoli degli onori che godono.

Beauchamp rimase interdetto: — Ma chi dunque vi ha tanto bene informato? perchè il mio giornale, che ha risvegliata l’attenzione del primo, è stato costretto dall’astenersi d’andar più oltre per mancanza di prove. E non pertanto noi siamo più interessati di voi di smascherare il sig. de Morcerf, poichè egli è della Camera dei Pari, e noi scriviamo per l’opposizione.

— Oh! mio Dio, la cosa fu semplicissima: non siam noi che siam corsi dietro allo scandalo, fu esso che venne a ritrovarci; ci è giunto un uomo da Giannina portando il formidabile registro, e siccome esitavamo a gettarci sulla via delle accuse, ci ha manifestato che se ci fossimo ricusati, l’articolo sarebbe comparso sopra un altro giornale. In fede mia, lo sapete, Beauchamp, che cosa sia una notizia importante; e non abbiamo voluto lasciar perdere quella. Ora il colpo è dato; esso è terribile, e rimbomberà fino ai confini di Europa.

Beauchamp capì che non v’era più che abbassare la testa, ed uscì disperato per mandare un corriere a Morcerf. Ma ciò che aveva potuto scrivere ad Alberto, perchè le cose che siamo per raccontare avvennero dopo la partenza del corriere, si fu, che alla Camera dei Pari, in quello stesso giorno regnava una grande agitazione, e si era manifestata nei gruppi di questa alta assemblea, ordinariamente tanto tranquilla. Quasi tutti erano giunti prima dell’ora e conversavano sul sinistro avvenimento che stava per occupare l’attenzione del pubblico, e per fissarla sopra uno dei membri più distinti e più conosciuti di quell’illustre corpo. Erano letture a bassa voce dell’articolo, commentarii e ricambii di rimembranze che precisavano ancor meglio i fatti. Il conte de Morcerf non era amato fra i suoi colleghi. Come tutti gl’innalzati da poco, era stato costretto, per mantenersi al suo rango, di osservare un eccesso di sostenutezza. L’antica nobiltà rideva di lui; gl’ingegni lo ripudiavano; le glorie pure lo disprezzavano per istinto. Il conte era giunto a quell’estremo doloroso della vittima espiatoria. Il solo conte de Morcerf nulla sapeva. Egli non riceveva il giornale su cui era riportata la notizia infamatoria, ed aveva passata tutta la mattinata a scriver lettere, ed a provare un cavallo.

Giunse dunque all’ora solita, colla testa alta, l’occhio superbo, il portamento insolente; discese di carrozza, oltrepassò i corridori, ed entrò nella sala, senza notare la esitazione degli uscieri, ed i semisaluti dei colleghi. Quando Morcerf entrò, la seduta era già aperta da mezz’ora. Quantunque il conte ignorasse, come abbiam detto, tutto ciò che era accaduto, e per conseguenza in nulla avesse cambiato il suo portamento, pure agli occhi di tutti parve più superbo che d’ordinario, e la sua presenza in questa occasione parve talmente insultante a quest’assemblea tanto gelosa del proprio onore, che tutti osservarono una inconvenienza, molti una bravata, alcuni un insulto. Era evidente che tutta la Camera ardeva dal desiderio di impiantare una discussione. Si vedeva il giornale accusatore nelle mani di tutti; ma, come sempre, ciascuno esitava a prendere sopra di sè la guarentigia dell’assalto. Finalmente uno di questi onorevoli pari, nemico dichiarato del conte de Morcerf, salì alla tribuna con una solennità che annunziava essere giunto il momento che si aspettava. Fu fatto uno spaventoso silenzio; Morcerf solo ignorava la causa della profonda attenzione, che questa volta si prestava ad un oratore che non si aveva sempre l’abitudine d’ascoltare con tanta compiacenza.

Il conte lasciò passare tranquillamente il preambolo per mezzo del quale l’oratore stabiliva ch’egli era per parlare di cose talmente gravi, sacre, e vitali per la camera, ch’egli reclamava tutta l’attenzione dei suoi colleghi. Alle prime parole di Giannina e del colonnello Fernando, il conte de Morcerf impallidì così orribilmente, che non vi fu che un fremito in tutta l’assemblea, ove tutti gli sguardi si concentrarono sul conte. Le ferite mortali hanno questo di particolare, ch’esse si nascondono, ma non si chiudono; sempre dolorose, sempre pronte a grondare sangue quando si toccano, esse rimangono vive e sensibili nel cuore. Terminata la lettura dell’articolo sempre in mezzo allo stesso silenzio, interrotto allora da un fremito che cessò al momento in cui si vide che l’oratore stava per riprendere nuovamente la parola, l’accusatore espose il suo scrupolo, e si mise a stabilire in qual modo la sua impresa era difficile; era l’onore del sig. de Morcerf, era quello di tutta la camera intera che pretendeva di difendere eccitando un dibattimento che doveva attaccarsi ad argomenti personali che resultano sempre tanto rumorosi.

Finalmente concluse perchè fosse ordinato un processo abbastanza rapido per confondere la calunnia, prima che avesse il tempo d’ingigantire, e per ristabilire il sig. de Morcerf, vendicandolo, nel posto che la pubblica opinione gli aveva formato da lungo tempo. Morcerf era così oppresso, così tremante in faccia di questa immensa ed inattesa calamità, che appena potè balbettare alcune parole, guardando i suoi confratelli con occhio stravolto. Questa timidezza, che si poteva ancora spiegare per lo stupore che porta all’innocente l’onta del delitto, gli conciliò simpatia in alcuni. Gli uomini veramente generosi sono sempre pronti a divenir misericordiosi, quando la disgrazia del loro nemico oltrepassa i limiti della loro collera. Il presidente mise a voti se doveva aver luogo la causa; fu votato per mezzo dell’alzarsi e sedersi, e fu risoluto che si aprirebbe il giudizio. Fu domandato al conte quanto tempo gli abbisognava per prepararsi alla sua giustificazione. Era rientrato il coraggio in Morcerf, da che si era sentito essere ancor vivo dopo un così orribile colpo. — Signori Pari, rispose egli, non è già col tempo che si respinge un assalto come quello che in oggi mi viene diretto da nemici, rimasti fra l’ombre della loro oscurità. È come un fulmine che devo rispondere al baleno che per un momento mi ha abbagliato! Ah! perchè mai non mi è dato invece di questa giustificazione, di dover spargere il mio sangue per provare ai miei nobili colleghi che son degno di camminare al loro fianco! — Queste parole produssero una favorevole impressione per l’accusato. — Io domando dunque, diss’egli, che il processo abbia luogo il più presto possibile, ed io somministrerò alla camera tutte le prove necessarie per la sua efficacia.

— Qual giorno fissate? domandò il presidente.

— Mi metto da oggi a disposizione della Camera.

Il presidente suonò il campanello: — La camera è di parere, domandò egli, che esso abbia luogo oggi stesso?

— Sì, fu l’unanime risposta dell’assemblea.

Fu nominata una commissione di dodici membri per esaminare i documenti che doveva presentare Morcerf. L’ora della prima seduta di questa commissione fu stabilita alle otto della sera, negli ufficii della Camera. Se fossero state necessarie diverse sedute sarebbero state fatte alla stessa ora, e nello stesso luogo. Presa questa risoluzione, Morcerf domandò il permesso di ritirarsi. Egli doveva radunare i documenti già da lui preparati da lungo tempo, per far fronte a questo uragano preveduto dalla sua astuta ed indomabile indole.

Beauchamp raccontò all’amico tutto ciò che fin qui abbiam narrato; solamente il suo racconto aveva sul nostro il vantaggio che hanno le cose vive sulle morte. Alberto lo ascoltò ora fremendo di speranza, ora fremendo di collera, ora di vergogna; poichè, dalla confidenza di Beauchamp, sapeva che suo padre era colpevole; e si domandava in che modo, da poichè era colpevole, poteva giungere a provare la sua innocenza. Giunto al punto ove siamo, Beauchamp si fermò.

— E in seguito? domandò Alberto.

— Amico mio, questa domanda mi trascina ad un’orribile necessità. Volete sapere il resto?

— Bisogna necessariamente che io lo sappia, amico mio, e desidero saperlo piuttosto dalla vostra bocca che da qualunque altra.

— Ebbene, riprese Beauchamp, preparate tutto il vostro coraggio, non ne avete mai avuto tanto bisogno.

Alberto si passò una mano sulla fronte per assicurarsi di tutto il suo coraggio, come un uomo che si prepara a difendere la propria vita, prova la sua corazza, e fa piegare la lama della sua spada. Si sentì forte, perchè prese la febbre per energia: — Avanti! diss’egli.

— Giunse la sera, continuò Beauchamp. Tutto Parigi era nell’aspettativa di questo avvenimento. Molti pretendevano che vostro padre non avesse che a mostrarsi per far crollare tutta l’accusa; molti pure dicevano che il conte non si sarebbe presentato; ve ne erano certuni che assicuravano di averlo veduto partire per Bruxelles, altri andarono alla polizia per vedere se era vero, che il conte fosse andato a prendere il passaporto. Io vi confesserò che feci tutto il possibile, continuò Beauchamp, per ottenere da uno dei membri della commissione, un giovine Pari mio amico, di essere introdotto in una specie di tribuna. Alle sette egli venne a prendermi, e prima che alcuno fosse giunto, mi raccomandò al portiere, che mi chiuse in una specie di palco. Io era nascosto da una colonna, e perduto nell’oscurità più profonda; potei sperare che avrei veduta ed intesa la terribile scena che stava per svolgersi. Alle otto precise tutti erano giunti. Il sig. de Morcerf entrò all’ultimo tocco delle otto. Egli teneva in mano alcune carte e dal suo contegno sembrava essere tranquillo; contro il solito, il suo andamento era semplice, il vestire ricercato e severo, e, secondo il costume degli antichi militari, portava l’abito abbottonato d’alto in basso. La sua presenza produsse il migliore effetto: la commissione era lungi dall’essergli ostile, e molti dei suoi membri andarono incontro al conte, e gli strinsero la mano.

Alberto sentì che il suo cuore era crivellato da tutti questi particolari, e ciò non ostante in mezzo al suo dolore s’introduceva un sentimento di riconoscenza; avrebbe voluto potere abbracciare questi uomini che avevano dato a suo padre questa dimostrazione di stima in un tale impaccio pel suo onore.

— In questo momento entrò un usciere e rimise una lettera al presidente:

«— Voi avete la parola sig. de Morcerf, disse il presidente mentre dissigillava la lettera.

«Il conte incominciò la sua apologia, e vi assicuro Alberto, continuò Beauchamp, ch’egli spiegò una eloquenza ed una abilità straordinaria. Egli produsse dei documenti che provavano che il visir di Giannina lo aveva, fino all’ultima sua ora, onorato della confidenza, poichè lo aveva incaricato di una negoziazione di vita e di morte collo stesso imperatore. Mostrò l’anello segnale del comando, e col quale Alì-Pascià sigillava d’ordinario le sue lettere; e che questi gli aveva dato perchè egli potesse, al suo ritorno, qualunque fosse stata l’ora del giorno e della notte, penetrare fino a lui, fosse pur stato nell’harem. Disgraziatamente, diss’egli, le sue trattative erano andate a vuoto, e quando era ritornato per difendere il suo benefattore, questi era già morto. Ma, disse il conte, morendo, Alì-Pascià, tanto era grande la sua fiducia, gli aveva confidata la sua favorita e la sua figlia.

Alberto rabbrividì a queste parole, poichè a seconda che Beauchamp parlava, gli ritornava al pensiero tutto il racconto di Haydée. Egli si ricordava ciò che la bella greca aveva detto del messaggio, di questo anello, e del modo con cui ella era stata venduta e condotta in ischiavitù.

— E qual fu l’effetto del discorso del conte? domandò con ansietà Alberto.

— Vi confesso ch’esso commosse me e tutta la commissione, continuò Beauchamp.

«Frattanto il presidente gettò negligentemente gli occhi sulla lettera che gli era stata portata, ma le prime linee risvegliarono tutta la sua attenzione; egli la lesse, poi la rilesse, e fissando gli occhi sopra il sig. de Morcerf: — Signor conte, diss’egli, voi ci avete detto che il visir di Giannina vi aveva confidato sua moglie e sua figlia?

«— Sì, signore, rispose Morcerf, ma in ciò come in tutto il rimanente, la sventura mi perseguitava. Al mio ritorno, Vasiliki e sua figlia Haydée erano sparite. — Le conoscevate?

«— La mia intimità col Pascià, e la somma confidenza che aveva nella mia fedeltà, mi avevano permesso di vederle più di venti volte.

«— Avete nessuna idea di ciò che sia di loro accaduto?

«— Sì, signore. Ho inteso dire ch’erano soggiaciute al loro dispiacere e fors’anche alla loro miseria. Io non era ricco, la mia vita era circondata da grandi pericoli, non potei mettermi alla loro ricerca, con mio sommo dispiacere.

«Il presidente aggrottò impercettibilmente il sopracciglio: — Signori, diss’egli, avete inteso e tenuto dietro al sig. conte de Morcerf nelle sue spiegazioni. Sig. conte, potete in appoggio del vostro racconto fornirci qualche testimonio?

«— Ahimè! no, signore, rispose il conte; tutti quelli che circondavano il visir, e che mi hanno conosciuto alla sua corte, sono o morti o dispersi. Io solo, credo, io solo dei miei compatriotti sono sopravvissuto a questa spaventosa guerra; non ho che le lettere di Alì-Tebelen, e le ho poste sotto i vostri occhi; non ho che l’anello, pegno della sua volontà, ed eccolo; finalmente ho la prova più convincente che possa fornire, cioè, dopo un assalto anonimo, l’assenza di ogni testimonianza contro la mia parola d’onore; e la purezza di tutta la mia vita militare. — Un mormorio d’approvazione corse per tutta l’assemblea in questo momento, Alberto, e se non fosse sopravvenuto alcun altro nuovo incidente la causa di vostro padre era vinta. Non restava più che andare ai voti, allorchè il presidente prese la parola.

«— Signori, diss’egli, e voi, sig. conte de Morcerf, non sarete mal contenti, presumo, di sentire un testimonio importantissimo, a quanto assicura, e che viene ad offrirsi da sè stesso: questo testimonio, non ne dubitiamo, dopo ciò che ha detto il conte, è chiamato a provare la perfetta innocenza del nostro collega. Ecco la lettera che ho ricevuta a questo riguardo; desiderate che vi sia letta, o risolvete che sia passata oltre, senza fermarci a questo incidente? — Il signor de Morcerf impallidì, e raggrinzò le mani sulle carte che aveva davanti, e che rumoreggiarono sotto le sue dita.

«La risposta della commissione fu per la lettura: quanto al conte, egli era passivo, e non aveva opinione da emettere.

«In conseguenza il presidente lesse la lettera seguente:

«Signor Presidente.

«Io posso fornire alla commissione giudicante, incaricata ad esaminare la condotta in Epiro ed in Macedonia del Luogotenente generale conte de Morcerf, le informazioni più positive.»

«Il presidente fece una corta pausa. Il conte de Morcerf impallidì, il presidente interrogò collo sguardo gli uditori.

«— Continuate! fu gridato da tutte le parti.

«Il presidente riprese:

«Io era sul luogo alla morte d’Alì-Pascià; assisteva ai suoi ultimi momenti; so che cosa è avvenuto di Vasiliki e di Haydée: mi metto a disposizione della commissione, ed anzi reclamo l’onore di farmi ascoltare. Sarò nel vestibolo della Camera quando vi sarà rimesso il presente biglietto.»

«— E chi è questo testimonio, o piuttosto questo nemico? domandò il conte con una voce in cui era facile notare la profonda alterazione.

«— Lo sapremo ben presto, signore, rispose il presidente. La commissione è di avviso di sentire questo testimonio?

«— Sì, sì, dissero ad un tempo tutte le voci. — Fu richiamato l’usciere. — Usciere, domandò il presidente, vi è qualcuno che aspetta nel vestibolo? — Sì, sig. presidente.

«E chi? — Una donna accompagnata da un servitore.

«Tutti si guardarono in viso l’un l’altro.

«— Fate entrare questa donna, disse il presidente.

«Cinque minuti dopo, ricomparve l’usciere; tutti gli occhi erano fissi sulla porta, ed io stesso, disse Beauchamp, io prendeva parte alla generale aspettativa ed ansietà.

«Dietro all’usciere camminava una donna avvolta in un lungo velo che la nascondeva interamente. S’indovinava bene, alle forme che tradiva questo velo, ai profumi che ne esalavano, la presenza di una donna giovane ed elegante ma nient’altro. Il presidente la pregò di alzare il velo, ed allora si potè vedere una donna vestita alla greca, ed inoltre una bellezza sorprendente.

— Ah! disse Morcerf, era dessa. — Come, essa?

— Sì, Haydée. — Chi ve lo ha detto?

— Ahimè! l’indovino. Ma continuate, Beauchamp, ve ne prego. Voi vedete ch’io sono tranquillo e forte. E frattanto dobbiamo accostarci allo scioglimento.

«— Il sig. de Morcerf guardava questa donna, continuò Beauchamp, con sorpresa mista a spavento. Per lui era la vita o la morte che stava per uscire da questa graziosa bocca. Per tutti gli altri era un’avventura così strana e così piena di curiosità, che la salvezza o la perdita del sig. de Morcerf non entrava già più in questo avvenimento che come un elemento secondario.

«Il presidente con un segno della mano offerse una sedia a questa giovane, ma ella fece un segno colla testa che restava in piedi. In quanto al conte, era ricaduto sul suo seggio, ed era manifesto che le gambe ricusavano di sostenerlo.

«— Signora, disse il presidente, avete scritto alla commissione per darle delle informazioni sull’affare di Giannina, e voi avete avanzato che siete stata testimone oculare di questi avvenimenti.

«— E lo fui di fatto, rispose la sconosciuta con una voce piena di vezzosa malinconia, e marcata da una sonorità particolare alle voci orientali.

«— Però, permettetemi di dirvi, che allora dovevate essere molto giovane.

«— Aveva quattr’anni; ma siccome allora gli avvenimenti avevano per me un’importanza sublime, non mi è sfuggita, nè si è cancellata dalla mia mente una sola particolarità.

«— Ma quale importanza avevano dunque per voi questi avvenimenti? e chi siete perchè questa catastrofe vi abbia prodotto una sì grande impressione?

«— Si trattava della vita e della morte di mio padre, rispose la giovinetta, ed io mi chiamo Haydée, figlia d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina, e di Vasiliki sua moglie prediletta.

«Il rossore modesto e fiero ad un tempo che imporporò le guance della giovane, il fuoco dello sguardo, e la maestà della rivelazione produssero su tutta l’assemblea un effetto inesprimibile. In quanto al conte, non sarebbe stato più annichilito, se il fulmine cadendo a lui dappresso gli avesse scavato un abisso ai suoi piedi. — Signora, riprese il presidente, dopo essersi inchinato con rispetto, permettetemi una semplice domanda, che non è un dubbio, e questa domanda sarà l’ultima, potete giustificare l’autenticità di ciò che dite?

«— Lo posso, signore, disse Haydée cavando dal di sotto del suo velo una borsa profumata; perchè ecco la fede della mia nascita redatta da mio padre, e soscritta dai suoi principali uffiziali; perchè ecco qui la mia fede di battesimo, avendo mio padre acconsentito che venissi allevata nella religione di mia madre, atto firmato dal primate di Macedonia e dell’Epiro, munito del suo sigillo; ecco finalmente, e questo senza dubbio è il più importante, l’atto di vendita che fu fatta di me e di mia madre al mercante armeno El-Kobbir dall’uffiziale francese, che nel suo infame mercato colla Porta, si era riservata per sua parte di bottino la figlia e la moglie del suo benefattore, che vendè per la somma di mille borse, vale a dire per circa quattrocento mila fr.

«Un pallore verdastro invadeva le guance del conte de Morcerf, gli occhi s’iniettavano di sangue all’annunzio di queste terribili imputazioni, che furono accolte dall’assemblea con un lugubre silenzio. Haydée, sempre tranquilla ma molto più minacciosa nella sua calma, che non lo sarebbe stata nella sua collera, stendeva al presidente l’atto di vendita redatto in lingua araba. Siccome si era preveduto che qualcuno degli atti prodotti da Morcerf, sarebbero stati redatti in arabo, in greco, o in turco, l’interprete della Camera era stato prevenuto, e fu chiamato.

«Uno dei nobili Pari, a cui la lingua araba era familiare, per averla appresa nella famosa campagna dell’Egitto, seguì con gli occhi sulla carta velina la lettura che il traduttore ne faceva ad alta voce.

«Io, El-Kobbir, mercante di schiavi, e fornitore dell’harem di S. A., riconosco di aver ricevuto per rimetterlo al sublime imperatore, dal sig. franco conte di Monte-Cristo, uno smeraldo stimato del valore di mille borse, per prezzo di una giovine schiava cristiana, dell’età di undici anni, di nome Haydée, e figlia riconosciuta del defunto Alì-Tebelen, pascià di Giannina, e di Vasiliki sua favorita; la quale mi era stata venduta sette anni sono unitamente a sua madre, che morì giungendo a Costantinopoli, da un colonnello franco, al servizio del Visir Alì-Tebelen, chiamato Fernando Mondego. La suddetta vendita mi era stata fatta per conto di Sua Altezza, per la quale aveva il mandato, mediante la somma di mille borse.

«Fatto a Costantinopoli coll’autorizzazione di S. A. l’anno 1247 dell’egira.»

«Firmato El-Kobbir.»

«Per dare al presente atto ogni fede, ogni credenza ed ogni autenticità, sarà munito del sigillo imperiale, che il venditore si obbliga di farvi apporre.

«Vicino alla firma del mercante, si vedeva infatto il sigillo del sublime imperatore. A questa lettura, e a questa vista successe un terribile silenzio; il conte non aveva più che lo sguardo, e questo sguardo, attaccato suo malgrado sopra Haydée, era di fiamma e di sangue.

«— Signora, disse il presidente, si potrebbe interrogare il conte di Monte-Cristo, che credo sia a Parigi e vicino a voi?

«— Signore, rispose Haydée, il conte di Monte-Cristo, mio secondo padre, trovasi da tre giorni in Normandia.

«— Ma allora, signora, disse il presidente, chi vi ha consigliato questa dimostrazione, di cui la corte vi ringrazia, e che d’altra parte è ben naturale per la vostra nascita e per le vostre disgrazie?

«— Signore, rispose Haydée, questa dimostrazione mi è stata consigliata dal mio rispetto e dal mio dolore. Dio mi perdoni! ho sempre pensato a vendicare il mio illustre padre. Ora, quando ho messo il piede in Francia, quando ho saputo che il traditore abitava Parigi, le mie orecchie ed i miei occhi sono rimasti costantemente aperti. Io vivo ritirata nella casa del mio nobile protettore, ma vivo così, perchè amo l’ombra ed il silenzio, che mi permettono di vivere col mio pensiero e col mio raccoglimento. Ma il sig. conte di Monte-Cristo mi circonda di cure paterne, e niente mi è estraneo di ciò che concerne la vita del gran mondo; io però ne accetto soltanto il lontano rumore. Così, leggo tutti i giornali, come mi vengono inviati, tutti gli album, come ricevo tutte le melodie: ed è seguendo, senza prestarmivi, la vita degli altri, che ho saputo ciò che è accaduto questa mattina alla Camera dei Pari, e ciò che doveva accadere questa sera... allora ho scritto.

«— Per tal modo il sig. conte di Monte-Cristo non entra per niente in questa dimostrazione?

«— Egli la ignora del tutto, signore, ed anzi non ho che un timore, ed è quello che la disapprovi; però è un bel giorno per me, continuò la giovanetta alzando al cielo uno sguardo tutto ardente di fiamme, quello in cui finalmente ritrovo l’occasione di vendicare mio padre!

«In tutto questo tempo il conte non aveva pronunciata una parola; i suoi colleghi lo guardavano, e senza dubbio compiangevano questa fortuna infranta sotto il soffio profumato di una donna; la sua disgrazia gli si andava a poco a poco scrivendo sulla fronte, a linee sinistre.

«— Sig. de Morcerf, disse il presidente, riconoscete la sig.ª per figlia d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina?

«— No, disse Morcerf, facendo uno sforzo per alzarsi, ed è una trama ordita dai miei nemici.

«Haydée che teneva gli occhi fissi verso la porta, come se aspettasse qualcuno, si volse all’improvviso, e, vedendo il conte in piedi, mandò un grido terribile.

«— Tu non mi riconosci? diss’ella; ebbene! io, fortunatamente riconosco te! tu sei Fernando Mondego, l’uffiziale franco che istruiva le soldatesche del mio nobile padre. Sei tu che hai venduta la fortezza di Giannina! sei tu che, inviato a Costantinopoli per trattare direttamente della vita o della morte del tuo benefattore, hai riportato un falso firmano che accordava grazia intera! sei tu, che con questo firmano hai ottenuto da mio padre l’anello che doveva farti obbedire da Selim, il guardiano del fuoco! sei tu, che hai pugnalato Selim! sei tu, che hai venduto mia madre e me al mercante El-Kobbir! Assassino! assassino! assassino! Tu hai ancora sulla fronte il sangue del tuo padrone! Guardate tutti! — Queste parole furono pronunciate con un tale entusiasmo di verità, che tutti gli occhi si voltarono verso la fronte del conte, e ch’egli stesso vi portò la mano, come se avesse sentito, tiepido ancora, il sangue d’Alì.

«— Riconoscete dunque positivamente il conte de Morcerf essere lo stesso, che l’ufficiale Fernando Mondego?

«— Sì, lo riconosco! gridò Haydée. Ah! madre mia! tu mi hai detto: «Tu eri libera, tu avevi un padre che ti amava, tu eri destinata ad essere quasi una regina! Guarda bene quest’uomo, egli ti ha fatta schiava, ha fatto innalzare sull’estremità di un’asta la testa di tuo padre, ci ha vendute, ci ha traditi tutti! Guarda bene la sua mano destra, quella che ha una larga cicatrice; se tu dimenticassi il suo viso, lo riconoscerai da questa mano, sulla quale sono cadute una ad una tutte le monete d’oro del mercante El-Kobbir!» Se lo riconosco! oh! che dica se ora egli pure riconosce me!

«Ciascuna parola cadeva come una falce su Morcerf, e strappava una parte della sua energia; alle ultime parole egli nascose prestamente, e suo malgrado, la mano nel petto, mutilata infatto da una ferita; e ricadde sul seggio, inabissato in una cupa disperazione. Questa scena aveva sconvolti gli spiriti di tutta l’assemblea, come vedonsi sconvolgere le foglie sotto il possente vento del nord.

«— Sig. conte de Morcerf, disse il presidente, non vi lasciate abbattere, rispondete; la giustizia della corte è suprema ed eguale per tutti, essa non vi lascerà schiacciare dai vostri nemici, senza lasciarvi i mezzi di combatterli. Volete che io ordini a due membri de la commissione di andare a fare un viaggio a Giannina? parlate!

«Morcerf nulla rispose. Allora tutti i membri della commissione si guardarono con una specie di terrore. Si conosceva l’indole energica e violenta del conte; abbisognava una prostrazione ben terribile per annichilire la difesa di quest’uomo; bisognava finalmente pensare, che a questo silenzio, che somigliava ad un sonno, sarebbe succeduto un risvegliamento, che somiglierebbe ad un fulmine.

«— Ebbene? gli domandò il presidente, che risolvete?

«— Niente! disse il conte con voce sorda alzandosi.

«— La figlia d’Alì-Tebelen, disse il presidente, ha dunque dichiarata realmente la verità? ella è dunque realmente quel testimonio terribile al quale, come sempre accade, il reo non ha coraggio di dire: NO? Voi dunque avete realmente fatte tutte quelle cose di cui siete accusato?

«Il conte girò intorno a sè uno sguardo disperato che avrebbe commosso le tigri, ma che non poteva disarmare i giudici; indi alzò gli occhi verso la volta, ma li abbassò tosto, come se avesse temuto che quella aprendosi, non facesse risplendere un altro tribunale, che si chiama cielo, ed un altro giudice che si chiama Dio. Allora, con un subitaneo movimento, strappò i bottoni di quell’abito chiuso che lo soffocava, ed uscì dalla sala come un uomo insensato; i suoi passi ripercuoterono per un momento sotto la volta sonora; indi ben presto il rotearsi della carrozza che lo trascinava al galoppo rintronò con fracasso sotto il portico del fiorentino edificio. — Signori, disse il presidente, quando il silenzio fu ristabilito, il sig. conte de Morcerf è convinto di fellonia, di tradimento, d’indegnità?

«— Si! — risposero a voce unanime tutti i membri della commissione processante. Haydée aveva assistito fino alla fine della seduta; ella intese pronunciare la sentenza del conte, senza che un solo dei lineamenti del suo viso esprimesse o la gioia o la pietà. Allora riportando il velo sul suo viso, salutò maestosamente i consiglieri, ed uscì di quel passo con cui Virgilio vedeva camminare le sue dee.