II.

Per ordinare le mie idee, bisogna che col pensiero io vada indietro tre o quattro anni: cinque per l'appunto! Ed ecco mi ricordo una passeggiata a Chiaravalle, una sosta, una colazioncina in un prato, e poi un'ascensione chiassosa, quindi una meditazione seria. Come fosse adesso! Voglio rammentarmi la torre della chiesa e il cimitero.

Prima di tutto, vi confesso ch'io ho un gusto matto per i campanili, tanto che in un certo paese ho fatto un abbonamento con un sagrestano, perchè mettesse a mia disposizione tutte le chiavi d'una chiesa. Quei bugigattoli, quelle scalucce di legno dagli incerti gradini, quel buio, quegli uscioli, per cui solitamente si deve passare per giungere alla torre, mi piacciono in modo strano; e poi quelle funi che pendono giù, o sfilacciate, o giù conducendo l'unto dagli ordigni dell'orologio!—E tic-toc-toc: dall'alto l'inesorabile tempo ci grava sul capo. Se poi stridono i falchi, o stormeggiano i passerotti, o un amico pauroso mi grida:—Manca un gradino… avanti lo stesso.

A Chiaravalle la torre che sovrasta alla cupola ottagona offre tutte le emozioni che voglio. Ecco, al tetto della chiesa, al primo riposo, si giunge coll'abito concio dalle ragnatele, col cappello schiacciato da qualche buio arco che non rispetta le proporzioni della figura umana, coll'occhio intenebrato e polveroso: travi, tegole e calcinacci sono amici, amiconi degli archeoflli curiosi. Al tetto c'è un ballatoio: e da questo una scala a piuoli al primo giro d'archi della torre; e da una colonnina di questo un'altra scala a un'altra colonnina del secondo giro, e via e via; ma sui piuoli tarlati il piede si poggia con precauzione, e gli staggi sono un po' zoppi. All'ultimo piano di colonnette si leva la piramide, e noi che le passeggiamo intorno, la vediamo tutta irta coi mattoni a spinapesce, qua e là resa bizzarra da qualche ciuffo d'erba, bruna rossastra, sormontata da un globetto con una croce nel mezzo, La vista di lassù spazia sui piani e sui piani: monotonia, Pure, c'è da trattenersi su una buona mezz'ora, e anche più; si ritarda la discesa, pensando un po' a quelle scalucce malsicure che ci terranno sospesi fra il cielo e i tetti.

Terra! terra! abbiamo toccato il suolo della chiesa: all'ultimo gradino ci sentiamo piccini, come profondati, giù nel tenebrore: camminiamo, e il passo ci sembra pesante, lo spazio per il piede troppo, per l'occhio poco, e giungiamo al cimitero. Con un movimento spontaneo si dà uno sguardo all'insù; le proporzioni della muraglia, della torre, si allungano sul cielo, e là, in cima, ci pare sia restato qualcosa di noi: qui basso siamo vuoti e melanconici: un che inspiegabile signoreggia tacito intorno a noi, e noi subiamo una pace per gli occhi, per le orecchie, per la bocca, un'aria morta ci involve, entra in noi, esce: ci pare di dormire da lungo tempo, o di svegliarci con altri sensi diversi dai nostri. È una bizzarria questa? A me succede così. Credo animato un arbusto solitario, un mucchio di rovine, un silenzio di crepuscolo: qualcosa requia, ma spiandomi: un che d'ignoto, posandosi lento, incombe e incomberà su di me. È una stramberia, temo l'oblìo… Sapete? certi sogni senza senso comune si possono dire in poesia: in prosa bisogna rendersi conto d'ogni contorno che ha la parola, e toccare liscio se non si vuole errare e buscarsi, un'orecchiata dai professori!—C'è la pace, ecco tutto: una pace antica, un silenzio, un'immobilità, un mistero.

Le cellette mortuarie di stile gotico c'invitano colle loro linee severe, colle reliquie degli affreschi, coi frammenti delle epigrafi. Vediamo! Ognuna di esse racchiudeva il monumento di qualche cospicua famiglia: dove giaceva il pesante avello, a due versanti, coi quattro orecchioni, o dove si levavano sulla groppa dei lioni le colonnine torte a reggere l'arche coi tabernacoletti gotici, ai dì nostri cresce la mal'erba, fra i tritumi e i calcinacci: le muraglie hanno le tracce dell'ugna del tempo: gli archivolti non portano più le nere cortine di morte, ma si lasciano addobbare dalle ragnatele. Queste cellette erano numerosissime: e chi coll'immaginazione sapesse tutte riedificarle, degradarle in squallida linea, colorirle tristamente, e fingere dalla porticella del coro la sfilata dei monaci salmodianti, quegli potrebbe a messer l'abate chiedere l'eterna pace. Si dorme tanto bene all'ombra dì tramontana, nelle abbazie dei cistercensi, fra il silenzio degli uomini e della natura!—In una celleita, Manfredo Archinto supplica Nostra Donna: in un'altra, una lucertola viva serpeggia sull'ala di una santa morta: in un'altra, san Bernardo, imprudentissimo, presenta al cielo la Guglielmina boema…

Nel secolo XIII, nella Lombardia, già infestata dalle sètte degli eretici, comparve la bella Guglielmina. Chi era? La dicevano la figlia di un re di Boemia. Con chi era? Con un bambino che le morì. Monaca, fuggita, amante: tantissime se ne dissero. Essa abitò a Milano, e fu di tale pietà, che i monaci di Chiaravalle e le Umiliate, e tutto il clero, e tutta la nobiltà pigliarono ad amarla, compreso un tale Andrea Saramita: e salì, e salì, la Guglielmina salì fino alla dignità sopranaturale: fu della quella che salverebbe giudei, saraceni e mali cristiani, fu detta papessa, santa, divina. Ma umana, morì, lasciando di voler essere sepolta a Chiaravalle.

Quivi giacque venerata, e ad onore di lei i monaci, in tre solennità annuali, distribuivano pane e vino. I discepoli rimasti, una Manfreda, il Saramita, Albertone da Novate, continuarono a celebrarne i misteri.

Nel giorno di Pasqua del 1299 la Manfreda indossò degli abili pontificali, e, costituita una gerarchia ecclesiastica femminile, cantò litanie, predicò, disse messa in casa di certo Jacobo da Ferno, con epistola letta da Albertone, con vangelo composto dal Saramita. E vogliono gli storici che queste adunanze finissero con scandali tali e tali criminosi piaceri, sì che la inquisizione di Sant'Eustorgio col fuoco volle purificare i corpi et le anime inquinate. Si fece un gran processo, arse la catasta in piazza della Vetra, e Guglielmina si trovò scacciata dal paradiso e buttata all'inferno.

Chi parla della Guglielmina finisce sempre così:—È da domandarsi se era veramente colpevole la Guglielmina, o se solo lo furono i suoi seguaci. È questo un problema la cui soluzione merita un attento studio di storico imparziale.

Ma se sapessi dove sono i documenti!