CAPITOLO XXI. Scuole nazionali.
Fino alla metà del secolo scorso la musica aveva un carattere piuttosto internazionale, per quanto non si vorrà certo negare che in molti riguardi si distinsero sempre la musica italiana e francese dalla tedesca. Ma queste differenze per quanto esistenti non sono molto sensibili, perchè i grandi maestri tedeschi e specialmente gli antichi fino a Gluck e Mozart hanno subito l'influsso della musica italiana e francese. I maestri posteriori d'ogni nazione cominciarono invece a mostrare una fisionomia più decisamente nazionale come p. e. la francese in Berlioz, Frank e Saint-Saens, ecc., e la tedesca in Schumann, Brahms ed altri. Col destarsi poi della coscienza nazionale, sia frutto di guerre od avvenimenti politici o di maggior coltura si vennero sempre più sviluppando differenze anche nella musica di altre nazioni, specialmente delle nordiche e slave, sia perchè avevano conservata la loro musica popolare, sia perchè s'erano fondate scuole nazionali ed i musicisti non frequentavano più come prima quasi esclusivamente quelle estere. L'egemonia che l'Italia aveva esercitato per secoli sulla musica era già cessata da tempo e gliela contrastava la Germania. Ma se i giovani musicisti scandinavi ed alcuni dei russi accorrevano ancora alle scuole tedesche per apprendervi l'arte musicale, ritornati in patria essi cercarono di liberarsi dall'influenza straniera ed approfittando dell'immensa ricchezza della canzone e melodia popolare seppero dare alle loro opere il carattere nazionale servendosi appunto dell'elemento melodico e ritmico della musica popolare.
La prima per tempo di queste scuole è la Scandinava che comprende la danese, la norvegese e la svedese col ramo secondario della musica finnica, che è di tutte la più recente. I maestri scandinavi sono quasi tutti romantici e derivano in ultima linea da Mendelssohn e Schumann col già nominato Gade quale anello di congiunzione. Essi prediligono perciò la musica istrumentale e di questa le forme minori. La loro musica, quantunque abbia l'impronta moderna non mostra alcun influsso delle nuove teorie rivoluzionarie ed è anzi piuttosto conservativa e di carattere intimo e lirico. La nota predominante è la melanconia in tutte le gradazioni, appaiata ad un sentimento intenso della natura e ad una felice disposizione al colorito istrumentale e finezze armoniche e ritmiche, derivanti senza dubbio da elementi etnici.
La musica danese prima di Gade non ebbe vera impronta nazionale. Fu egli per il primo che consciamente, almeno nelle opere della giovinezza e virilità, ispirò alla sua musica l'elemento nazionale. Prima si usava servirsi di qualche melodia popolare per scopi speciali o per semplice amore di novità. Gade senza copiare la musica delle canzoni nordiche seppe, mantenendo le forme usuali creare un tipo di melodia o spunto musicale, che ha un carattere essenzialmente nazionale, sicchè la sua prima sinfonia in do minore fu ai suoi tempi una rivelazione. Questa sua nota speciale andò poi nelle opere posteriori sempre più affievolendosi, finchè egli finì col diventare un gentile ed abile imitatore di Mendelssohn. Ma Gade fece scuola in tutta la Scandinavia. Fra i migliori musicisti della Danimarca contano Emilio Hartmann (1836-1898), Giorgio Mailing (1836-1903), Asger Hamerik (1843), Augusto Enna (1860) che si dedica con qualche fortuna principalmente al dramma musicale, (La Strega, Cleopatra, ecc.), Carl Nielsen (1860).
Maggiore impronta nazionale della danese ha la musica norvegese colle sue canzoni e danze caratteristiche (Halling, Springer, ecc.). Ma forse più che alla maggior ricchezza melodica e varietà delle sue canzoni essa deve la sua superiorità ai musicisti stessi, fra i quali Kjelruf (1815-1863) ed il celebre violinista Ole Bull (1810-1880) furono i primi che misero in onore la musica nazionale. Il vero rappresentante della scuola norvegese ed ancor oggi il più geniale ed importante è Edgardo Grieg (1843-1907). Egli è il poeta musicale della Scandinavia più di Gade e degli altri, ed ha contribuito alla conoscenza dell'anima nordica altrettanto che Biornsön ed Ibsen, perchè in ogni sua composizione, la più grande e la più piccola egli non smentisce mai il carattere speciale della sua nazione e quasi neppur volendolo sa liberarsi dall'influenza della musica popolare, che è diventata sua seconda natura e che egli pur creando nuove melodie e forme imita. La sua natura è un misto di elementi artistici e popolareschi, i quali si fondono organicamente, sicchè l'opera che ne risulta non ha nulla di artificioso ma è spontanea e sincera. Il Concerto per pianoforte, le Sonate per violino, il Quartetto, ecc., sono opere costruite secondo le norme della morfologia musicale, eppure esse hanno un'impronta tutta speciale, perchè il contenuto è diverso, diversa la melodia, il ritmo e l'armonizzazione.
Grieg discende da Schumann ed è vero impressionista. Le sue opere sono quasi sempre la traduzione poetica di un sentimento che occupa il suo animo e che in lui, poeta dei suoni, trova eco e si estrinseca nella sua arte. Le opere più note oltre le nominate sono due Suites (Peer-Gynt) per orchestra, una Suite in stile antico per archi, un'Ouverture, i pezzi lirici per pianoforte e molte delle sue bellissime canzoni. Grieg non fu certo uno dei colossi della musica ma piuttosto un delicatissimo e poetico miniatore. Perciò le sue migliori opere non sono le più grandi, giacchè a lui mancava la potenza delle concezioni grandiose.
Cristiano Sinding (1856) invece è padrone delle forme maggiori e le predilige (Sinfonie, Concerti, Sonate, Quintetto, Trio, ecc.). Confrontato con Grieg egli è certo più maschio e potente ma molto meno poetico nelle sue opere, meno fortunato negli spunti, che sono alle volte rudi ed aspri, meno nazionale nel colorito, meno lirico ma invece molto più epico.
Altri noti musicisti norvegesi sono Giovanni Svendsen (1840-1911) che scrisse ancor giovanissimo le sue migliori opere (Ottetto, Sinfonie, Concerti, Leggende, Rapsodie, ecc.); Gerardo Schjelderup (1859) autore di drammi musicali e Halfdan Cleve (1879) (Concerti per pianoforte, ecc.).
Quasi le stesse caratteristiche mostra la musica svedese. Ivan Hallström (1826-1901) cercò già per tempo di liberare l'opera drammatica musicale dalle influenze straniere e darle un carattere nazionale, però con poca fortuna, mentre maggiore ne ebbero i tentativi di Gio. Södermann (1832-1876) di innalzare le sorti della canzone svedese e di Andrea Hallén (1846) per la musica istrumentale, che si risente della musica di Wagner e Liszt. Emilio Sjögren (1853) (Sonate, pezzi per pianoforte, cantate, canzoni, ecc.), Guglielmo Stenhammer (1871) e Guglielmo Peterson-Berger (1867) sono oggi i più noti musicisti svedesi.
Alla musica scandinava appartiene anche quella della Finlandia, del paese dei mille laghi, una terra che ha pure una canzone popolare propria, in molti riguardi diversa della scandinava e russa ma affine ad ambedue. Fino a pochi anni fa il nome dei maestri nazionali non oltrepassava i confini del paese. Oggi Roberto Kajanus (1869) ed ancor più Jean Sibelius (1865) sono abbastanza noti nel mondo musicale. Anzi molti chiamano ora Sibelius il caposcuola non solo della musica finlandese ma della nordica in genere. Alle opere di lui (poemi sinfonici, sinfonie, Concerto per violino, pezzi per pianoforte, canzoni, ecc.), manca però quasi intieramente la nota ilare e gioconda ed esse hanno somiglianza colla natura del paese dai lunghi inverni, le fitte nebbie, rotte alle volte da qualche raggio di sole sbiadito, che mostra gli stagni fumanti ed il verde pallido delle erbe. Anche egli come Grieg non padroneggia le forme maggiori e non è di rado frammentario.
La musica russa prima di Glinka ebbe ben poca importanza come arte nazionale. Sarti, Galuppi, Martini, Paisiello e Cimarosa per non nominare che i maggiori, soggiornarono a lungo nella Russia e vi scrissero molte delle loro opere. Il vero creatore della musica russa è Michele Glinka (1804-1857) l'autore della Vita per lo Czar (1837) e Russlan e Ludmilla, ambedue pregne di carattere e melodia nazionale, con novità di ritmi ed armonizzazione ma ben lontane da meritare gli esagerati entusiasmi, che destano ancor oggi nella loro patria. Quasi contemporaneo è Alessandro Dargomisky (1813-1869) (Russalka e Convitato di pietra) forse meno ispirato di Glinka ma ricco di sentimento drammatico e ricercatore di nuove forme. In questo riguardo si può anzi dire che egli col suo recitativo melodico, base di tutto il suo Convitato di pietra, ha molti punti di affinità cogli autori più moderni. Alessandro Seroff (1820-1871) (Giuditta, Rogneda) completa la triade ma non raggiunge neppur lontanamente i suddetti.
Il vero e decisivo impulso a creare di proposito una vera arte musicale russa partì dal cosidetto cenacolo dei cinque (Balakireff, Cui, Borodine, Rimsky-Korsakoff e Moussorzsky), che per caso originariamente furono o uomini di scienza o soldati. Era l'epoca del fermento prodotto dalle opere di Berlioz, Liszt e Wagner ed in genere della musica programmatica e descrittiva. I cinque nominati bandirono la crociata contro la musica italiana e francese ed accettando i nuovi principî cercarono di metterli in pratica nelle loro opere sia drammatiche che sinfoniche. Supremo scopo poi era di dare alla loro musica una vera impronta nazionale togliendola dalla melodia e dal ritmo delle canzoni popolari. Queste col loro carattere oscillante fra il maggiore e il minore, somigliante molte volte alle antiche tonalità di chiesa, con elementi orientali frammischiati furono dai sudetti sapientemente utilizzati ed imitati ed hanno dato alle opere della scuola russa moderna un certo carattere esotico ed originale che ne è forse il maggior pregio. Il ritmo della musica russa ha qualche cosa di elementare che deriva più dalla razza che dalla volontà del musicista ed è svariatissimo (anche p. e. in 5⁄4, 5⁄8, ecc.).
Il più audace innovatore dei nominati è Modesto Moussorzky (1823-1881) quantunque egli non ebbe mai sufficiente padronanza della parte tecnica della sua arte. Egli è l'autore dell'opera Boris Godounov, che quando fu data la prima volta nel 1877 a Pietroburgo fu derisa e cadde miseramente, mentre oggi si considera come l'opera più audace e nuova della scuola russa. In essa l'arte sinfonica non ha alcuna parte, ma tutto è conciso, rapido ed eminentemente drammatico.
Cesare Cui (1835) scrisse più opere drammatiche, Angelo, Ratcliff, ecc., e sinfoniche. Ma il suo maggior merito sta nell'aver combattuto accanitamente per i nuovi ideali specialmente coi suoi scritti e la sua propaganda. Al. Borodine (1834-1887) gli fu nell'ispirazione di gran lunga superiore e ci lasciò poche ma belle opere quali, p. es., il secondo quartetto, la sinfonia in do minore. Il suo Principe Igor, opera rimasta incompiuta e finita poi da Rimsky-Korsakoff e Glazounow è scritta piuttosto nello stile antico ma contiene nelle danze e nei cori delle pagine stupende di un colorito smagliante. Nicola Rimsky-Korsakoff (1844-1908) fu di tutti il più sapiente e molti dei giovani musicisti russi, che contano fra i migliori, furono suoi scolari. Egli si provò in tutti i rami della musica e quasi in tutti con fortuna (opere drammatiche Sadko, Notte di maggio, Pskovitaine, ecc., sinfonie, poemi sinfonici, Antar, Sheherezade, quartetti, Concerti, ecc.).
Ma più che tutti questi musicisti sono noti al mondo internazionale i loro contemporanei Antonio Rubinstein (1829-1894) e Pietro Tschaikowsky (1840-1893). Il primo, celebre pianista e fecondissimo autore di opere teatrali (Nerone, Feramor, Maccabei, Demonio, ecc.), sinfonie, concerti, musica da camera, canzoni, oratorî, ecc., è oggi pressochè dimenticato, quantunque nelle sue opere sieno numerosi i momenti di vera ispirazione geniale. Ma in tutta la sua stragrande produzione non c'è un'opera di maggior mole che sia veramente perfetta. Spunti dei più eletti si avvicendano con frasi comuni, ed ad un tempo riuscitissimo ne seguono degli altri, scritti senza ogni cura, nei quali l'autore si trascina innanzi con lunghe esposizioni e lavori tematici senza alcun valore.
Tschaikowsky è più moderno, più sincero per quanto più bizzarro, più lirico che drammatico. Egli è incoerente nello stile ma spesso assai ispirato. Fra le sue opere (Eugen Onegin, Jolanda, Mazeppa, ecc., Sinfonie, Quartetti, Concerti, Suites, ecc.), emerge su tutte la sesta sinfonia in Si minore, la patetica, una delle migliori opere sinfoniche degli ultimi decenni, calda di fantasia, piena di contrasti, varia nei ritmi e coloriti.
Tanto Rubinstein che Tschaikowsky non sono musicisti sì schiettamente nazionali quanto i suddetti, quantunque molti dei temi delle loro opere abbiano carattere russo nazionale, ciò che vale specialmente delle composizioni di Tschaikowsky. La nuova scuola russa li ha perciò piuttosto trascurati e cominciò col foggiare la sua musica servendosi quasi intieramente di melodie nazionali. Così le opere di Alessandro Glazounow (1865), il capo dei giovani russi (7 sinfonie, poemi sinfonici, quartetti, ecc.), talento fecondissimo e precoce, fino alle ultime di pochi anni fa, sono di carattere spiccatissimo nazionale quasi ostentativo e lo stesso si può dire di quelle degli altri migliori: Soloview, Liadow, Juon, Tanéjew, Glière, ecc.
Da qualche tempo è però sensibile una certa reazione, del resto salutare ed utile, perchè la troppa predominanza dell'elemento melodico nazionale finiva a rendere monotone le nuove opere. La produttività dei musicisti russi moderni è stragrande. Venuti tardi essi sembrano quasi voler guadagnare il tempo perduto e le loro sinfonie, poemi sinfonici e quartetti non si contano più. Il pubblico cosmopolita accolse tutte queste opere con grande simpatia, perchè esse portavano finalmente una nuova nota. Ma oggi si può ormai accorgersi di una diminuzione di interesse, come è successo colla musica nordica. Le melodie russe sono poco varie, o nenie melanconiche, che ricordano le steppe oppure piccole danze che si ripetono fino all'infinito. Il loro valore intrinseco è perciò molto relativo e se quei temi possono servire ad episodi e sono suscettibili di coloriti svariati, essi si adattano poco ad essere usati nelle forme maggiori della musica. Ma comunque ciò sia, la musica russa ha avuta una certa influenza sulla musica moderna in generale e ci ha resi attenti ad una quantità di musicisti, maestri dell'arte dell'orchestrazione e dell'armonia quasi sempre assai interessante, ricchi di temperamento esuberante, concettosi e non di rado ispirati ma altresì spesso bizzarri e brutali nella ricerca dei contrasti più crassi, poco amanti del serio lavoro tematico ed ancor lontani dal raggiungere quel grado di misura che è necessario alle opere durature.
La disposizione del popolo boemo alla musica è proverbiale ed infiniti sono i musicisti boemi specialmente suonatori di strumenti, dai più celebri virtuosi ai più meschini suonatori girovaghi. Ma una vera musica boema oltre a quella delle canzoni e danze popolari si venne formando soltanto dopo che anche i boemi si ricordarono di non essere soltanto una parte dell'Austria ma una nazione con lingua e letteratura propria e si destò il sentimento nazionale e patriottico.
Il padre della nuova musica boema è Federico Smetana (1824-1884), vero musicista di razza, il creatore dell'opera nazionale (La sposa venduta, il Secreto, Dalibor, Il bacio, ecc.), ed autore di una specie di epopea nazionale in musica, La mia patria, serie di sei poemi sinfonici, scritti a somiglianza di quelli di Liszt, ma certo più ispirati e più semplicemente concepiti. Pochi anni prima della sua morte minacciato dalla pazzia e quasi sordo scrisse un quartetto per archi Dalla mia vita, che è un'opera di gran passione e sentimento tragico. Fra le opere teatrali la Sposa venduta è la migliore e la sua freschezza melodica e ritmica va a gara con una fattura sapientissima ed un colorito orchestrale dei più fini.
L'eredità di Smetana fu raccolta da Antonio Dvorak (1841-1904), senza dubbio il più grande musicista boemo, dotato di ispirazione, ricco di fantasia, colorista per eccellenza, spontaneo e fecondo. La musica di Dvorak (opere teatrali, quartetti, sinfonie, concerti, oratori, poemi sinfonici, ecc.), ha l'impronta nazionale ma essa gli viene più per istinto che per volontà, diversamente da Smetana. Meno profondo e sapiente di Brahms, che fu quegli che gli aprì la strada nel mondo musicale, egli è certo di lui più melodioso, più accessibile al pubblico. Il campo in cui egli eccelse e scrisse opere forse durature è quello della musica assoluta. Ma dopo un soggiorno di alcuni anni in America egli si convertì per sua disgrazia alla musica programmatica e le sue ultime opere non possono mettersi a paro con quelle anteriori. Dvorak era un musicista troppo istintivo, soltanto un musicista, non complicato con un esteta e filosofo ed egli si fermò soltanto all'esteriorità e credette bastare la traduzione musicale di un soggetto poetico passo per passo, verso per verso, per scrivere dei poemi sinfonici. Ad onta di ciò c'è tanto d'ispirato e sano nella sua musica, tanta superiorità tecnica e tanto splendido colorito orchestrale da non comprendere come le sue opere ad eccezione di qualche quartetto vadano ormai in dimenticanza.
Un altro musicista boemo che meriterebbe esser più noto di quello che è, fu Zdenko Fibich (1850-1900), vero poeta del pianoforte. Fra i contemporanei si distinguono Viteslavo Novâk (1870), ardito e nuovo, Giuseppe Suk (1874).
Una vera musica inglese non esiste ad eccezione di quella delle vecchie canzoni, alle quali non si può negare una fisionomia propria. Eppure anche in Inghilterra si coltivò e si coltiva con amore e perseveranza la musica ed i maggiori maestri di tutte le nazioni vi trovarono o personalmente o colle loro opere sempre cordiale accoglienza. Le sorti della musica inglese si rialzarono però già da molti anni e mentre prima non si potevano nominare oltre i musicisti di altri tempi che due inglesi, che ebbero anche sul continente qualche fama (Vincenzo Wallace (1814-1865) la Maritana e Michele Balfe (1808-1870) la Zingara) oggi sono parecchi i maestri inglesi che sono notissimi specialmente nel ramo dell'oratorio e della musica sinfonica.
Questi sono Alessandro Mackenzie (1847), G. A. Macfarren (1813-1887), Arturo Sullivan (1842-1900), Ferd. Cowen (1852), Carlo Standford (1852), Hubert Parry (1848), Granville Bantock (1868) e sovratutti Edoardo Elgar (1857).
Quantunque quasi tutti questi musicisti si dedicarono anche alla musica istrumentale, la loro predilezione è però rivolta all'oratorio sia biblico che di altro soggetto e ciò forse meno per un bisogno artistico della loro anima quanto per il fatto, che i numerosi festivals annui provocano una produzione di simili opere, che negli altri paesi sono in completa decadenza. La possibilità poi di esecuzioni con gran masse corali assai disciplinate influisce altresì sui maestri, che come p. e. Bantock ha potuto scrivere una grande sinfonia corale, Atalanta a Caledonia (1912) senza orchestra per venti gruppi di voci usate come strumenti. Di tutti questi oratori due soli sono noti sul continente, il sogno di Geronzio e gli Apostoli di Elgar.
Una posizione a parte prende Ethel Smyth (1858) uno spirito irrequieto che cominciò seguendo vie già battute per trasformarsi e convertirsi poi ad una lingua più moderna nelle sue due opere, la Foresta, e specialmente i Naufraghi. Fra le donne compositrici Smyth supera certo di gran lunga le colleghe d'ogni paese.
Quantunque la musica inglese sia piuttosto di carattere conservativo, anch'essa non ha potuto sottrarsi al modernismo musicale odierno e non mancano giovani musicisti, che hanno tendenze nazionali e cercano di dare un carattere specifico alla musica inglese basandosi specialmente sulla canzone popolare. A questo gruppo appartengono Ralphe Vaughan Williams (1872), Percy Grainger (1882) e Cirillo Scott, il più avanzato fra i nominati. In ultima linea manca però alla musica moderna inglese ancora la vera ispirazione ed essa è internamente piuttosto fredda e senza passione.
La musica americana è ancor giovane e manca come l'inglese di propria fisionomia, non esistendo una vera canzone popolare. L'unico musicista americano, che ha una nota specifica è Edvardo Mac Dowel (1861-1908), autore di poemi sinfonici, concerti, suites, ecc. Le sue migliori opere sono però certo quelle per pianoforte e specialmente le minori (Sea pieces, ecc.) e molte canzoni. Altri musicisti americani di qualche nome sono: Edgar Kelley (1857), Giorgio Cladwik (1854) e Orazio Parker (1863).
A completare l'enumerazione delle scuole nazionali sono da aggiungersi la belga o fiamminga e la spagnuola quantunque per ambedue non si possa parlare di tendenze decisamente nazionali. Pietro Benoit (1834-1901) ha scritto più opere teatrali ed oratori su testi fiamminghi ma senza una vera nota personale. Edgardo Tinel (1854-1912) ebbe qualche successo col suo oratorio Franciscus ma egli è nelle sue opere piuttosto dotto che ispirato. Jan Blockx (1851-1912) è con Paolo Gilson (1865) forse il più originale e moderno dei nominati.
Un'opera spagnuola o portoghese non esiste e la musica di quei paesi dopo Vittoria, Morales e Guerrero non ha quasi più importanza nella storia della musica e si contenta di produrre Zarzuele (operette). Un'eccezione è però da farsi per Filippo Pedrell (1841), dottissimo cultore degli studî musicali storici ed autore di una Trilogia: I Pirenei (1902) opera di gran polso, concepita modernamente. Negli ultimi anni è però innegabile un risorgimento anche nella Spagna e le opere dei musicisti moderni (Ripolles, Pujol, Morera, Manuel de Falla, Laparra e Turina, ecc.), cominciano a mostrare serietà di studî ed un nuovo indirizzo promettente.
Il maggiore di tutti i musicisti spagnoli moderni e quello che sembrava destinato a rialzarne le sue sorti fu Isacco Albeniz (1861-1910). Più che le altre sue opere sono quelle per pianoforte, specialmente la raccolta Iberia, che lo innalzano sugli altri. Gli spagnoli moderni compreso Albeniz derivano però dalla scuola modernista francese e di veramente nuovo non c'è nelle loro opere che l'elemento spiccato popolaresco, che però non è gran fatto vario, perchè non sa sortire dal ritmo di danza.
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