CAPITOLO III. L'UDIENZA
Il signor de Tréville era sul momento di molto cattivo umore; ciò non ostante, salutò gentilmente il giovane, che s'inchinò fino a terra, ed egli sorrise nel ricevere il suo complimento, in cui l'accento bearnese gli ricordava ad un tempo la sua gioventù ed il suo paese, doppia rimembranza che fa sorridere l'uomo in tutte l'età. Ma avvicinandosi quasi subito all'anticamera, e facendo a d'Artagnan un segno con la mano come per chiedergli il permesso di terminare con gli altri prima d'incominciare con lui, egli chiamò tre volte, alzando di più la voce a ciascheduna volta, di modochè egli percorse tutti i suoi intermedj fra l'accento imperativo e l'accento irritato.
— Athos! Porthos! Aramis!
I due moschettieri coi quali abbiamo già fatta conoscenza, e che corrispondevano ai due ultimi di questi tre nomi, lasciarono subito il gruppo di cui facevano parte, e si avanzarono verso il gabinetto, la di cui porta si richiuse dietro ad essi tosto che ne ebbero oltrepassato il limitare. Il loro portamento, benchè non fosse del tutto tranquillo, nonostante eccitò, per la sua disinvoltura piena ad un tempo di sommissione, l'ammirazione di d'Artagnan che credeva in questi uomini tanti semidei, e nel loro capo un Giove Olimpico armato di tutti i suoi fulmini.
Quando i due moschettieri furon entrati, quando la porta fu chiusa, quando il mormorio ronzante della anticamera fu ricominciato, mormorio al quale senza dubbio aveva dato nuovo alimento la chiamata che era stata fatta; quando finalmente il signor de Tréville silenzioso, e col sopracciglio aggrottato, ebbe per tre o quattro volte misurata la lunghezza del suo gabinetto, passando ciascheduna volta davanti a Porthos e Aramis instecchiti e muti come alla parata, si fermò ad un tratto in faccia a loro, e investendogli dalla testa ai piedi con uno sguardo irritato:
— Sapete ciò che mi ha detto il re, gridò egli, e ciò niente più tardi di jeri a sera? lo sapete voi, signori
— No, risposero dopo un momento di silenzio i due moschettieri, no, signore, noi lo ignoriamo.
— Ma io spero che voi ci farete l'onore di dircelo, aggiunse Aramis, col tuono il più gentile, e colla più graziosa riverenza.
— Mi ha detto che d'ora in avanti egli recluterà i suoi moschettieri fra le guardie del ministro.
— Fra le guardie del ministro! e perchè questo? domandò vivamente Porthos.
— Perchè egli vede bene che il suo vinello ha bisogno di essere ingagliardito dal miscuglio di un vino buono.
I due moschettieri diventarono rossi fino nel bianco dell'occhio. D'Artagnan non sapeva più ove si fosse, ed avrebbe voluto essere cento piedi sotto terra.
— Sì, sì, continuò il sig. de Tréville animandosi sempre più, sì, e Sua Maestà aveva ragione, perchè egli è vero che i moschettieri fanno una trista figura alla corte, il ministro raccontava jeri sera al giuoco del re, con un'aria di condoglianza che mi dispiacque assai, che il giorno avanti questi dannati moschettieri, questi diavoli a quattro, ed egli calcava su queste parole con un accento ironico che mi dispiacque ancor più; questi scialacquatori, aggiunse egli guardandomi col suo occhio da gatto tigre, avevano fatto tardi sulla strada Ferou, in un'osteria, e che una pattuglia delle sue guardie, ho creduto che egli mi andasse a ridere sul naso, era stata costretta di arrestare i perturbatori, capperi! Voi dovete saperne qualche cosa! arrestare dei moschettieri! voi vi eravate, voi altri; non vi difendeste, siete stati riconosciuti, ed il ministro vi ha nominati. Ciò accade per colpa mia, sì, per colpa mia, poichè sono io che faccio la scelta dei moschettieri. Vediamo, voi, Aramis, perchè diavolo mi avete domandata la casacca quando voi sareste stato così bene sotto la sottana? Vediamo, voi, Porthos, non avete voi una bella bandoliera d'oro peraltro che per attaccarci una spada di paglia? Athos! io non vedo Athos: dove è egli?
— Signore, rispose tristamente Aramis, egli è malato, gravemente malato.
— Malato, gravemente malato, voi dite? e di qual malattia?
— Si teme che possa essere il vajuolo, signore, rispose Porthos, volendo mischiare a sua volta una parola nella conversazione, cosa che sarà dispiacente, perchè certissimamente gli guasterà il viso.
— Malato del vajuolo! ecco ancora un'altra gloriosa storia che mi raccontate, Porthos! malato del vajuolo alla sua età! non può essere!... sarà ferito senza dubbio, fors'anche ucciso... Ah! se io lo sapeva!... Capperi! signori moschettieri io non intendo che si vadano ad affollare così i luoghi cattivi, che si facciano delle questioni sulla strada, che si menino sciabolate nei crociali delle vie. Io non voglio infine che si dia argomento da ridere alle guardie del ministro che sono composte di brava gente, tranquilla, destra, che non si mettono mai nel caso di essere arrestate, e che d'altronde, ne sono sicuro, essi non si lascerebbero arrestare! essi amerebbero meglio di morire al loro posto di quello che fare un passo in addietro. Salvarsi, sbaragliarsi, fuggire, questo è buono per i moschettieri del re!
Porthos e Aramis fremevano di rabbia. Essi avrebbero volentieri strangolato il sig. de Tréville, se in fondo a tutto ciò non avessero scorto che era il grande amore che portava loro che lo faceva parlare in tal guisa. Essi battevano il piede sul tappeto, si mordevano le labbra fino al sangue, e stringevano con tutta la loro forza la guardia della loro spada. Al di fuori si era intesa la chiamata, come abbiamo detto, Athos, Porthos e Aramis, e si era indovinato, dall'accento della voce del sig. de Tréville, che egli era pienamente in collera. Dieci teste curiose si erano appoggiate alla porta, e impallidivano pel furore: perchè le loro orecchie incollate alla porta non perdevano una sillaba di tutto ciò che si diceva, nel mentre che le loro bocche ripetevano a peso, ed a misura le parole insultanti del capitano a tutta la popolazione dell'anticamera. In un istante, dalla porta del gabinetto fino alla porta di strada, tutto il palazzo fu in ebollizione.
— Ah! i moschettieri del re si fanno arrestare dalle guardie del ministro! continuò il sig. de Tréville furioso internamente quanto i suoi soldati, ma dicendo a scatti le sue parole, e vibrandole una ad una per così dire come tanti colpi di stiletto nel petto dei suoi uditori. Ah! sei guardie del ministro arrestano sei moschettieri di Sua Maestà! Capperi! io ho fatta la mia risoluzione. Io vado di corsa al Louvre: io domando la mia dimissione di capitano del re, per chiedere un posto di sottotenente nelle guardie del ministro. E se egli mi rifiuta, cappita! io vado a farmi frate.
A queste parole il mormorio dell'esterno divenne un'esplosione; dappertutto non si sentiva che giuramenti e bestemmie. I cappita! le morti di tutti i diavoli! s'incrociavano per l'aria. D'Artagnan cercava una tenda dietro la quale potersi nascondere, e si sentiva una volontà smisurata di cacciarsi sotto la tavola.
— Ebbene! mio capitano, disse Porthos fuori di se, la verità è che noi eravamo sei contro sei, ma noi siamo stati presi alla traditora, e primachè noi avessimo avuto il tempo di cavare le nostre spade due dei nostri erano già morti e Athos gravemente ferito, non valeva niente di più. Poichè voi lo conoscete, Athos; ebbene! capitano, egli ha tentato due volte di rialzarsi e due volte è ricaduto. Però noi non ci siamo arresi, no! ci hanno trascinati a forza. Cammin facendo noi ci siamo salvati. In quanto ad Athos, fu creduto morto, e fu lasciato tranquillamente sul campo di battaglia, non credendo che valesse la pena di trasportarlo. Ecco la storia. Che diavolo! capitano, non si possono vincere tutte le battaglie. Il gran Pompeo ha perduto quella di Farsaglia, e il re Francesco I, che, a quanto ho inteso dire, era coraggioso quanto un altro; però ha perduto quella di Pavia. Ed io ho l'onore di assicurarvi, che ne ho ammazzato uno colla sua propria spada, disse Aramis, perchè la mia fu spezzata alla prima parata. Ucciso o pugnalato, signore, come più vi piace.
— Io non sapeva questo, riprese il signor de Tréville con un tuono un poco più raddolcito. Il ministro aveva dunque esagerato, a quanto sembra.
— Ma di grazia, signore, continuò Aramis, che vedendo il suo capitano rappacificarsi, azzardava una preghiera, di grazia, signore, non dite che Athos pure è ferito; egli sarebbe alla disperazione se questa cosa giungesse alle orecchie del re, e siccome la sua ferita è delle più gravi, attesochè dopo avere attraversata la spalla essa penetra nel petto, sarebbe a temersi...
Nel medesimo istante la portiera si alzò, e una nobile e bella, ma spaventosamente pallida testa comparve sotto la frangia.
— Athos! gridarono i due moschettieri.
— Athos! ripetè lo stesso de Tréville.
— Voi mi avete chiamato, signore, disse Athos a de Tréville con una voce indebolita ma perfettamente calma, voi mi avete chiamato, a quanto mi hanno detto i nostri camerati, ed io mi affretto di venire a sentire i vostri ordini: eccomi, signore, che volete da me?
E a queste parole il moschettiere, in tenuta irreprensibile, cinghiato come era di costume, entrò con passo fermo nel gabinetto. Il sig. de Tréville commosso fino al fondo del cuore per questa prova di coraggio, si precipitò a lui incontro:
— Io era in vena di dire a questi signori, aggiunse egli, che io proibisco ai miei moschettieri di esporre la loro vita senza necessità, perchè la brava gente è cara al re, e il re sa che i suoi moschettieri sono la più brava gente della terra. La vostra mano, Athos.
E senza aspettare che il nuovo arrivato rispondesse a questa prova di affezione, il signor de Tréville afferrò la sua mano destra, e gliela strinse con tutte le sue forze, senza accorgersi che Athos, per quanto fosse grande l'impero che aveva su di se stesso, lasciò sfuggirsi un movimento di dolore, e impallidì ancor più, cosa che si sarebbe potuta credere impossibile.
La porta era rimasta socchiusa, tanto avea prodotta sensazione l'arrivo di Athos, di cui, ad onta del segreto, era da tutti conosciuta la sua ferita. Un urlo di soddisfazione accolse le ultime parole del capitano, e due o tre teste, trascinate dall'entusiasmo, apparvero sotto l'apertura della portiera. Senza dubbio, il sig. de Tréville stava per reprimere con risentite parole questa infrazione alle leggi dell'etichetta, allorquando sentì ad un tratto la mano di Athos incresparsi sotto la sua, e fissando gli occhi sul di lui viso si accorse che stava per svenire. Nel medesimo istante Athos, che aveva raccolte tutte le sue forze per resistere al dolore, fu vinto da questo, e cadde sul pavimento come se fosse morto.
— Un chirurgo! gridò il sig. de Tréville. Il mio, quello del re, il migliore! un chirurgo! oh capperi! il mio bravo Athos muore.
Alle grida del sig. de Tréville tutti si precipitarono nel suo gabinetto senza che egli pensasse a chiudere la porta ad alcuno, ciascuno si adoperava intorno al ferito. Ma tutto questo adoprarsi sarebbe stato inutile se il richiesto dottore non si fosse ritrovato nello stesso palazzo; egli fendè la folla, si avvicinò ad Athos sempre svenuto, e siccome questo rumore e questo movimento lo incomodavano gravemente, egli domandò per prima cosa, e come la più urgente, che il moschettiere fosse trasportato in una camera vicina. Il sig. de Tréville aprì tosto una porta mostrando la via a Porthos e ad Aramis, che trasportarono il loro camerata sulle loro braccia. Dietro a questo gruppo camminava il chirurgo, e dietro il chirurgo si richiuse la porta.
Allora il gabinetto del sig. de Tréville, questo luogo ordinariamente tanto rispettato, divenne momentaneamente una succursale dell'anticamera. Ciascuno discorreva, perorava, parlava ad alta voce, giurava, sacramentava, mandava il ministro e le sue guardie a tutti i diavoli.
Un istante dopo, Porthos e Aramis rientrarono; il chirurgo ed il sig. de Tréville soltanto erano rimasti presso il ferito. Finalmente il sig. de Tréville rientrò egli pure. Il ferito aveva ripreso l'uso dei sensi; il chirurgo dichiarava che lo stato del moschettiere non aveva niente che potesse allarmare i suoi amici, e che la sua debolezza era puramente e semplicemente cagionata dalla perdita del sangue.
Quindi il sig. de Tréville fece un segno colla mano, e ciascuno si ritirò, eccetto d'Artagnan, che non dimenticava di dovere avere udienza, e che, colla tenacità di Guascogna, era rimasto allo stesso punto.
Allorquando tutti furono sortiti, e che la porta fu chiusa, il sig. de Tréville si ritrovò solo in faccia al giovane. L'avvenimento che era accaduto gli aveva in qualche modo fatto perdere il filo delle sue idee. Egli s'informò dunque di ciò che voleva da lui l'ostinato sollecitatore. D'Artagnan pronunziò allora il suo nome, ed il sig. de Tréville riordinando ad un tratto la memoria del passato col presente, si ritrovò al corrente della situazione.
— Perdono, diss'egli, sorridendo, perdono, mio caro compratriota, io vi aveva del tutto dimenticato. Che volete! un capitano non è che un padre di famiglia sopraccaricato di una maggior responsabilità di quella dei padri di famiglia ordinarj. I soldati sono figli grandi; ma siccome mi sta a cuore che gli ordini del re siano eseguiti, e soprattutto quelli del ministro...
D'Artagnan non potè dissimulare un sorriso. Da questo sorriso il signor de Tréville giudicò che egli non aveva a che fare con uno stupido, e venendo direttamente al fatto, cambiando d'improvviso il discorso:
— Io ho amato molto il vostro signor padre, disse egli. Che posso fare io per suo figlio? fate presto, il mio tempo non è mio.
— Signore, disse d'Artagnan, nel lasciare Tarbes e nel venire qui, io mi proponeva di domandarvi, in rimembranza di quell'amicizia che voi non avete perduta di mente, una casacca da moschettiere; ma dopo tutto ciò che vedo da due ore, capisco che un tal favore sarebbe enorme, e temo di non meritarlo.
— Questo è un favore di fatto, o giovane, rispose il sig. de Tréville; ma egli può non essere tanto forte in vostro riguardo quanto voi lo credete o fate sembianza di crederlo. Tuttavia una decisione di Sua Maestà ha preveduto questo caso, ed io vi annunzio con dispiacere che non si riceve più alcuno nei moschettieri senza aver fatto un'antecedente prova in qualche campagna in certe azioni singolari, o di due anni di servizio in un reggimento meno favorito del nostro.
D'Artagnan s'inchinò senza risponder parola. Egli si sentiva ancor più avido d'indossare l'uniforme di moschettiere dappoichè vi erano tante difficoltà da sormontare.
— Ma, continuò de Tréville, fissando nel suo compatriota uno sguardo penetrante che si sarebbe detto che egli voleva leggere fino al fondo del suo cuore, ma, in favore di vostro padre, mio antico compagno, come vi ho già detto, io voglio fare qualche cosa per voi, giovane. I nostri cadetti di Bearn non sono ordinariamente ricchi, e io dubito che le cose sieno grandemente cambiate dopo la mia partenza dalla provincia. Voi dunque non ne dovete aver troppo, per vivere, del danaro che avete portato con voi.
D'Artagnan si raddrizzò con aria orgogliosa, che voleva dire che egli non domandava la elemosina a nessuno.
— Sta bene, giovane, sta bene, continuò de Tréville, io conosco quell'aria; io sono venuto a Parigi con quattro scudi in saccoccia, e mi sarei battuto con chiunque mi avesse detto che io non era abbastanza ricco per comprare il palazzo del Louvre.
D'Artagnan si raddrizzò sempre più: con la vendita del suo cavallo, egli cominciava la sua carriera con quattro scudi di più che il sig. de Tréville non aveva incominciata la sua.
— Voi dovete dunque, diceva io, aver bisogno di conservare quello che avete, per quanto grande ne sia la somma; ma voi dovete aver bisogno ancora di perfezionarvi negli esercizi che convengono ad un gentiluomo. Fin d'oggi io scriverò una lettera al direttore dell'Accademia Reale, e cominciando da domani voi sarete ricevuto senza alcuna retribuzione. Non rifiutate questo piccolo vantaggio. I nostri gentiluomini i meglio nati ed i più ricchi qualche volta lo sollecitano senza poterlo ottenere! Voi imparerete la cavallerizza, la scherma ed il ballo; voi vi farete delle buone conoscenze, e di tempo in tempo verrete a vedermi per dirmi a che punto siete, e se io posso fare qualche cosa per voi.
D'Artagnan per quanto fosse estraneo ai costumi della corte, s'accorse della freddezza di questo ricevimento.
— Ahimè! signore, diss'egli, oggi, m'accorgo bene di qual danno mi sia la mancanza della lettera di raccomandazione che mio padre mi aveva data per voi.
— Infatti, rispose il sig. de Tréville, io mi meraviglio che voi abbiate intrapreso un così lungo viaggio senza questa scorta necessaria, nostra sola risorsa, a noi altri Bearnesi.
— Io l'aveva, signore, e, grazie a Dio, in buona regola, ma me l'hanno perfidamente rubata.
Egli raccontò tutta la scena di Méung, dipinse il gentiluomo sconosciuto con tutti i suoi più piccoli dettagli, e il tutto con un calore e una verità che si riconciliarono il sig. de Tréville.
— Ecco ciò che è strano, disse quest'ultimo meditando, voi dovete aver parlato di me ad alta voce?
— Sì, signore, senza dubbio io ho commesso questa imprudenza; ma che volete! un nome come il vostro doveva servirmi di scudo sulla strada. Giudicate se io me ne sono servito per mettermi al coperto!
L'adulazione allora era molto in moda, ed il sig. de Tréville amava l'incenso come un re, o come un ministro; egli non potè dunque, impedirsi dal sorridere con una visibile soddisfazione; ma questo sorriso scomparve ben presto, e ritornando a se stesso ed all'avventura di Méung.
— Ditemi, continuo egli, questo gentiluomo non aveva una leggera cicatrice sulla tempia?
— Sì, come la fa la sfioratura di una palla.
— Non è egli un uomo di bel portamento?
— Sì.
— Di alta statura?
— Sì.
— Pallido di colorito, e bruno di pelo?
— Sì, sì: è lui. Come accade, signore, che voi conoscete quest'uomo? Ah! se io lo ritrovo, e lo ritroverò, io vi giuro, fosse ancora nell'inferno...
— Egli aspettava una donna? continuò de Tréville.
— Egli almeno è partito dopo avere per pochi istanti parlato con la donna che aspettava.
— Voi sapete qual era l'argomento della loro conversazione?
— Egli le consegnò un pacchetto, dicendole che questo pacchetto conteneva le istruzioni, e le raccomandava di non aprirlo che a Londra.
— Questa donna era inglese?
— Egli la chiamava Milady.
— È lui, mormorò de Tréville, è lui! io lo credeva ancora a Brusselle.
— Oh! signore: se voi sapete chi è quest'uomo, gridò d'Artagnan, indicatemelo, ditemi chi è, dove sta, ed allora vi tengo sciolto da tutto, anche dalla vostra promessa di farmi entrare nei moschettieri, perchè prima d'ogni altra cosa io voglio vendicarmi.
— Guardatevi bene, giovane! gridò de Tréville; se voi, al contrario, lo vedete venire da una parte della strada, passate dall'altra; non andate ad urtare contro un simile scoglio, egli vi tritolerebbe come un vetro.
— Ciò non m'impedisce, disse d'Artagnan, che se io mai lo ritrovo...
— Frattanto, rispose de Tréville, io vi consiglio di non cercarlo: questo è il consiglio che posso darvi.
Ad un tratto de Tréville si fermò colpito da un subitaneo sospetto. Questo grand'odio che sì altamente manifestava il giovane viaggiatore per quest'uomo, che, cosa poco verosimile, gli aveva rubata la lettera di suo padre, quest'odio non poteva nascondere qualche perfidia? Questo giovane non potevagli essere stato inviato dal ministro? Non poteva egli venire per tendergli un qualche laccio! Questo preteso d'Artagnan non poteva egli essere un qualche emissario del ministro che si cercava di introdurre in sua casa, e che si voleva porre al di lui fianco per sorprendere la sua confidenza, e per perderlo più tardi, come ciò era stato praticato le mille volte? Egli guardò d'Artagnan più fissamente ancora questa seconda volta di quello che non avesse fatta la prima. Egli fu mediocremente rassicurato da quella fisonomia sfavillante di spirito astuto e di umiltà affettata.
— Io so bene che egli è Guascone, pensò egli, ma egli può esserlo tanto per me che pel ministro. Vediamo, mettiamolo alla prova. Amico mio, gli disse lentamente, io voglio, come al figlio del mio antico amico, poichè ritengo vera la storia di questa lettera perduta, io voglio, diceva, riparare alla freddezza che voi avete rimarcata nella mia accoglienza, e scuoprirvi i segreti della nostra politica. Il re ed il ministro sono i migliori amici, tutte le apparenti dissensioni non sono che per ingannare gli stupidi. Io non pretendo che un compatriota, un bel cavaliere, un bravo giovane, fatto per gli avanzamenti, sia ingannato da tutte queste simulazioni e cada come uno stupido sul vischio, a somiglianza di tanti altri che vi si sono perduti. Pensate bene che io sono affezionato a questi due padroni che tutto possono, e che giammai le mie serie dimostrazioni non avranno altro scopo che quello del servizio del re e del ministro, uno dei più illustri genj che la Francia abbia prodotti. Ora, giovane, regolatevi su ciò, e se voi avete, sia per famiglia, sia per relazioni, sia per istinto ancora, qualcuna di queste inimicizie contro il ministro, tali che noi vediamo scoppiare nei nostri gentiluomini, ditemi addio, e lasciamoci. Io vi ajuterò in mille circostanze, ma senza attaccarvi alla mia persona. Io spero che la mia franchezza, in tutti i casi, vi farà diventare mio amico, perchè voi siete qui il solo giovane a cui io abbia parlato come faccio.
De Tréville diceva a se stesso:
— Se il ministro mi ha mandato questo giovine volpe, egli non avrà certamente mancato, egli che non sa a qual punto lo esecro, di dire al suo spione che il miglior mezzo di farmi la corte è quello di dirmi il peggio di lui; così malgrado le mie proteste il furbo compare mi risponderà certamente ch'egli ha in orrore il ministro.
Accadde però altrimenti di ciò che si aspettava de Tréville; d'Artagnan rispose colla più grande semplicità.
— Signore, io vengo a Parigi con intenzioni del tutto uguali. Mio padre mi ha raccomandato di non soffrire niente che dal re, dal ministro e da voi ch'egli stima i tre primi personaggi della Francia.
D'Artagnan aggiungeva il signor de Tréville agli altri due, come si può ben conoscere, ma egli pensava che questa aggiunta non doveva guastar niente.
— Io dunque ho la più gran venerazione pel ministro, ed il più profondo rispetto per li suoi atti.
— Tanto meglio per me, signore, se voi mi parlate, come voi lo dite, con franchezza, perchè allora mi farete l'onore di stimare questa rassomiglianza di gusti; ma se voi avete avuta qualche diffidenza, altronde ben naturale, io m'accorgo di perdermi nel dire la verità; ma tanto peggio, voi non per questo lascerete di stimarmi, e questa è la cosa che più d'ogni altra mi sta a cuore in questo mondo.
Il signor de Tréville fu sorpreso all'ultimo punto. Tanta penetrazione e tanta franchezza finalmente gli cagionavano ammirazione, ma non gli toglievano del tutto i suoi dubbi, più questo giovane era superiore agli altri giovani, più era da temersi s'egli si sbagliava. Non ostante egli strinse la mano di d'Artagnan dicendogli:
— Voi siete un onesto giovane, ma in questo momento io non posso fare per voi che quello che or ora vi ho detto. La mia abitazione vi sarà sempre aperta. Potendo voi chiedere di me ad ogni ora, e per conseguenza afferrare tutte le occasioni, potrete ancora in seguito ottenere ciò che ora desiderate.
— Vale a dire, signore, ripreso d'Artagnan, che voi aspetterete ch'io me ne sia reso degno? Ebbene! siate tranquillo, aggiunse egli colla familiarità d'un Guascone, voi non aspetterete lunga pezza.
E salutò per ritirarsi come se oramai il restante non lo riguardasse.
— Ma aspettate dunque, disse il sig. de Tréville fermandolo: io vi ho promesso una lettera pel direttore dell'Accademia. Sarete voi tanto fiero da non accettarla, mio giovane gentiluomo?
— No, signore, disse d'Artagnan, e vi garantisco che questa non andrà come l'altra: io la custodirò tanto bene che, ve lo giuro, essa sarà rimessa al suo indirizzo, e disgraziato colui che tentasse d'inviolarmela!
Il signor de Tréville sorrise a questa fanfaronata, e lasciando il suo giovane compatriota nel vano della finestra ove si trovavano, ed ove avevano parlato assieme, andò a sedersi ad una tavola, e si pose a scrivere la promessa lettera di raccomandazione. In questo tempo, d'Artagnan che non aveva niente di meglio da fare, si mise a battere una marcia contro i cristalli, osservando i moschettieri che se ne andavano gli uni dopo gli altri, e seguendoli collo sguardo fino a che fossero scomparsi dai suoi occhi voltando all'angolo della strada.
Il signore de Tréville, dopo avere scritta la lettera, la sigillò, e alzandosi si avvicinò al giovane per consegnargliela: ma nel momento stesso in cui d'Artagnan stendeva la mano per riceverla, il signor de Tréville fu meravigliato di vedere il suo protetto fare un sussulto, arrossire di collera e slanciarsi dal gabinetto gridando:
— Ah! per tutti i diavoli! egli non mi sfuggirà questa volta.
— E chi è questo? domandò il sig. de Tréville.
— Lui il mio ladro! rispose d'Artagnan. Ah! traditore!.
Ed egli disparve.
— Che diavolo di pazzo! mormorò il sig. de Tréville. A meno che però, questo non sia un modo furbo di schivarsi, vedendo che gli è mancato il colpo!