NATALE IN FAMIGLIA.

Warum ein unerklärter Schmerz Dir alle Lebensregung hemmt?

GÖTHE.

Dinnanzi alla villa barocca, tutta fradicia di pioggia e tutta chiusa, come un sepolcro, si stende un gran viale allagato, e di fianco le due siepi di carpini si perdono giù giù, fino a confondersi colle loro tinte brunastre nei colti uniformi, su cui la triste giornata del Natale addensa un torpido coltrone di nebbiaccie.

E un povero rampichino tra quei negri viluppi di stecchi, che un dì erano piante squadrate a piramidi ed a vasi, di ramo in ramo; svolazza salticchiando, la testolina in basso, il pennacchietto arruffato, le piume impacciucchiate, e viene e viene, e viene qua ai cancelli panciuti della corte, alle tortuose scalee dei terrazzi, alle fredde fenditure delle imposte, da cui il verno scolla le vernici squammate…

Ecco la facciata della villa. Un Giusepp'Antonio Castelli la ideava con tutta la tracotanza e il fasto dei Tiepoleschi: un gran parruccone sporco la approvava col cipiglio arcigno e la penna d'oca alzata, come un ritratto dell'Ospedale. Ecco le finestre avvolte nei cartocci; le finestrette tonde con un contorno da maniglia o con davanti ciascuna un busto di Cesare romano; le mensole sbrodolanti il gesso dalle arselle; i cornicioni spezzati dalle curve e dalle volute di cento contrabassi; le inferriate gremite di viticci e di nodi e di fogliaccio; i pilastretti a gozzi aggrappantisi su alla gronda; le nicchie sgangherate colle statue delle virtù araldiche che somigliavano alle buone ciambellane di Filippo V di Borbone; e l'attico gibboso e tormentato sotto il peso di uno stemma in cui c'entravano quaranta maggioranze di Castiglia e di Leon.

E il povero rampichino, frugacchiando alle fredde fenditure delle imposte, si lamenta co' suoi zilli capricciosi che si perdono contro i vetrucci rotti, i piombi caduti, il vano oscuro della finestra…. È una formica morta assiderata due mesi fa, quando la strascinava una gran pula di frumento? È un vermiciattolo ch'era giunto la notte prima dalla peschiera a musaico alla pozzetta d'acqua fra due mattoni spezzati? Che cos'è? che cos'è che becca il rampichino?… Becca, si fa sottile, becca, s'appiatta e s'arruffa, becca, ficca la testa sotto ai bilichi, e trova un posto ove la soglia è corrosa dalle antiche pedate, ed entra nel buio.

* * *

Oh come i morti s'obliano nello squallore, giù nei saloni del vasto appartamento! V'è una semiluce che piove solo dalle finestrette ad occhi di bue, dietro le schiene degli Augusti in pietra arenaria: v'è il silenzio che là là sembra ingoiarsi con un freddo da cantina per le porte spalancate: v'è un abbandono che scolora tutto cogli strati di polvere e di muffa, e che dà a tutto un aspetto di remoto, di sconfinato, di sepolto, colle tristi simmetrie dell'immobilità e del sonno. Una sala s'apre nell'altra, l'altra nell'altra, l'altra nell'altra, via, via… Da questo capo a quello del palazzo la fuga di quei sepolcri fastosamente rococò è infinita: tutte le finestre chiuse: scorciano i vani delle porte, come un lungo corritoio fra i scenari di un palcoscenico deserto, e i sopraornati confondono i loro fogliami flaccidi, i loro motti sbiaditi, i loro canestri pastorali, i loro trofei militari, le loro donnaccie nude, come una fila di grotteschi cartelli d'anniversari nel magazzeno di una cattedrale.

E il rampichino salticchia verso un'alcova. Nella prima sala vi sono le pareti bianche, il soppalco colle travi e i contentini dipinti a sfogli e reticelle a gesso e colla, intorno allo zoccolo di finta Macchiavecchia quaranta seggiole coperte di una bazzana con una ninfa in guardinfante, e nell'alcova coi putti di stucco, fra due canterali a pancia gravida, un lettone sui cavalletti e tutto giallo a passamani d'argento.

Lì, o uccellino, in mezzo secolo non è mai sonata una parola di vita. La marchesa vedova, quella che aveva aggiunto all'attico della villa lo stemma colle quaranta maggioranze di Castiglia e di Leon, vi giaceva ammalata fradicia da sette anni non parlava più del marito, se non per consolarsi che, a conto di messe, era già in luogo di salvazione: facendo chiamare dalla vecchia nutrice i tre figli ogni sera per benedirli, al primo diceva «marchese Asdrubale,» alla seconda «donna Ines,» al terzo «don Apollonio.» E, raccogliendosi tutta nei suoi pensieri, taceva sino alla sera del giorno appresso: a meno che le arrivasse qualche corriere di Spagna con una lettera di un principe di Madrid che le annunciava la prossima gravidanza della moglie, o qualche procaccio da Milano colle benedizioni dell'abbadessa vecchia di Santa Radegonda o dell'arcivescovo capo-rito di Sant'Ambrogio. Taceva lei per delle settimane: ma susurrava qualche servo del morto padrone che quel malore che le rodeva l'ossa era come, che so io, come uno struggimento per una grande passione ambiziosa insoddisfatta: e che il marito non aveva voluto un certo dì ch'ella seguisse re Carlo II (Dio lo riposi) a una caccia presso la Bellingera e che il futuro marchese, il primogenito Asdrubale, fosse già stato promesso ad una principessina madrilena che non era nata…

Basta: in una sera di Natale, in quel lettone, quella madre… (madre la direte?)… quella squallida ammalata, moriva rassegnatissima, togliendosi dall'anulare un anello coi cinque suggelli dei cinque feudi della famiglia, e ponendolo sull'indice del suo primogenito: con una carta piena di ghirigori istituiva il maggiorasco: al marchese Asdrubale ordinava la seppellissero nel palazzo, e fissava le libbre milanesi della cera: a donna Ines e a don Apollonio raccomandava, loro vita natural durante, di pregare per lei… che era morta.

E il rampichino salticchia verso un crocefisso. Nella seconda sala ancora le pareti bianche, il soppalco colle stesse dipinture, intorno allo zoccolo di finto Belgiazzo, due tavoli dorati a gambe di capra, e trentadue seggiole coperte della solita bazzana con una Venere allo specchio, e nell'alcova con una santa gesuitesca in marmo nero, ai piedi di un lettone, come il primo, una seggioletta impagliata, e un inginocchiatoio col grande crocefisso.

Lì, o uccellino, non è mai sonata una parola di speranza. La triste secondogenita, che nella sera di Natale rammentava quell'altra notte, quando la madre le moriva, e che contava ancora angosciosamente i pochi mesi, i mesi tormentosi della sua libertà, prima d'entrare nel monastero, si contorceva sotto le coltri, si strozzava il pianto, udiva le campane per la pianura buia, s'immaginava i babbi e i bimbi che si avviavano alla chiesa, i bimbi! i bimbi!… E il povero crocefisso fu trovato alla mattina dalla nutrice dischiodato dalla croce e con alcune chiazze di sangue recente sull'avorio.

Donna Ines è morta abbadessa di Santa Radegonda.

E il rampichino salticchia verso un gran librone. Nella terza sala torno torno alle pareti quattro macchinose scansie che dalle graticciate di rame lasciano vedere tutti i volumi giallacci della teologia seminaristica, la volta, in gloria, dipinta con una Fede seminuda e cicciosa, un solo tavolotto con carta, penna, calamaio, spolverino, e un solo seggiolone colle orecchie al dossale: il gran libro è su un leggìo da coro.

Lì, o uccellino, non è mai sonata una parola di fede. L'infelice terzogenito, che rammentava quella notte di Natale, quando gli moriva la madre, e quella mattina, quando avevano veduto il crocefisso della sorella colle macchie di un sangue caldo, e che aveva sfogliato tutti i libri più devoti per sapere com'erano orrendi i tormenti dell'inferno, lì, sul seggiolone, quando tramontava il giorno e gli pareva di udire i canti delle mamme… sì, sì, una folata di vento gli portava dagli alti finestroni della chiesa un ronzio di voci felici, credenti, devotissime a Dio… Quando calava la sera sui campi e la pace sulle mamme e sulle bambine, egli, di sotto al San Tomaso in-folio, traeva un pugnale aguzzo e… E il povero librone fu trovato alla mattina dalla nutrice divelto dalla copertura e con un buco che lo passava irosamente parte a parte, come una cornata del diavolo.

Don Apollonio è morto cardinale di Santa Prisca.

E il rampichino salticchia verso venti, quaranta, ottanta quadri di antenati e di battaglie e di assedi, verso un pellicano impagliato, verso una spada d'argento di Filippo V, verso un trono di feudatario, verso un tronino di Dio… Tutto l'appartamento ha le porte spalancate e le finestre chiuse: il silenzio si fa sempre più oblioso e il verno più sconsolato.

Nella quarta, nella quinta, nella sesta, in tutte le sale continuano le mura bianche e i soppalchi dipinti o le vôlte stuccate, le seggiole a gambe di capra e le poltrone a ranocchio, e le alcove deserte. Ecco qui nella galleria pendono gli antenati di toga, di spada, di rocchetto, tipi cipigliosi del Tanzo, del Nuvolone, del Porta, ma tutta gente che si era fatto onore per la famiglia: le antenate coi guardinfante o colla tonaca, faccie lunghe del Cerano e del Legnani. ma donne benedette dal Signore nella prole o nelle visioni. Ecco nella sala delle battaglie, sulle tele crostose di un Borgognone di terza mano, dinnanzi alle fantastiche bicocche dei turchi, i guerrieri indiavolati e nel fumo dei cannoni cristiani i nemici che se la danno a gambe. Ecco nel museo le bestie impagliate che vissero nel parco: il pellicano ha una scansia di vetro colla cupola: un Crivellone ha abbozzato, nero e rosso, intorno alle pareti i cani che leccano il sangue, i cinghiali che ruzzano a salmontone, gli uomini che muoiono sbudellati. Ecco nell'armeria, fra le labarde dei servi d'anticamera, una spadina a zuccotto, donata nientemeno che da un re, il quale non sapeva tenere la penna ad Utrecht. Ecco nella sala delle udienze un gran trono, velluto cremisi ed oro, per assidersi a dopo pranzo a giudicare, con diritto di vita e di morte, i vassalli famelici tutto l'anno. Ecco nella cappella un tronino barocco, offerto al buon Dio a peso d'argento, perchè a un tanto per oncia rimetta i peccati a tutta la prosapia.

La gloria dell'appartamento incomincia dal santo alcova della vecchia testatrice e finisce col confessionale pagato dall'unico erede dei cinque feudi.

In questo regno, o rampichino, non è mai sonata una parola di gioia.

Eccolo il marchese Asdrubale!… Ebbe ventimila pertiche di terra grassa, questa villa, un palazzo ionico in Milano; creò cinque benefizii per cinque oratorii dei morti, sciolse dai livelli due monasteri, istituì varie messe pei poveri giustiziati a San Giovanni alle Case rotte; ebbe perfino trenta cani bracchi, segugi, mastini, da leva, da ferma, dodici amici senatori, una moglie infeconda e che gli visse accanto circa settantotto anni, sette mesi e qualche giorno. Eccolo il vecchio Feudatario di Filippo V, di Luigi I, ancora di Filippo V, e poi di Ferdinando VI, e poi di Carlo III! Largo! fate ala! rendetegli l'omaggio!… Viene dal tronino di Dio, e passa innanzi al suo trono di feudatario, alla spada d'argento del re Borbone, al pellicano impagliato, ai venti, ai quaranta, agli ottanta quadri d'antenati e di battaglie e di assedi…. Largo! fate ala! rendetegli l'omaggio!… Ma se non si muove alcuno per le sale!… E lui, da un capo all'altro del palazzo, procede vestito di nero e con quell'anello in dito…. Non c'è più nessun mascherone dei Tiepoleschi che, ghignando, racconti altre istorie, dopo quella della mamma, dell'abbadessa e del cardinale…. Il vecchio si fa innanzi, barcollando, viene, viene, passa dalla biblioteca, passa dal secondo alcova, passa dal primo alcova, viene, viene, cercando un primogenito anche lui.

Il marchese Asdrubale è morto grande di Spagna.

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Si è fatto sera. La vecchia e i tre figli sono tutti sepolti nello buca gentilizia della cappella, in quattro cofani di velluto nero, tutti e quattro distesi su quattro seggioloni disusati, sotto una pietra incisa coi cranii e le clessidre e gli svolazzi che annodano le tibie.

È la sera di Natale. La madre e i tre figli sono tutti seduti nel salone della festa al così detto pranzo di famiglia, sulle seggiole di seta rossa, chinati sulla trapunta tovaglia di Fiandra, sotto la luce di una gentile lumiera di Murano, e fra i calici arrubinati e le argenterie scintillanti.

È la notte di Gesù piccino. La vecchia guarda mestissima il marchese Asdrubale…. È l'ora delle gioie di Natale. E la badessa donna Maria Ines di Santa Radegonda racconta la sua amorosa gloria di mamma, quando le era nato quel bambino biondo, come quello del Signore. E il cardinale Don Apollonio di Santa Prisca racconta la sua tranquilla felicità di babbo, quando la sua gioconda, la sua bella, la sua fanciulla sorridente gli porgeva a baciare le due bimbe così rosee e ricciutelle, come le angioletto sulla capanna di Betlemme.

La vecchia tornava nella buca: e il marchese Asdrubale scagliava via l'anello.

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O rampichino, o rampichino timido e santo, quand'esci all'alba dal palazzo e per i rami dei carpini ti avvii giù là in fondo ai campi e al paesetto, o rampichino, o rampichino modesto e gentile, non raccontare le istorie delle sale barocche abbandonate, non raccontare le ciarle del convito di Natale….

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Alla mattina del Santo Stefano, il piovano di ****, che aveva da' suoi antecessori ereditato l'obbligo di benedire a Natale li defonti del palazzo, perchè un marchese Asdrubale aveva lasciato, con decima di miglio, di avena, di frumento, un beneficio alla confraternita della Buona Morte,—alla mattina un poco tarda, il piovano, aprendo con una chiave irrugginita la cappella sepolcrale, trovava sulla pietra un uccelletto morto di freddo, lo spazzava via con una pappuccia, e, guardando per un corritoio una fuga di saloni e di saloni, incominciava a dire, stringendosi nelle spalle:—Requiem æternam dona eis, Domine….