IV.
A dieci anni Bice fu in grave pericolo di vita.
Una tosse secca ed ostinata minacciava giorno per giorno di spezzarla. Sebbene non si fosse molto sviluppata, il viso pensoso, con quel naso aquilino troppo grande, le dava già un'aria di brutta donnina. Aveva le gengive scialbe di tutte le anemiche, e il petto incurvato sotto le spalle; solo la fronte, alta sui magnifici occhi neri di una intensa espressione spirituale, poteva renderla simpatica, malgrado la naturale eccessiva serietà del suo carattere.
Suo cugino Lamberto Tibaldi, che la contessa Ginevra teneva presso di sè lungamente perchè Bice potesse meglio distrarsi, non l'amava meno degli altri. Chiassoso, aitante, coi capelli lievemente crespi e gli occhi dolci, quantunque di una monelleria irrefrenabile, era il compagno de' suoi giochi e lo schiavo delle sue volontà. Bice lo proteggeva contro i maestri, egli la vegliava già nell'orgoglio delle proprie forze maschili contro tutti i pericoli fantastici con un coraggio appassionato. Quando Bice dovette porsi a letto, Lamberto espulso dalla sua camera ne provò un'angoscia, che per qualche tempo gli modificò il carattere; divenne quieto, obbediente, finchè seppe farsi ammettere in quel vasto salone, ove la zia Ginevra aveva per consiglio di Ambrosi posto il lettino della fanciulla.
Bice cogli occhi chiusi, senza tossire, pareva già morta. La malattia durò quattro mesi, monotona, resistendo a tutti i tentativi della scienza sino all'estate; poi il sole la vinse. Per tutta la famiglia era stato quasi un uguale sbigottimento. In quella casa, molto ricca e di abitudini patriarcali, i servitori si sentivano fusi coi padroni, quantunque la distanza segnata fra loro dall'educazione non ne venisse diminuita; laonde la morte della piccola Bice, disperdendo nome e patrimonio, avrebbe d'un colpo mutate tutte le loro esistenze. A fianco della contessa Ginevra, muta ma più vigile di lei medesima, la vecchia Rosa pareva un genio antico del lare. Era stata la nutrice di Ada, e alla morte di lei avendo vegliato sulla balia di Bice, non aveva poi voluto a nessun costo staccarsi dalla piccina. La sua tenacità di villana le attirava al tempo stesso il rispetto e il ridicolo di tutti. Prima ancora che Ambrosi, spaventato dall'estrema debolezza della fanciulla avesse detto che bisognava riportarla in campagna, ella si lagnava già tutto il giorno dell'aria di città, nella quale anche i contadini avrebbero dovuto finire col diventare pallidi.
E una mattina, mentre la contessa era assente, aveva aperto la porta-finestra del salone mettendosi colla bambina, ravvoltolata dentro le coperte del letto, a sedere sul balcone nel sole.
La trovarono lì, con Bice sulle ginocchia, che nella vivezza ridente di quella luce pareva una statuina di cera, affagottata nella seta, appunto perchè non si squagliasse.
Rosa invece di rispondere alle loro interrogazioni seguitò a cullarla, mormorando una vecchia ninnananna.
Ma ci volle tutto quell'estate, perchè Bice potesse tornare come prima, senza che la tosse sparisse mai del tutto.
Poi la contessa Ginevra andò alla più lieta delle proprie ville, verso il Sasso, fra Bologna e Porretta, dove il Savena si congiunge al Reno allargandosi entro un paesaggio incantevole. Il paesello, scavato per metà nel masso, si direbbe abitato da trogloditi, ma non è povero: la ferrovia vi passa sotto lambendo il fiume, il tramvay vi arriva sulla larga strada provinciale recando nella bella stagione molta gente ad ammirarvi la postura ed a pranzarvi. La villa della contessa, poco lungi alle falde di un colle, scendeva coi giardini sino al fiume, ma il vento ed il sole ne agitavano sempre l'aria mantenendola pura.
In quell'anno ritornò il viaggiatore Prinetti dopo un soggiorno di quasi trent'anni nell'Africa centrale, ed avendo conosciuto la contessa in una gita, fu da lei invitato alla villa per divertire Bice coi propri racconti meravigliosi. Allora egli non era così grasso; aveva il viso adusto e solcato da sofferenze di ogni sorta, sebbene respirasse quella calma degli animi forti, che avendo toccato il fondo della vita ne ritornano consolati della sua inevitabile tragedia. A Bazzano la sua piccola famiglia, dalla quale aveva dovuto fuggire d'un colpo, non esisteva quasi più. Era partito con mille franchi, e non era tornato che con poche migliaia di lire, frutto di una magnifica collezione di farfalle venduta a due ricchi inglesi di Porto Said: ma una improvvisa agiatezza lo attendeva nella vecchia casa. Il padre, morto tardi e solo, dopo aver dato metà del proprio patrimonio al figlio minore prediletto, aveva amministrato il resto per quell'altro, assente, con una avarizia resa anche più intensa dal rimorso di averlo costretto alla fuga. Per molti anni non lo si era veduto uscire di casa, ma pur non ricevendo mai sue notizie si ostinò a non volerlo credere perduto, anzi sperò da Dio come un perdono la grazia di vederselo ricomparire innanzi da un giorno all'altro. Questi invece non tornò in paese che quattro anni dopo la morte di lui, trovandovi contro ogni aspettazione una modesta eredità di centomila lire; ma anche l'altro fratello non era più, e la sua vedova aveva sposato in seconde nozze un vetturino beone ed attaccabrighe. Sulle prime non vollero nemmeno riconoscerlo, come un morto che tornasse dal sepolcro per contendere loro un'eredità: ella aveva una fisonomia di bella donna, fredda e malvagia, e i suoi figli non somigliavano affatto a quel fratello morto.
Fu la più grande amarezza della sua nuova esistenza, poi l'amicizia della contessa Ginevra lo consolò. De Nittis e Prinetti, scapoli, sulla cinquantina, già ritirati da ogni agone, composero allora con quella donna intorno a Bice l'ammirabile quadro di una famiglia di adozione, senza rivalità d'interessi, nè divergenze di passioni.
Il dottore Ambrosi, infelice nella propria, perchè prima la moglie gli era scappata con un amante senza che se ne fosse saputo mai più nulla, poi l'unico figlio, al quale aveva pagato troppe volte i debiti, aveva dovuto fuggire in America con altro nome per sottrarsi ad un mandato di arresto per cambiali false, vi si aggiunse al loro ritorno d'inverno in Bologna. Il dottore, considerandosi oramai solo, aveva proibito a tutti di pronunziare persino il nome di quello sciagurato davanti a lui; ma quando la contessa Ginevra, troppo intelligente per non indovinare tutta la malata bontà del suo cuore sotto quella rudezza, aveva osato tenergliene parola:
—Ho perdonato,—le aveva risposto con due grosse lagrime negli occhi:—egli sarà il mio erede per interposta persona, perchè bisogna che almeno laggiù il suo nuovo nome non sia macchiato. Non ne parliamo.
Il dottore viveva con un servo, contadino anche lui, del quale l'adorazione incosciente gli teneva in casa luogo di tutto.
Quindi la contessa Ginevra chiuse i propri saloni di ricevimento per non accogliere più che quei tre amici, e qualche altra signora, come la contessa Maria; più tardi v'entrò anche Giorgi, maestro di cappella nell'antichissima chiesa di Santo Stefano, povero e grande musicista, ammogliato ad una megera, che lo bastonava, senza che egli trovasse mai il coraggio di resisterle. La sua vita rimasta nel mistero, perchè la Confraternita dei Lombardi, che gli passava un magro stipendio di venti scudi al mese, non faceva quasi mai grosse feste, era tutta piena della sua arte: dava qualche lezione nel seminario, e scriveva secretamente magnifici pezzi di musica sacra, chiedendone l'ispirazione a Dio colla commovente semplicità di un antico fedele. Prinetti lo aveva scovato in un piccolo caffè di via Lamme una sera, solo, mentre scriveva sul marmo di un tavolino colla matita alcune battute; quindi lo propose alla contessa Ginevra per maestro di pianoforte a Bice.
In quella casa Giorgi potè finalmente rivelarsi.
Nel suo entusiasmo pei grandi maestri vecchi egli non ammetteva nè melodrammi, nè romanze da camera, nè virtuosità di artisti: la musica non doveva esprimere secondo lui che la vita religiosa dell'anima, dacchè la rivelazione cristiana ne aveva ridato all'uomo la concessione ed il modo. Se il primo peccato aveva troncato il dialogo fra l'uomo e Dio, Cristo scendendo a morire sulla terra lo aveva riannodato. Solo nella musica quindi l'uomo poteva rivelare il dramma della propria coscienza fra dubbi deliranti di terrore e grida trionfali di fede, quando dinanzi all'impenetrabile mistero dei dogmi il suo spirito ne urtava l'una su l'altra le formule bronzee per udire il loro suono profondo allontanarsi per l'infinito, o rapito da una improvvisa fulgorazione traversava tutti i cieli senza giungere mai donde quel raggio era scoccato.
Da questa altezza di concezione perigliosa per l'arte egli umiliava senza accorgersene i modelli stessi de' suoi grandi maestri, giacchè la loro musica non aveva significato che il dramma biblico o cristiano, quale era apparso nella storia. Giorgi invece prendeva per la propria musica le mosse dal paradiso di Dante; e se la parola e l'immagine avevano rappresentato Cristo, la musica doveva esprimere lo spirito, questo inaccessibile rimasto senza culto, e che veglia come una luce di zaffiro in fondo a tutte le coscienze.
Alla contessa Ginevra piacque subito per l'originalità della sua prima dichiarazione:
—Bisogna che la fanciulla non diventi una suonatrice di pianoforte: questo orribile istrumento deve servire solo per imparare a leggere la musica.
De Nittis, che entrava in tale momento, si voltò meravigliato; quell'ometto chiuso in un vecchio soprabito color nocciuola, tutto rasato, parlava con voce ridicola. Infatti s'intimidì; e per farsi perdonare quelle strane parole, mentre Bice era presente, disse che il pianoforte avrebbe potuto indebolirle il petto, poi sopraffatto dalla vergogna di quella scusa anche peggiore del fallo, abbassò la testa tormentando il cappello fra le ginocchia.
Ma Prinetti guardò De Nittis.
—Permettetemi di darvi ragione, maestro.—intervenne questi colla sua voce melodiosa;—i dilettanti sono la più insopportabile mostruosità del pensiero. Si arriverà forse un giorno a non credere più nella musica, questa suprema preghiera dell'anima, perchè tutti sapranno suonare.
—Questo giorno è già arrivato.
—Speriamo di no. Se i pianoforti stanno per sommergere nella inanimità del loro suono il sentimento musicale, la nostra anima veglia ancora sulle cime più alte, e ha bisogno di un linguaggio indefinito per tradurre a sè medesima le proprie fuggevoli intuizioni. La musica sola può esprimere rapporti, ai quali è impossibile dare un nome, benchè siano forse runica certezza, che ci resti dopo tutte le distruzioni della critica.
—Oh!—egli esclamò rapito d'ammirazione come dinanzi all'uomo, che gli traduceva finalmente quello che da tanti anni faceva il tormento del suo spirito; e si alzò per prendergli la mano.
De Nittis, vedendolo perplesso per la timidezza, gliela stese pel primo: poco dopo Giorgi, che lo ascoltava sempre colla stessa avidità, si lasciò sfuggire involontariamente:
—Che bella voce!
La sera di quel giorno stesso, Giorgi tornò da Bice, che lo aveva accettato ridendo della sua strana figura, per suonare sul magnifico Erard della contessa Ginevra, nel gran salone giallo, una delle proprie più belle composizioni sulle prime parole della Messa:
"Introibo ad altare Dei, ad Deum qui lætificat juventutem meam."
Allora anche Bice lo ammirò, sebbene la sua anima ancora troppo piccina non potesse intendere la solenne e patetica temerità di tale apostrofe musicale. Egli suonava con una potenza inaudita, trasfigurato nel volto: nessuno parlò, ma sentendosi finalmente compreso Giorgi provò la prima estasi della propria sovranità spirituale.
Il resto della serata passò per lui come un incanto, poi uscì con De
Nittis.
—Voi non pubblicherete questo,—disse il filosofo rattenendolo un istante per la mano:—come il pensiero di Spinosa, la vostra musica sarà stata salvata dalla incoscienza di un secolo per un altro, che la intenderà. Adesso la pubblicità la falserebbe.
Giorgi non sapeva chi fosse stato Spinosa, ma comprese la terribilità di quel complimento, che lo condannava a morire sconosciuto; il suo cuore tremò, nullameno, allo svoltare per via San Giovanni in Monte, ancora lungi da casa, la sua natura artistica aveva già ripreso il sopravvento, facendogli sperare che quei nuovi protettori lo aiuterebbero a pubblicare tutte le sue opere inedite.
La educazione di Bice cominciò tardi, perchè il dottore non voleva arrischiare la sua salute, ancora troppo debole, contro la fatica di quelle prime applicazioni sui libri. La fanciulla sapeva appena leggere e scrivere, avendolo appreso fra i giochi quasi senza accorgersene dalla contessa Ginevra; ma nell'intimità di quelle conversazioni così spirituali molte cose le erano rimaste nella mente, e parlava altrettanto bene il francese e l'inglese colla zia che il dialetto coi servitori. Così a forza di partecipare anche ai chiassi di Lamberto, finì per aiutarlo nei piccoli temi di scuola, che egli le spiegava alla propria maniera con una vanteria di minimo maestro. Ma presto Bice lo sorpassò. Il ragazzo, incapace per la stessa esuberanza della propria natura a resistere dieci minuti nell'immobilità, era a scuola uno dei più tardi e dei più turbolenti malgrado la sua profonda tenerezza per Bice sempre in apprensione per i castighi, dai quali era colpito quasi tutti i giorni. Però solo con lei Lamberto si ammansiva al punto d'ubbidirle, anche quando gli imponeva di tornare dai maestri a dimandare scusa. Lamberto non aveva che il padre, molto trascurato verso di lui, quantunque abbastanza ricco per potergli lasciare da vivere senza la necessità di una professione; ma sino d'allora il ragazzo parlava di farsi soldato. La sua più grande felicità erano i regali soldateschi della contessa Ginevra, alla quale diceva zia come Bice, sebbene non fosse che un lontano cugino, perchè il padre nel lasciarlo per mesi interi in quella casa era stato il primo a dare scherzosamente quel titolo alla buona signora. Ma egli passava invece quasi tutta la propria giornata pei bigliardi.
Lamberto avrebbe preteso di abbandonare le scuole pubbliche per studiare sotto la maestra di Bice, se la fanciulla spaventata dalla sua turbolenza, che le avrebbe impedito quei primi raccoglimenti intellettuali, avesse voluto consentirvi. Invece ripigliava volentieri i giuochi con lui in giardino, appena la maestra se n'era andata. Lamberto ne usciva spesso impantanato, cogli abiti in brandelli; ella l'osservava seduta sopra una panchina, sorridendo con grazia di donna, che già ammira, senza poterlo seguire nelle sue corse sfrenate. Lamberto andava a letto presto, sfinito, Bice rimaneva invece nel salotto sino alle nove, piccola e felice nel centro di quelle conversazioni, che per lei si svolgevano nelle più amabili semplicità dell'ingegno. Quegli uomini formavano come un'accademia, gareggiando a chi meglio riuscisse nel comunicarle la maggior somma d'idee.
Dapprincipio il preferito era stato Prinetti coi racconti d'Africa, nei quali sapeva insinuare quasi tutte le scienze naturali. La sua fantasia sembrava riaccendersi alla rovente immensità dei deserti, per la quale s'azzuffavano fiere e selvaggi, egualmente nudi nella ingenuità della loro ferocia, mentre le carovane passavano lentamente sui camelli, o lungi fra le sabbie sollevate dai Simoun scoppiava impetuoso un assalto di predoni. Quindi sopra un magnifico atlante tedesco le spiegava nel quadro costante della geografia l'improvviso apparire e dissolversi delle epopee conquistatrici, riserbando tutta l'emozione della propria eloquenza per dipingerle l'eroismo dei missionari, inoltrantisi tuttora fra le più feroci popolazioni con una piccola croce in mano, e morenti l'uno dopo l'altro nel nome di Dio, come sentinelle perdute ai confini del suo impero. Prinetti diventato profondamente religioso fra i pericoli di quelle solitudini trovava allora degli accenti, che facevano trasalire la piccola Bice; ma nemmeno nei più confidenti abbandoni parlava mai delle proprie sofferenze in quei trent'anni di peregrinazioni e di prigionia presso uno di quei minimi sultani, dal quale per poco non era stato arrostito. Talvolta la fanciulla gli diceva improvvisamente:
—E tu dunque?
—Dio mi ha sempre protetto.
Poi Ambrosi raccontando le storie dei propri malati le spiegava coi segreti del corpo umano le prime leggi della fisica a forza di esempi e di esperimenti, che avrebbero fatto ridere all'Università, ma davanti ai quali De Nittis stesso era costretto sovente ad ammirare. Il dottore provava un indefinibile piacere a rimpicciolirsi così colla sua piccola arnica, malgrado tutti quei terribili perchè delle sue interruzioni, che facevano spesso oscillare le più salde ipotesi della scienza, costringendolo a constatarne la breve portata. Allora un sorriso sottile di De Nittis provocava nuove discussioni simili ad una battaglia, sul campo della quale ella poteva appena raccogliere poche parole scintillanti come frammenti di spade. Però fra quegli uomini, tutti egualmente superiori per comprendere come nessun metodo d'istruzione fra i moltissimi finora escogitati meritasse di essere accolto, e quindi valesse meglio lasciare l'intelligenza di Bice formarsi da sè coll'assistere quotidianamente allo spettacolo delle loro conversazioni, nemmeno il dottor Ambrosi, materialista convinto, aveva osato contrastare alla necessità di un ordinario insegnamento cristiano. Era impossibile evitare Dio nelle spiegazioni con una fanciulla, o giustificarle la morale senza i miti d'oltre tomba. La poesia fermentante nel suo spirito aveva d'uopo di fantasmi religiosi per la rappresentazione di quell'altro mondo, che l'anima umana sembra portare seco nascendo, e nel fanciullo è tanto più vivo, che la realtà, dalla quale è circondato, gli rimane impenetrabile. D'altronde la vecchia Rosa le aveva già appreso tutte le orazioni nel suo latino inesplicabile, infondendole l'amore per la Madonna con quello della povera mamma. Quindi ne uscivano bizzarre complicazioni, quando Bice attraverso i loro dibattiti scientifici domandava improvvisamente conto di un qualche grossolano racconto miracoloso, nel quale Dio e il diavolo si litigavano, come un contrabbandiere e una guardia di finanza, l'anima di un peccatore; mentre i terrori dell'inferno agitavano così il piccolo cuore della fanciulla, che se ne vedevano i tremiti nel suo pallido visino.
Giorgi era allora il solo che potesse calmarla. Egli aveva divorato un infinito numero di vite di santi e di opere mistiche, nutrendosene colla passione trascendente degli spiriti, ai quali la vita reale rimase sempre un pellegrinaggio verso altre invisibili regioni. Quindi le narrava le più belle leggende cristiane colla parola semplice ed inconfutabile di chi sembra aver veduto. Ed erano profili macilenti di anacoreti, intorno ai quali i deserti si popolavano di belve mansuete e di mostri infernali invano strapotenti nella proteiforme orribilità delle loro insidie; terribili figure di apostoli rovescianti nella propria invasione gl'imperi di tutti i conquistatori, martiri sorridenti nella docilità dell'agonia, vergini flessibili come fiori e più sfavillanti degli angeli, che venivano a proteggerle sulle grandi ali bianche: tutto un mondo di dolori divini, nel quale i sospiri avevano profumi inebbrianti, e la morte arrivava colla pompa di un festa fra sbigottimenti ineffabili e silenzi trionfali. Egli stesso, così povero in quell'immutabile soprabito color nocciola, scarno, giallognolo, tutto rasato, coi capelli quasi incollati sulla fronte protuberante e malinconica, pareva una figura di quei racconti rimasta nel mondo ad attestarne la veridicità. Allora l'inevitabile dolore umano, che la sua breve esperienza di fanciulla aveva già constatato in tanti ammalati e in tanti morti, le si mutava dentro in una gloria di elevazione divina; sapendo di dover soffrire e indovinando nella voce di Giorgi o sulla fronte rugosa degli altri le sofferenze secrete della loro vita, prima ancora che ella fosse nata, le sfiorava amorosamente quasi con tragica impazienza di quelle, che stavano ad attenderla forse non molto lontano. Ma tali impressioni improvvise e profonde la prostravano in lunghi silenzi, dai quali non rinveniva che sentendosi sola. Suo padre e sua madre erano morti a lei sconosciuti, il padre anzi non aveva nemmeno potuto vederla: perchè? La vedeva egli dal paradiso? Poteva riconoscerla adesso? Ella si sentiva abbandonata fra l'amore di tutta quella gente, che voleva appunto salvarla dall'abbandono, mentre un freddo inesplicabile le penetrava sempre più addentro nell'anima vuota e sonora come una di quelle immense case deserte delle fiabe. Ella vi era chiusa, per sempre, ascoltando il rumore del proprio passo leggero ripercosso lontanamente da tutti gli echi; avvertiva dei soffi leggeri e subitanei sulla fronte, ma non sapeva a chi gridare, perduta da tutti in quella inanime vacuità.
Poi lo sviluppo intellettuale le si affrettò nuovamente con più minacciosi pericoli di vita. Era diventata quasi cupa, evitando la compagnia di tutti per passare le intere giornate dinanzi ad una rozza statuina della Madonna Addolorata nella camera di Rosa. Quando l'interrogavano, sorrideva tristemente o diceva che sarebbe morta presto. La zia Ginevra ne era desolata; il dottore dopo avere indarno tentato tutti i modi per forzare l'ostinazione di quella volontà ammalata finiva col prendersela contro le ubbie religiose, che preparavano nel guasto delle teste infantili le future follie di quasi tutta la gente. Bice passò così qualche mese, poi mutò improvvisamente tornando ai giochi con Lamberto, che in quel tempo non aveva voluto quasi vedere. Si era fatta più bianca, colle labbra vizze e le guance così emaciate, che rendevano anche più grande il suo naso aquilino, di un giallore di cera, quando la luce lo attraversava.
Giorgi aveva sospeso le lezioni di pianoforte, ma veniva tutti i giorni a suonarle qualche musica dolce e profonda. Una volta arrivò colla testa fasciata da un fazzoletto. Bice aveva già saputo dai servitori che la moglie lo bastonava, ma non gliene avevano voluto dire l'orribile motivo di quella figlia, non sua, e che colei confessava apertamente dell'amante. Giorgi nell'insoddisfatta tenerezza del proprio cuore avrebbe voluto educarla piamente per farne poi una maestra elementare, mentre l'altra invece la prendeva sempre seco coll'amante, anche di notte, girellando pei caffè, e non voleva saperne di spese. Tutto il danaro della casa, poichè Giorgi doveva consegnarle ogni fin di mese l'intero stipendio, lo spendeva per sè stessa: era golosa.
La ragazza trascinata dall'esempio cominciava a corrompersi.
Malgrado la propria timidezza, Giorgi quella mattina aveva protestato vedendo la moglie disporsi ad andare colla figlia in casa dell'amante ad una gozzoviglia.
—Che c'entri tu!—era stata la risposta.
Poi lo aveva percosso coll'ombrello, lasciandolo solo sebbene gli vedesse il sangue spicciare dalla fronte. Giorgi, coll'anima singhiozzante, si era fasciato alla meglio per venire da Bice.
—Sono caduto,—si affrettò a risponderle, ma la sua voce aveva una strana dolorosa sonorità.
Bice volle ella stessa rifargli la fasciatura. Strappò ad un cappellino della zia una magnifica cordella nera di moerro, non più larga di due dita, e l'acconciò così bene cucendogliela dietro la testa, e nascondendola sotto i capelli, che quasi non si vedeva: poi gli rimise dolcemente il vecchio cilindro sul capo, che coperse il resto. Durante tutta quella cura Bice era diventata di una serietà, che finì coll'imporre a Giorgi: egli aveva le lagrime agli occhi per ringraziarla, ma non l'osò.
Si mise a suonare.
—Ti ha battuto!—ella interruppe improvvisamente senza nominarla.
Giorgi avrebbe voluto negare, ma Bice invece lo baciò per la prima volta sulla ferita, e andò a gettarsi sopra un divano in fondo al salone. L'altro non suonò più: una grande paura lo assalì che Bice pretendesse il racconto di quella disgrazia, perchè non avrebbe saputo resisterle, e non ne trovava nella propria testa ancora scombussolata un altro da sostituire. Finalmente tornò vicino a lei, Bice piangeva.
—Resta a pranzo con noi, tutt'oggi qui…. lo voglio.
E scappò.
—Rosa,—gridò alla vecchia:—Giorgi è ferito alla fronte…. è stata lei.
La vecchia alzò gli occhi senza rispondere, perchè sapeva già le condizioni di Giorgi, ma negli sguardi di Bice seguitava a dilatarsi un doloroso spavento davanti a questo mistero di una donna, che bastonava un uomo. Poi mormorò:
—Non bisogna dirlo, sai.—
Quel fatto le lasciò una incancellabile impressione.
Lamberto, entrato nel ginnasio, aveva molte più ore occupate di prima, adesso che il padre pareva cominciasse a badargli. Quei giuochi infantili con Bice erano dunque cessati coi calzoni corti di lui, quantunque ella conservasse ancora le piccole gonnelle, lasciando la casa in una nuova quiete anche quando si trovavano insieme, soli, per le vaste stanze. Bice era stata presa dalla passione della lettura.
Quindi De Nittis, diventato quasi il suo solo educatore, le sceglieva i libri, venendo spesso a leggerli con lei o facendola leggere ad alta voce, perchè la musicalità del periodo gliene rivelasse meglio il senso. Ma senza lasciarglielo scorgere la guidava abilmente dai sentieri capziosi della fantasia lungo le grandi vie della storia illustrandone tratto tratto i maggiori monumenti, o smontandole uno per uno i pezzi di qualche costituzione per riassumergliela nuovamente nella biografia di un grand'uomo. Bice non imparava ancora a coordinare colle date tutte quelle varie notizie, ma apprendeva già il senso della vita dai panorama della civiltà come dalle pagine di un immenso album. Quindi la sua educazione senza le solite piccole grammatiche e quei minimi sunti, coi quali si è creduto di provvedere a tutti i corsi dell'università elementare, pareva a molti stravagante, sebbene ella sapesse già gustare molte bellezze negli scrittori, e pur confondendo le epoche vi distinguesse abbastanza bene le diverse virtù dei massimi uomini.
Ma la contessa Ginevra, dal giorno che la maestra di Bice aveva voluto andarsene scandalizzata, non era senza apprensione dinanzi a tali pregiudizi scolastici malgrado tutta la superiorità del suo spirito.
—Fidatevi, contessa,—rispondeva sorridendo De Nittis:—Bice impara le cose prima delle parole, come dovette fare l'umanità. Quando la sua piccola testa si sarà inconsciamente abituata alla grande logica delle idee le basterà un mese per apprendere la grammatica. Giorgi ha ragione: vedete che Bice senza distinguere ancora il valore delle note suona già con profondo sentimento qualche pezzo. Che importa se non diverrà una suonatrice da salone? Sarà per lei una bella qualità di più: forse fra due anni saprà leggere una suonata, gustandola internamente come una pagina di poesia.
La contessa era troppo intelligente per non comprendere queste verità, ma nullameno stentava a difendersi da un sottile senso di umiliazione, quando Bice in mezzo alle giovanette della propria età si rivelava d'un tratto così ignorante della loro infantile istruzione. Quindi ella stessa volle prendere il posto della maestra per insegnarle le solite cose sui manuali di educandato. Bice sulle prime ne fu seccata, poi secondo le profezie di De Nittis in brevissimo tempo percorse tutto quel casellario di piccole nozioni, costringendo spesso la contessa ad arrestarsi nelle proprie spiegazioni davanti alle sue risposte, improvvisamente memori di altre idee. Ma il giorno che la contessa potè mostrare a De Nittis il primo componimento di Bice in italiano, una gita in campagna, scritto con una calligrafia passabile e senza nemmeno un errore di grammatica, le parve di trionfare.
—Fra sei mesi Bice potrà fare altrettanto in inglese e la sua educazione sarà quindi compita,—egli rispose.
La contessa sentì l'ironia.
—Conoscete pure il mondo…. Bice ha quattordici anni:—ma si accorse subito della volgarità, e confessò piuttosto che non aveva voluto vederla, neppure momentaneamente, inferiore alle altre ragazze.
Sopravvenne Bice; voleva da lui la vita di Gesù Cristo di Rénan. Come conosceva quel libro? Chi glielo aveva suggerito?
—L'ho prestata,—disse prontamente De Nittis.—Ti porterò invece, dello stesso Rénan, lo studio sopra S. Francesco d'Assisi.
La contessa e il professore si guardarono, Bice scappò via contenta.
—Le darete quella Vita di Gesù?
—Non ancora, ma dovrà leggerla un giorno. Rénan è una delle anime più profondamente religiose del nostro secolo; il suo scetticismo stesso è più devoto di molte pratiche cattoliche.
Quella doveva essere la grande crisi.
Quando scoppiò, Lamberto faceva l'ultimo anno di ginnasio più monello e più svogliato di prima. Quegli studi classici, colla loro gloria di bellezze morte, non gli parlavano nè alla testa nè al cuore; invece si divertiva agli esperimenti di fisica ed accettava quasi senza ripugnanza la geometria. Ma perchè quel latino e quel greco, insegnati da professori, che impiegavano come gli scolari un mattino a tradurne un periodo? Invece leggeva romanzi sozzi o lacrimosi, che lo appassionavano; poi qualcuno ne diede anche a Bice. Malgrado la corruzione precoce ed inevitabile nelle scuole fra giovanetti di nascita ed educazione troppo dispari, Lamberto non si era però guastato al punto da permettersi con lei modi o parole licenziose; anzi tutto la ragazza gl'imponeva per la superiorità dell'ingegno e quella malinconia del carattere, che in lei pareva già senno di vita, poi addentrandosi ogni giorno più nella facile volgarità del mondo cresceva in lui il rispetto per quella casa, ove persino i domestici erano gravi, e la contessa Ginevra regnava con dolcezza così penetrante. Egli non osava quasi più mischiarsi alle conversazioni di quei vecchi malgrado la perfetta cortesia delle loro maniere. Spesso nella loro parola calma gli sembrava di sentire la profondità dei gorghi, entro i quali s'avventurava coi compagni a pescare risalendo il Reno dalla grande chiusa di Casalecchio, quando il cielo turchino oscillava in fondo alle acque limpide o lievemente rugate alla superficie dal soffio del vento. Quegli uomini, più semplici assai dei professori, che lo redarguivano aspramente dalla cattedra, avevano un linguaggio differente anche per dire le cose più comuni; ma ascoltandoli si accorgeva di comprendere subito quello, che non aveva mai nemmeno osservato.
Bice invece era del loro ambiente: per essa tutti mostravano una dolce premura, della quale la vanità di Lamberto non trovava modo d'ingelosirsi. Anzitutto Bice era donna, così debole ancora da cader malata di giorno in giorno, poi una inesprimibile alterezza le cingeva la fronte malgrado la soavità del sorriso e la luce di lampada sacra, che le brillava in fondo agli occhi. Adesso il suono stesso delle sue parole faceva sentire meglio il peso di certi suoi lunghi silenzi. Il dramma della donna le si dibatteva già nella coscienza di giovinetta. Sulle prime fu uno sbigottimento del mondo. Era sola, senza aver mai conosciuto nè babbo nè mamma, perchè non ricordava nemmeno confusamente le loro sembianze: un deserto buio e silenzioso si stendeva quindi al nord della sua vita senza che gli occhi dell'anima potessero mai sperare di scorgervi l'oscillare di un'ombra. Era cresciuta sotto la pietà di una zia e per cura di alcuni vecchi amici riunitisi quasi per disputarla alla morte, ma dei quali nessuno avrebbe potuto dirle ancora il segreto perchè di quella sua così monca esistenza. Attraverso tanti libri letti ella rimaneva sempre nella stessa ignoranza: erano quadri della vita, teorie sulla natura, ricordi di epoche scomparse, tutto un tumulto di fisonomie e di spiegazioni, di casi e di leggi, nei quali la mente dei più grandi si era già smarrita, mentre il mondo seguitava ad avanzare sicuro fra i crolli delle proprie più micidiali contraddizioni. La sua educazione intellettuale, per quanto involontariamente avanzata, non poteva fornirle soccorsi contro le rinascenti dolorose domande della coscienza. Come sempre il problema morale instava prima di ogni altro. Perchè era nata? Perchè il babbo e la mamma erano morti così? Perchè la morte con tutti i dolori, che la precedono, e il male più profondo ancora e più inintelligibile del dolore alzava sempre e dappertutto la sua oscena protesta contro la bellezza della creazione e la giustizia del creatore? Perchè? Bice non si sentiva ancora tremare in fondo al cuore i fondamenti della fede cristiana, come la vecchia Rosa gliela aveva grossolanamente insegnata, ma sbigottiva già che tanti grandi uomini avessero potuto uscirne, gettandosi fra i vortici urlanti delle onde, piuttosto che rimanere nella timida sicurezza di quello scoglio a pregare invano dal cielo un'ora di luce e di calma.
Su quell'argomento nessuno de' suoi amici le rispondeva.
Come poteva Ambrosi, materialista convinto, essere così buono dal momento che la virtù non avrebbe ricompensa, e il suo nome stesso non significava più nulla?
—Vi sono pure i fiori che odorano e i fiori che puzzano—egli le aveva risposto scherzando per non addentrarsi nella questione:—differenza di oli essenziali in loro e di olfatto in noi.
—Non sperate in un'altra vita?
—La speranza si perde anche in questa.
Bice rimaneva malinconica. Accompagnava la contessa Ginevra tutte le domeniche a messa colla contessa Maria, ma fra il culto poco più che formale dell'una e la devozione ardente dell'altra non riusciva a quietarsi. La contessa Maria non sapeva dirle che: prega! Erano tentazioni del demonio, i primi effetti del mondo sulla sua coscienza dì giovinetta: bisognava supplicare da Dio la grazia della fede, che sorvola gli ostacoli come l'uccello s'innalza cantando nei cieli. Pregare ed amare! Quaggiù non si doveva combattere il peccato, ma convertirne gl'infermi al bene, accettando il dolore come una rivelazione, che Cristo rinnovava in noi del suo martirio. Era la stessa teorica di Giorgi, l'ebbrezza di un olocausto continuo di tutto sè medesimo a Dio, considerando la terra come un immenso altare, intorno al quale gl'incensi soffocavano i miasmi, e la sinfonia trionfale della preghiera copriva i rantoli degli addolorati.
Anche De Nittis le ricusava ogni spiegazione per non interrompere coi dogmi di un qualunque altro sistema, non più vero o più vasto di quello cristiano, l'elaborazione dalla quale doveva uscire il suo carattere spirituale. La natura profondamente religiosa di Bice aveva bisogno di questa crisi per riconoscere sè stessa. Invece egli l'iniziava alle rivelazioni delle grandi letterature per apprenderle nella passionata varietà di tutti i loro aspetti la tragica uguaglianza dello spirito umano. Ma anche lì tutto era problema. Mentre le anime liriche gridavano solitarie per un intero popolo, del quale la voce s'intendeva appena come un murmure, altre più forti s'immolavano nell'azione fra il timido egoismo della folla egualmente incapace di resistere al loro dramma o di entrarvi; e altre ancora suggevano come farfalle il nèttare dei fiori con immemore golosità, o librate vertiginosamente sui pinnacoli di tutte le credenze gettavano una scettica sfida alla credulità delle turbe, nella quale i cuori più mistici venivano a bruciarsi come sopra ad un rogo; ma a tutte le epoche e per tutte le regioni, popoli ed individui avevano, al pari di lei in tale momento, vissuta la tragedia di quel problema, e ne erano morti. Lo spirito poteva momentaneamente obbliarsi nelle proprie effimere passioni, giacchè ogni nuova domanda gli ricadeva sempre sul grande quesito di sè stesso, come sul coperchio di un sepolcro, traendone sonorità raccapriccianti.
A che cosa credeva De Nittis? Dove era Dio? Cristo era Dio?
—Ditemelo voi, maestro!—esclamò un giorno che erano soli in quel gabinetto, leggendo l'Imitazione di Cristo.
—T'affanneresti così se io potessi dirtelo? Questo libro è l'amore divino, il Cantico dei Cantici è l'amore umano.
—Perchè due amori?
—Bisogna amare per saperlo.
Ma ella vibrava ancora: abbassò la testa, poi risollevandogli gli occhi in viso:
—E dopo l'amore sempre la morte…?
—Spesso molto dopo,—egli replicò malinconicamente.
Poi alcuni grandi capolavori della letteratura amorosa distolsero Bice da quelle prime preoccupazioni religiose. A diciott'anni era ancora così magra e così pallida. La sua statura sarebbe stata normale, se l'estrema gracilità di tutto il corpo e la incurvatura del petto, che l'obbligava a tenere quasi sempre la testa bassa, non l'avessero fatta parere più piccola. Il suo collo stesso, troppo sottile, si piegava già al peso della sua testa, sulla quale i magnifici capelli neri sembravano aumentare quasi mostruosamente; ma in tutto il resto nessuna grazia di donna rammorbidiva ancora le angolosità della sua giovinezza in preda ai primi orgasmi primaverili. Solo il suo volto era dolce, quantunque sparuto, e una nativa eleganza le metteva in ogni atteggiamento quella inesprimibile vaghezza, che pare una inconsapevole preoccupazione d'amore anche quando questo non si è ancora rivelato. Adesso la sua vasta ed originale educazione cominciava a renderla singolare. Nessuna delle sue compagne, benchè poche ne frequentasse e nemmeno fra queste avesse un'amica, avrebbe potuto rivaleggiare con lei: sapeva quanto loro il francese e l'inglese, ma conosceva i grandi libri di tutte le letterature, e senza aver disegnato alcun fiore o suonato un pezzo di bravura sul pianoforte s'intendeva abbastanza di pittura e di musica per non sentirsi alcun gusto per l'arte da salone. Infatti De Nittis col solo soccorso della scuola bolognese aveva potuto apprenderle dopo la squisita semplicità dei quattrocentisti la decadenza ancora abbastanza vigorosa del seicento nella sua doppia espressione sentimentale ed accademica, preparandola all'entusiasmo pel Correggio, il suo pittore preferito. Bice aveva quasi creduto di delirare a Parma nella cappella dei suoi capolavori.
Quella era stata la suprema rivelazione della bellezza, che nemmeno le venustà del Tiziano o le più ideali figure di Raffaello poterono poi in lei sopraffare. La bellezza era dunque come il genio un segno di Dio sopra alcune creature, perchè tutte le altre pensassero a lui; ma per lei tanto meschina, che anche il sesso le rimaneva quasi senza forma, quella gloria di sentirsi adorabile e adorata resterebbe sempre un rimpianto. Invano il suo cuore s'innalzerebbe verso le regioni dell'amore sui canti più ardenti dei poeti, o sugli effluvi più vitali della natura dal momento che nessuna virtù spirituale poteva nella donna sostituire quella bellezza, della quale l'anima sembra aver bisogno per obliarsi nell'adorazione.
Quindi comprese anche troppo bene le spiegazioni di De Nittis sull'arte antica, oggi quasi inintelligibile anche alla maggior parte delle persone colte, dacchè nessun popolo dopo i greci intese più la bellezza come una verità più viva della realtà stessa, nella quale il difetto esprimeva un tentativo infelice della natura per raggiungere qualcuno dei proprii tipi. A che cosa serviva dunque una gioventù senza bellezza? Perchè tale crudele contraddizione? Perchè sua madre era stata anche più bella della zia Ginevra, nella quale brillavano tuttavia le traccie di una ammirabile leggiadria? Bice non aveva di questa che le mani, ma senza l'aristocratica morbidezza, che aveva rese celebri quelle della contessa: tutto il resto non avrebbe potuto inspirare che una simpatia di pietà. Nullameno il suo istinto di donna cercava di resistere a questa diminuzione di sè stessa. Se in quasi tutti i capolavori delle letterature le donne erano di una bellezza disperante, non mancavano però eroine senza bellezza, rese immortali dal genio degli uomini, che le avevano amate. L'anima aveva dunque anche essa una luce capace di rendere agli occhi di un amante il corpo, nel quale era chiusa, non meno ideale dei più vantati modelli dell'arte. Ella non avrebbe quindi amato che un uomo abbastanza grande da vederle l'anima attraverso quel suo magro viso dì anemica, amandola come le anime sole possono amare. Naturalmente l'eroe del suo pensiero era Amleto, il pazzo sublime tanto poco compreso da Ofelia. In quell'inevitabile romanticismo della giovinezza l'amore le si univa ancora ad una idea di sventura, come quella del mare alla paura delle tempeste. Invece la grande tragedia di Otello le lasciava nello spirito un incomprensibile orrore. Quel moro, ardente come il sole, che ghermendo un'ingenua fanciulla la trascinava sotto la propria tenda di soldato per soffocarla brutalmente al primo sospetto, rimaneva un enigma per il suo pensiero. Si può uccidere quando si ama? L'amore istantaneo, leonino, che rugge e squarcia alla più lieve difficoltà di una carezza, non doveva essere umano, giacchè l'anima non aveva nemmeno il tempo di fondervisi. Ella si diceva che Otello non amava, e nullameno i suoi urli di dolore sotto le punture avvelenate di Jago, le sue incertezze tremebonde nella camera di Desdemona prima di accostarsele al letto, la sua disperazione e la sua morte erano di un patetico ben più profondo che la simulata pazzia di Amleto. Si poteva dunque amare colla tenerezza balbuziente di un bambino, e sbranare colla ferocia irrefrenabile di una belva, appena il sangue accendendosi per le vene mandasse al cervello le proprie fiamme rosse, e gli occhi vedessero naturalmente sangue dappertutto?
Attraverso tutto l'orrore della propria paura ella sentiva nella morte di Desdemona una passione, che Ofelia stessa non avrebbe potuto comprendere malgrado tutta la propria tenerezza di fanciulla. Infatti quell'ultima menzogna per accusare sè stessa provava forse la superiorità di Otello su Amleto, perchè una donna non può amare così senza essere stata altrettanto amata.
Ma da queste illustri passioni immaginarie rientrando nel salotto ove la zia l'attendeva fra quei vecchi, le sembrava come d'inoltrarsi in un tempio; lì tutto era calmo, le parole avevano una dolcezza pacificatrice, un suono profondo come quelle anime stesse, cui le bastava di volgere una domanda perchè trovassero subito, simultaneamente, per lei una risposta. Però Bice parlava poco. Solo De Nittis sapeva condurla qualche volta ad una discussione, urtandole lievemente lo spirito per sprigionarne l'originalità con un dolce orgoglio di padre. Infatti nessuno di loro aveva altrettanto contribuito alla formazione di Bice all'infuori di Rosa coll'imprimerle incancellabilmente nello spirito la propria fede grossolana: tutto il resto era stata opera sua. Senza di lui Bice sarebbe diventata una ragazza forse peggiore delle altre, giacchè la contessa Ginevra cedendo alla moda di farla studiare maschilmente non avrebbe forse tratto dal suo spirito inquieto che una delle solite mostruosità letterarie. De Nittis, invece, nel proprio orrore di tutte le falsificazioni spirituali, giudicava la donna lanciata nella carriera dell'uomo una delle più odiose aberrazioni moderne, dacchè corpo ed anima, tutto in essa è egualmente atteggiato dalla maternità. Quindi iniziandola quasi contemporaneamente ai segreti dell'arte e a quelli della scienza, aveva saputo salvarle il carattere dal doppio pericolo del dilettantismo e dell'incredulità: così Bice avrebbe meritato di salire nell'amore di ogni uomo per la sua stessa capacità di tutte le più umili funzioni femminili, senza false superbie di signora o assurdi orgogli scolastici. In questo la contessa Maria colla sua bella umiltà cristiana aveva aiutato l'opera del filosofo. Bice credeva ancora come una fanciulla del popolo, quantunque con una più alta interpretazione dei simboli religiosi, ma in sostanza le sue idee erano tutt'altro che chiare. Scienza e filosofia mostrandole più che altro degli spettacoli, senza che la sua ragione muliebre potesse davvero afferrarne le linee e indovinarne le cause, le avevano lasciato nello spirito una incertezza simile a quelle nebbie leggere, che si formano costantemente nelle valli, e difendendole dai raggi troppo cocenti del sole vi assicurano la fecondazione. In questa educazione sentimentale, come De Nittis l'aveva voluta, Giorgi era quindi stato più fortunato di lui, portandola spesso colla propria musica nelle lontananze più celesti per farle sentire le intime corrispondenze dell'anima colla vita, che si svolgeva al di là del loro azzurro eternamente misterioso. Nullameno tutta la devozione di quelle anime non bastava al suo cuore.
Un bisogno le cresceva di un altro amore più profondo ed impetuoso, che mescolasse nel fiume di una maggiore vita il rivo limpido e canoro della sua. Così sola le pareva dì soccombere ad un peso misterioso, sotto il quale soffocassero tutte le tenerezze dell'anima, sebbene nessuno le avesse ancora parlato d'amore, nemmeno Lamberto. Gli altri giovani, che venivano talora in visita dalla zia, erano troppo simili l'uno all'altro in una medesima insignificanza di figurino per sentire l'amore, del quale ella aveva preso il contagio nei libri, imparandone quasi contemporaneamente dalla scienza i più impuri segreti, mentre le saliva dal cuore in una gloria di astro.
Lamberto a diciott'anni, spaventato degli ultimi esami liceali parlava di andare all'Accademia militare di Modena per uscirne ufficiale di cavalleria. Le sue relazioni con Bice, rimaste pure malgrado i disordini inevitabili del suo noviziato nel mondo, gli facevano provare più vivamente l'abbandono del padre, caduto nelle unghie di una ballerina, che lo teneva quasi sempre presso di sè, mungendogli grosse somme di denaro. La zia Ginevra invece e i suoi vecchi amici adesso lo trattavano da uomo con una cortesia piena di buoni consigli e di delicate attenzioni. Quando veniva a trovarli, provava quasi un rammarico contro la propria vita licenziosa, giacchè la precoce esperienza del vizio, lungi dall'intaccare la sua sana natura, pareva anzi presso a destarvi una salutare reazione.
Naturalmente i suoi discorsi con Bice pigliavano una piega galante. Quelle loro amabilità dei primi anni, diventando ogni giorno più difficili per eccesso di significato, dovevano necessariamente finire in una scherzosa ironia, o in una dichiarazione d'amore. Bice non era solo una giovinetta di vero ingegno e della più squisita educazione, ma una delle più ricche ereditiere della città, col vantaggio di poter disporre liberamente di sè stessa. Involontariamente Lamberto ci veniva pensando anche pei suggerimenti degli amici, già abbastanza pratici del mondo per riconoscere come nel matrimonio l'interesse debba fatalmente prevalere alla passione; mentre a lui quella sua grande bontà di fanciulla e lo splendore della posizione facevano sognare di una vita calma e signorile.
Ella non pareva più con lui così serena. Il sorriso le si arrestava talvolta sulle labbra, come se la sua stessa superiorità intellettuale l'agghiacciasse nel timore di non apparirgli abbastanza donna come tutte le altre. Intatti Lamberto la dominava colla statura; era bruno, forte, agile, con gli occhi neri, lampeggianti, e i baffetti nascenti sulle labbra rosse come due garofani: ma un'aria di bontà temperava la soverchia arditezza della sua fisonomia, che l'abbandono di ogni falsa pretensione rendeva anche più amabile.
Un giorno passeggiando con lui nei giardini pubblici, Bice sentì l'invidia delle altre ragazze, che le attribuivano già Lamberto per amante. Sulle prime se ne spaventò, l'altro incerto di esserle dispiaciuto chiese il perchè di quella improvvisa bruscheria; poi quando si rividero, Lamberto scherzò su quel caso, Bice arrossì. Erano soli nel gran salone giallo. Improvvisamente ella aveva sentito vanire tutto quanto sapeva dell'amore dinanzi a lui, prima ancora che le avesse detto nulla. Quell'impaccio durò finchè venne la zia per far rimanere Lamberto a pranzo; Bice incollerita seco medesima soccombeva già all'amarezza di sapersi troppo brutta per essere amata, mentre l'altro abituato sin da fanciullo alla dolente singolarità della sua figurina aveva sempre avuto per lei una dolce simpatia. Quindi cogli amici, che accusavano Bice di essere brutta, aveva sempre protestato:
—Non la conoscete.
Ma non credeva ancora di essere amato. Quando finalmente se ne accorse, la nobile purezza di quell'affetto gli diede quasi una impressione di scoraggiamento: quella povera abbandonata veniva a chiedergli tutto l'amore del babbo e della mamma, che non aveva conosciuti, offrendogli innocentemente colla propria mano la più ricca dote della città.
La sua emozione fu così sincera che Bice ne provò il contraccolpo, ma non ne parlarono che molto dopo, come se si fossero già pienamente intesi in quell'attimo. Nessuno fece opposizione, meno la vecchia Rosa, che sembrò disapprovare mutamente; poi fu deciso che Lamberto andrebbe ugualmente all'Accademia di Modena, e sposerebbe Bice solamente dopo il secondo anno di reggimento. Intanto la cosa resterebbe segreta.
—Siete ancora liberi,—aveva detto la contessa Ginevra:—cinque anni sono lunghi.
—No,—rispose Bice, alla quale il matrimonio con Lamberto sembrava già conchiuso, dacchè le loro anime si erano intese.
Al momento di partire per Modena, Lamberto diede il primo bacio a Bice, sulla fronte, dinanzi alla zia Ginevra: Bice non pianse. La sua calma, che Lamberto ammirò come uno sforzo supremo della volontà, parve invece fredda a De Nittis, quantunque Bice diventasse dopo malinconica. Ella invece s'interrogava curiosamente: era dunque quello l'amore celebrato nei poemi, che seminava di tante tragedie la vita dell'umanità? Adesso che non era più sola, si sentiva egualmente fredda, senza nessuna di quelle febbri, alle quali aveva creduto di doversi attendere. Nullameno le prime lettere di Lamberto, calde della fraseologia solita a tutti gl'innamorati, provocarono in lei l'esplosione di sentimentalità ancora più eloquenti.
Come accade quasi sempre, il primo amore fu per Bice una fioritura letteraria. Lamberto lontano diventava il grande fantasma romantico della sua vita con tutti gli ornamenti dei drammi, che le erano rimasti più profondamente impressi; la sua immaginazione si compiaceva a seguirlo tra la folla di quegli alunni come un prescelto, cui la terribile gloria delle armi sorridesse già attraverso la letizia di quell'idillio ma, vedendolo la prima volta così vestito da collegiale, le parve quasi dolorosamente ridicolo. Invano Lamberto tentò di scherzare sulla goffaggine della propria uniforme, raccontandole quella vita di collegio colla simpatica ingenuità di un novizio: Bice non vi sentì invece che la pedanteria e la vacuità di una carriera, nella quale la divisa e il cavallo rappresentavano fatalmente tutto l'ideale. Nessuna grandezza di guerra, nessun lampo d'eroismo era più possibile; l'Accademia educava gli ufficiali come i seminari allevano i preti: una stessa volgarità burocratica in ambe le classi, e la medesima preoccupazione professionale.
Così passarono molti mesi.
Invece Lamberto in quella specie di esilio scolastico l'amò con passione crescente. Già si era accorto che il padre, sempre più incapricciato di quella ballerina, gli aveva consentito la scelta di tale carriera piuttosto per trarselo di fra i piedi che per riconoscerla buona; quindi Bice diventava il suo unico affetto nel mondo. Le loro lettere se ne risentirono; quelle di lei splendide di poesia si smarrivano talvolta in preziosità sentimentali, come in un compiacimento raffinato di analisi sopra sè stessa, mentre in quelle di lui, più semplici ed impetuose, vibravano spesso gli accenti veri del cuore. La vita di Bice però era sempre così calma. Allora occupava quasi tutto il giorno con Giorgi a provare qualche pezzo di musica, o a discutere la grande edizione delle sue opere, per la quale ella stessa aveva offerto i fondi necessari; ma Giorgi sorpreso dagli scrupoli degli artisti, che tardarono troppo ad affrontare il pubblico, non sapeva più come scegliere fra così ricca varietà di scritti, coordinandone la serie in modo, che esprimesse egualmente il progresso della sua arte e lo sviluppo della sua idea.
De Nittis persuaso da Bice a preporvi uno studio critico sulla musica sacra, in una specie di prefazione al primo volume, sorrideva di quelle incertezze.
—Per conquistare la gloria tu stai per perdere la fede: perchè ricorreggi, amico mio?
Giorgi tremava.
—La gloria è difficile.
—Essa è l'ultimo amore, ma forse tradisce anche più crudelmente degli altri. Perchè la folla ci amerebbe più di un individuo? Essa non ci indovina che al terrore o al piacere, di cui la facciamo fremere, ma non ci può comprendere che morti.
—Nemmeno voi finirete dunque la vostra Storia di Dio?
—Non avete mai voluto leggermene nulla,—intervenne Bice.
—A che pro? tu sei nel primo amore, io e Giorgi abbiamo oltrepassato l'ultimo.
Bice credette di sentire nelle parole di De Nittis una sottile punta d'ironia. Dubitava egli della sua passione per Lamberto o, credendovi, la pungeva di amare con passione sì riposata? Certo la sua anima non aveva ancora provato alcuna di quelle commozioni, che sembrano mutare la nostra composizione spirituale; anzi le musiche di Giorgi la lasciavano spesso estenuata per lunghe ore, collo spirito natante in una pienezza di beatitudine, che nessuna lettera di Lamberto aveva ancora potuto darle. Di che dunque parlava quella musica? A chi parlava? V'era qualcuno, cui rivolgersi così, e che potesse rispondere? Questo slancio verso Dio era forse l'ultimo sforzo dell'amore umano inappagato o tradito? Amleto sulla fossa di Ofelia aveva lanciato a Laerte una sfida trionfante persino della morte; la Sulamitide, errando per la notte in cerca del proprio bello, aveva destato colle grida tutta l'immensa città: era quello l'amore?
Qualche sera il suo sguardo studiava lungamente il viso della contessa Ginevra, florido e tranquillo nell'ombra dorata del paralume. Aveva ella amato il conte Ramponi, giacchè Bice non avrebbe potuto supporle altri amori? Eppure non lo ricordava più: quel marito era dunque ben morto per lei. Forse i libri mentivano dipingendo l'amore come una tempesta di fiamme, nella quale gli spiriti andavano consunti, mentre invece nella vita quasi tutta la gente aveva tempo d'invecchiare dopo essere passata attraverso molti amori, e spesso a più di un matrimonio. Un'amarezza pessimistica le stringeva quindi il cuore dinanzi a tale immutabile prosaicità, che le impediva di provare con Lamberto una sola di quelle estasi così ben descritte nelle liriche dei grandi poeti; ma forse anche per loro tutte quelle visioni e quei suoni erano saliti dolorosamente verso un mondo più alto, come s'innalzano indarno verso il sole gli effluvi della terra.
I mesi più dolci per Bice erano quelli del mare e della campagna: Prinetti aveva una masseria vicino alla loro villa, De Nittis arrivava spesso in visita restandovi per intere settimane, mentre il dottore compariva appena qualche volta a pranzo, sempre d'improvviso, per ritornare subito ai propri ammalati. In quella salute dei campi anche Bice rifioriva. Il suo temperamento forse un po' frigido, lungi dal turbarsi all'immensa suggestione amorosa di tutte le piante, pareva invece farvisi più limpido e soave. Due volte Lamberto venne in permesso da Modena senza che Bice se ne mostrasse alterata: anzi il suo contegno affettuoso ma calmo mise l'altro in soggezione. Che cosa era accaduto? Il loro matrimonio non era già stabilito? Quando il discorso vi cadeva per caso, Bice ne parlava come di cosa avvenuta, ed egli non sapeva come replicare. Nullameno una volta, le disse che era diventata fredda e lo amava meno.
Ella lo guardò serenamente:
—Tu mi ami dunque di più?
—Sì,—rispose, avvolgendola in uno sguardo luminoso.
Ella abbassò la testa.
Quando si divisero, Lamberto tentò alla sfuggita di abbracciarla:
—Bice!
Ma il sopraggiungere della zia impedì loro di continuare.
Lamberto ne riportò una impressione assiderante, poi la vita all'Accademia lo distrasse, e finì col dirsi che forse era meglio così, trattandosi di un'amante che doveva sposare. Quindi a poco a poco la loro passione si raffreddò davvero in un affetto più tranquillo, quale veramente conveniva ad un matrimonio. Lamberto, credendosi sempre abbastanza amato, riposava sicuro sull'avvenire, Bice sembrava invece non pensarci quasi più; ma quando egli le comparve finalmente davanti nell'elegante divisa, a mostreggiature bianche, del reggimento Novara, trionfante nella propria giovinezza di soldato, del quale le armi erano ancor vergini e l'assisa appena una decorazione, Bice si sentì vinta di nuovo. Poi lo vide caracollare sotto le sue finestre, facendo spiccare al proprio cavallo inglese balzi prodigiosi fra l'ammirazione della gente, che si fermava a guardarlo.
Lamberto divenuto uomo aveva trovato senza sforzo quella superiorità maschile, davanti alla quale la donna soccombe quasi sempre. Questa volta Bice era innamorata, egli invece non le serbava in fondo al cuore che una grata benevolenza, col fermo proposito di farla sua moglie. Allora le lettere ricominciarono più frequenti, quelle di Bice quasi ardenti e con minori intenzioni letterarie, le sue invece artifiziose e galanti: ma nella vita più libera del reggimento egli poteva tornare più spesso a Bologna per restare con lei qualche giorno. Già da parecchio tempo il loro matrimonio non era più un segreto per alcuno, dacchè Lamberto stesso ne aveva parlato cogli amici, e suo padre se ne andava vantando per la città. I pareri oscillavano al solito per la troppa sproporzione delle ricchezze fra lui, sottotenente con forse duecentomila lire di patrimonio, se il babbo morisse a tempo, e lei che un giorno avrebbe avuto due milioni di dote: ma la simpatia, imposta dalla bellezza di Lamberto e dalla gioconda bontà del suo carattere, trionfò presto delle maggiori invidie. Poi una sposina così brutta poteva benissimo essere ricca.
I due anni assegnati per termine agli sponsali stavano appunto per finire, quando accadde a Lamberto quello sciagurato incidente al Gambrinus e il duello col tenente Ravizza, di cui al solito i giornali s'interessarono troppo.
Lamberto non aveva dubitato nemmeno un istante di Bice, sapendo di non essere molto più scapestrato dei propri compagni, e che quell'incontro con Ester, la celebre mima, era stato davvero un puro caso; ma nel discendere le scale del palazzo di Bice si diceva che tutto era perduto.
Il carattere della fanciulla era di quelli, sui quali è impossibile ingannarsi.
Tristemente, a testa bassa, uscì dal portone, e traversò la strada per voltarsi a guardare le finestre del gabinetto, nel quale la zia Ginevra riceveva da quindici anni quei vecchi amici; gli pareva che una catastrofe fosse accaduta lì intorno. La strada era quasi vuota; rimase immobile senza provare rimorsi, colla coscienza confusa che la sua vita mutava per uno di quei bruschi rivolgimenti, che ci lasciano soli nel mondo.
Attese ancora qualche minuto, poi accorgendosi che la gente l'osservava, se ne andò.