IX.

Quando le dissero finalmente di aver trovato la contessa Ginevra morta nel letto per un colpo fulminante di apoplessia, Bice cadde in convulsioni; poi rinvenendo fra il dottore e il marito:

—Se non ti avessi!—aveva esclamato, afferrando con una specie di spavento la mano di questo.

La contessa Maria, ammirabile come sempre di devozione, rimase parecchi giorni al suo capezzale per ammonirla che adesso più alti doveri le imponevano di soffocare le mormoranti ribellioni del suo cuore contro i voleri di Dio. Se la contessa Ginevra era morta senza i conforti della religione, la sua anima era troppo bella e la sua vita troppo pura per temere che Dio non l'avesse accolta fra gli angeli del suo paradiso: e la voce della contessa Maria in queste esortazioni aveva un tono di sicurezza esaltata, alla quale Bice non avrebbe saputo come opporsi. Ma parlandole dei riguardi dovuti alla creaturina, che stava per nascere, ella stessa era ripresa dalle dolci paure del parto, questo mistero dei misteri anche per le madri, e nel quale nessuna luce di pensiero ha ancora saputo penetrare.

Dopo la morte della contessa Ginevra, Bice, come unica erede, aveva seguitato ad abitarne il palazzo senza cangiarvi alcuna disposizione. Tutti i servitori avevano ricevuto la pensione restando in servizio, benchè non avessero più nulla a fare, dal momento che ella non voleva intorno se non Margherita, Tonina e la vecchia Rosa oramai rimbambita. De Nittis, compiuti i trent'anni d'insegnamento, rinunciò alla cattedra per compiacere Bice, paurosa di restar sola ed incapace di occuparsi di amministrazione. Infatti il suo patrimonio, quantunque abbastanza ben amministrato, avrebbe avuto bisogno di molte riforme e di una più intensa vigilanza. Con quella ammirabile duttilità d'ingegno, che era una delle sue doti più caratteristiche, De Nittis vi si accinse quindi alacremente riuscendo in poche settimane a rendersi conto di ogni errore nel sistema e dei vizi delle persone: poi libero da qualunque suscettività avara, e colla bella indulgenza acquistata in quella lunga austera vita di studio, non precipitò a reazioni imperiose. Espose tutto a Bice, che lo ascoltò senza capire consentendo anticipatamente a quanto stava per chiederle. La sua idea, semplice e chiara, era di cedere tutti i terreni in una lunga affittanza, che costringesse il locatario nel proprio medesimo interesse a coltivarli senza risparmi; così il patrimonio sarebbe aumentato di rendite e di capitali. Naturalmente agenti e fattori sarebbero stati pensionati, meno quei due o tre fra i migliori, ai quali verrebbe affidata la sorveglianza degli stessi affittuari. Questo sistema era il solo per non lasciare Bice, nel caso troppo pronto di una vedovanza, in balia di un personale d'amministrazione naturalmente proclive ad ingannarla. Se fosse stato più giovane, si sarebbe messo egli medesimo alla testa di quegli ottanta poderi per compiervi una rivoluzione agraria ed agricola, ma non potendo più averne nè il tempo nè il modo si limitò a guarantire contro la naturale rapacità degli affittaiuoli tutti i vecchi patti colonici dei contadini condonando a questi anche i debiti.

Questa semplificazione, così logica, comportò nullameno molte trattative e disturbi, durante i quali De Nittis rimpianse più d'una volta la propria cattedra, sentendo per un'ultima amara ironia della vita crescervi intorno la celebrità appunto dopo quella volontaria rinuncia. Vi era stata per lui all'università una specie di festa, della quale i giornali avevano parlato anche fuori della provincia; così al momento di abbandonare per sempre quell'aula, nella quale il suo pensiero si era svolto per tanti anni in spirali luminose, la commozione lo vinse.

Doveva essere l'ultima data della sua vita.

Tutti i sogni e i dolori passati gli fecero ressa al cuore: l'aula rigurgitava di scolari, alcuni professori erano presenti. L'applauso, fragoroso ed insistente alle sue prime parole di saluto, gli mozzò il respiro costringendolo ad abbassare la testa per nascondere le lagrime, che gli cadevano grosse dagli occhi. Quella folla volgare, sempre la medesima di tutti gli anni, in tale momento si trasformava anch'essa come accade sempre a tutte le folle sotto la pressione di un qualunque sentimento. Egli era già morto per loro, che salivano gaiamente l'erta della vita: il suo pensiero non li incontrerebbe più, la sua voce non potrebbe più scrollare colle proprie sonorità certe fibre recondite della loro coscienza. Ritto sulla cattedra, come sulla tolda di un vascello che salpi per un altro mondo, egli si sentiva lo sguardo vago e la fronte battuta dal vento.

Qualche cosa piangeva in fondo al suo cuore, come piangono talora gli emigranti poveri, ammucchiati giù nella stiva, quando intendono levare l'ancora.

Il rettore, altri professori, altri studenti sopraggiunti, lo acclamarono con un entusiasmo crescente e mano mano più incomprensibile, quasi solamente allora, disceso dalla cattedra, indovinassero confusamente in lui il grand'uomo. Nell'uscire dal portone dell'università l'ovazione ebbe uno schianto di tempesta, poi un'altra folla sì aggiunse a quella degli studenti per accompagnarlo a piedi sino al palazzo di Bice, rimanendo qualche minuto ad applaudirlo sotto le finestre.

Bice, nel vederlo così pallido, corse ad abbracciarlo dondolandosi a stento, perchè la gravidanza già inoltrata le aveva deformato il ventre, e tolta ogni forza alle gambe.

—Piangi!—esclamò intenerita.

Egli fece uno sforzo per dissimulare:

—Ho assistito ai funerali del mio ingegno, sono cerimonie sempre un po' tristi.

L'intimità della loro vita si restrinse ancora. Prinetti adesso veniva a trovarli tutti i sabati, sempre così grasso e tranquillo in quella scabrosa missione di far da padre a tre nipoti scapestrati, ma evitava di parlarne. Evidentemente il suo cuore soffriva nel proprio profondo di quanto la sua esperienza era costretta a profetare di loro; poi la sera, nel medesimo salotto della contessa Ginevra, non si radunavano più che la contessa Maria, il dottore e qualche volta la vecchia Rosa, in un angolo, muta e rugosa come una mummia.

Naturalmente la grande preoccupazione era il parto di Bice. Una attesa piena di trepidazioni occupava tutti dinanzi al problema di quel rinnovellamento della vecchia casa, una fra le più grosse della città; poi la modestia della sua vita anche più ritirata dopo la morte della contessa Ginevra, il tatto finissimo di De Nittis, diventato finalmente una illustrazione cittadina, avevano finito col disarmare ogni malevolenza. Si seppe loro grado di non fare alcun lusso, si vantarono le loro carità segrete, esagerandole per quella incapacità del mondo a valutare esattamente cose e persone. Bice non compariva quasi mai in pubblico, non si era montato un appartamento, usciva ancora nella carrozza della contessa Ginevra, quasi sempre colla contessa Maria, per rendere le visite d'obbligo. Ma nessuno la disse bigotta.

In quella ineffabile tenerezza del sapersi madre la divozione alla Vergine le aveva rifiorito nel cuore come un mistico roseto bianco. Le pareva di essere ella medesima il tempio del più grande fra i misteri, meravigliandosi di tanta semplicità della vita, che ricominciava nel suo grembo per proseguire chissà attraverso quante generazioni l'opera assegnatale da Dio. Lunghe fantasticherie la traevano nel futuro sulle traccie di coloro, che sarebbero nati dalla sua sostanza, mentre di lei non saprebbero forse nemmeno il nome, e sentiva di amare anche questi sconosciuti, nei quali il suo cuore seguiterebbe a soffrire e a pregare. Poi le paure la riprendevano violentemente di non bastare alla maternità, infondendo col latte e colla parola una seconda vita al proprio bambino: abbandonarlo così, morirne, quasi il bambino potesse mai essere una malattia per la madre! Ella non ne parlava con alcuno, perchè non vi potevano essere risposte a tali domande, e sapeva già anticipatamente quelle che avrebbe ricevuto; ma gli altri spesso la indovinavano. Allora ella cercava di farsi più forte ed allegra specialmente sotto gli sguardi di Ambrosi. Il vecchio medico rispondeva adesso con una indifferenza quasi sprezzante alle interrogazioni, colle quali De Nittis e la contessa Maria lo tentavano qualche volta, quando Bice non era presente. E che era forse un miracolo il partorire? Per quanto questa funzione potesse parere importante nell'organismo e meccanicamente difficile, la natura vi adoperava una tale insondabile riserva di forze che tutte le donne ne erano capaci, anche le più gracili. I pochi casi di morte dipendono sempre da colpevoli strapazzi o da vizi di struttura, anche questi estremamente rari; quindi citava casi su casi di donne, che al vederle avrebbero dovuto soccombere, ed invece avevano trionfato.

—La vita si è assicurata un ingresso facile, sapendo che tutto le sarebbe dopo difficile.

—Quando cesserete dunque di essere pessimista?—esclamò la contessa
Maria.

—Quando avrò capito che torna conto a soffrire.

—Credete in Dio.

—Voi ci credete per tutti noi, e vedete bene che non basta.

Ma con questi modi egli otteneva di mantenere in Bice la maggiore disinvoltura possibile. Ella si era voluto far promettere da lui di assisterla.

—Non faccio la levatrice io: guarda un po' che mani da facchino per trattare le donne. Che cosa c'è da assistere? Tutte ipocrisie inventate dai medici per guadagnare quattrini colle signore! Quando sarà tempo, andrai al Sasso, e la levatrice del paese ti servirà. Sai che cosa vidi una volta da giovane? Ho studiato due anni a Torino. In una escursione d'estate, che feci solo sulle Alpi, a tre mila metri trovai una contadina, che custodiva un branco di vacche. Là il bestiame parte per gli alti prati alla buona stagione, e non discende che l'inverno rimanendo sempre all'aria aperta. Quella contadina era sola e gravida di otto mesi; non aveva che un casotto per ripararsi dalle pioggie. Mi stupii di trovarla così in quello stato e in quel luogo: dovrete pur discendere fra poco, quando si avvicinerà il momento? le dissi. Ella sorrise e mi rispose che avrebbe partorito da sola; a casa il marito le era morto, e non restavano che il nonno con un nipotino, figlio di un'altra sua sorella morta.—Partorirete da sola? esclamai.—Coll'aiuto di Dio! Dopo ne ho viste altre partorire improvvisamente così, nella propria camera, senza bisogno di alcuno.

Nullameno Bice rimaneva paurosa, parendole di indovinare un'altra paura in quella esagerazione del dottore sulla facilità dei parti.

Egli temeva in fatti, ma di cosa anche più tremenda.

Fra Bice e De Nittis la passione di amanti si era già purificata nell'amore di quella invisibile creaturina, che stava per apparire nella loro vita. Egli si era fatto timido, mentre ella invece pareva dominarlo con una nuova importanza superiore a tutto ciò che egli potrebbe mai produrre nella loro esistenza di coniugi. Quindi erano inquietudini per il più lieve dei pallori e la più effimera delle nausee, che spesso le salivano dallo stomaco; ogni passeggiata a piedi importava lunghe discussioni; egli la vigilava con una instancabilità dissimulata abilmente, appena qualche improvvisa esasperazione nervosa le turbasse l'ordinaria placidezza del carattere. Una luce sacra avvolgeva Bice ai suoi occhi di pensatore, quell'aureola che le religioni hanno sempre messo intorno alla donna fecondata, e dentro la quale la presentarono alle adorazioni dell'uomo. Tutti i fulgori della bellezza e i profumi della voluttà vaniscono dalla donna al momento di diventar madre: che importa oramai l'uomo, pel quale potè cangiarsi così? Adesso ella vive già nel futuro di colui, che nascerà dalla sua carne, e il suo cuore si rivolge a Dio perchè salvi la misteriosa opera propria.

Infatti Bice, tutte le mattine, andava a messa con Margherita per ripetere sempre le stesse orazioni, e allorchè De Nittis, sapendo di darle la più profonda delle gioie, l'accompagnava, ella si sentiva anche più sicura della bontà del Signore. Ma al rovescio di molte donne, che affettano orgogliosamente la prima gonfiezza del ventre, cercava quasi di nasconderla sotto ampie vesti, soffrendo anche più dolorosamente di De Nittis, nel ricevere fra i soliti complimenti la punta avvelenata di qualche ironia. Adesso parecchie amiche di Bice, rimaste zitelle, fingevano di compassionarla per quello stato, nel quale diventava anche più brutta, come se la maternità fosse una specie di malattia, che nello sformare il corpo impediva per lunghi mesi tutti gli altri divertimenti. Altre mamme, invece, la spaventavano col racconto dei dolori e dei pericoli inseparabili del parto, anche quando la donna vi giunge, non debilitata.

—È la nostra guerra,—le aveva detto un giorno la moglie del professore di statistica, una bionda angolosa, dagli occhi verdi, troppo povera per non invidiare la posizione di Bice—mio marito mi ha spiegato cento volte che il massimo della mortalità per le donne è nel periodo del parto.

—Siamo dunque più fortunate degli uomini, che morendo in guerra possono solamente avervi ucciso,—rispose Bice amabilmente, difendendosi invano da una paura gelida.

Ma quando De Nittis rientrò, corse a rifugiarsi al suo collo: non si lasciavano più. Nei giorni, che a lei pareva di star meglio, tornavano amanti con una tenerezza guardinga e più profonda, non avendo adesso più nulla che non fosse in comune. I loro giuochi, quasi infantili, li facevano spesso ridere con uno scoppio irrefrenabile di gaiezza; ella, seduta sulle sue ginocchia, gli ripeteva per ore con parole spezzate, quasi senza senso, come si usa coi bambini, la medesima carezza, e finiva col fingere di addormentarsi sulla sua spalla. Egli la cullava come una balia, superbo allora che gli riusciva di alzarsi con lei fra le braccia, per trasportarla sopra un sofà. Questa prova di forza gli gonfiava il cuore di giovinezza. E in quelle lunghe conversazioni da soli doveva spesso rinnovarle, sempre colla stessa inutilità, la spiegazione di tutto ciò che la scienza aveva potuto sorprendere nel fatto della generazione. Bice si ribellava; era impossibile che in un certo momento il feto di un uomo fosse identico a quello di un ranocchio o di un colombo, giacchè tale parità nella natura le faceva male al cuore. L'uomo doveva essere un'opera a parte. Invece si compiaceva al racconto delle poesie, entro le quali l'istinto di tutti i popoli aveva sempre rappresentato la nascita umana: il bambino era la prima strofe di tutte le religioni, la prima emozione veramente disinteressata di ogni individuo.

—Chiamami mamma,—ella esclamava sovente:—non lo sono di già, anche se dovessi morirne prima? Dimmelo prima di lui: chissà quanto tempo gli occorrerà per potermelo balbettare!

Intanto il corredino, stupefacente di ricchezza e di minuzie, era già pronto. In questo capriccio di gran signora, Bice non aveva risparmiato nulla di quanto il suo cuore potesse desiderare; ma la culla sopra tutto, scolpita da uno di quei poveri grandi artisti di campagna, nei quali oggi l'industria uccide il genio, e scoperto da Prinetti sui colli di Vergato, era un piccolo capolavoro. Lo scultore, memore di Mosè, l'avea immaginata come una navicella presa fra le alghe di una riva, compiacendosi a lungo nella disperante riproduzione delle foglie e degli steli schiacciati fra il pantano. Bice invece, dopo averla riempita di merletti, come un nido bianco e soffice, s'incantava spesso a contemplarla, vedendovi già la testa di un bambino sorridente nel sonno.

Poi, negli ultimi mesi, Bice parve ingrassare ed acquistare in robustezza, forse per una recondita necessità di quello stesso peso, che le si aggravava dentro il ventre; ma rimaneva sempre troppo bianca, colle gengive smorte, e certe trasparenze ceree agli orecchi, di augurio non buono. Finalmente, verso la fine di aprile, Ambrosi ordinò di andare al Sasso.

Nel lasciare Bologna Bice diede in un pianto dirotto.

—Non la vedrò più, non la vedrò più!—mormorava fra i singhiozzi, ma la bellezza della campagna la rianimò, e appena arrivati nel giardino della villa, era già tutta contenta. Pochi giorni dopo Ambrosi e Prinetti, venendo alla villa, vi trovarono la levatrice, una donna sui cinquant'anni, di famiglia abbastanza buona, già divenuta una cliente di casa. Aveva un naso da uomo sopra una lunga faccia bruna, con una statura quasi di granatiere; De Nittis meravigliato dell'intenderla dichiarare la necessità assoluta delle lavande antisettiche in tutti i parti, come di un ritrovato messo in voga dall'università di Bologna e che ella aveva praticato per la prima nella provincia, ne parlò con entusiasmo al dottore.

Ambrosi, già contento di lei per averla veduta all'opera in altre circostanze, sorrise di tali elogi, combinando in segreto di venire alla villa, quando ne sarebbe il momento, ma senza lasciarsi scorgere da Bice per mantenerla nella illusione di una assoluta facilità. Il parto invece avendo anticipato felicemente di qualche giorno, il vecchio dottore non potè arrivare che per ricevere il bambino dalle mani della levatrice, mentre stava per fasciarlo.

De Nittis era nella camera di Bice.

—Lascia vedere,—disse bruscamente Ambrosi, benchè alla prima occhiata avesse già fatto l'esame del bambino.

Margherita era gongolante.

Il piccino scuro, grinzoso, cogli occhi chiusi e un ciuffetto biondo nella testolina calva, guaiva, con un suono fesso di giocattolo, fra le grosse mani villose del vecchio.

—Che gliene pare?—chiese la levatrice con una specie di famigliarità professionale, gittando a Margherita una occhiata di superiorità.

—Uhm!

La levatrice credette di vedergli tremare una lagrima negli occhi. Margherita invece, che non aveva pratica di neonati, sordamente indispettita di quella severità di giudizio, tese ambo le mani, chiamando il piccino a piccoli gridi sommessi:

—Amore, bell'amorino!

—Tutto il resto, bene?—egli tornò a domandare.

—Dorme già.

—Andiamo a cena.

Invece si affacciò alla camera; Bice dormiva profondamente, con una mano di De Nittis stretta nella propria. Al rumore dell'uscio questi alzò la testa, accennandogli di andar piano per non destarla.

—Hai visto il bambino?

—Va bene.

Appressò il lume al volto della dormiente, le tastò il polso e parve soddisfatto dell'esame.

—Vieni.

—Oh!—esclamò l'altro a bassa voce:—potrei lasciarla ora?

La balia era già in casa, una montanara dell'Appennino, bionda, tozza, dalle spalle larghe e la pelle brinata come le pesche; il dottore la volle seco a cena per ripeterle un'altra volta tutte le istruzioni; ma restava cupo. Da ultimo respinse il piatto dispettosamente: anche la balia non era contenta del bambino.

—Non potrò farmi onore,—disse con ingenuo egoismo.

—Eh! si tratta proprio di questo. Perdio, fa conto che il bambino sia di vetro: guai se non ubbidisci a tutte le mie prescrizioni! Ma in ogni modo non avrai a lagnarti…. ti saranno riconoscenti egualmente.

Ella pure si fece seria. Quei discorsi tristi, in tale momento, le serravano il cuore coi ricordi dell'altro bambino, che essa aveva ceduto ad una cognata per venire a fare da balia in casa della contessa. Ma quello era grasso, grosso, roseo, enorme per i suoi cinque mesi.

—Il mio è un vitellino;—si lasciò sfuggire arrossendo, perchè entrava Margherita.

Benchè il parto fosse andato anche troppo bene, Bice penò a rimettersi. Uno sfinimento la teneva a letto, bianca ed inerte, coll'anima piena di una malinconia, che la vista stessa del suo bambino non bastava a vincere. Infatti il piccolo Giulio sembrava deperire tutti i giorni: la sua testina scura, con la pelle già vecchia, diventava di un effetto impressionante, quando Mea se l'attaccava alla grossa mammella, sfolgorante e resistente come il marmo. Invano Margherita per vincere tali preoccupazioni si ostinava a vantarlo come un amorino, portandolo spesso in giro fra le braccia, e fingendo di palleggiarlo appena Bice o De Nittis potesse vederla. Questi invece soffriva più di tutti, orribilmente, in silenzio: quella creaturina era dunque tutto ciò che la natura aveva consentito alla sua passione per Bice! Quindi una amarezza, mano mano più umiliante, gli toglieva perfino di fingere innanzi agli altri il solito entusiasmo dei nuovi padri pel primo figlio, specialmente se ella, spaurita del pari, si voltava interrogando coi grandi occhi. Tale chiaroveggenza, nella quale un medico avrebbe forse ancora saputo sperare, si esagerava in loro cogli spasimi di una paura delirante di amore. Bice non osava più la menoma osservazione a quanto le ingiungessero, preoccupata di nascondere il proprio stato per non accrescere quella muta desolazione del marito. La sola sua gioia, intensa e repressa, era di contemplare Mea curva sulla faccia del bambino, schiacciandolo quasi con quel suo seno largo di contadina, dal quale il latte zampillava così copioso che doveva possedere le stesse virtù supreme del sangue per il rinnovellamento di una tanto grama esistenza. Allora una specie di contentezza le saliva dal cuore ad umiliare la propria superiorità di signora malaticcia, tanto poco capace di essere madre, davanti alla sua potenza di balia sufficiente per due bambini, e alla sicurezza, colla quale maneggiava talora anche dinanzi a lei, quasi senza riguardi, quel frale corpiciattolo.

Mea, timida da principio, si era accorta presto di questa muta venerazione senza poterne intendere il profondo significato, ma il suo umore facile, eccitato dalla carne e dal vino, col quale a tavola la rimpinzavano, ne era diventato anche più allegro; mentre la sua bellezza nelle nuove vesti sgargianti di seta, col grande fazzoletto bianco di trine, che le involgeva il busto roseo ed azzurro, e un altro fazzoletto attorcigliato sulla nuca alla provenzale, raggiava di più vivo splendore.

Fortunatamente la naturale bontà del suo carattere le faceva amare anche il bambino.

Bice avrebbe voluto farla dormire nella propria camera, ma il dottore si oppose. A che pro? I bambini avevano bisogno di aria pura, anche più degli adulti, e quella stanza non era abbastanza grande per tre; poi la balia, messa in soggezione dalla madre, non avrebbe dormito quanto le occorreva.

—Per questo,—aveva detto Mea imprudentemente,—a me non ci pensino.

Pochi giorni dopo, Ambrosi dovette tornare precipitosamente perchè il bambino, preso da sforzi di vomito, pareva dare in convulsioni; la balia sosteneva che non era nulla, però dal suo accento si capiva che voleva mostrarsi più pratica di quanto lo fosse. Il piccolo Giulio, sepolto fra i merletti della sua navicella scolpita, dormiva di un sonno agitato sotto gli sguardi di Bice, curva su lui col volto disfatto.

Il dottore esaminò il bambino fingendo di non avvertire la febbre, che lo teneva sopito, e scoppiò a strapazzare tutti. Così era impossibile andare avanti! Che cosa credevano adunque? Che quello fosse il primo bambino nato al mondo, da diventare matti tutti quanti, improvvisamente, se avendo deglutito un po' più di latte, aveva necessariamente fatto qualche sforzo per rivomitarlo? Non accadeva anche agli adulti? Adesso con tutte quelle false tenerezze si era riusciti a spaventare anche la balia.

Bice allibita piangeva silenziosamente, De Nittis invece, pallido come un cencio, scrutava nel viso del dottore temendo d'indovinare la commedia di quella collera.

Allora Ambrosi trascese.

—Volete allevare un bambino in questo modo…. e perchè no? Ho visto ben di peggio io in quasi cinquant'anni. Mi dispiace per la bella balia, che vi avevo trovato, perchè a forza di far sempre una scena se il bambino non mangia, se mangia troppo, se non dorme quanto desiderate voialtri, finirete col guastare il latte anche a lei. Se fosse qui la povera contessa Ginevra, so quello che direbbe. La mia opinione eccola chiara e tonda: domani rimando Mea a casa col bambino, o non vengo mai più.

—Dottore!—esclamò Bice giungendo le mani.

—Appunto perchè sono il dottore. Tu sei una sciocchina, che t'immagini una grande novità nel fatto di aver un bambino. Siamo intesi, domani: mi rivolgo a te, Roberto, che sei il padre, e devi capire un po' più di lei. Io resto, torneremo tutti e tre a Bologna, e la balia andrà a casa sua. Sei contenta, Mea? Non è vero che l'alleverai meglio da sola?

—Se Dio m'aiuta!—non potè a meno di rispondere con un atto di gioia.

—Ma vivrà?—proruppe Bice straziantemente, curvandosi ancora ad ascoltare il rantolo del suo respiro.

—Perchè non dovrebbe vivere, dal momento che tu pure sei vissuta? Allora non ti facemmo tante smorfie: lasciatelo dunque dormire una buona volta colla sua balia, e venite con me.

Quella fu nullameno una triste giornata: Bice ogni tanto si asciugava gli occhi, e cercava tutti i pretesti per tornare presso la culla del piccolo Giulio. Il suo spavento si accresceva da questo, che per i bambini non ci potevano essere medicine.

Ma appena rimasti soli, De Nittis aveva afferrato la mano di Ambrosi.

—Tu disperi!

—No ti dico, ma in ogni caso voglio salvare la madre.

—Il pericolo è così imminente?

—Anzi non ve n'è affatto, però colle apprensioni, che avete già nell'anima, non bisogna che il bambino resti qui. Mea a casa propria lo alleverà meglio, perchè sarà più allegra: è questione di mandarle spesso regali, tutta roba di cucina, perchè in casa vorranno mangiare anche gli altri.

De Nittis restava tetro.

—Tu non dici tutto.

—Adesso vuoi fare tu una scena? Ti ripeto, il bambino vivrà, lo spero: la balia è un miracolo di salute. Naturalmente, se tu vedessi, il suo è un'altra cosa; ma se Giulio restasse qui, e per caso si ammalasse seriamente, Bice ne morrebbe. A Bologna la distrarremo.

E gli volse le spalle per andare a riprendere Bice dalla camera della balia.

La mattina seguente, quando Bice si destò, Mea per ordine del dottore era già partita verso i propri monti, dentro il vecchio calesse della contessa Ginevra, con un monte di fagotti e di regali. Bice tornò a piangere; allora Ambrosi mutando tono si fece affettuoso.

—Figlia mia, ho rimandato la balia col bambino appunto per risparmiarti quest'emozione. Quando si è madre, bisogna sapersi frenare e dar retta a chi capisce più di noi: la balia, qui con te, si sarebbe guastata perchè, la conosco, è golosa; a casa sua invece, tutto andrà d'incanto. Giulio, l'ho esaminato un'ora fa, era fresco come una rosa, ma tu non sei donna da saperlo allevare; a forza di riguardi, di vietargli l'aria, di misurargli il sole, gli avresti comunicato le tue paure finendo coll'indebolirlo. Ho dunque deciso io: se non mi credi più, scusami tanto…. vorrà dire che mi sono rimbambito.

Bice gli si buttò nelle braccia, ma nel salire in carrozza, mentre il dottore parlava con Margherita, susurrò all'orecchio di De Nittis:

—Te lo dissi, che avremmo dovuto tanto soffrire!

A Bologna la loro vita continuò come prima, apparentemente calma e modesta, ma un terrore angoscioso di quel matrimonio, nel quale Dio li puniva coll'inane debolezza del figlio, separava ogni giorno più profondamente i due sposi. Bice era anche più severa verso sè medesima. Perchè aveva dunque voluto diventare sposa e madre, sapendo intimamente di dovere quella sottile esistenza di ventitrè anni solamente alla sapiente carità di tutti i suoi amici? Essi avevano potuto strapparla alla morte, ma non darle la vita rigogliosa e feconda delle altre donne. Invece, dopo aver ricusato Lamberto, bello come un atleta, ella si era messa pazientemente, tristamente, ad insidiare la tenerezza del maestro togliendolo alla propria pace crepuscolare per gettargli nell'anima la più dolorosa di tutte le tragedie, quello spasimo dei padri costretti ad assistere l'agonia dei figli, e a rimproverarsela. Nessuna passione poteva scusare tale crudele egoismo. Lamberto, sposandola nell'equivoco di una prima simpatia fanciullesca, avrebbe sempre potuto consolarsene con altre donne, mentre De Nittis doveva invece morirne fra le querele della propria coscienza e le ironie del mondo. Quindi ella sentiva di amarlo più vivamente, appunto per questo rimorso di essere la irreparabile sciagura della sua vita, ora che sformata dal parto non aveva nemmeno più nulla da offrirgli come donna.

Infatti la pelle del volto, macchiata qua e là di trasparenze perlacee, le cadeva flosciamente rugandosi ad ogni piccolo moto, mentre il ventre, rimasto grosso, faceva sembrare anche più dolorosa la curva rientrante del suo petto. Una invincibile prostrazione, dopo qualunque più lieve fatica, le toglieva persino quella prima vivacità giovanile, della quale aveva potuto farsi una grazia, lasciandola quasi senza vita dinanzi allo sguardo malinconico di lui. In tale avvilimento di sè medesima una delirante passione le saliva dal cuore di cadergli ancora fra le braccia per ottenere il suo perdono in un abbandono di singhiozzi e di baci. E siccome il parto li aveva separati, quella solitudine sul grande letto matrimoniale, di notte, nella camera fiocamente illuminata, le rinnovava quasi le paure da bambina fra voci di pianto e invocazioni di nuovi dolori, che la ritornassero un'altra volta degna di essere sposa e madre.

Talvolta invece, credendo d'aver sorpreso nell'occhio di lui un lampo inquietante, si rifugiava ai piedi della Vergine in un'angoscia anche più acuta di felicità. Egli l'amava dunque ancora? Tutto era dunque possibile; e Giulio, il piccolo Giulio, rifiorirebbe egli pure, perchè i bambini sono davvero come i fiori, e basta una goccia di rugiada o un raggio di sole a decidere del loro rigoglio! Poi le malinconie la riprendevano da capo dinanzi a lui, che non sapeva più dove passare le giornate. De Nittis usciva poco di casa, non aveva più lezioni all'università per distrarsi, nè brighe nell'amministrazione già abbastanza bene riordinata; invece cercava di esserle vicino tutto il giorno con una evidente intenzione di consolarla. Malgrado tutta la propria perspicacia, ella non avrebbe mai potuto indovinare con quali più tristi accuse egli segretamente si torturasse per non aver saputo resistere alla propria passione senile, togliendo così a lei l'aiuto di un'altra giovinezza più forte, come la natura avrebbe voluto. Quella, che in Bice era stata inesperienza e fascino di un primo affetto, in lui, già passato attraverso tutte le tragedie della vita, era divenuta corruttela. Questa abbietta parola adesso gli stava confitta nella mente come un marchio di pena. Qualunque fosse la passione, che il suo cuore aveva finito per sentire verso di lei, il senno più volgare e la più ordinaria onestà avrebbero dovuto imporgli di soffocarla: a che dunque tanti anni di filosofia, se non bastavano ad impedire un matrimonio, nel quale un vecchio maestro povero, oramai senza sangue nelle vene, abusava della giovinezza ammalata di una scolara milionaria per farsi sposare?

Tutte le scuse, che allora lo avevano persuaso, scoprivano adesso la propria inanità. Certamente il piccolo Giulio morrebbe! Egli lo sentiva, era necessario, era giusto… Perchè, e sopratutto di che, quella creaturina avrebbe vissuto? Si ricordava la tristezza di Prinetti, durante la grande cerimonia civile, tra quella fredda e latente ironia di tutti gli invitati; i modi così mutati del dottore che, conoscendo di non potersi opporre a simile follia, aveva voluto lasciarvi quel poco di allegria permessa da un'ultima illusione. E anche ora mentiva ostinatamente con lui e con Bice, dichiarando che il bambino non correva alcun pericolo; ma egli pure aveva studiato abbastanza biologia e fisiologia per non potersi più consolare di tali menzogne.

Che gli restava dunque della vita? Quella solitudine senza passato, senza avvenire, senza amici, senza idee, dalla quale aveva creduto di fuggire sposando Bice, si dilatava adesso nella sua vita come sopra una steppa gelata. Era solo, e forse lo diventerebbe maggiormente, perchè sua moglie e suo figlio, sottomessi precocemente alla morte dalla sua vecchiezza, agonizzavano già, silenziosamente, vicino a lui.

Era così, lo aveva voluto.

Indarno il dottore e la contessa Maria tentarono ogni modo di distrarli, poichè l'anno di lutto non essendo ancora trascorso, persino i teatri rimanevano loro chiusi. Quindi per uno di quegli accordi taciti, che solo i grandi dolori suggeriscono, ciascuno evitava di parlare del piccolo Giulio; solo il dottore, che andava spesso a trovarlo, riassumeva tutte le notizie in un solito:

—Va bene.

Quelle sere i volti erano più ansiosi; ma dopo queste parole sacramentali, la conversazione stentava ancora più a riannodarsi.

Verso Natale Bice insistè per vederlo.

Malgrado tutta la salute della balia e l'aria balsamica dei monti, il bambino deperiva quotidianamente; De Nittis, avvertitone da Ambrosi, andò a visitarlo di nascosto, colla scusa di una gita a Firenze, e ne ritornò colla morte nel cuore. Allora non fu più possibile rattenere Bice; ma, a rovescio di ogni previsione, ella si mantenne nella più grande tranquillità davanti al piccino, che le parve quasi come tutti gli altri, poichè il dottore era riescito abilmente a far sparire di casa l'altro della balia per cansare il confronto.

Da quel giorno, per una di quelle coincidenze, delle quali la superstizione è sempre pronta a giovarsi, il piccolo Giulio parve migliorare; quindi le visite alla balia si ripeterono ogni due settimane, poi tutte le domeniche, talora anche senza il permesso del dottore, meravigliato anch'egli di tale risveglio. Bice, d'accordo colla contessa Maria, spese duemila franchi in una magnifica festa alla Madonna nella chiesa della parrocchia, spogliando per quel giorno tutte le proprie serre. E il bambino prosperò ancora al ritorno della primavera. Certo rimaneva sempre mingherlino, con una pelle cinerea e la testa così grossa, che sembrava non potergli reggere fra le spalle, ma adesso suggeva tutto il latte della balia e cominciava a tenersi ritto sulle gambine. Era più di quanto abbisognava per illudere un cuore di madre.

Il dottore invece non se ne mostrava molto più lieto, però non ebbe più bisogno di persuadere a Bice di lasciarlo in campagna.

Poi anch'egli ammalò. Sulle prime non era parso nulla; si lagnava d'improvvise fiacchezze e s'andava addormentando ovunque sulle sedie; quindi una mattina, sull'uscio di casa, un colpo apoplettico lo aveva fatto cadere sul pianerottolo. L'illustre clinico dell'università, accorso precipitosamente alla prima chiamata, potè dichiarare che per questa volta il caso non era grave. Bice, avvertitane necessariamente da De Nittis, diede subito in convulsioni, ma appena rinvenuta andò risolutamente a vederlo, e non volle più uscire dalla sua camera. Quel vecchio servo contadino pareva rimbecillito. Allora De Nittis e la contessa Maria si aggiunsero a lei per circondare il malato di cure così affettuose, che lo facevano piangere.

Era rimasto alquanto impedito nella lingua, ma colla mente lucida. In capo a una settimana non serbava di quell'insulto che un intorpidimento nella gamba sinistra e qualche difficoltà di pronuncia a certe sillabe. Ma la sua faccia non era più quella: sembrava che un velo bianco ed opaco gli si fosse incollato sulla pelle, gli occhi guardavano incerti, si era curvato, spesso traballava. Colla caparbietà dei vecchi forti non ne volle però convenire. La prima mattina, che uscì di casa per riprendere il giro delle sue solite visite, ingiuriò il servitore perchè voleva accompagnarlo, e ricusò persino di salire in fiacre.

De Nittis, trovandolo per strada, potè appena trarselo a casa colla scusa di fare tutti insieme colezione con Bice.

—Volete strapazzarmi, non vengo.

—Lo meriteresti.

—Perchè non rimango in casa ad aspettare il secondo accidente, che mi porti via!—borbottò scrollando le spalle.—So presso a poco quanto può tardare alla mia età, colpito dove sono stato colpito: sarà finita finalmente.

A colezione combinarono per la prima domenica di andare dal piccolo
Giulio.

Fecero il viaggio in calesse con un bel sole; il dottore pareva allegro, ma la sua allegria cessò subito davanti al bambino.

—Non dite dunque niente?—gli si volse Bice inquieta.

—Non c'entro più…. io me ne sarò andato da Bologna prima che lui ci venga.

E fu vero. Quasi due mesi dopo, un'altra mattina, il servitore lo trovò morto nel letto; il piccolo Giulio, già slattato, non tornò invece dal Sasso a Bologna che sui primi di novembre.

Allora Bice sentì che della propria giovinezza non le rimanevano più che i ricordi; altri doveri, altri orizzonti di sposa e di madre le si aprivano alla coscienza. Ne divenne più calma, con quella mite severità della contessa Ginevra, alla quale veniva sempre più somigliando anche nei gesti e nelle inflessioni della voce. Comprendendo la necessità di non chiudere la propria casa in una città come Bologna, ne parlò con De Nittis perchè vi attirasse quanti ne sarebbero stati degni per la finezza della educazione e la coltura della mente; ma quantunque persuaso della bontà di tale idea, egli se ne schermì. Stavano tanto bene così, che non v'era motivo di mutare; poi il tempo non mancherebbe mai per accogliere qualche nuovo amico, e magari apprestare qualche festa.

L'anno di lutto era già finito da un pezzo, senza che Bice avesse ancora posto il piede in alcun teatro. Tutta la sua vita era intorno al bambino, del quale aveva fatto porre la magnifica culla nella propria camera, presso il grande letto, compiacendosi ella stessa a fargli da governante, quando si destava per qualche bisogno improvviso. Ma oramai il miracolo della guarigione era fatto per sempre. Quindi il suo cuore si fondeva in una riconoscenza devota al ricordo del vecchio dottore, che opponendosi ai suoi naturali egoismi di madre, glielo aveva salvato col mandarlo in campagna, a casa della balia. Già nel primo impeto di riconoscenza, allorchè Mea col marito aveva riportato il piccino alla villa, Bice aveva dato loro un libretto della cassa di risparmio, intestato all'altro bambino, per una somma di cinquemila lire.

—È Giulio che vuole così, per il suo fratellino di latte.

Poi Mea aveva dovuto, naturalmente, promettere di tornare spesso a
Bologna..

E da principio tutto andò bene. Bice non si ricordava quasi più del marito, se non per sorridergli come al padre del bambino, o preoccuparsi tratto tratto di quanto avesse potuto ancora fargli piacere. Quindi aveva tolto dalla propria camera di sposa, divenuta come una cappella colla presenza del bambino, tutte le mondanità della toeletta, per aggiungervi invece un altro gran quadro della Vergine al disopra della culla. De Nittis dormiva in fondo all'appartamento, in una camera attigua al proprio gabinetto di lavoro.

Un altro cuoco aveva sostituito Tonina, occupata ora della vecchia Rosa, che perduta quasi affatto la conoscenza e la vista, non si muoveva più da sedere. Era diventata anche sorda.

Solo Bice, parlandole forte nell'orecchio, aveva ancora la facoltà di trarla da quella sonnolenza di bruto; poi la vecchia tornava ad abbandonare la testa sul petto, e i suoi occhi senza sguardo rimanevano fisi in una opacità oleosa d'impannata. Laonde tutti i tentativi per farle riconoscere il bambino erano riusciti vani; glielo avevano messo sul letto, sulle ginocchia, quasi fra le mani, con una di quelle ostinazioni, alle quali è così difficile dare un nome; ma il piccino era sempre scoppiato a piangere, ed ella non aveva avuto che un gesto vago.

Bice, superstiziosa come tutte le mamme, si era sentita stringere il cuore da un'angoscia inesprimibile. Nella sua immaginazione malata, Rosa era a poco a poco divenuta il genio misterioso della casa, che ne custodiva nella profonda coscienza tutti i segreti; quindi si ricordava di non essere mai riuscita, malgrado la propria superiorità, a celarle qualche cosa di se stessa o a ribellarsi contro i suoi oscuri voleri. Ma quando l'aveva interrogata su quel matrimonio con De Nittis, la vecchia era rimasta in silenzio. Perchè? Ella non aveva osato ripetere la domanda. Però, da quel giorno, Rosa rientrata più profondamente nel silenzio della propria solitudine, non aveva sentito altro nella casa, nè le feste del matrimonio, nè la morte della contessa Ginevra, nè la nascita del piccolo Giulio; Bice veniva a vederla due o tre volte al giorno, ma il suo cuore si distaccava insensibilmente da quella figura di mummia, già fuori della vita.

Il piccolo Giulio assorbiva tutte le sue preoccupazioni.

Era piccino, coi capelli radi e riccioluti sopra la fronte troppo convessa e la testa troppo grossa. I suoi occhi frangiati da ciglia di una lunghezza impressionante, che a lei ignara del probabile significato patologico di questa bellezza facevano battere il cuore d'orgoglio, erano azzurri, di una limpidità cristallina e fosforescente; avea la pelle non fresca, ma così fine che vi si contavano tutte le più piccole vene di un turchino scialbo, come fili stinti sotto uno strato diafano di polvere. Ma, sebbene parlasse già e conoscesse benissimo tutti, la sua viva predilezione era di restar lungamente seduto sopra un'alta scranna a guardare delle stampe nel gabinetto di Bice, mentre essa fingeva di lavorare sorvegliandolo con intensa passione. Entrambi parevano quasi sempre tristi: egli permaloso per ogni nonnulla resisteva ostinatamente a tutti i tentativi di riconciliazione, e allorchè, pigliandolo in collo dolcemente, ella si metteva a passeggiare pel gabinetto, la sua pesante testina le si piegava a poco a poco, lenta e smorta, sui capelli neri come sopra il cuscino di una bara. Quindi Bice, non osando accompagnarlo fuori di casa per paura del freddo, aveva fatto disporre due grandi saloni con molti vasi di piante, a giardino, perchè potesse svagarvisi come per una campagna; ma poco appresso, impaurita da qualche gesto del bambino, che si portava spesso la mano alla testa, credette che i profumi di quei pochi fiori gli facessero male, e fece rimettere i saloni come prima. Solamente nelle belle giornate di sole, quando faceva quasi caldo, usciva con lui in carrozza sul mezzogiorno, dopo averlo ben bene affagottato.

Poi, ai primi soffi della primavera, tornarono al Sasso. Il bambino deperiva lentamente, diventava cereo, colle mani crespe, senza più voglia di camminare. Margherita, quando era sola con lui, doveva soffrire mille pene per fargli muovere qualche passo sul prato; ma, se Bice sopravveniva, lo ripigliava subito in braccio, e se ne andava dondolandolo guardingamente.

De Nittis, anche più inquieto di Bice, taceva. Già prima di partire pel Sasso, avendo interrogato vagamente l'illustre clinico dell'università, questi gli aveva risposto in modo così scoraggiante, da fargli quasi sospettare che potesse avere esaminato il bambino; e però soffocando in cuore le paure, che ne guizzavano ogni minuto, lo sorvegliava anch'egli di continuo, con una acutezza di osservazione resa anche più dolorosa dalla necessità di nasconderla.

Bice invece sembrava reagire contro quelle dolorose impressioni, come sforzandosi a negarle con una insolita volubilità; ma una sera che il sindaco era venuto a salutarli col medico condotto, un giovane secco e bruno, di una fisonomia volgarissima, la sonnolenza del bambino e il suo schermirsi incessante dalla luce colle manine la colpirono più vivamente. Glielo mostrò.

Il dottor Leoni, che lo aveva già guardato, parve quasi rifiutarsi, poi disse che senza spogliarlo qualunque serio esame era impossibile.

—Vuoi andare a nanna, Giulietto?

Egli rispose di sì col capo.

Allora il dottore seguì Bice. Era diventato improvvisamente più serio, studiando il piccino nudo, che dormigliava in piedi; ella si sentiva sopraffatta da un freddo terrore.

—Si è un po' smagrito,—tentò di dirgli.

Ma il dottore rimaneva concentrato, poi rispose:

—Lo mostri a qualche altro.

Bice si voltò di scatto.

—Ma non ha nulla: le accerto che, da quando l'ho ripreso a casa, non è mai stato a letto un giorno solo.

Ella non volle dir nulla a De Nittis, ma la mattina dopo il bambino ebbe uno sforzo di vomito, mentre Margherita lo rizzava in piedi per vestirlo, e si mise a piangere dal dolore di testa, nascondendogliela nel seno per non vedere la luce.

Il dottore, mandato a chiamare in fretta, entrò nella camera vestito peggio della sera prima, con una giacca di fustagno e due scarpe gialle, giacchè un servitore lo aveva trovato, mentre col biroccino si dirigeva verso San Quirico, alla casa di un colono.

Anche De Nittis era nella camera.

—Dottore, mio Dio!—esclamò Bice, andandogli incontro.

Egli non sembrò commuoversi a questa angoscia di madre: fece rizzare il bambino da Margherita e gli scrutò acutamente gli occhi.

—Veda,—si volse a De Nittis,—la pupilla destra è leggermente strabica: non mi pare che ieri sera fosse così. Il bambino ha sempre avuto questo difetto?

—Mai!—gridò Bice precipitosamente, curvandosi per guardare anche lei, ma il bambino aveva già chiuso gli occhi e, quando glieli vollero aprire per appressarvi una candela accesa, tentò un gesto disperato per respingerla, rompendo in un urlo di pianto, che gli rinnovò gli sforzi del vomito.

—Lo calmi, lo calmi,—disse il dottore.

Poi, siccome il bambino si teneva abbracciato a Margherita per il collo, Bice e De Nittis trascinarono il dottore alla finestra; egli s'imbarazzò, aveva conosciuto De Nittis all'università, e benchè condannasse i suoi principii filosofici come retrivi, provava una certa soggezione del suo ingegno e per la signorilità delle sue maniere.

—Sentano,—rispose finalmente, non senza durezza: se si trattasse del figlio di un povero, io potrei dire la mia opinione, ma con loro…. Chiamino Murri; lei, professore, è stato suo collega.

Bice si strinse la fronte nelle mani.

—Non c'è nessun pericolo per ora…. potrei anche ingannarmi, ma fra due o tre giorni la diagnosi sarà chiara. Anche quelle ciglia così lunghe sono sempre un sintomo….

—Di che?

L'altro non volle rispondere.

De Nittis comprese che era inutile insistere.

—Avrete la bontà, dottore, di ripassare oggi? Intanto io scriverò al mio amico Murri che voi desiderate di consultarlo.

Ma la voce gli venne meno.

Questa delicatezza parve impressionare il dottore; Bice li ascoltava come trasognata.

—Tornerò tutte le volte che vogliano. Allora aspettiamo altri due giorni, pericolo non ce n'è ancora, poi nemmeno ci sarebbe….—ma s'interruppe per tornare su la culla ad ascoltare il respiro del bambino, che si era addormentato.

Questi pareva calmo, senonchè attraverso il suo rantolo lieve, tratto tratto, passava qualche piccolo strido.

Poi quella scena così spezzata, profondamente repressa, sconcertò lui pure: avrebbe voluto dire qualche parola gentile per andarsene, ma invece non trovava nemmeno come salutarli.

Quando finalmente fu uscito, Bice afferrò De Nittis per l'abito mormorando con accento di terrore:

—Quell'uomo ci odia, l'ho sentito.

—Almeno non ci ama perchè siamo signori;—egli rispose con un sorriso doloroso.—Quasi tutti i giovani medici condotti oggi sono socialisti.

—Scrivi subito a Murri.

—Aspettiamo, mia cara: vedi bene che, se ci fosse ombra di pericolo, egli ce lo avrebbe detto, dal momento che invoca il controllo di Murri per la diagnosi. È un giovane, che mi pare intelligente.

Alle nove della sera lo strabismo della pupilla destra non era aumentato, sebbene il vomito si fosse ripetuto con qualche piccola convulsione, e l'addome del bambino apparisse anche più retratto; ma tornando per la terza volta verso le undici, il dottore trovò Bice e De Nittis ancora nella stessa posizione, a fianco della culla, che lo attendevano.

Il piccino batteva i denti nel sonno. Al rumore dell'uscio gettò un grido acuto, lacerante, quel grido speciale, idrocefalico, che pei medici è uno dei sintomi più sicuri in tale malattia. Il dottore si fermò sulla soglia, mentre gli altri due, invece di venirgli incontro, si erano già rivolti verso la culla. Nella camera una lampadina opaca, da notte, rompeva le tenebre: Margherita entrò poco dopo, senza il solito grembiale bianco, recando un cerino: tutti parlavano piano, girando sulle punte dei piedi, come in un mistero di terrore.

Gli altri sintomi della malattia erano già comparsi; le pupille ristrette, le glandole del collo tumefatte, e soprattutto quegli sforzi ripetuti per infossare la testa nel cuscino, che rivelavano le contrazioni dolenti dei muscoli cervicali. Un lampo d'orgoglio illuminò la faccia del dottore: De Nittis se ne accorse. Ma Bice non staccava gli occhi dal piccino.

—Ha un gran male alla testa, poverino! perchè non gli date qualche cosa, dottore? Vi debbono pure essere dei rimedi!

Egli invece tornò a ripetere l'esame, poi voltandosi di preferenza a De Nittis, del quale la faccia apparentemente calma gl'inspirava maggior fiducia:

—Senta,—disse,—io non assumo di fare alcuna ordinazione. Si potrebbe mettergli il ghiaccio sulla testa e tentare un'applicazione di mignatte dietro le orecchie; una volta somministravano anche il calomelano coi fiori di zinco…. ma non credo alla razionalità di tali rimedi. Scriva a Murri, vedremo che cosa decide.

—Non vedete come soffre alla testa?—tornò ad esclamare Bice, che non aveva badato a tutte quelle parole scientifiche, pronunciate dal dottore con visibile importanza.

Ma De Nittis lo trasse alquanto in disparte, mentre Margherita, indovinando la gravità della situazione, cercava d'intrattenere Bice col ricomporre i cuscini nella culla.

—Dottore,—gli disse piano con voce tremula,—non ho altro diritto
per chiedervi un favore che questa mia miseria…. la vedete!
Oh!—sospirò frenandosi con un ultimo sforzo:—andate voi stesso a
Bologna da Murri, conducetelo qui subito. Non vedete Bice?

—A quest'ora sarà difficile che mi riceva.

—Non c'è proprio nessun rimedio? Credo di aver capito, è una meningite.

—Basilare tubercolosa: talvolta si guarisce.

—Ma non vi sono rimedi?

—Credo di no.

—Dottore, andate per carità nella mia carrozza. Avete altri ammalati gravi?

—No.

—Andate, non è vero?

E la sua voce aveva un accento così triste che l'altro si arrese, sicuro che l'illustre clinico non l'avrebbe ricevuto a quell'ora, e molto meno si sarebbe alzato per un caso, del quale la gravità non presentava nessun carattere di urgenza.

Infatti non tornò che l'indomani, alle due dopo mezzogiorno; Bice e De Nittis non si erano coricati, vegliando assiduamente il bambino. Quando l'illustre clinico entrò nella camera, l'aspetto smorto, disfatto di quei due parve impressionarlo. Era quasi un bell'uomo, alto, ancora giovane, dai capelli già bianchi e il viso malinconico; coll'abitudine di simili scene, invece di perdere tempo in complimenti inutili, andò difilato alla cuna. Margherita aveva già spalancate le finestre. Il dottore, che gli aveva parlato più di una volta lungo il viaggio su quel caso, non fiatava, spiandolo nel volto con un'ansia mal dissimulata, ma si accorse subito di aver indovinato, sebbene la faccia di lui rimanesse impassibile sotto lo sforzo di tutte quelle emozioni, che la tentavano. Bice, De Nittis e Margherita non respiravano più, mentre il bambino, colla testa affondata nel cuscino, gettava tratto tratto quel grido insopportabile.

Poi l'illustre clinico scambiò col dottore un segno quasi invisibile di assenso.

Era la morte, nessuno s'ingannò.

—Si può mettere una piccola vescica di ghiaccio,—disse colla sua voce chiara;—questo lo calmerà un poco, e aspetteremo. Quanto alle sanguisughe sarebbero un errore: avete fatto benissimo, dottore; l'esudato essendo negli spazi sotto aracnoidali, non si vede come una sottrazione sanguigna dietro l'orecchio potesse limitarne l'afflusso o deciderne il riassorbimento. I fenomeni flogistici in questo caso sono troppo secondari, per poter essere combattuti nemmeno con una cura sintomatica.

Pareva in clinica facendo la solita lezione: ma si riscosse prontamente e, volgendosi a De Nittis, gli strinse con nuovo affetto la mano:

—Coraggio, mio caro professore! il caso è piuttosto grave, ma abbiamo anche esempi di guarigione. Non bisogna tormentarlo e nemmeno tormentarsi così, signora mia: ella ha fatto malissimo a non andare a letto; io la consiglierei a coricarsi subito, altrimenti correrà pericolo di ammalarsi pei troppi strapazzi. No, no, non pianga: ho avuto casi di guarigione, che ci permettono ancora di sperare; poi la natura, specialmente nei bambini, è piena di risorse.

Ma sotto la cortesia dei modi si sentiva l'indifferenza professionale.

Bice si drizzò delirante, con un gesto vago di minaccia, mentre De
Nittis le si gettava davanti per rattenerla.

—Morirà!

—No, signora, non ho detto questo, anzi dobbiamo sperare che guarisca. Ella non si agiti così inutilmente, perchè noi faremo tutto il possibile per salvare questa cara creaturina. Creda un poco anche a noi; non sempre la malattia è più forte della scienza.

Ma ai singhiozzi di Bice anche De Nittis diede in pianto tenendola abbracciata, e si stringevano il collo, la faccia nella faccia, cogli occhi chiusi in una cecità disperata, mentre il sole entrando per le finestre spalancate stendeva come una larga pezza d'oro su per quel pesante letto di quercia, e nell'angolo la piccola navicella, coperta da un gran velo bianco di merletti, pareva oscillare mollemente fra le alghe del proprio piedestallo.

Ad un cenno dell'illustre clinico il dottor Leoni lo aveva seguito, uscendo adagio, quasi inavvertiti, colla scusa di andarsene subito per altre visite, ma profittando invece di quel momento per sottrarsi al finale di una scena indarno straziante. Margherita corse loro dietro ad offrire un rinfresco, che accettarono in piedi: anch'ella capiva dai loro volti che tutto era finito, ma l'indifferenza dell'accento, col quale adesso parlavano della malattia, le faceva male. Il dottor Leoni mostrava un rispetto quasi servile verso il gran clinico.

—Tornerà ella, professore?

—A che scopo?

Margherita aveva rovesciato una bottiglia di chartreuse verde nel deporla sulla tavola; il suo grosso seno tremava di un singulto represso, poi quando vide che andavano verso l'uscio:

—Non c'è proprio rimedio!—gridò—Oh poveri padroni…. due santi!

Il dottor Leoni, che si ritraeva già all'uscio per lasciar passare il professore, si volse di scatto a questa parola.

—Due santi!—ripetè poscia ironicamente, con quella brutalità, della quale i medici spesso non si rendono conto, appena fu salito con lui nella carrozza.

—Già! De Nittis è un grande ingegno mistico.

—Un degenerato superiore!

L'illustre clinico sorrise enigmaticamente a questa affermazione di una tra le più volgari teorie della nuova scuola psicologica.

—In ogni caso la generazione non è dei santi ma dei forti,—concluse; mentre la carrozza s'allontanava, e il dottor Leoni tornava a parlare del carrettiere, che voleva mostrargli, sfruttando quella occasione di una visita pagata da De Nittis.

Da quel giorno alla villa tutto parve mutato: i servitori non si vedevano quasi più, le finestre rimanevano chiuse al bel sole di primavera, e dentro il silenzio era anche più tetro. Giuseppe, il vecchio cocchiere, rimaneva quasi tutta la giornata nell'altro caseggiato delle stalle, ove il cuoco e i giardinieri andavano a trovarlo parlando a bassa voce, giacchè la coscienza di quel disastro era uguale in tutti. La casa andava in isfacelo. La signora Bice non avrebbe potuto sopravvivere alla perdita del bambino: e dopo? come finirebbe? Essi amavano già in De Nittis la grande bontà del carattere, ma non lo conoscevano abbastanza per sapersi sicuri dell'avvenire, mentre Margherita e Tonina invece si obbliavano in quell'angoscia di morte, che lo minacciava. Già la mattina dopo, avendo vegliato anche la seconda notte presso la culla, non era più riconoscibile; Bice terrea, cogli occhi infossati e cerchiati di una lividezza sinistra, pareva diventata anche più curva. Le sue labbra contratte avevano quel colore indefinibile delle cicatrici, che non possono guarire. Tutte le sue ribellioni erano cessate in quella disperata certezza della morte, come se il bambino le si spegnesse lentamente dentro l'anima: tratto tratto credeva di non pensare più, poi al primo grido gli si curvava precipitosamente sul viso con un'altra sensazione inesprimibile, che egli stesse per affogare travolto da una corrente rapidissima, e le tendesse le manine inutilmente nel passarle dinanzi.

Dentro la camera, quasi buia, l'ombra in quei primi caldi di maggio diventava pesante: i mobili si vedevano appena, solo quel grande merletto gettato sopra la culla biancheggiava al chiarore della lampadina opaca, riparata nell'angolo dietro l'inginocchiatoio, mentre in alto qualche riverbero correva per la vecchia cornice dorata della Madonna sospesa al disopra del letto nelle tenebre.

De Nittis, seduto a' piedi della culla, guardava ora Bice ed ora il bambino, quasi ugualmente agonizzanti, senza che la sua anima, immobile dinanzi a quella dissoluzione pigra ed inesorabile di tutto ciò che aveva amato, potesse gettare un lamento. Il bambino non gli apparteneva già più, era una cosa che si disfaceva sotto i suoi occhi nella insignificanza di tutte le morti materiali, che il dolore non può sollevare sino alle sfere dello spirito.

Adesso non aveva più nè moglie nè figlio. Quel dolce sogno di amore, fra la donna e il bambino, vanito come uno di quei vapori d'autunno sopra i prati montani al primo soffio freddo del vento, lo lasciava più solo di prima. Dopo l'ultimo scoppio di pianto alle parole cortesemente inesorabili dell'illustre clinico, Bice era piombata nel silenzio; non un lamento, un'accusa ingiusta e reciproca, che li sollevasse con un mutamento di dolore. Anch'essa accettava l'espiazione. Il loro amore era stato come una rivincita di anime, ebbre della propria immortalità, contro le leggi della natura, la quale si rinnova nelle stagioni, e perisce quando non può rinnovarsi. Si ricordava l'esultanza delirante dei loro cuori su quel ponte, lungo la strada, che lambiva il cancello della villa allorchè, avvolti nell'ombra diafana e tra i sorrisi delle stelle, si erano parlati col linguaggio dei poeti, credendo di ricevere dalla notte le supreme rivelazioni della vita. L'incanto della loro passione simile a quello dei santi, che non vivono più che in Dio, e ai quali la natura rinnovella sempre col proprio contatto il senso doloroso di una caduta, avrebbe dovuto dileguare nel sogno di quella notte come un altro sogno più leggero, oltre i confini dell'ombra, là dove tutto quanto fu diviso si riunisce, e il mistero delle apparenze si dissipa. A che prò ridiscendere fra la moltitudine delle esistenze suscitate dal sole sulla terra, e sottomesse alle necessità di una distruzione faticosa? L'amore non può diventare divino che nella morte, ma le sue leggi nella vita sono quelle stesse della natura, che si vendicava adesso sul corpo del loro bambino spazzandolo come un inutile rifiuto. Quella meningite colpiva appunto il figlio dove il padre aveva peccato: era caso, era legge? Era forse null'altro che una pietà suprema, o un risparmio brutale della materia, colla quale tutti i corpi si rinnovano? Tutta la scienza del suo pensiero soccombeva davanti alla terribilità di questi problemi; egli non era più uomo; quella morte lo isolava per sempre in se stesso, nell'inconsolabile vergogna della propria inanità. Comunque si succedessero i giorni, e splendesse il sole e la gente esultasse intorno a lui, egli sarebbe solo a fianco di Bice ancora giovane, e nullameno condannata a guardare nella vita senza la speranza di potervi mai più partecipare.

Adesso vivevano chiusi in quella camera, uscendone appena per il pranzo e ritornandovi subito dopo, quasi sempre senza aver mangiato, ad attendere il dottor Leoni, che veniva tre volte al giorno. Ma tale insondabile dolore muto aveva sconvolto anche in lui tutte le idee di giustizia colla rivelazione di un altro ordine ben più tragico della gerarchia, che egli rinfacciava alla società, e nel quale la grandezza dei mali si misurava non alla miseria dei salari ma alla superiorità dello spirito. La sua anima, più volgare che bassa, ne subiva inconsciamente il fascino cedendo ad una ammirazione sempre più viva per De Nittis, del quale l'ingegno gli scopriva talora in poche frasi di un pessimismo lacerante tutta la inanità della medicina, condannata fatalmente a non comprendere nemmeno il perchè dei pochissimi rimedi, e a stabilire le proprie leggi sull'incertezza di alcuni fenomeni.

Ma quella meningite basilare tubercolosa non consentiva nemmeno di essere lenita, giacchè il piccino aveva fatto ogni sforzo, rantolando affannosamente, per torsi dal capo la vescica del ghiaccio. Bisognava assistere per otto, forse per quindici giorni, al suo lento supplizio, immobili, senza potergli neppure nelle crisi più spasmodiche porgere il conforto di una carezza. Entro quella ricca cuna sommersa nell'ombra della camera, e fra il chiarore incerto delle trine, che orlavano i cuscini e i piccoli lenzuoli egli appariva vagamente come una macchia; ma non appena aprivano le finestre all'arrivo del medico, e questi lo pigliava fra le mani per esaminarlo, il suo volto cinereo, lucido di un sudore viscoso, coi labbruzzi scuri come una foglia imputridita, ricadeva d'ogni lato pesantemente, sempre con quel rantolo interrotto da grida sottili. Le sue pupille, salite sotto le palpebre, vi rimanevano coperte a mezzo, come stravolte nello spavento di una visione dileguata; però, adesso che il loro azzurro pareva essersi dilatato, la luce non le offendeva quasi più. Poi il respiro gli si faceva improvvisamente tranquillo, e un fuggevole rossore gli colorava le gote, permettendo quasi di sperare in un ritorno vittorioso della vita, mentre il coma si manteneva sempre così grave, e subiti scatti di convulsioni facevano da capo sbalzare tutte le sue piccole membra, come sotto il morso di una scottatura.

Allora il dottore s'affrettava a rimetterlo sotto le lenzuola, ordinando di socchiudere le finestre per velare loro quello straziante spettacolo.

Bice non gli domandava più nulla, De Nittis lo accompagnava pel giardino sino al cancello, e più di una volta lo aveva interrogato sullo stato di lei. C'era infatti da impensierirsene: la sua magrezza diventava tutti i giorni più livida, molte sere doveva aver avuto la febbre, ma fortunatamente la tosse non era ricomparsa. Ella invece, appena uscito il medico, andava a gittarsi sull'inginocchiatoio ridomandando smaniosamente alla Madonna il miracolo di quella guarigione. Non era quello il solo momento che potesse farlo, quantunque De Nittis non abbandonasse quasi mai la camera, ed ella non volesse farsi vedere da lui in tale supremo tentativo di forzare la volontà onnipotente della Vergine; ma lo sceglieva: con un raffinamento adulatore di fede, per umiliare quella abdicazione della scienza umana troppo spesso così orgogliosa contro Dio.

Era andata anche due o tre mattine nella chiesa parrocchiale a farvi la comunione durante la messa, senza avvisare alcuno. Ella solamente come madre poteva ottenere la grazia: era la carne della propria carne, l'anima della propria anima, quella che domandava a Dio. Per quanto De Nittis soffrisse, non avrebbe mai potuto paragonare il proprio dolore al suo; egli non era che padre per il contatto di un attimo con quella creatura, che ella aveva composto di sè stessa. Poi De Nittis non credeva come lei; adesso nella paura delirante, che la ricacciava verso Dio, le pareva che solamente una fede senza alcun egoismo di speranza potesse commuoverlo.

—Oh Signore, voi potete!

Ma colla Madonna invece piangeva e chiedeva. Ella non poteva aver dimenticato un tale dolore nella gloria della propria assunzione, dacchè aveva voluto rimanere sugli altari all'adorazione degli infelici come una Mater Dolorosa. Era questo il suo culto più gradito, l'immagine lasciata di sè stessa alle povere donne votate a soffrire dopo di lei. Bice la pregava con un'intimità pressante, parlandole mentalmente come a persona viva, senza che la visione poetica le s'intorbidasse mai tanto, da dover ricorrere come il volgo ad immagini materializzate per sempre nella deformità di un culto idolatrico. Anzi ella non avrebbe nemmeno saputo dire in che consisteva questa sua fede nella Madonna: sentiva che Dio, l'inaccessibile, l'infallibile, era il padrone, e tutto veniva da lui, tutto vaniva innanzi a lui, anche gli spiriti che aveva più amati e la Vergine, nella quale si era compito il suo più grande mistero; ma ella amava nella Madonna il simbolo divinizzato dell'amore materno coll'agonia di tutti i dolori e il trionfo finale sulla morte, in quel rapimento di angeli osannanti, che l'avevano trasportata vivente sul trono di Dio.

Non ostante la febbre di tali esaltazioni, la natura stremata la costringeva a prendere qualche riposo. Da principio s'addormentava di un sonno inquieto sulla sedia, presso la culla, poi dovette cedere alle istanze e mettersi a letto; anche De Nittis aveva consentito a fare altrettanto, dividendo le ore di veglia con lei, Margherita e Tonina. Erano già passati otto giorni. Tutte le sere arrivavano lettere di amici da Bologna, che domandavano notizie colle solite frasi d'incoraggiamento; Prinetti, venuto di nascosto alla villa per evitare a Bice un'altra commozione, non aveva parlato che con De Nittis, e non era più ritornato. Anche a lui crescevano i dolori: una nipote gli era fuggita con un giovinastro senza lasciare traccia, gli altri erano già lo scandalo del paese.

Ma Bice, immemore di tutti, non aveva nemmeno notato la sua assenza. Invece pensava talora al povero Giorgi, la sola anima di santo che avrebbe potuto parlarle di quel dolore, mentre tutti gli altri, compreso De Nittis, non lo intendevano abbastanza.

La mattina del decimo giorno, una domenica fiammeggiante di sole, il bambino stava peggio: erano già tutti alzati intorno alla culla, colle finestre socchiuse. Fuori, nell'aria limpida e vibrante, passavano tutti i soffi del maggio, si udivano stormire le foglie e cantare gli uccelli. Ella n'ebbe un risveglio lacerante, poi Margherita corse da Giuseppe perchè andasse a cercare il medico, ma questi era in visita, lontano sui monti, ai confini del comune.

Quando Margherita rientrò ansante per la corsa e si appressò alla culla, il bambino respirava a stento; le pupille gli erano un po' discese dalle palpebre, ma parevano anche più opache.

Non parlarono. Margherita aveva scambiato un'occhiata con De Nittis, bianco nel volto come nei capelli, e colla barba non rasa da tre giorni, che gli faceva una fisonomia più ammalata.

—Il dottore?—egli si rivolse a Tonina sopraggiunta in punta di piedi.

L'altra, senza capire bene, andò a guardare dalla finestra, ma Bice scorgendola solamente allora, fece un gran gesto e scappò dalla camera verso quella di Rosa, della quale non si era ricordata più in tutto quel tempo. Margherita e Tonina la seguirono dietro un cenno di De Nittis.

Ella correva; aperse l'uscio precipitosamente e cadde in ginocchio dinanzi alla vecchia seduta, secondo il solito, nella larga poltrona di paglia coi bracciuoli imbottiti e ricoperti di una vecchia stoffa unta.

Era diventata cieca del tutto.

Bice le si strinse contro, riempiendosi la bocca col suo grembiule turchino per soffocare i singhiozzi; la vecchia ne traballò, poi con una mano gialla, ossuta, le tastò il capo, e sul suo volto di mummia parve passare una luce bianca.

—Rosa, Rosa…. il mio bambino!—l'altra gridò con un singulto anche più violento, urtandole col petto le ginocchia in una invocazione delirante.

Ma la vecchia si ritirò in grembo la mano, cadutale come morta lungo il fianco, e seguitò a dondolare automaticamente la testa, cogli occhi anche più appannati di quelli del bambino.

Bice si rizzò lentamente, colla faccia arida, per ritornare nella propria camera. Un raggio di sole arrivava al davanzale della finestra. Adesso il grido continuo del piccino era diventato più sottile, e le pupille gli si muovevano come galleggiando dentro gli occhi.

Ella rimase in piedi con ambe le mani attaccate alla cuna; aveva una vestaglia scura a righe sanguigne, i capelli scarduffati come da un colpo di vento. Ogni tanto batteva i denti. Ma una convulsione scosse ancora tutto quel povero corpicino sotto le lenzuola, che s'incresparono come l'acqua di un piccolo gorgo, nel quale fosse caduto un sasso. Pareva che istintivamente tentasse di alzare la bocca aperta, agitando le manine tutte grinze, colle piccole unghie diventate lunghe.

—Mio Dio, muore!—si lasciò sfuggire Margherita chiudendo gli occhi.

Quando li riaperse, lo vide colla testina rivolta sul lato sinistro, presso all'orlo della culla, che ripigliava lentamente il respiro.

Bice e Margherita gli stavano ai lati, De Nittis ai piedi della culla, tutti e tre evitando di guardarsi. Questa volta era l'agonia, un epilogo più incomprensibile ancora di quella muta tragedia, perchè il bambino non aveva mai potuto parlare; ma sebbene il suo corpicino apparisse anche troppo fragile, le convulsioni vi scoppiavano con una violenza quasi di odio. La sua piccola testa sparuta s'affossava sempre più faticosamente nei cuscini, mentre le braccia sottili come due stecchi, sui quali le larghe e fini maniche della camicia penzolassero, battevano tratto tratto l'aria nello sforzo di respirare. Ma ogni volta le vene del collo parevano gonfiarsi sotto una mano invisibile, che glielo stringesse con calcolata lentezza: poi rimaneva senza fisonomia, colle pupille spente in un canto dell'occhio, e la bocca bagnata da un velo diafano di bava.

Che cosa era dunque la morte per lui? Che cosa uccideva?

Nessuno poteva chiederselo per la stessa impossibilità di fondere la propria anima in quella sua agonia di animalino. Egli moriva così, soffrendo senza capire, come tante volte si vede per strada morire qualche altra bestia, percossa da lunghi brividi, colla faccia insignificante. De Nittis, immobile ai piedi della culla, stringendosi di quando in quando la fronte sotto una fitta lancinante, sentiva il proprio spirito diventare di una limpidità cristallina. Nulla gli sfuggiva nè degli altri nè di sè stesso. Il suo mondo era lì, in quelle tre creature, che stavano per rimanervi isolate, appena la più piccola sparisse; ma tutto il suo ingegno e il suo cuore non bastavano a trovare un'altra espiazione, un baratto insensato di devozione e di dolore per placare l'esigenza della morte. Doveva morire il più piccino, quello che aveva appena cominciato a vivere, mentre lui, stanco ed oramai inutile, resterebbe a galleggiare nella vita come una tavola di naufragio sul mare. E quella agonia di una bestiolina conchiudeva il grande dramma del suo pensiero, diventava la catastrofe finale del suo spirito rigettato per sempre dalle correnti della generazione! Adesso avrebbe voluto udirlo piangere, gridare: aiuto! toccando così l'ultima vetta del dolore, piuttosto che vederlo sparire in quell'agonia senza significato. La sua anima vi assisteva come cristallizzata da un freddo siderale, che nulla potrebbe più vincere. La morte non avrebbe dovuto essere così, ma compiersi nello spirito, come l'ultimo atto della sua incomprensibile tragedia, fra l'orrore del nulla e lo spavento di Dio. Quale differenza rimaneva dunque fra la morte di quel bambino e la morte di un agnello? A che era esso nato? Che significava la sua apparizione di un istante? Se la religione aveva saputo immaginare un al di là per l'uomo, il bambino, non potendo recarvi nè merito nè colpa, vi diventava inintelligibile.

Queste domande passavano per la limpidezza del suo spirito come raggi sottili, mentre le sue viscere ricevevano tutti i contraccolpi di quelle convulsioni nel medesimo punto, come se una stessa carne soffrisse in ambedue. E non pertanto erano già separati per sempre. Fino dal primo giorno di quella malattia la sua anima di padre era morta, e tutto il resto non era stato nemmeno più dolore, perchè non si può forse chiamare così ciò che soffre il pesce in secco, sulla riva. Ma in quel momento lo strazio delle due donne tornava a farlo tremare di un'altra pietà più profonda: a che pensavano esse? Come non avevano una seconda volta domandato del dottore! Perchè si erano scordate di far chiamare il parroco? De Nittis se lo chiedeva per quella terribile facoltà nei pensatori di riflettere sempre, anche nelle crisi più atroci, assistendo così allo spettacolo di sè medesimi. Infatti non gli era sfuggito l'allegro tremolìo della luce su tutti i mobili al soffio delle tende respinte dal vento, sino quasi a mezzo della camera. Era un mattino palpitante di risa e di grida, che si udivano al di fuori per la campagna: le piante si scrollavano nel sole, tutto vibrava di vita.

In quel momento una grossa voce parlò sul prato; Margherita corse alla finestra, poi uscì dalla camera.

L'immobilità delle loro due figure si fece più tragica; da venti minuti non avevano pronunciata una parola o scambiato uno sguardo. Bice sentì che un'altra più formidabile convulsione stava per scoppiare e piegandosi sulla culla, tese le mani per prenderlo sotto le ascelle: difatti potè appena afferrarlo, che il suo corpicino sbalzava già per tutte le membra, come sotto l'urto di detonazioni elettriche. La testa gittata indietro, dondolava con un rauco gorgoglio di soffocamento, facendosi tratto tratto pavonazza, mentre le braccine sferzavano l'aria disperatamente, e le gambe a certi sforzi gli rientravano sotto la corta camiciola fino al ventre rigonfio. Ma questa volta la convulsione si ripeteva sempre più violenta; ella lo stringeva fra le mani cercando istintivamente di farlo star dritto, sebbene i piedini gli si ritraessero come respinti da una molla al contatto delle lenzuola, e la testa gli si arrovesciasse sempre più pesantemente. Un momento, fra il rantolo che lo soffocava, gli sfuggì uno strido stentato, sibilante.

—Muore!—gridò De Nittis, che non poteva vederlo così nascosto contro il petto di Bice, ma ella si volse impetuosamente per dire di no.

Una fiamma bianca le bruciava negli occhi, come se vi fosse salita da tutto il volto marmoreo: quindi rialzò il piccino quasi all'altezza del proprio mento per appressargli la bocca alla bocca; lo tenne così qualche minuto trionfalmente, sentendo fra le dita il battito affrettato del suo piccolo cuore, e adagio, curvandosi senza baciarlo, lo ricompose sul cuscino.

De Nittis aveva chinato il capo.

Ella strinse nella mano destra l'altro orlo della culla piegandosi col volto, del quale De Nittis non poteva vedere che una tempia, quasi a sfiorare quello del bambino ridivenuto tranquillo. In quella lotta delirante della sua anima contro la morte, Bice lo avvolgeva dentro lo splendore dei propri occhi, giungendogli sino al fondo di tutte le fibre coll'irresistibile penetrazione della luce. Non voleva che morisse, non sapeva nemmeno che cosa fosse più la morte, ma era come se le ritirassero qualche cosa dall'intimità del proprio essere, e la sua volontà s'irrigidisse per impedirlo. Aveva quasi cessato di soffrire, non si ricordava più di nulla; il suo bambino era solamente il suo bambino, senza i lineamenti caratteristici del suo Giulio, era dentro la sua volontà stessa, inseparabile dalla sua vita, che nulla ancora minacciava.

Infatti sotto la pressione di quegli sforzi egli si era addormentato. Un sudore gli argentava le guance livide, respirava appena, colle palpebre lente sulle pupille dilatate, che gli riempivano di un azzurro scialbo quasi tutto l'occhio. Il suo corpicino raggomitolato sotto le lenzuola vi faceva appena il rilievo di un cartoccio.

Ella lo contemplava, già rilassata sopra di lui nella dolcezza di una prima vittoria. Il suo respiro sempre più calmo le passava sul volto come una carezza, richiamandole la memoria di tutte le preoccupazioni, quelle tenerezze vigilanti, piene di moine, colle quali le mamme sanno persuadere ai bambini anche il sonno: ma quello del piccolo Giulio proseguiva oramai al sicuro da ogni altro attacco sotto la protezione del sorriso, che le illuminava ora tutto il volto. Quindi la coscienza le ritornava nella stanchezza di una tensione troppo prolungata. Improvvisamente provò un gran dolore sotto la scapola sinistra in quell'atteggiamento faticoso, riempiendo così la culla con tutto il proprio busto; ma non potè staccarsene.

Era sempre lo stesso coma, insistente, invincibile, anche a questo ultimo sforzo della sua volontà.

Il bambino respirava ad intervalli più radi, con un suono sordo di bolle, che gli si rompessero dentro il petto, e la bocca immobile in una contorsione, che il sonno non ha o non serba lungamente. Poi un altro odore acido, nauseante, gli salì intorno, di fra le lenzuola, senza che egli avesse mutato posa o si fosse anche lievemente scrollato. La sua manina sinistra, fuori della coperta bianca, ne teneva una piega sottile fra le dita.

Allora Bice gli appressò un'altra volta le orecchie alle labbra per udirne il soffio, contemplandolo intensamente colla sensazione mostruosa di non riconoscerlo più; infatti la sua fronte aveva la stessa opacità inanime delle grandi pupille azzurre, sulle quali le frangie delle palpebre socchiuse ricamavano un'ombra stagnante, mentre un'altra ombra pareva uscirgli dalla bocca su per tutto il viso. Ma il rallentarsi stesso del respiro provava la tranquillità del suo riposo. Non era più la lotta, quella lacerazione di prima, a strappi, contro la quale la volontà poteva ancora irrigidirsi; ma una insidia invisibile, che li avvolgeva entrambi, senza possibilità di resistenza, in un oblìo sempre più scuro di ogni cosa. Ella aveva appoggiata la testa sul cuscino accanto alla sua, cogli occhi egualmente socchiusi entro l'ombra più larga dei propri capelli, e sotto quella bandiera di merletti, che si gonfiava bianca nel vento.

Il bambino muoveva ancora le labbra di quando in quando, ma ad ogni respiro il rantolo gli si abbassava; poi un brivido leggero come un riverbero gli passò sulla faccia, e i piedi gli si allungarono sotto le lenzuola.

—Ah!—ella gridò spasmodicamente balzando in piedi, perchè in quel momento lo aveva sentito morire, ma ripiegandosi quasi nel medesimo istante sopra di lui; mentre De Nittis l'afferrava alla cintura per sostenerla, e ancora più pallido si chinava per cogliere l'ultimo respiro del proprio bambino.