ULTIMO GIORNO DELL'ANNO 1877.
Lunedì, 31 dicembre.
Mancano tre ore e l'anno sarà finito. Ho qui sul tavolo tutte le mie memorie. E voglio scrivere. Scrivendo imito il carattere di Lidia, Che cosa voglio scrivere? Nulla di ordinato. Incomincio col rileggere le mie annotazioni del settembre 1876, poi voglio leggere il mio portafogli co' miei sogni di artista (1873-1874-1875): poi la mia lettera a Lidia: poi la sua a me….
Oggi si chiude un anno, un tristissimo anno. Colle speranze, coi ricordi, colle illusioni. Ella mi appartiene quasi, fino all'ultimo minuto di questo anno; domani si apre un anno nuovo, un anno che sarà importante per lei: sento che mi sfugge sempre più, che non è…. che non sarà mai più mia!…(5) Mio Dio, rendila felice!—Io mi illudo sempre nel mio dolore: rileggo la sua lettera, ribacio il suo ritratto, sento nell'animo la sua voce, e sono superbo, contento, felice, ma sogno, sogno: la verità non è ancora entrata nel mio cuore, io non sono persuaso che non la vedrò più! che non ho più diritto a pensare a lei!… Anno tristo, la mia vita è spezzata. Io ero nato per l'amore, per la donna, per la casa, per le sere tranquille, per un bambino, per sperare, per sentire la famiglia a benedire tutte le mie febbri, le mie aspirazioni, le mie malattie: e invece? Io vedo dinnanzi a me giorni e giorni e anni e anni che passeranno, solo conforto: che passeranno…. senza più ambizione di un nome, senza desiderio di una donna, senza coscienza di un'anima, e sempre più col bisogno di una donna! Non voglio più scrivere. Nè so scrivere. Mi inginocchio e prego il suo Dio, quello che ella pregherà per me:—Dio, ho bisogno dì credere! io mi sento buono! io mi sento il cuore!
Quando pensavo a lei, sentivo la fede e Dio! quando mi sentivo squallido e senza speranze, pensavo al suicidio, quasi come a un candido sogno! quando vedevo dei luoghi ameni: dicevo—qui non c'è lei!—quando vedevo delle fanciulle mi sentivo l'anima innondata di pace! quando vedevo dei bimbi, mi venivano le lagrime agli occhi! Mio Dio, al mio corpo nervoso, cupido, febbrile ho negato gli amplessi della femmina nuda; ho impazzito pensando alle voluttà: ho combattuto battaglie ridicole pel mondo, ma supreme e gloriose per chi vuol avere nel pensiero suo il pensiero d'una vergine; mio Dio, il suo ricordo era per me il ricordo di una tua vergine: la sua lettera l'ho letta in un santuario, guardando la bionda testina di due de' tuoi angioli! Guardami! Dimmi tu che non sono ridicolo, amando ancora! Che non lo fui amando in passato! Tu hai detto:—Siate fratelli e sorelle—e non hai detto che gli stranieri, i poveri, gli sventurati non possano fra loro essere fratelli e sorelle. Dinnanzi a mio padre, a mia madre, ai miei amici non ho saputo dire:—Ella è straniera! Ella non ha dote! Ella mangia il pane altrui!—sarebbe stato un delitto di leso decoro questo mio detto. Io fui così fiacco da non parlare, da non combattere parenti e amici e mondo: io tacqui! e sperai in te e in lei!… Mio Dio! Quanti a quest'ora si apparecchiano a godere gli ultimi momenti dell'anno! Io sono ginocchioni, io prego, io voglio pregare, io piango, io sono solo! io non so sperare, nè domandarti per me alcuna cosa per l'anno nuovo!! No, no, che importa a me di quello che mi accadrà? Ma io voglio pregare, voglio sorridere, voglio piangere per lei! Mio Dio:—rendila felice, e fa che ella si ricordi di me e che io sappia qualcosa di lei!
Rileggo i libri delle mie Confidenze. Oh! come sono belle e tranquille! Rileggo le pagine della malattia di Lina e le invocazioni ad Ermanna! Povero mio cuore!… Mio Dio, ti supplico, rendila felice.
Domenica, 27 gennaio.—È una giornata chiara, bella, calduccia. Tutti passeggiano. La si crede una prima festa di primavera. Io sono tanto tristo! Ho aperto le finestre: e mi vengono tutte le memorie della mia convalescenza. Poveri giorni di languide speranze! Giorni in cui mi pareva sempre di sentire l'odore di ghiaia umida misto all'odore delle violette: mi pareva di vedere uno dei viali del giardino non suo un viale che termina a un gruppo di pini dal cortice odoroso…. Oh mesti crepuscoli di Limbiate!—Io non so scrivere ordinatamente.—Ho taciuto tanto. Mi piacerebbe avere qui tante e tante memorie scritte: le rileggerei ora e le troverei belle! Come mi paiono belle queste poche! Eppure in vacanza non ho saputo scrivere: scrivendo mi pareva di rendere troppo concreto il mio dolore, di studiarlo troppo, mi sforzavo a essere indifferente. Quello che di dolorosissimo ho scritto l'ho scritto per Bianchi. Ho perdute le lagrime di quei dì. Vorrei ch'egli mi restituisse le mie lettere. Mi pento gravemente di essermi tanto confidato con lui. Mi capisce? Può capire chi non ha il mio ingegno? Chi non ebbe i miei entusiasmi? Chi non ebbe il mio cuore! Ridicolaggini! Ma io mi sentii potente ed ebbi un giorno delle audacie e una tal coscienza di me, che mi dovetti dire:—Oh sante le mie febbri che mi distinguono dalla folla intorno a me.
In questi giorni mi tornano alla mente i miei auguri per lei. Voglio pensare alla sua felicità. Ella apparecchierà la sua veste bianca! Ella gli scriverà quei mille nonnulla così graziosi, così cari, così confidenti! L'oubli seul sépare! E il mio pensiero?
O mio tranquillo cimitero di Limbiate, ti amo! O miei boschi! o pini!—Purchè io sia tra voi o mi imagini di essere tra voi, il mio cuore si esalta, l'anima mia diventa buona, e nelle speranze di un di e nelle delusioni d'oggi, il mio desiderio è desiderio di pace e di amore, il mio ingegno si sveglia e mi tormenta e mi fa delirare sempre inconcreto, sempre senza via, sempre senza certezza di scopo. O mio cimitero! Ti vedevo tutti i giorni quando pensavo all'amore! Ti ricordo ogni volta che qualche amico ride o qualche femmina sogghigna!—Come si amano i propri dolori!—Il cimitero vecchio non serve più per le tumulazioni: ebbene amo già il nuovo, perchè presento che vi giacerò (non oso dire voglio giacervi): vi sono passato vicino tante volte st'anno guardando ai monti di Como, a Mombello, alla Chiesa dei frati, ai monti che ho contemplato mille volte al tramonto con dolci desideri di avere una casetta là e là.—Amo le strade infangate, le foglie cadute, le campagne brumose, la mestizia della solitudine e il luogo di pace… amo la mia memoria abbandonata, solitaria: mi sento sotterra, sento l'oblio, lo sfacimento…. Ella avrà dei figli, degli amici, la vita!…
Mercoledì, 30.—Tutto è vuoto, senza scopo, senza soddisfazioni. Ieri ho visitato il cimitero degli stranieri! Come dormono bene le anime protestanti! «Thy will be done…» Come dormirei bene anch'io!
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Tutto finì. Ecco il vuoto.
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Est quaedam fiere voluptas!
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Mio padre crede che questo sia il libro dei conti.
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Nos joies ressemblent à l'arc-en-ciel, qui a l'aurore nous apparaît au couchant, et vers le soir se montre à l'orient.
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Ogni mio filo che mi lega alla vita è nel passato: ed è solo pel passato e per lei che sento che la vita deve avere uno scopo serio. E solo per lei ho bisogno di credere a Dio, e solo per lei il suo Dio mi dà una mestissima pace e una mestissima fede, quasi una vocazione…. Solo pel passato, mantenendo una dolcissima illusione, io sorrido e studio, e prego Dio e sospiro alle fanciulle e vorrei baciare tutti i bimbi.
Uno solo il mio pensiero—Lidia—ed uno il mio voto—Dio, rendila felice!—Essa è mia sorella. «Notre affection est pure et noble, elle n'a rien de profane, elle peut se raconter à toutes les âmes qui sont bonnes:(6)» ella mi disse, e mi accettò per fratello….
Io solamente son felice quando guardo la sua lettera, il suo ritratto, la mia lettera, quando penso a Limbiate e al cimitero tranquillo….
Desidererei (e voglio scriverlo a' miei parenti) d'esser sepolto a Limbiate.—Desidero di avere sulla mia pietra o croce il solo mio nome e cognome e le sue parole: Tout ce qui finit est si court. Allez toujours.
5 e 6 febbraio.—S'io trovassi un compagno, andrei in Grecia volontario, giacchè qualche garibaldino si muove da Milano. Insegnerei a' miei parenti ed amici ch'io sprezzo la vita!
Leggo Byron. Si è avverato il suo augurio:—«que son coeur se passionne pour ce qui est beau et grand!»—Byron! I miei giorni non sono sciupati: più che il tritume delle Accademie vale il vulcano di Byron. Byron! io sento il mio cuore batter col suo! Che m'importa se vivo solitario? Perdo poco perdendo le ciarle stupidine o pretenziose o vuote dei cosidetti amici che sanno vivere a questo mondo, prendendo le cose come vengono. Perdo nulla, perdendo, la sera, le pettegole scipitaggini di un palchetto di femminucce… Byron! Tu mi rifai il sangue. Tu mi animi. Tu mi ridoni i miei muscoli… Oggi spero indeterminatissimamente, ma spero pel mio avvenire.—Ho veduto mio padre assistere all'anniversarie preci per suo padre.—Mi consolo ricordando, in una passeggiata in campagna, al sole primaverile, le frasi della lettera di Lidia.—Che ancora per le fila provvidenziali di Dio avessimo ad incontrarci?—Oh! possa il mio povero ricordo tormentarti nelle ore delle tue frenetiche voluttà! Sposa sei?—O mio Dio, come io desidero di morire!
19 febbraio.—O mio Dio, sento uno di quegli sconforti, pensando al mio passato!—Come vorrei esser morto! Piango!—Oggi, qui, dai tetti di un terzo piano di povera gente mi giungeva la vocina balbettante di un bambino.—Guardo il suo ritratto. Ma, mio Dio! sento che inavvertitamente caricherei a palla, sì, una pistola antica, e in questa febbre, inavvertitamente me la accosterei alla fronte…. Amo Lei! Lei! Tutta la mia giornata è per Lei! Studio per Lei, di giorno: studio per Lei, di sera! penso a Lei, di notte!—Penso ch'Ella deve esser felice, e per non turbarla, non mi uccido! Ma chi più mi trattiene? Che mi aspetta?—Che cosa è il mondo per me!—Se potessi viaggiare e viaggiare e stancarmi!—Come passo le sere e le giornate da solo.—Sere di primavera, coll'odore delle violette di Limbiate! Giornate di primavera con una trista, strapotente insidia di voluttà nelle membra!—E voglio esser casto! Chi lo sa? Chi lo sa il mio martirio? Chi lo apprezza?
3 marzo.—È primavera. È domenica. Suonano a distesa le campane. Domani andrò a Limbiate e qualcosa saprò…. Avrò coraggio di domandare di Lei?… Mi spaventa un tristo presentimento dacchè non ha Ella risposto al mio biglietto.
Mio Dio! che vuoto! Non sono stato ad alcun veglione; eppure oggi io mi sento tanto triste, e inquieto e svogliato, come se fossi stato a sciupare la mia notte…. Mi conforta il pensiero che Ella leggerà il mio libro Lagrime e Sorrisi. È donna e lo capirà. Che importa a me del mondo?
6 marzo.—Torno adesso da Limbiate, e subito corro quassù a leggere queste mie memorie, e vorrei scrivere sempre un pensiero, sempre un dolore, sempre un'illusione. Domani, giovedi grasso, quando gli altri godranno, io scriverò, e penserò, e piangerò.
Non ho saputo niente di Lei!
30 marzo.—Il nostro povero cane di Limbiate è ammalato. L'amo perchè è tanto legato alle mie memorie! Nel novembre 1873, quando solo mi addormentavo nella mia stanza fredda gustando le sante, melanconiche, dolcissime mie speranze: il povero cane mi dormiva a' piedi del letto. Quando a cinque ore, al tramonto, io vedevo, fra gli sterpi e le ruine scalcinate della darsena del laghettone, e contemplavo nell'acqua il riflesso roseo del cielo e sentivo la solitudine delle acque e delle tristi pinete, fingendo di trovarmi sulle rive del Mincio, e pensavo sospirando all'amore…. quando là al laghettone, riassumevo la giornata e chiusi i fascicoli di diritto speravo e speravo e speravo!… il povero cane mi era accosto. E, ricordo, ho sorriso a lui, che mi trovava solo, meditabondo, amoroso, a quell'ora, a quel luogo! E credo qualche volta di avere avuto quasi soggezione di lui!… Povero cane, povero amico!…
Tutti i giorni passavo un'ora o due al cimitero e pensavo alla vita, a una fanciulla, ai bimbi, alle sue toilette, ai suoi nonnulla, alle sue scarpine, ai suoi guanti, alle sue moine,—lì fra le croci e le foglie secche col sole pallido e le stradette umide io vivevo! O speranze! o memorie!—Io lavoro: studio il tedesco. Mi avvinghio sempre più al passato. Dove l'avvenire?
31 marzo.—È morto il cane! Povero Chellen! povero amico!…. A poco a poco là s'infrangono gli anelli che mi legano al mio passato…. O mio avvenire! O Lidia, se tu sapessi la mia sensibilità, la mia poesia, le mie lagrime! Mi è caro tutto ciò che nella mia memoria è legato con te… Ma non poteva Dio volere ch'io non li vedessi, ch'io fossi tranquillo, ch'io amassi un'altra fanciulla, ch'io a quest'ora fossi già marito e padre, ch'io fossi felice? Perchè Dio volle diversamente?… Crescono le ardenze delle mie febbri, il corpo freme di bisogni fisiologici, l'anima è sempre la stessa a comprendere la donna, il cuore è gonfio, l'ingegno sente la ricchezza del sentimento e… Se tu sapessi i miei scoraggiamomi!… Il mio passato!… O miei sogni, o mia preghiera, o Dio, o Donna, o Tutto, o Lidia!… O Lidia, come ti amo!—Ma che Dio sia almeno giusto, e faccia sì che il mio pensiero dia anche a te un po' di questi tormenti.
Torno col pensiero al povero cane! Povero amico! sì, caro testimonio di tante mie lagrime, di tanti miei dolori!
Leggo le mie memorie: è il saluto che le scrissi! E piango! Come il cuore è gonfio!—La scienza è vana. Ieri ho ascoltato una grande lezione di Antropologia: la genesi umana: la scimmia! O Lidia, perchè non eri tu a casa mia, in un bel gabinetto, pieno di cose d'arte e di profumi tuoi, bella, mia, sorridente? e perchè io non potevo gittarmi a' tuoi piedi, pregando Dio attraverso Te!
Leggo il mio saluto. Oh se tu potessi piangere, come piango io!… Eppure spero… Ci incontreremo, sarai mia!… Forse incominciano adesso le mie battaglie… Perseveranza, Castità, Fede… Speranza!… Lidia, ti prego in ginocchioni, dalla tua felicità (se ti ricordi di me) mandami un poco di pace! Merito un poco di pace, perchè delle mie idee arrossisco in faccia al mondo: non in faccia a Te, non in faccia a Dio! Leggo il mio saluto…. Saluto eterno!… La mia vita è condannata al tormento di perpetua illusione e di sproporzionato sentimento!…
Torno dal cimitero. Ho visitato il campo degli stranieri: ho letto iscrizioni tedesche e inglesi: Credo sia una buona azione il visitare i poveri morti stranieri.—Come dalla morte a me sgorga il pensiero della vita.—Ho visitato anche la Pinacoteca, adorando le Madonne del quattrocento… Sì, sì, il mio ideale della donna è divino.—Sei maritata? Oh come penso tristamente alle tue gioie frementi di sposa! Amavo meglio, nei mesi scorsi, pensare a' tuoi dolori di vergine!
Quand'io sognavo… la prima volta con te, a Firenze o a Venezia, io promettevo, io giuravo di caderti innanzi ginocchioni, dicendoti qualche mio pensiero delle Lagrime e Sorrisi, piangendo ch'io non fossi abbastanza poeta per te, esultando con tutta l'anima d'avere la coscienza ch'eri un fiore e che io non ero la mano villana che lo toccava.. E t'avrei baciata in fronte e t'avrei detto:—Piangi!
La mia penna è impotente alle povere fantasie del cuore!
1.° aprile.—Vorrei ricordarmi e rischiararmi dei paesaggi carissimi, dei boschi, delle rive, dei cieli… Anima ammalata: sento le donne nei fiori, nelle gemme, nei prati, nei cieli, nei raggi del sole… Non scrivo perchè non so scrivere: le parole che adopero sono parole che hanno tutti nei vocabolari; i sentimenti che mi ammalano sono sentimenti miei, e il mio cuore è diverso da quello degli altri.
Oh come penso! come vedo! come fremo! Ho avuto il tristo dono della fantasia. E come soffro! Ma oh! venga il mio pensiero qualche volta a turbarti!
Ho aperto il mio cassetto: il profumo che ne uscì mi ricordò dolcissimamente il giugno del 74, quando scrivevo le Confidenze, mi illudevo tanto e speravo tanto! Allora mi sentivo una fanciulla: e la mia convalescenza era per me una scusa alla languidezza del mio sentimento….
Crescere in dignità per lei, è lo scopo di questo mio anno. Nel mese scorso, venendo qui, nel mio cassetto presi un foglio di carta e scrissi due versi di Byron: oggi ho scritto due versi di Schiller.—Sogno dolcemente: a Limbiate le mie speranze, le mie certezze, il mio avvenire!—Ma quando sono qui, e vedo i luoghi di tante mie meditazioni, e quando vedo la casetta di….. e quando suona la campanella della chiesa di sotto, e quando vedo il suo giardino, e la finestra dove era affacciata quella sera di settembre, e quando…. oh come sento che tutto è passato! che la mia vita è decisa! che il mio avvenire è spezzato!—Deserto!
Prego la primavera, i fiori, le rondini, i bambini, il sole,
Dio.—Rendetela felice!
E di fronte alla primavera, ai fiori, alle rondini, ai bambini, al sole, a Dio, mi sento innamorato e casto!
Venerdì Santo.—Compiono oggi sei mesi da che… Sei mesi! mezzo anno! A me paiono sei giorni!
O quale sconforto il mio.
Oggi tutte le donne pregano…. Prega per me! Prega Dio che mi faccia morire!…
Morire? imputridire? essere dimenticato? E il mio desiderio, il mio bisogno era la vita, l'amore, la poesia!
Sabbato Santo.—Le campane annunciano che Cristo è risorto. Qual vuoto in me! Ma come potrò io mostrare l'anima mia! a chi?
Martedì, 23 aprile.—Come per certi dispiaceri certi uomini ricorrono ai liquori, pe' miei io ricorro (ricorsi) a Byron, Foscolo, Rousseau, Shakespeare: mi sostengo con questi alcool.—Ora gli abbattimenti, il vuoto…. e quali battaglie!… I miei balocchi antichi cominciano a distrarmi poco poco. Ma perchè forzare la natura?
24, mercoledì.—Ho fatto la comunione. Ieri il prete mi disse di meditare mezz'ora. Ecco come medito…. Per quattr'anni di seguito, quando a primavera andavo alla chiesa per la comunione, io portavo con me il portafogli col tuo nome! Sante illusioni! E quando l'ostia toccava le mie labbra io mi concentravo nel pensiero:—Lidia crede in Dio!—E la comunione del 74, quando ero convalescente? Oh nessuna preparazione di teologo, nessun libro, nessuna madre, poteva rendermi tanto degno di Iddio, quanto la mia speranza e la tua memoria! Santa religione, santa poesia, fede gentile: Vita, Donna e Dio!—Dimenticavo di non esser bello, d'essere ignorante, d'essere timido alla pratica, sentivo Te, speravo, sentivo la fede che è la vita! O vergine, o bionda, o straniera, chi t'avrebbe detto che tu dovevi tanto deliziare e tanto tormentare un'anima italiana. Io italiano? goffo, ridicolo, senz'azioni.
O vergine, o vergine! o Lidia, io ti ringrazio! Quei momenti in cui io pensavo a Te e la tua memoria veniva col pensiero di Dio, erano momenti soavi, pii, forti, si, e non verranno più! O Lidia, o Lidia, o mia sorella, prega per me!—Alcune volte voglio ribellarmi al tuo ricordo, e chiamarti causa d'ogni mio tormento, e odiarti…. Potessi odiarti!… Tu non ti sei manco accorta di me!—La realtà è troppo triste: è meglio l'illusione, la poesia.
Ed oggi?—Vuoto, sconfortato, col solo pensiero che sono brutto e ridicolo!—Senza speranza, senza fede, senza amore,—sono andato alla chiesa…. Ho pensato alla tua comunione di sposa.—Ho sentito come, anch'io, riceverei la mia ultima comunione, a letto, ammalato, moribondo, pensando alle mie Memorie, a Limbiate, al cimitero, dove voglio giacere, al mio libriccino Lagrime e Sorrisi, al mio portafogli, pensando a quelle carte che lascio nel mio scrignetto, al tuo ritratto che cadrà sotto gli occhi di mia madre…. pensando al di che saprai ch'io sono morto!…
Oh io mi sento buono!
Non voglio più annotare!
Maggio, 3.—Guardo il cranio…. e guardo il tuo ritratto. Il tuo ritratto! Ecco la vita, la speranza, l'amore, la Donna, la Fede!
Ed io ancora ho la speranza, la vita, l'amore, la fede per te, per te che non sei più mia!—Piango con dolcissime lagrime.—Mia Lidia, quale scoraggiamento!
Nel teschio vedo la materia: in te lo spirito: in quello il vuoto; in te il pensiero…. In te Dio!
Ho riletto le memorie di quest'anno! Mio Dio, mi vedi? Non so scrivere. Je ne vous oublierai pas, ella scrisse: e nel cassetto mio tengo la sua lettera mezzo aperta per leggere.
* * *
Tento di scriver oggi, 22. Ho veduto Lidia qui a Milano. Da quindici giorni ero abbattuto, stanco, annoiato, avvilito, senza più un pensiero alle cose antiche, senza passione per lo studio del tedesco, indifferente ad Heine e Goethe…. a tutto! Oh come mi erano cari quest'inverno i miei studi di tedesco su nel mio studiolo, quando tentavo di tradurre Lagrime e Sorrisi, e scrivevo, imitando il carattere di Lidia! Eppure guardavo di rado il suo ritratto. E la domenica in Duomo? Sempre, sempre passeggiavo sotto le arcate ricordandomi le espressioni della mia lettera, le espressioni della sua: e pensando che avrei studiato, e che avrei fatto…. In questi giorni studio in Biblioteca: e ogni sera, su nel mio studio, guardo le teste da morto e poi guardo il suo ritratto.
L'ho veduta ieri dopo pranzo alle 7 1/2. Tre volte l'ho veduta. Essa mi ha fissato, si è rivolta, mi ha atteso…. Ed io?
Che farà? È sposa? Era con sua madre? Colla sua tutrice? Ho influito sulla sua vita? Viene da Mantova o da Catanzaro? Va a Catanzaro o forse per sempre in Germania? È felice?
Era pallida.
Ma era proprio lei?
Quando nell'ottobre scorso l'ho vista a Limbiate aveva la faccia rosea sotto il velo.
Ieri era pallida.
Se non fosse stata lei, perchè avrebbe mostrato di accorgersi tanto di me?
Il mio turbamento fu immenso. Poi mi acquietai. Ho dormito sognando dell'incontro. A mattina mi rinacquero mille speranze e pensai a cento ipotesi, mi sentii felice. Sono andato sul corso, in Galleria Vecchia, vicino a Dumolard, in Duomo.—Forse è partita! Per dove? Avrà dormito stanotte? Che avrà pensato?
Dio mio! Dio mio! Ho letto tutta la mia lettera a Lei. Ho schifo delle mie sconce mani. E ho l'anima che sente Dio.
Era lei?—O è tutta mia illusione?-
Da Limbiate potrei saper qualcosa, ma non oso, non oso affrontare nuove emozioni, e forse tristissime!
Stamattina ancora ho sperato. Ma e se fosse a Milano per provvedere il suo corredo da sposa? Doveva sposarsi nel febbraio, mi dissero (a Limbiate).
(Fosse qui per collocarsi nuovamente in qualche casa!)
Quali incertezze! Se mio padre e se mia madre sapessero!
L'incontrerò ancora?
(Non so scrivere).
Ma che cosa vorrebbe adunque l'anima mia! Oh! nella morte ci deve essere una gran pace. Mi ricordo sempre il Suicidio, dramma di Ferrari, e so di voler bene a mia madre! O mamma! o mamma! Come da Te è uscita la mia anima ardente?
E sono brutto e ho dei difetti che mi rendono ridicolo nell'amore.
Sono tormentato, ma mi sento vivo! vivo! vivo! meglio è l'inferno che il nulla.
Ogni speranza di attività, di amore, di avvenire, di vita è in Lei…. E la vedo per l'ultima volta o la rincontrerò?—Tormento di incertezza—Basta! basta: ma come passerò i giorni?
Ma ci vuol altro! Leggere cinque o sei ore al giorno tedesco, è questa la vita? la pratica? la realtà? Ma che cos'è la vita dunque?
Vorrei divenir pazzo per non pensare più.
Un'anima che ama, in un corpo nervoso è tale tormento che gli uomini serii non sapranno mai,
A che scrivere?
E se questa Provvidenza che io bestemmio mi preparasse la felicità? se?…—Se lei potesse entrare in casa mia? Se sua madre o la sua tutrice….
Sogni! sogni inutili.
—Sei brutto e sei tormentato: e sarai brutto e sarai tormentato: ecco l'unica verità. Ti morirà la mamma, e che farai? Ti morirà il padre, e che farai?—Resterai solo a far la vita dell'ortica—solo—o con un fratello che ebbe aspirazioni diverse dalle tue.—Solo senza illusioni, senza egoismo e senza virtù proficue agli altri, solo e sempre memore che hai amato hai amato, hai amato. Allora leggerò queste note?
22, dopopranzo.—O suicidio! o suicidio! Ecco un orribile momento!
7 agosto.—A che cosa è attaccata la mia speranza? Tutto quello che ho sofferto in quattr'anni! Come ho bisogno d'esser felice! E come amo Te sola!
20 agosto, giovedì.—Compie oggi l'anno. Come avevo deciso di uccidermi?—Andrò a Parigi: ma l'anima mia è a Limbiate: a Limbiate la mia illusione!
O Lidia, come ti amo!
23 agosto.—Andrò a Parigi. Mio padre oggi mi ha dato i denari. Rimasi avvilito:—Che cosa ho fatto per meritarmeli?
O Lidia, penso malvolontieri al viaggio. Mi pare che Tu debba ancora essere a Limbiate.
Limbiate, 8 ottobre 1878. Martedì.
So che il suo matrimonio è andato in fumo, perchè lo zio le negò il consenso…. Che parte ho avuto io in quell'animo?—Che deserto! È vuoto quel palazzo, e piove, e mi ritiro (santa illusione) a scrivere un po' di tedesco e di inglese, pensando a Lei…. E Lei penserà a me?
Spero sempre: e benedico le mie melanconie. Mi illudo che Ella capiti a Milano, ch'io la riveda, ch'io… O Ella ha l'anima mia: ella leggerà i miei pensieri. Potrà sprezzarmi?
Domenica, 24 novembre 1878.—Sono a Milano, da quasi una settimana: e come mi sento triste! Sempre il tuo pensiero, o Lidia! Come all'anima mia abbisogna la tua! Come mi sento bisogno di amare, di credere, di sperare!—Un amico mi ha domandato se sono divenuto filosofo, anch'io. Sì, ho risposto, ed ho riso.
Filosofo gaudente e indifferente? Filosofo?—Ohimè, come mi diventa indifferente l'idea del suicidio!
Oh gli amici non mi comprendono! Sono anime piccine: Sono corpi oscuri:—Sono mezze creature.—Come desidero di morire! Oh mia madre, come ti voglio bene! Ma perchè hai soccorso sì poco all'anima mia!
18 dicembre.—O mio avvenire! Mi si presentano sogni, e imagini e speranze, con una evidenza e una serietà di particolari che quasi mi illudo… e sogni e imagini e speranze si fondano su di Te. Da tre mesi e mezzo, non ho più guardato il Tuo ritratto, o mia vergine, e mi sforzo a ricordarti tutta, coll'anima!
Tre grandi illusioni sono il mio grande tormento: tre grandi illusioni nella vita di un giovine bennato, Dio—la Donna—l'Arte.
Mi sento solo—e la notte mi turba con mille paure.
Un altro pensiero che pareva sopito da tanto tempo risorge a infastidirmi nell'amor proprio,—ma non scrivo; su queste pagine, consacrate al Tuo nome, o Lidia, non scriverò nessun altro nome di donna.
Martedì, 24.—Ecco un'ora triste!—Ieri sono stato fra la gente, ho visto dei giovinotti eleganti; delle belle signore.—Non so scrivere:—i sogni mi perseguitano con maliarda voluttà. Che ho provato io della vita? Nulla e mi sento stanco, vecchio, senza speranze, e senza scopo.
Oh qual bisogno d'esser felice!
Ma a che tradurre Byron? a che tradurre Heine? Byron e Heine hanno vissuto: ecco la poesia.
Ho ingegno sì o no? E che cosa faccio?
O come desidero di morire!
Rileggo un poco del mio Tintoretto! O che giorni erano quelli in cui scrivevo quelle scene, appena guarito dal tifo! Che vita! che speranze! che amore! Come mi sentivo artista, buono, solitario!—Sono scorsi già quattro anni. Quattro anni! E come sono io oggi?—Oh! leggo, leggo alcune scene.—E ricordo quello che mi dissero Marenco, Lombardi, Ferrari.—Oh come ho bisogno di risvegliarmi, di risvegliarmi alla vita, e dire ho la donna, e le gioie dell'Arte!
Ma è un sogno. E desidero di morire.
—L'anima mia che è?
Oh! s'io morissi! Ma s'io morissi, le fanciulle continuerebbero a prendere marito.
Mi è pure uscita una triste parola.—Oh la donna! valgono tanti tormenti dell'anima per lei?
La donna! avessi ascese le scale del lupanare, quando, a diciott'anni mi vennero le prime melanconie, e correvo tutti i giorni a pregare Dio, e non per me! Ah! ero troppo stupido!
Ma uno scopo ci dev'essere all'attività; alle febbri della mia età. Non sono nato per i divertimenti, non per lo studio, non per la gloria—oh potessi fare il bene, sì, e obliarmi nel beneficare chi soffre. Unico scopo, la carità.
31 dicembre 1878.—Ultimo giorno di un anno inutile nella mia vita.—Ho studiato l'inglese e il tedesco: ho letto molto: ora leggo molto, e con un ordine. Voglio farmi un'idea netta della letteratura del nostro secolo, e passo le giornate al tavolo colle grammatiche, e alla biblioteca con Monti e Manzoni e—sono sempre scoraggiato.
1° gennaio 1879.—È passato anche il 78!
E Lidia ove sarà? che farà? Si ricorderà di me? Ho riletto tutte queste memorie. Ho sperato sempre e spero ancora.
3 gennaio.—Oh se potessi andare a Venezia! E le conseguenze? E mio padre?
Perchè Lidia non si è maritata?—Non ho ancora aperto la busta del suo biglietto, ma ho intravisto…. Nemmeno il carattere della carta da visita è cambiato. Dunque non ha aggiunto nessun nome al suo…. E se avessi intravvisto male? Vorrei vedere subito.—No,—domani.—E in quante speranze mi perdo!
Si era un po' assopita l'anima mia. Perchè torno a svegliarmi? e sento tanto tormento di incertezze e di speranze?—Vorrei.
5 gennaio.—A che studiare? È una bellissima giornata: sole, luce, vento sciroccale: l'atmosfera nettissima: suonano campane e campanone; la ballerina si affaccia al balcone discinta e canta a squarciagola…. e senza sentimento! Oh la vita!—Io sono nè triste, nè allegro: sono nervoso, impaziente.
E penso.—Io ho mandato a Lidia il mio biglietto di visita senza una mia parola, senza il mio indirizzo—e Lei mi manda gli auguri e scrive il suo indirizzo…. Il suo indirizzo non è un invito a scriverle? O forse avrà bisogno di una parola amica?—Ed io tacerò se è dovere.—Ma c'è un altro dovere….—Ma se è destino?—Stamane pensai agli amici, ai parenti, al mondo, e mi spaventai….
Quali incertezze!
6 gennaio.—O Lidia! (scrivo dalla Biblioteca di Brera: è mezzogiorno, suonano le campane: e mi pare di essere in una città di provincia, e mi faccio triste, per gustare quella melanconia che avrai gustato Tu tante volte a Mantova e a Venezia! Questa estate, qui, le campane mi avevano il suono delle campane di Limbiate, e sospiravo!) O Lidia, ho qui il biglietto che mi spedisti Tu ieri da Venezia, in ricambio…. La busta non l'ho ancora aperta: e tutt'oggi non l'aprirò, gusto questa incertezza. Oh sono felice!—A Limbiate non sapevo più nulla di te: a Milano nulla. Quattro mesi erano scorsi: potevi esser morta. Io affidai al caso (no, no, a Dio!) il mio biglietto di visita per te…. Così era lontano dal credere che tu lo ricevessi!—E l'hai ricevuto! Oh qual gioia per me avere una busta scritta da Te…. e dico nel mio cuore, scrivendo il mio nome, avrà pur dovuto, fosse solo per un minuto, pensare a me!—Una volta ho ricevuto il tuo ritratto (10 ottobre 1877): una seconda volta la tua lunga lettera (23 ottobre 1877): ed ora un tuo biglietto…. avrà qualche frase? l'indirizzo? la data?—Non so! Non apro la busta: ma mi sento felice.—Rispondendo al mio biglietto mi hai dato una gran prova di stima…. potevi lasciarmi supporre di non aver ricevuto il mio…. Ma a che ragionare? Mi sento felice.—Nell'ultimo giorno dell'anno 1878, io ruppi i suggelli a certe mie carte, e rilessi, rilessi le mie annotazioni! Trovai una grande disperazione e una grande speranza—anche quando ero certo che Tu eri la moglie di un altro.—Ed ora lo sei? Se il tuo biglietto portasse un altro cognome?-
O Lidia! Lidia! a che studiare? quando si è così felici nell'amore santamente?—Oh come ti amo! E come spero? Dio può ingannarmi? Dio ha fissato che tu sii la mia donna! senza confidenza, senza speranza, ho gettato in buca il mio biglietto… ed oggi… oh non l'aspettavo più il Tuo!—Col tuo biglietto sul cuore, volli entrare nella Chiesa di San Marco a osservare le sculture antiche e fingevo d'essere a Venezia, poi sono andato al Duomo.—Sotto le arcate del Duomo, l'inverno scorso, ho sperato e temuto mille volte d'incontrarti col tuo sposo; sotto quelle arcate ho ricordato tutte le domeniche le espressioni della Tua lettera, e ho cercato di tradurle in inglese e in tedesco (soave illusione!); sotto quelle arcate Ti cercai più giorni nell'estate, dopo che t'avevo vista a Milano… Rileggendo le memorie del 1878 mi dicevo:—Ma come speravo ancora?
Sento che un giorno rileggeremo insieme queste annotazioni, e saremo contenti, e pregheremo Iddio, sento che la castità e la mia vita ritirata non sono un castigo per me, sono un voto, una preparazione… O Lidia, mi inganno? E allora che cosa è della mia vita? Ho già 27 anni! E sento tanto bisogno d'avere al mio fianco una donna, una giovane, una sorella, una vergine! I miei anni passano! Io spero, spero, o Lidia, spero.
Che importa se per quattro anni Tu non hai risposto al mio amore: Mi hai amato, quando Ti dichiarai: «Siate felice!» e avrai cominciato ad amarmi dopo l'addio.
Oh! se sono derivate a Te sventure, io dico: «benedette sventure se possono farti ricordare di me e potessi io un giorno farti dimenticare le sventure che hai avuto e rifarti con me una vita nuova, tranquilla, anche nella nostra età matura!»
Quale incertezza!—Oh spero, e sento che Dio mi vede… Vorrei andare al Santuario di Saronno, e là affisandomi in quei due angioli purissimi di Gaudenzio che ho tanto amato, là aprire la busta e leggere il suo Nome. Così nel 1877 ho letto la sua lettera: in faccia a Dio, nella quiete, nell'ombra, nella poesia santa di un sacrario antico!—Lontano dagli amici che ridono!
Senz'aprire la busta ho voluto spiare mettendola su un vetro della finestra quello ci fosse scritto sul biglietto. C'è l'indirizzo suo… gli auguri.
Mi sento triste—Le scriverò? Uscirò dall'incertezza? Oh s'io fossi libero della mia volontà che cosa Le scriverei!—Mi viene in mente di far stampare dei pensieri, e mandarli a Lei,—E poi?—Quale tormento!
7 gennaio 1879.—Imparare una lingua difficilissima, come la tedesca, per far sentire a una fanciulla tedesca le note di un suo grande poeta (note piene di religione e di amore di patria) è un pensiero che non sarebbe venuto in capo a due su mille innamorati nel mio caso. Oh che dico?—Darle una speranza o un addio con voce dignitosa, con sì faticosa costanza, con sì nobile poesia! Mi accingerei con fiducia e lavorerei anche cinque ore al giorno, per un anno, se sapessi…. Ma in queste incertezze!
Piuttosto che vivere così combattuto desidero morire e desidero che queste mie memorie tutte siano lette da mio padre e da mia madre.
Tarsis e Ricci sono morti giovani. Oh che darebbero i loro genitori per farli rivivere? E come tutto diventa santo dopo la nostra morte!—E i miei desideri, che sono santissimi ora, diverrebbero una religione di memorie sulla mia tomba. O mia vergine, come io ho sentito l'amore puro, nobile, felice! Oh! come io ho bisogno di Iddio.
10 gennaio.—Quali incertezze sempre! Ieri sera ero deciso a mandarle il Tintoretto—quel Tintoretto che ho tanto amato!—E come mi spaventa il giudizio del mondo!
Ah potessi essere egoista e avere i mezzi di esserlo con i fatti! Essere egoista, osceno, pigro, poltrone, ghiotto, e consumare il cervello coi vizî, non coi pensieri nobili—Ma che faccio infine?—Ho riletto il mio Tintoretto e sono mestissimo! Quante illusioni e quanto amore!
11 gennaio.—Come mi spaventa il mondo! E chi è questo mondo?… Oh come sto meglio nella solitudine di Limbiate! dove non sento nemmeno questi nomi!? E il mondo dopo aver ciarlato una settimana, s'annoia, e cerca un nuovo pettegolezzo: e ad esso si dovrebbe sacrificare tutta una vita?—Ma perchè questi pensieri, con tanta evidenza?—O Lidia, come stanotte ho vegliato penosamente! Ho pensato al mio avvenire. Sono stanco di studiare, così, senza uno scopo. Eppure quando a teatro sento qualche bella cosa, santa, morale, scritta coll'anima e col cuore, mi dico:—Mi sento anch'io chiamato a fare del bene? Sì, e bene!—Bisogna combattere la nuova letteratura da postribolo. Ho pensato a fare pratica di notaio o di avvocato, e fare gli esami. Ma che carriera sarebbe per me?—Oh che tormento! E che cosa faccio?—Da un poco di giorni penso seriamente di parlare al Parravicini e farmi da lui occupare nella Congregazione di Carità. Almeno fare un po' di bene! giacchè non posso essere egoista!—Che faccio? Che farò?—Studio, studio, mi occupo a leggere operone e non elzevir, riconduco il mio pensiero al grande, al bello, al dignitoso. Ma mi annoio anche! Non ho una parola gentile che mi aiuti!
13 gennaio.—Mio Dio! come veglio penosamente la notte! Perchè questo strazio? Amo quella vergine, e sento la vita de' miei ventisette anni, vita ribollente, immensa, condensata, perchè non l'ho mai sfogata colle tremende voluttà della carne.—Amo! e devo reprimere tutto in me: e sperare, sperare vagamente, sperare…. È ben tristo quello che io penso.
No, no, non mi sento creato per questa vita nulla che conduco! no, no, no, non mi seducono le scettiche prospettive di una vita negli anni venturi… no, no!
Io amo come Dio vuole che alla mia età si ami. Io amo come la
Natura vuole che con un viscere che si chiama cuore l'uomo ami.
Una donna! un bambino!—Ecco il sogno del poeta, del credente, dell'artista, del felice, dell'infelice… dell'uomo!—Che importa a me della filosofia, di Iddio!—ammetto i bisogni della terra, e di questi bisogni faccio un tesoro di religione, una filosofia contro cui non si può lottare, un Dio che non è in cielo nè in chiesa, ma è un Dio—Amore!
* * *
—No, non sono pazzo: sono infelice, giacchè lo studio accresce i miei dolori, mi crea sempre nuove speranze che diventano sempre nuove illusioni e poi sempre nuove delusioni, giacchè non posso essere egoista come i giovani ricchi e eleganti, giacchè, coll'anima mia d'amante e col mio cuore di poeta, non potrò fare mai una carriera seria,—voglio provare a fare il bene colla mano, voglio entrare nella Congregazione di Carità, e vedere le vere miserie della folla, e soccorrerle forse anche co' miei denari! Sì, il bene!
Io mi tormento; ma ecco sento una calma, una fiducia, una speranza;—mi inginocchio….
Mio Dio! perchè mi arrabbatto tanto? Tu forse hai già preparato tutto il mio avvenire nella Tua Bontà; mi vedesti! mi vedi! mi vedrai! Io so nulla e Tu sai tutto! Io bestemmio e Tu sei e mi perdoni! O santa fiducia! Chi sa le tua fila, o Dio? E mia madre Ti prega? Che Ti dice? E Tu la ascolti? Ed io sarò felice? O Dio, io leggo il tuo Vangelo e sento che se i miei pensieri non si conformano alle sciocchezze del mondo, si accordano co' tuoi precetti santi,—io sento la gioia di amare coll'anima e d'essere casto!—E, se vuoi, fammi pure morire… morire casto, tranquillo, pensando al mio cimitero di Limbiate, alle mie soavi speranze di vita che mi lusingavano un giorno, e alla placida certezza di riposo che avrò sotterra: Oh io mi sento buono!—Sai, ho sempre pensato a Lidia davanti a quel cimitero: era un cattivo augurio o un buon augurio? Ma che volevo? che voglio? La pace!
Come ho vergogna, in faccia a mio padre, di non avere una carriera seria!
La mia vita in sei anni fu eterna e brevissima, felicissima e infelicissima: speranze, scoraggiamenti, voli, cadute a precipizio: certezze, febbri, languori, tormenti… chi può dire? oblio, anche oblio! deliri, pazzie nei sogni, nei desideri: e santa castità, e santìssimi, rossori! O Dio! ma un solo il voto: quando, febbrile, crudele, briaco, promettevo a me stesso di gettarmi fra le braccia di una femmina qualunque, e di raccontarle i miei dolori, per farmi almeno deridere da lei, per istigarmi, per istigarla, quando… No! no! «Avrai dei figli da guardare negli occhi» mi diceva una voce segreta… e sentivo che ancora al mondo c'è mia madre, e forse lei, la mia vergine!
Rileggo la lettera di Lidia! «Aimons! c'est le bonheur suprème que l'amour et j'ai aimé plusieurs fois dans ma vie avec une telle exaltation, un tel transport que j'aurais peut-étre été capable de tout sacrifier pour des personnes qui maintenant m'ont déjà oubliées!—J'ai senti en moi un besoin profond d'amour et de sacrifice! oh combien j'ai souffert quelquefois de n'avoir reçu une nature ardente!»
* * *
Torno adesso dalla Pretura. Mio Dio! Come mi spaventa il mondo reale, il mondo della prosa, dei bisogni, degli affari.—E mi chiudo nel mio studiolo: apro il mobiletto…. Oh mondo delle mie illusioni, della mia poesia, del mio cuore! Come mi sento felice!
Leggo la mia lettera a Lidia! Non è un affare, no, ma per me decide della vita nel futuro! Come sono contento d'avere espresso le mie idee, i miei cari tormenti.—Rileggerà Ella la mia lettera? E penserà?—Et croyez-moi bien je n'oublierai jamais ce que vous avez été et ce que vous vouliez être pour moi!
21 gennajo.—Cinque anni fa, come oggi, mi posi a letto. Se fossi morto?… Io sarei in pace, ma Ella non avrebbe avuto Lagrime e Sorrisi, e la mia lettera…. Mi conosce? Penserà a me? Al male che mi ha fatto?
25 gennajo.—Conosco pochissimi romanzi: e li ho letti assai tardi: a venticinque e ventisei anni non hanno lasciato traccia su me, li leggevo, come li avrebbe letti un presidente di Tribunale. Leggendo Young, Foscolo, Leopardi, Goëthe, Byron, Heine, Rousseau… dicevo a me stesso «che teste bizzarre!» e pensavo: è più utile un ingegnere che un poeta pazzo. Oh lo dico francamente: le letture non hanno esercitato nessuna influenza su me.—Leggevo per esercizio di lingua francese, inglese e tedesca.—Se un autore ha avuto influenza su me è Aleardi, e, vedete, Aleardi non può far male!
Deciditi, sciocco! Chiudi in una busta tutte queste memorie: suggella, come si chiude una pietra di tomba; e non pensare più al passato: gettati nella vita! già troppi anni sono passati e fra pochi altri incomincerai ad esser già vecchio! Nella vita!—Oh se potessi viaggiare! E perchè? Chi mi strapperebbe il cuore e il cervello? L'orgia? la femmina?… Ah! alcune volte lo dico a Dio: se rinascessi, fammi nascere donnaccia volgare e venduta, e fammi conoscere tutte le crudeltà della libidine!—Potessi gettarmi nella vita!
Si ha tanta affezione ai propri dolori, alle proprie illusioni, alle speranze, quando una vergine nel giorno del sacrificio immenso ci dice: Conosco che il nostro affetto è puro, è nobile—ho per voi una confidenza di sorella—non dimenticherò mai quello che voi siete stato e quello che volevate essere per me.—E sono dolori, illusioni, speranze che hanno consacrato sei anni e sei anni della giovinezza, sei anni dai ventidue ai ventotto anni.—Ah se sul cuore si potesse porre una pietra come su una tomba! Ma anche pei morti si spera la resurrezione!
25 gennajo.—Oh mie memorie di Limbiate, come mi tornate davanti alla mente, carissime e meste! E voi tranquille pinete, tranquillissime mura, squallide croci, mi ricordate il mondo della mia ardentissima vita. Come vi amo! Come vorrei rivedervi una giornata triste! Oh memorie dolci e piene di speranze, della mia malattia e della mia convalescenza! Il piccolo portafogli l'avevo sotto il mio guanciale: quando i miei parenti erano a pranzo, mi tiravo su a sedere sul letto, prendevo il portafogli, lo aprivo, leggevo il tuo nome e lo baciavo. E i miei libri francesi? Raphael et les confidences? E il primo lampeggiarmi alla mente l'idea che della vita del Tintoretto si potesse fare un dramma, e con quel dramma potessi conquistare un nome, e col nome, un avvenire? E il piacere di trovarmi ingentilito dalla malattia? E la soddisfazione di dire: «Mia madre sa che ho sofferto?» E le trepidazioni, le incertezze?
26 gennajo. È una domenica calduccia, sciroccale, umida. Apro la finestra.—Ho trovato uno schizzo dal vero fatto a Limbiate probabilmente nel 1863 o 1864: lo amo!
31 gennajo.—Il tempo si è fatto triste. È inverno.
Quali incertezze!
Se fosse qui vicino ardirei parlarle? No: sono troppo villano di corpo.
Compero armi antiche: getto denaro e vorrei gettarne di più. Ed
Ella lavora per guadagnare.
2 febbrajo.—Jeri sera ho offeso, villanamente offeso, un mio amico. Lidia, perdonami! Ma così contraffatto, e incerto come sono io, il mio carattere può essere riflessivo e paziente? E i miei nervi?
Sera.—Sono tranquillo, anzi sono lieto. Sono tre anni di vita riassunti in quei drammi e in quelle epigrafi (1874-75-77). E che? Non temo? Dio mi vede nell'anima.
7 febbrajo.—«Je remercie l'ami de se souvenir de moi et l'auteur de me juger digne de l'apprécier: à tous deux je serre affectueusement la main.(7)»
O Tintoretto, quanto mi costi! O Byron, o Goëthe, per leggervi ho speso un anno di fatiche e di illusioni e di delusioni!—L'amico si ricorderà sempre di voi.
Questo amico che ha votato alla solitudine e allo studio gli anni più belli e più ardenti della sua giovinezza, colla sola gentile confidenza in Dio che un'anima di sorella ci poteva essere, la quale conoscesse le religioni del suo affetto e le febbri del suo povero ingegno, questo amico, qualunque sieno le circostanze della sua vita e della Vostra, vi ricorderà sempre. E vi prego di una cosa sola:—in quei giorni almeno in cui tutti per abitudine mandano un loro biglietto di visita ai conoscenti, per un mesto pensiero Voi non vogliate essergli avara del Vostro, perchè almeno egli sappia che Voi siete ancora a questo mondo e dove siete. Se poi verrà il giorno in cui al vostro biglietto vedesse aggiunto un altro, l'amico dirà:—Che essi siano felici!—e state sicuri, la sua preghiera a Dio sarà senza rossore, senza rimorso, senza un pensiero mondano, perchè incomincierà coi vostri nomi e finirà coll'augurio che si fa sulla culla degli innocenti (8 febbrajo 1879).
11 febbrajo.—Povero illuso! Aspetto ancora una lettera!
Comme une étoile dans la nuit!
14 febbrajo.—Una lettera di Lidia! Che spavento! Ella è infelice e si confida in me. Vuole consolazioni da me?
Che le dirò? Che posso fare?
È giunto il momento che in sei anni ho sospirato.
Essa è libera, è infelice,—è povera,—e si volge a me. Ed io?
Ella mi ama! sarà mia?
Etant pauvre il faut que je travaille(8).
Lidia, l'anno scorso, in febbrajo, io ti credevo sposa a un altro. Quest'anno in febbraio, Tu ricorri a me per avere conforti! O Lidia, come io saprei farti dimenticare quello che hai sofferto! Io che ho sofferto sei anni! e soffrivo quando tu non sapevi di me!
Forse Dio ha già stabilito tutto. L'ho sempre sentita questa profonda confidenza, anche quando ti credevo sposa a un altro.—Lidia, sei mia, sarai mia. Mi voto a te.
Se Ella venisse a Milano?
O mia Lidia, sono felice! Potessi vederti qui, nella mia casa!—Ti scriverò, come si scrive a una sorella.—È destino, no, è volere d'Iddio che noi abbiamo a trovarci, fosse pure fra dieci, fra venti anni! Ma ella è povera…. e vivrà? O Dio, sento una profonda fede in Te, l'ho sempre sentita anche nella disperazione, ho fede! e Tu mi dai la speranza!
Povera ragazza! Sono io un infame, che la illusi? No: Dio mi vede. È Dio che ha disposto che io debba essere a Lei un fratello, un consolatore. Oh come mi sono meritato questo affetto di sorella!
«Etant pauvre il faut que je travaille.» Ecco perchè Ti sposerei: per lavorare insieme, per darti gli agi di una discreta posizione: ecco perchè Ti vorrei mia…
16, domenica.—-Ho letto un po' dell'Ugo. La mia vita la sfogavo in quei tormenti drammatici! Chi può capire la potenza di certe mie pagine?
17 febbrajo.—Come sono felice! Io amo e sono amato! O Lidia, l'anno scorso, di questi giorni, chi me lo avrebbe detto? Ma sentivo che l'anime nostre dovevano incontrarsi!
Jeri ho adorato la Madonna della nostra Pinacoteca fingendo ch'Ella fosse con me, con me felice, sorella, vergine!—Come sono felice! Sento di vivere! Sì, e parlo in casa, e fuori di casa, pel primo, mi intrattengo coi conoscenti, parlo, rido, non abbasso gli occhi…. Vivo! o Lidia, da quella prima sera che ti vidi a Limbiate ad oggi come ti ho sempre amato! ma quale scoraggiamento nel pensare «Mi amerà lei? o almeno si ricorderà di me?» Forse Ti ero indifferente!—Ma in questi giorni mi ami! mi ami!
O mamma, come sono felice!
Come Ti amo! Ma ricomincia il tormento:—Come farmi una strada?—come lavorare a prepararmi un avvenire?
Io sono poeta!
18 martedì.—Jeri sera come fui melanconico e scoraggiato! Come farmi una strada?
19 febbrajo.—Etant pauvre il faut que je travaille.—Come mi addolorano queste parole! In casa si discorre di comperare carrozze. In sei anni io credo che ventiquattro mila lire si sono spese per questo inutile lusso. E tu lavori!
Jeri sono stato a passeggiare verso Limbiate, per sentirmi felice, per dire—là, là, un giorno ci troveremo e Ti condurrò in quei luoghi ove io ho pensato a Te e ho pianto!—Si vedevano i bei monti! Entrai nel cimitero di Porta Comasina per dedicare un mesto pensiero alle mie sorelle.
Come sentii la vita! Come pensai a Te! Come Ti volli mia, al mio braccio sorridente fra le croci, melanconica per quanto hai sofferto, fidente pel bene che Ti farò io!—Dio ci ha destinati!
Jeri avevo pensato tanto! E a sera un papà mi fa mille complimenti, per introdurmi nel palco di sua figlia. Combinazione! in quel palco, tante sere fa, sedeva una ragazza che somigliava a Lidia, ed io, pensando a Lidia, ho guardato con molta insistenza. La figlia del signor F. si credette d'essere l'oggetto di tanta mia attenzione, e cominciò da quella sera a guardarmi.—Oh come sarebbe felice mia madre!
* * *
Lidia, sono venuti per voi i giorni dello sconforto! cara, l'anima mia vi trova e vi dice—Coraggio!—l'anima sicura è ardente in Dio. È dovere il mio, e l'adempio in nome di quanto di più puro avete nella memoria della vostra vita, di quanto di più sacro sentite in fondo al cuore, fra i tesori della vostra fede religiosa, che è la mia. Un anno fa, voi mi avete scritto che credevate all'affetto nobile, puro, bello, quand'io mi sentivo tanto felice di sapervi felicissima: in quest'ora in cui ringrazio Dio che la mia povera voce possa giungere a un'anima sconsolata, in questa ora vi dico che Voi non avevate offerta la carità del vostro affetto ad un floscio che volesse raccosciarsi sui gradini del vostro altare e che sempre volesse tendervi la mano elemosinando l'obolo della vostra contentezza. Voi avete avuto allora e avete oggi la confidenza di una sorella: ed io, state sicura, so quale immenso e delicatissimo dovere mi dia questa massima parentela di rispetto e di affezione. Voi credete? Io ho avuto due sorelle, ma esse mi sono morte assai presto, bambine ancora: ma ancora le sento intorno a me, cresciute con me, pietose di me e le invoco, e le voglio, e ne bacio i biondi capegli, e le amo, e arrossisco di non essere nè bello nè gentile, ma le amo, tremando e inginocchiandomi, le amo! Ed esse mi dicono:—Siamo deboli, siamo fiori, siamo profumi, siamo memorie, siamo angioli! Siamo sorelle, siamo vergini!—Voi credete! Queste parole per me sono la più possente religione, quella che non si insegna dalle madri nelle nostre preghiere da fanciulli, quella che non ho trovato davanti agli altari della indulgenza, quella che non ho cercato alla scienza e quella che, vizioso e scettico e rachitico, il mondo irride. Una religione celata in fondo all'anima, colle più tremende battaglie alla materia, colle più arcane gioie dello spirito, piena di misteri, di fede, di speranza, senza esame, senza egoismo, colla gran voce della natura che ci vuole buoni, con Iddio che ci vuole infelici!
Ed è in nome di questa religione che non può offender voi nella vostra memoria nè nelle vostre speranze, ch'io vi dico:—Sorella, coraggio! Se le mie parole, disperse alla folla, mi tormentavano tanto, se le mie fatiche non aprirono mai una via, se le mie speranze d'Arte sono cadute, Dio è stato buono, ha voluto darmi le delusioni e i dolori, per darmi un segno della religione del sentimento, ha voluto togliermi ogni coraggio, per darmi poi la fede perchè io ripetessi a un'anima queste parole e con sicurezza.—Coraggio!—-Se mi apparecchia un avvenire sa che c'è quest'anima a benedirmi, a pregare per me. E a Dio mi sono sempre confidato così:—Ella non mi ha fatto male e desiderando sempre che Tu la rendessi felice, io non mi sentivo mai egoista! Ella fu un gentile ideale che mi rifulse nella mestizia di una vita arida e senza scopo: mi accompagnò nella solitudine e negli studi: forse non dimenticò…. Se la mia voce può farvi del bene, Lidia, se questa parola coraggio non vi suona banale da me, se l'espandervi vi sgroppa l'affanno dei giorni tristi, ricordatevi che non siete sola sulla terra, che io vi pongo tra le visioni più pure delle mie ore tranquille, e ardenti, che io credo in Dio e in Voi, che anche le vostre lagrime mi sono care, ch'io credo in Dio ed amo l'amoroso ideale della dolcissima Maria.
E mi dico vostro affezionatissimo fratello.
15 febbraio 1879.
19 febbraio.—Amo Lei! Lei! Tutta la mia giornata è per Lei! Studio per Lei, di giorno: studio per Lei, di sera: penso a Lei, di notte! Penso ch'Ella deve essere felice!
Ed oggi come sono felice. Dio, credo in Te! Dio, non far morire me, non far morire Lei! Lascia che ci amiamo come fratello e sorella: ci benedici: e ci compensa di quello che abbiamo sofferto, Ella nelle delusioni, io nell'amare solo Lei!
Oh come sono felice! Come vorrei che mia madre vedesse queste mie confidenze, per benedirci!
Oh quanto amore! E se morissi? Ho visto ieri le ossa dei morti! Chi distingue le ossa di chi ha amato?—Finchè siamo vivi e giovani e puri, Dio è in noi e Dio è l'amore!
Perchè si vive?
Leggo un po' del mio Tintoretto! Questa copia, gualcita, sporca, su cui ho scritto tante volte per epigrafe i versi di Byron e quelli di Goethe, questa copia l'ho portata con me a Venezia nel 1876 e volevo abbandonarla sulla lapide del Tintoretto. C'era insieme un mio amico, e non ho osato. Oh come ho amato vedendo la pietra del pittore e pensando a Te!—A Verona ero solo: volli andare a Mantova per vedere la città dove Tu eri: alla stazione di Verona comperai dei fiori, li posi nel volumetto del mio Tintoretto a pag. 70 e 71,(9) dove ci sono i pensieri che più mi facevano ricordare di Te, e volevo abbandonare e il dramma e i fiori e il mio pensiero al Mincio che va e va, all'ignoto, a Te…. Mi spaventai, pensando che quella copia potesse essere trovata e compromettere Te! vedi, a quali fantasticaggini da bambino conduce l'amore! Passai dinanzi al palazzo G. pauroso, religioso, raccolto, con amorosissimi pensieri: era illuminato dal sole: certe finestre aperte: nella corte si stava attaccando una carrozza…. Passai, ripassai, pieno di paure, e di memorie e di speranze…. Oh sì! Dio, li hai calcolati quei momenti, perchè ora mi fai tanto felice!
* * *
Ma l'avvenire! l'avvenire come me lo preparo? Con che lavoro? con che via?
20 febbraio.—È venuta un'ora di sconforto!—Da alcuni giorni sono al Museo Archeologico, colla pretesa di studiare le armi, ma veramente per farmi un po' conoscere dall'alta camorra artistica e municipale e forse mettermi a fare qualcosa. Passo delle ore là, ma adoro le Madonne e penso a te, o Lidia! Che importa a me delle armi rugginose? Quello che mi tormenta è la vita! Soffri tu? Sei nervoso? Sei ardente? È vero amore il mio? Perchè sono tanto infelice?
21 febbraio.—Come sono felice di amarti! Ma perchè sono incatenato?—Sento la poesia: ma oh quante volte penso al positivo, e faccio dei calcoli. Mio padre è ricco: scriverò un dramma per farmi una posizione?! È passato il tempo di queste ingenuità: non è passato l'amore.
23 febbraio.—Alcune volte come mi spavento! Oh potessimo esser felici! Noi due, noi due soli, e una bambina, noi, tranquilli, indifferenti del mondo, religiosi, artisti, casti, felici!
I sogni mi stancano con maliarde voluttà: oggi mi sento la testa grave.
24 febbraio.—Ho abbozzato una lettera per Lidia. Trepido e tremo…. Sono io geloso?
25 febbraio.—Come mi spavento in mezzo alla gente, pensando alle mie segrete speranze! Sciocco, ma quella gente moverebbe un dito per alleviarti un dolore? E Tu giovane, scettico e freddo e pieno di posa, sai Tu come mi agghiacci l'anima col tuo cinismo scientifico? Sei artista tu?—Ami tu?
O Lidia, che giornata triste! Nevica ed è freddo. Guardo il tuo ritratto e penso.—Quanto ho sofferto dalla sera che io ti vidi, freddolosa, triste, avvolta nello scialle ad oggi! Io ho sofferto per amore! Oh come riderebbero i miei amici!
26 febbraio.—Dio, mi spavento! Sono io sicuro dell'anima mia?
1.° marzo.—Oggi sono felice. Da due giorni ero nervoso e spaventato. Ho letto ieri in un libro del Michelet: «Due persone che si amano spendono assai meno di uno solo che vuol dimenticare.»—E che idee nobili, pratiche, scientifiche! Quelle pagine mi hanno consolato.—È sabbato grasso. Ieri a sera non sono andato al veglione della Scala: sarebbe stato un insulto a Lei che soffre.
Oggi sono felice!
2 marzo.—Sono freddoloso e sonnolento. Sono stato alle feste del Giardino. Ho avuto vicino, vicinissimo a me una sposina dalle spalle, dal seno nudo, ridente, allegra. Ho finito di dire a me stesso:—È mia moglie? Posso amarla?—La trovai gentile, perchè donna, la guardai, mi sentii buono e onesto, ma… potrei dimenticarti, o Lidia? No!
Ieri il mio tormento fu grande. I pensieri mi bollivano nella testa, si che credevo di impazzire. Leggo oggi Michelet.—Poesia!
6 marzo.—Perchè non una riga? Perchè mi tormento così?—Sono nervoso e aspetto.—Come la vita è breve per il mio amore! Oh come aspetto una tua riga! Tu tardi, penso che Tu scrivi una lunghissima lettera per dirmi tutta la Tua vita. Sei ammalata? Al Club non ardisco guardare la Gazzetta di Venezia, temo di trovare il tuo nome fra i morti.
7, venerdì.—Perchè non una riga? Oh abbiate cuore!
8, sabbato.—Abbiate cuore!—È primavera: senti anche Tu l'amore della natura?—Che tristezza mi assale in questo momento! Lidia, io ho turbato l'anima tua, e che cosa posso io fare per Te?
10 marzo.—Oh! miei genitori, se voi provaste ad avere l'anima mia!
Ai tremendi bisogni di un corpo nervoso, al tormentoso bollire di pensieri nel cervello, alla muraglia di ghiaccio che mi separa dal mio avvenire, come resistere? Come resistetti? Non posso occuparmi, no: la mia anima non può volgersi ad altri pensieri; che importa a me di tutto ciò che è diverso dal mio amore? Oh se gonfio di vita, avessi almeno lo sfogo delle libidini: se pieno di sentimento potessi almeno prorompere in una poesia: se così tormentato potessi almeno avere la libertà di stordirmi viaggiando!—È primavera! Sono io un pazzo? Lo fossi, sì, lo fossi! sarei felice!—Ricordo che ho vissuto con intimità con due donne a V… e ad Oropa. Come ero contento! Come prevenivo i loro minimi desideri! Come mi sentivo bene avendo vicino a me una donna! E se questa donna fosse stata quella che ho sognato! E discorrevo del mio avvenire, dell'amore, della famiglia, dei figli, di Dio, e delle toilettes! Così la vita. Ma ero contento, e presentivo la felicità di essere con Lei.
Sciocco! ieri lessi un libro di scienza. Dio non c'è: il fato è tutto: l'ideale nulla.—Dunque io sono un povero sciocco!
Padre mio, Ti sei tormentato tu pensando: Dio c'è, o non c'è?
La scienza nuova, le nuove lettere mi spaventano: non leggo niente per non turbarmi, e se qualcosa mi capita sotto gli occhi, sento lo squallore del materialismo e dell'ateismo. Sono un fanciullo, non sono un uomo: non oso pensare, non oso leggere: sto bene nelle mie dolci illusioni dell'ideale e di Dio. L'archeologia mi occupa tanto: cerco libriccini, leggo, annoto, confronto, vorrei farmi conoscere e entrare in qualche commissione, ma quante volte, quando splende il sole e le pagine sono gialle e rose dai tarli, quando la primavera regna e rifulge ed anima e suscita e tormenta, e la carta morta sta morta, quando una donna, una sposina entra a visitare la Biblioteca, una sposina con un mazzetto di viole e l'oblato sta lì giallo su un mucchio di libri a studiare le teorie della poesia rettorica o di Dio scolastico, quando da una finestra col sole entra il suono di un pianoforte ed io mi sento il cuore gonfio,—quante volte dico:—Al diavolo, o carte vecchie!
Da un mese vado in uno studio da pittore. M… sta facendo il ritratto di una sposina, morta st'anno. Nello studio vi sono i suoi abiti, i suoi pizzi, i suoi nastri. Un giorno li toccai con riverenza, un altro senza che io tanto ci pensassi, chinai la testa su uno di quegli abiti e lo baciai. Amo quella morta, ed è bruttina: ma era donna!
E nei sogni, nei sogni mi viene la femmina nuda, viscida, spossata, o ardente, istigatrice, bestiale! E sento che anch'io ero nato per provare l'orgia e l'abbrutimenio!
Quando potrò io abbruciare tutte queste carte e distruggere il mio passato e amare una fanciulla che abbia una buona dote?
Ora non ho alcuna passione. «Etant pauvre il faut que je travaille.» Queste parole mi strinsero il cuore: Ella lavora per guadagnare il denaro; io lo getto in ferravecchi. Spesi 160 franchi per un elmo di ferro! Quanto deve lavorare Ella per avere 160 franchi? Queste mie cose antiche mi danno un rimorso. Col denaro speso potevo soccorrere qualche povera famiglia o qualche povera fanciulla che lavora!
È primavera!—Mi ami Tu, o mia sorella? E taci? E soffri? Pensi per me? Soffri per me?—La viltà dell'egoismo mi persuade il suicidio: ma, no! no! Ti renderei troppo infelice!
Mio Dio! fammi vivere, vivere anche nel massimo dolore, vivere nella massima gioia, ma vivere! Questa stupida monotonia di giorni non è vita per l'anima mia e per i miei ventisette anni!
L'altr'ieri ho passato la Gazzetta di Venezia, dal 14 febbraio ai primi di marzo, guardando i nomi dei morti…. Mio Dio, quale spaventoso presentimento! Non osavo, tremavo: ridevo, alzavo le spalle e me ne andavo… Non ho trovato N.° del 23 e 24 febbraio. Che dubbio! Ma perchè…?
I miei sentimenti io li intono solo alla solitudine di Limbiate, alle tristezze della mia malattia, al deserto di questo mio studio, ma come sono stonati col mondo!—Ecco il mio spavento!
Sciocco! e se tutto fosse un sogno?
11 marzo.—Dopo pranzo. È la terza sera che salgo qui nel mio studio e mi trovo solo… Domani andrò a Limbiate. Che ora triste! È l'ora in cui si desidera di essere belli, buoni e felici!
14 marzo.—Torno adesso da Limbiate, e trovo una tua lettera, o Lidia. A Limbiate quanti pensieri! Non li ho scritti, ma li scriverò per Te!… Ho qui la Tua lettera: ma non voglio aprirla. Sono felice! che mi dirai? Non so, ma sono felice; mi sento in orgasmo… Primo pensiero: vorrei andare al Santuario di Saronno, e leggere la tua lettera, contemplando gli angioli (cioè quei due angioli, che conosco tanto) del Gaudenzio Ferrari. Ma come sono brutto e villano io!—Stanotte ho sognato di Te: nei sogni mi pare di esser bello perchè non ho corpo!
Domani scriverò. Oggi ho letto la Tua lettera, ma la folla, il sole, le ciarle mi hanno stordito. La rilessi ancora e la rileggo «Qu'aviendra-t-il de moi?» O mia madre! Spero di morire! E tu devi pensare a Lei come ad una figlia: lo devi perchè il mio amore è santo.—Sono in orgasmo. È una settimana ch'Ella ha scritto la lettera. Sono felice e sento che Dio mi vede.
Dio? ed io credo nell'anima? E Tu?
Sì! sì, siamo pazzi, ma consoláti, ma poeti!
15 marzo 1879.—Ho riveduta la A., quella ragazzina che mi fece tanto bene! Nell'agosto del 1877 forse mi sarei ucciso. Da due giorni ero in uno stato di abbattimento spaventoso. Trovai quella bambina, le diedi dei soldi, la baciai, la accarezzai, la tenni con me, e una voce di dentro al cuore mi disse:—Somiglia alla bimba che tu avrai dalla tua Lidia!—Fui tranquillo, felice, guarito. La realtà era tremenda per me, il fatto era fatto: eppure quella illusione mi salvò, perchè illusione gentile.
Ho una lontana speranza di poter scrivere qualche libro. Questo amore ha acuito le mie facoltà, e forse, cessato l'orgasmo, fra un po' d'anni potrò scrivere: e sento che scriverò come Tarchetti, con analisi, con cuore, coll'ideale. Ma che riuscita ha avuto Tarchetti? Che carriera ha fatto? Grazie tanto. Oh e il pubblico? Il pubblico? Il pubblico che legge l'anima nostra, e non la capisce, ci sprezza e fa il pettegolezzo!—No, meglio queste pletore, queste abbondanze di vita che fanno morire, che quegli sfoghi artistici che fanno sogghignare gli uomini d'esperienza panciuti e i giovinetti che hanno la mantenuta e le femmine eleganti che, oltre il francese, sanno leggere l'italiano! E gli amici? E i nemici?
Insomma i miei parenti non possono vedere ch'io sono stanco e sfiduciato.—Non mi divertono i cavalli, le feste, il teatro, la società, il giuoco, gli abiti, i pranzi… E solo discorro di vita e di viaggi, e solo mi chiudo in me, e in casa, Non ho nulla. No, Tu, mamma, hai sofferto, ma non avevi e non hai la mia anima! ma hai sofferto, sono certo: e Tu suonavi il pianoforte, timida e senza capire la musica, come una bambina. È un ricordo triste!
Guardo il Tuo ritratto, o Lidia! Ah mi costi cinque anni di vita! Ed è impossibile che io rinunci al sogno di una felicità che mi sarei meritata con tanti dolori! Sì, dolori! ed i peggiori dolori—quelli repressi in una povera anima e custoditi e santificati dalla solitudine e dal pensiero di Dio!
In nome di questi delirii, di queste baldanze, di questi scoraggiamenti, in nome dall'Anima che è trasfusa in queste povere carte, in nome di Dio, mamma, ti prego, ama la mia Lidia, provvedi a lei, tienla con te, sorreggila, amala più che se fosse la tua Maria o la tua Sofia! Questa è sorella di tuo figlio! Sorella d'anima, è sorella castissima in Dio!
* * *
Oggi non posso studiare. Il Don Giovanni di Byron mi annoia, mi indispettisce. Che umorismo scettico e volgare! Penso e non penso: sono inquieto: vorrei fare un viaggio, se potessi. Ma che vuoi? Non posso fare cosa diversa dallo stare al tavolo. Coi divertimenti mi pare di perdere tempo, un tempo sì prezioso! Oh se potessi lavorare e guadagnare, o sperare una posizione!
—O Dio! Che pensieri! Chissà quanti dolori avrò ancora! Gli ostacoli alla sua felicità sono temporanei forse: forse si sposerà; ed io avrò l'anima spezzata una seconda volta e senza rimedio!—Quanti dolori avrò ancora! Perchè tu non mi hai detto tutto!
Ah bisogna confessare che queste incertezze sono tormenti orrendi!
16 marzo.—Ieri fui al cimitero di Porta Magenta e vidi la esumazione dei tredici scheletri degli appiccati nel 6 febbraio 53. Mio Dio, che orrore! E quando verrà il giorno in cui anch'io potrò sfogare l'anima mia nelle grandiose emozioni delle battaglie? Oh venga presto quel giorno! Sì, laverei la macchia che ho sull'anima:—l'essermi lasciato persuadere da mio padre, quando potevo e dovevo fare il soldato. Come mi annoiano e mi ripugnano e mi avviliscono le sciocchezze che dico quando sono colla gente! Eppure bisogna fare così. Alla Società Patriottica si sta preparando una pagliacciata: io fui pregato, con grandi promesse di fortuna, fui lodato, fui conosciuto… Chi volle conoscermi pel mio Ugo? Se mi prestassi alla mascherata certo farei conoscenze e farei dei passi, più che con due anni di tentativi drammatici, due di scoraggiamenti fatali, e due di studi di lingue! Ma il divertimento mi ripugna! Tu soffri, o Lidia, e pensi a me, io Ti parlo di Dio e di solitudine, e Tu hai paura del Tuo avvenire: ed io divertirò la gente?—No: per chi leggerà queste mie pagine voglio lasciare un ricordo, un ricordo dignitoso, severo, casto, gentile del mio amore. Che importa a me del mondo? E che importerà a voi del mondo quando conoscerete i tormenti e le incertezze dell'anima mia!
Quando sento suonare gli inni di Mameli e le canzoni del 48 mi si riempie il cuore! Oh sento l'oblio di tutto! Perchè non mi fu dato di sfogare nelle tremende emozioni della Patria le esuberanze dei mio cuore?
Sono io così sciocco? Byron che non era sciocco amava ed amò sempre miss Chaworth; ed ella non lo amava. Come era sciocco Byron, non è vero, o Papà?
Ecco un'idea poetica che mi è cascata dalla penna! Ecco, direte che io sono esaltato dalle letture!—Esaltato? Scusate, sono abbassato. E se cito Byron gli è perchè era un uomo che sentiva ed io odio la folla dei merciai, dei rachitici, degli accidiosi, degli spudorati, la folla che oblia tutto!—Obliare?—Che importa? Fino alla morte avere l'anima gentile e Dio…
Ecco un tormento ineffabile che voi non capirete mai! Io dico di sentire fiducia in Dio, di sperare in lui, dico ch'egli ha fisso il mio avvenire, e prego melanconicamente e sorrido… Oh ma che faccio per il mio avvenire?
La scienza seria mi dice:—Dio non c'è: il tuo ideale è bambinesco; l'uomo si prepari il suo avvenire, l'uomo combatta, l'uomo soffra, l'uomo sia di questa terra! Oh che faccio per il mio avvenire? Se la verità è questa, e se è vero che la vita passa sì presto, e se è vero che il mondo è una commedia, che sono io e perchè mi tormento?
18 marzo.—Mi rifiuto alla pagliacciata che si farà dagli artisti. Anche le nuove mie conoscenze incomincieranno a dirmi originale. Che importa? Posso io fare lo sciocco e divertire gli altri, quando Tu domandi: «Qu'aviendra-t-il de moi?»
19 marzo.—Padre mio, l'hai tu sentito nella tua giovinezza questo strapotentissimo bisogno d'esser bello, d'esser felice, d'esser buono?—Se Dio non c'è, se la perfezione e la felicità dell'altra vita non esistono, l'uomo che su questa terra si sente l'anima così commossa, che si volge al cielo e dice:—Fammi esser bello e felice e buono—l'uomo non è uscito dal fango, sebbene imperfetto, turbato, sconvolto dalle passioni!
Oh li vedo, ora che passo del tempo fra la gente, certi uomini seri!… La politica è seria? L'arte? Le scienze? Li vedo; questi uomini sono indifferenti, fanciulli, senza passione: hanno anima? Essi certamente invidiano chi può nella quiete di uno studio essere indipendente, sciolto da ogni affare, solo, solissimo… Lo invidiano loro!
Dio mio, un anno solo, un mese solo, un giorno solo di quella felicità santa, piena, immensa che acquieti l'anima mia, un giorno solo, Ti prego! E poi lasciami pure al mio destino. Ch'io provi a vivere!
20 marzo.—Oh nei sogni quali spasimi di voluttà che non ho mai provato! E quando sono desto, e vivo, e ardente, ed è primavera, quale imperioso bisogno di conforto ai miei anni!—No, no! ti sprezzo, o femmina, o stupida istigatrice, fango destinato al fango; e ti adoro, o vergine, mestissima e santa poesia vivente!
O Lidia, Ti ho schiuse le pagine più sacre delle memorie, e forse anche Tu hai detto ch'io sono un fanciullo! e forse mi hai creduto un cattolico, forse un chierico!
O Lidia, il mio Dio lo capisci Tu come lo capisco io?
22 marzo. Sono stanco, annoiato di tutto, scoraggiato, avvilito. Penso al M. Com'è felice colla sua donna!—Io non avrò mai questa felicità? E perchè mi sono tanto tormentato?
Gli Italiani vanno alla Nuova Guinea. Sono pazzi? Mi è balenato il desiderio, in sogno, di avventurarmi là anch'io, e lasciare a casa tutte le memorie perchè i miei le leggano, e sperare… Sempre un dolore solo! Sperare! Sperare! L'anno scorso avevo pensato anche così. Non voglio più guardare alcuna ragazza. Lidia avrà una figlia: e la sposerò!—il mio spavento era che si rompesse ogni filo fra me e Lei; dove sarà fra tre, quattro anni?
Dov'è ora? E dove sarà?
Oh fosse vero il mio sogno! Che Tu potessi amarmi e ch'io potessi esser felice! Oh fosse vero il mio sogno!—Lidia, Lidia, io non sento che Te, Ti voglio, Ti amo, inginocchiandomi e tremando Ti amo! Tutti i dolori passano, o passeranno: il mio amore non passa. Dio, dammi la mia pace, la mia felicità, il mio cuore!
E intanto passano gli anni della mia giovinezza! E quanti miei amici sono felici, belli, tranquilli! E quante fanciulle sorridono! E quante femmine ghignano!
Una cosa che mi avvilisce è che ho poca memoria: e vale stordirsi il capo? L'anno scorso c'erano delle notti (e per settimane) in cui sognavo di leggere tedesco o inglese, dopo sei o sette ore di lettura fatta nel giorno!
—Sono tre mesi e più che l'anima mia è piena del Tuo ricordo, giorno e notte. Sì, non è passata ora in cui la mia anima non ti abbia invocata, per sentire la mia felicità o la mia infelicità! E di notte, quando mi sveglio, tu sei il primo pensiero, il primo tormento!
… Il y a révolte en moi-même et comme un enfant capricieux qui ne veut point entendre raison, j'appelle la nature marâtre, parceque je veux qu'elle me donne aussi ma parte de bonheur!(10)
Che parole! Ti amo perchè sei ribelle, perchè imprechi, perchè avrai dei pensieri orribili, perchè non sei la larva vaporosa del mio studio e dei boschi di Limbiate, ma perchè sei viva, soffri,—sei donna! E donna, ribelle, imprecante, disperata, mi devi credere un fanciullo perchè ti parlai di Dio e di Maria! Oh se ti dessi a leggere l'Ugo! mi conosceresti, mi ammireresti, mi ameresti! No! sarebbe una cattiva azione la mia!
Chi conosce l'anima mia? Vorrei prorompere! E se Tu fossi quella che deve capirmi e darmi la pace e farmi vivere? Che importa a me dei milioni di cui così avidamente discorrono. A me importa la pace, la vita, la felicità. E che colpa avevo io da scontare perchè Dio mi condannasse al supplizio di questa vita piena di desideri e di tormenti, e di bisogni e d'amore?
Vorrei morire…. ma non si rinasce a rimediare ai mali di questa vita.
Oh io Le ho fatto del male! L'ho turbata! Tante volte nel parossismo del mio dolore ho sognato che il suo fidanzato si ingelosisse di me, e venisse da me, e mi sfidasse, e mi uccidesse. Comprenderebbe egli il mio amore? e non sa che se l'avrebbe fatta felice, io avrei amato anche lui? Non sa che potevo essergli fratello?
Su questa terra io non ho trovato quello che l'anima mia spasmodicamente cerca! Sono insodisfatto e scettico. Sono ammalato.
O Lidia, ch'io un giorno sappia il tuo suicidio o la tua vergogna?
Come tutte le sere paurosamente leggo la Gazzetta di Venezia!
Oh se potessi salvarti dal dolore e dai pericoli, mi ameresti per tutta la vita. Salvarti!
Temo di perdere mezz'ora di tempo, a staccarmi dai libri, e perchè non vado nè a passeggio, nè in cavallerizza, mi paiono preziose le ore, e che cosa faccio? Come faccio a prepararmi una via? Per due anni ho studiato anche alla sera nell'inverno, e 5 e 6 ore di sera, oltre 7 ore di giorno e che cosa so o piuttosto che cosa ho fatto di pratico? Ed io stesso mi dico: poltrone, lavora e fatti una carriera, professa le tue idee dignitose ad alta fronte, e parla colla tua coscienza d'uomo, e pensa al tuo avvenire con sicurezza e con coraggio invece di sospirare e di bevere bromuro!
Dicono ch'io sia originale, invece sono solamente infelice. Se fossi pazzo, quante volte avrei compromesso in casa mia il suo delicatissimo nome! O mi sarei inebetito coi liquori, o avrei giocato.
Ma a che tante giustificazioni? E per chi? Sento l'anima mia—e sento che ho sempre ragionato:—e con grandi sacrifizi, sì—ma ho sempre ragionato:—e sento di essere un uomo.
Lidia potrebbe dirmi No!—Ma la mia posizione sarebbe decisa,—netta,—finite le incertezze. E mi darei tutto alla carità.—Non mi ucciderei, come un vile; non imprecherei, come un briaco; non mi soffocherei nei vizi, perchè la mia anima è nobile; non viaggierei per non sprecare denaro (un denaro che a me non comprerebbe l'oblio e sarebbe tanto di meno per chi soffre) e mi darei tutto alla carità.—Sarei uomo. Il dolore massimo si sopporta colla massima forza. Sono le incertezze che tolgono forza.
23 marzo.—Sono stanco e assordato. Stanotte assistetti alla festa della Società Artistica Patriottica. Ero melanconico e guardavo…. Vidi come gli uomini sono frivoli e libidinosi. Nel massimo rumore e fra la gioia più sfrenata, io ti nominai fra me e me una o due volte, o Lidia, e ricordai che t'avevo scritto. Il mondo non mi ha mai dato delle consolazioni, perchè non può darne; non mi ha mai dato una delle sue gioie, perchè non le voglio. E fra il lusso della cena, nel salone, mi sono immaginato la tua modesta cameretta, o mia vergine!
Oh se io potessi farti felice!
Quel fracasso mi ha stordito: oh se potessi sempre stordirmi! Invece penso sempre. Pensare per agire è cosa umana; pensare per fantasticare su mille gioie e mille paure è ben tormentoso.—Ieri credevo di impazzire e credevo che il tifo mi assalisse di nuovo: ero contento.—A notte ho pensato che ti ho scritto della mia comunione: se alcuno dei miei amici avesse visto quelle righe! E che? Sono superbo.
26 marzo.—Sono inquietissimo.
27 marzo.—Ieri ho riletto la Tua lettera del 13 febbraio. Ho bevuto del bromuro di potassio. I miei nervi si sono acquietati; le idee sono sempre le stesse. Come sono contento quando dormo: non penso più!—La ballerina ciarla, è allegra e guarda i fiori…. O fortunati coloro che si innamorano di una femminaccia che possono mantenere!
Rammenta, rammenta, e spera, e spera, o fanciullo, e intanto diventi vecchio! Gli anni più belli, più ardenti, passeranno.
Chi avrebbe detto a mio padre, quando comperava questi fogli di carta, che essi dovevano servire agli sfoghi dell'anima mia? Anima appassionata, timida, buona, piena di fede e di speranza, anima che non trova l'anima!
Lidia, sei tu l'anima mia, io sento! Siamo destinati!—E se Tu morissi? Se io morissi?
Io scrivo parole, ma chi capirà che sono dolori?
Da molto tempo coltivo il disegno di andare a Venezia,—la città del mio Tintoretto e della mia Lidia. O padre mio, se tu sapessi che uragani ho nell'anima mia!
Se in questi giorni di primavera, vedo qualche fotografia di Venezia, mi sento una gonfiezza al cuore, un orgasmo, una melanconia.. .. Pazienza! Pazienza!
Ma soffri anche tu, Lidia, e hai pensieri orribili e imprechi…. Ed io Ti consolo parlandoti di Dio. Io! In quali momenti mi sento io!—Mi scriverai?
Un giorno saremo abbracciati, felici, inginocchiati a ringraziare quel Dio a cui abbiamo creduto. Oh potessimo sposarci a Limbiate!—È un pensiero che ho sempre, e che non ho mai scritto!
Dio, Ti ringrazio! Mi hai aiutato l'anno scorso, e in che giorni! mi aiuti anche in questo. Sì, quanto Ti debbo: mi ha scritto. Sapevo io dove era? Era viva? Era morta?—Dio, grazie!
28 marzo.—A San Miniato, a Firenze, come Ti ricordai!—E quando ero solo, a Mantova nel palazzo Ducale; a Verona, nel giardino di casa Giusti; nel cimitero di Brescia, come Ti volli! come ero infelice! Ero tanto solo! O Lidia, se Tu avessi provato quei momenti di ardentissima passione e di immenso sconforto!
Oh mio Giuliano! Chi ti conosce? Io ebbi l'animo per abbozzarti: non ebbi l'ingegno per scriverti. Ma chi ti conosce? In te ho cercato di sfogare le incertezze, la bontà e i deliri e gli inferni e i paradisi di un'anima che sclama:—Dio, Tu non ci sei, ma c'è la donna! Non credo in Te, ma spero in Lei!—O Lidia, potess'io parlarti di quel mio Giuliano. Comprenderesti i tormenti dell'anima mia, piena di vita e desiderosa di morire.
29 marzo.—Ieri ho aspettato P…. nella via Olmetto per parlargli, se poteva trovare qualche mansione da darmi a disimpegnare alla Congregazione di Carità.—Non osavo. Come sono timido io! Mi esibii, arrossendo. Diffido sempre di me. Mi rispose freddamente, freddissimamente…. Pure aspetterò.
Stanotte ho sognato di ricevere una lettera d'una amica di Lidia:—«È con raccapriccio che devo farle sapere….» così cominciava. Mio Dio! Che spavento! Lessi qua e là.
Mi sovviene che un mese fa ho fatto dei conti colle cifre. Voi mi credete poeta! Ho calcolato fitto, vestito, cucina, servizio, ecc., ecc.—O Lidia, potessi darti una posizione agiata e vivere a lungo, se mi ami: e se non mi ami, morire presto per lasciarti libera e con qualche mezzo.
30 marzo.—L'altro dì, credendo di vederti, o Lidia, ho sentito una specie di ebbrezza: ieri, cercandoti nella via Manzoni, ho sentito uno spavento che non Ti so dire.—E chi sei tu?—Tante volte guardo la carta topografica di Mantova e cerco di trasportarmi coll'immaginazione o alla Piazza Virgiliana o a Porta Molina, o a Sant'Andrea o al Palazzo del T…. Che tristezza!
Ieri ho toccato i tuoi capegli biondi, povera morta! povera sposina! Come un giorno da ragazzo, sentivo paura e religione davanti all'altare, oggi sento religione e paura davanti a qualunque minuzia che appartiene ad una fanciulla.
31 marzo.—Alcune volte mi sento felice nel pensare alla morte, perchè mi dico:—L'anima mia è scritta in queste pagine e mia madre mi conoscerà.—Mia madre stenterà a capire la mia calligrafia, ed io sarò sotterra, senza aspettare la risurrezione.
2 aprile.—-Oggi per la prima volta, io, letterato, ho letto la poesia di Stecchetti.—Oh amo Te, mio ideale, mia Lidia! Ecco come le letture delle poesie stampate influiscono su di me!
3 aprile.—Anche i cattolici romani che leggono i discorsi alla Società Cattolica, dicendo che Dio è buono, abbracciano la femmina. Io credo in Te e per Te sono puro!
Li leggo i poeti, ora che ho rinunciato ad ogni studio d'arte, li leggo per curiosità Stecchetti e Carducci. Che mi importa? Nulla—voglio fare la carità.
6 aprile (sera).—Lo sento. Verrà quell'ora in cui io mi ucciderò. Ti scriverò?
11 aprile.—Aspetto sempre d'esser accettato alla Congregazione di Carità.—Alla sera mi trovo con molti giovani. Come sono stupidi nella sensualità! Ed io mi sento la poesia nel cuore!—Alcuni di quei giovani sono stimati giovani d'ingegno. Oh sono cinici e volgari!
Sulla Gazzetta di Venezia fra i decessi non trovo il suo nome. Dio Ti ringrazio. Ma che futuro mi prepari? Premiami di questa mia solitudine, di questi miei studj, delle mie speranze in Te!
13 aprile.—Giorno di Pasqua. Jeri a sera mi commossi dolcemente. Venendo a casa, come sempre ho pensato a Lidia! Nella mia camera da letto, sullo specchio vedo una busta…—Una lettera di Lidia, mi sono detto subito.—Era un regalo di mia madre: era una busta coll'augurio: La pace sia con te.
Oh sì la pace! Sai tu che pace abbisogni all'anima mia? Oh mamma, mi commosse la tua ingenua, bambinesca calligrafia! La pace! Non l'ho trovata nella febbrile fantasia dell'arte, nella stupida società elegante, nell'amore, negli studii pacati e solitarii… La troverò nel prestarmi a lavorare pei poveri?
E Tu, Lidia, non sei povera?
Suonano le campane e mi pare di essere a Limbiate e di camminare per uno stradone e di pensare a Te.
Perchè non mi scrivi? Che Tu fossi partita da Venezia e che io nulla debba sapere di Te?
14 aprile.—Perchè oggi ho il mio pensiero così fissamente rivolto a Te, o mia sorella?
L'anno scorso, quand'ero in Duomo, credevo e temevo sempre di vederti a braccio del Tuo sposo. Come sospiravo dietro a certe coppie tranquille! Che desiderio il mio! Che bisogno!—E mi rassegnavo.
—Perséverez dans le travail: dans vos nobles aspirations.—Mi suonava sempre nell'anima questo tuo caro ricordo. Perseverare, studiare! E senza domandarmi il perchè vero, per solo amore melanconicissimo a Te, io studiavo: non ho perduto un'ora sola in ozio o in divertimento, nell'inverno: studiavo di giorno, di sera, di domenica… L'anno scorso e st'anno, quando il sacerdote alza l'ostia, io dico:—Lidia—e credo… a che? Non credo al prete: credo a Dio! E quando il sacerdote leva il calice, io dico:—Lidia!—e credo!
Sono gli istanti solenni della commemorazione… Quando in cimitero vedo gli ossami e mi sento aizzato allo scetticismo, non credo nulla, nulla, e mi sento certo che sotterra non si ama, ma si imputrida, e finisce la bellezza, la bontà, la poesia, l'anima, io mi dico:—Lidia!—e quest'invocazione significa:—Voglio la vita!
Camperò solamente dieci o venti anni ancora. La mia giovinezza è quasi passata e sciupata in inutili studi e inutili melanconie e inutili ideali—morrò e…
O campane, come suonate meste e quasi a morte!—Come suoneranno meste a Venezia!—Le campane mi hanno sempre commosso nei paesi, e nelle città di provincia.—A Vicenza, a Padova, a Verona, a Mantova! A Mantova! Credevo che Tu fossi là nel settembre del 1876! O campane, perchè mi fate nascere tutta la mia melanconia!—Voglio vita e amore.
16 aprile.—Ho fatto la comunione. A questo mistero del pane di Dio io sposo sempre una mesta commemorazione, santa, pura, gentile.—È commemorazione d'amore. Mi sento casto e affettuosissimo. Avevo con me la tua lettera, e ho ripetuto tra me le parole: Vous étes mon ami, et un ami rare, pourquoi ne serai-je pas confiante avec vous? Si je vous ai fait du mal une fois je veux le réparer en étant pour vous une soeur et une amie.—Dio, eccoti il mio avvenire.
Finora la mia vita fu uno spasimo di incertezze, di speranze, di propositi, di scoraggiameli… Ed ora?
Perchè non mi scrive?-Non mi scriverà?—Sarà rotto il filo tra noi due.
Ma perchè mi tormento così? Prego? Confido? Faccio della poesia? La scienza che mi dice? La verità qual'è?… Mio Dio, mia Lidia, datemi un po' di fede gentile.
In che mani saranno questi miei fogli fra venti anni? e fra quaranta? e fra cento?—Vivrà l'anima mia, quando io sarò polvere e nulla?—Chi leggerà? chi capirà? Chi pregherà per me fra cento anni?
O Lidia, almeno le anime siano immortali! posso io averti amato soltanto per sette o dieci o venti anni? e dopo?—Per sempre! Per sempre!—dice l'anima mia.—Per sempre e in Dio! Dio che è l'amore! Dio che mi vede, e mi perdona, e mi conforta, e mi fa sperare e sorridere:—Dio che c'è!
* * *
—Torno dal Duomo. Che pensieri mesti! Credo sempre di vederti e sento di amarti! Ho bisogno di guardarti negli occhi!—Ti immagino nella chiesa di San Marco; tu sei bella, tu credi, tu disperi.
22 aprile.—Ho speso del denaro, comperando un budriere antico. Non è denaro pei poveri? Nella mia nuova missione imparerò a risparmiare ed a fare l'elemosina!
24 aprile.—Jeri ho incominciato a vedere la miseria. Lidia, voglio avere un grandissimo, religioso, gentile rispetto per quelli che soffrono e che lavorano—ricordandomi di Te e delle Tue parole «étant pauvre il faut que je travaille!»
26 aprile.—Jeri notte ho fatto un sogno bruttissimo. Jeri a sera, assai melanconicamente, ho parlato di Te.—Che Tu indispettita del mio silenzio, non mi scriva più? Sei già partita da Venezia? Mi hai promesso—Si je quitte Venise je vous en avertirai afin que vous sachiez toujours quelles sont les douleurs ou les joies de votre affectionnée amie et soeur. Ti ricordi di avermi scritto così?—Hai Tu la brutta copia delle lettere che mi scrivi? Suona mezzogiorno a salutare il nome purissimo di Maria. O Lidia, mia sorella, come Ti amo!
29 aprile. Lavoro pei poveri: e sono contento, E se il mondo fosse pieno di finzioni? E se tanti poveri sono bricconi? E se io sono novizzo?
1° maggio.—L'anno scorso, quasi regalo di maggio, il mese dei fiori, dei nidi, dei bambini e di Maria, mi fu regalato un cranio. Era un augurio? Se fossi morto, sarei morto credendo Lidia felice. Essendo vissuto, ho la gioia e il tremendo dolore di sapere che potrei farla mia….
Sono stanco e insoddisfatto di tutto.—Ah mio collega G.! fare la carità per te è un gustare doppiamente la tua posizione. Tu hai finito di girare per la stamberga, e vai alla tua casa e trovi una sposina bella e un bellissimo bimbo. Egoista!
Chi da giovane ha avuto le ubbriachezze della carne colla femmina, non può o non è degno di sentire il bisogno alto della donna; chi ha sempre avuto religione per la donna, vive per la sua donna, per il suo bambino.—O Lidia, il mio futuro non so e non voglio, e non posso sognarlo squallido!—Forse nuove delusioni mi aspettano! ma pure queste illusioni mi sono care, l'unico appoggio alla vita stupida, insoddisfatta, di ogni dì in questa mia repressa giovinezza. Leggete le mie annotazioni… e qualche pagina del Giuliano e dell'Ugo. Se quell'uragano che avevo nell'animo l'avessi traboccato in fatti, che cosa potevo essere io? un demonio!—E sempre, sempre, pensando a Te, mia fanciulla, fra mille dubbi e mille tormenti, ho sorriso e ho confidato in Dio!
Sera.—Oggi sono stato a consegnare il baliatico in sei povere cameruccie. Che rispetto ho io per quelle povere mamme!
Come mi commuovo! sento bisogno di riaprire il mio mobiletto e di annotare…. come mi commuovo! Non sono ricchi e sono felici! Qui, ad una finestra vicina, un uomo è affacciato e guarda: lei, non bella, gli appoggia una manina sulla spalla…. Oh felicità! felicità per me! O Lidia, come Ti parlerei io nei crepuscoli! Poesia e fede e amore! Poesia e speranza e vita!
3 maggio.—Jeri mi sono trovato con C.—L'anno scorso di questi giorni accompagnava per Milano la mantenuta. St'anno ha moglie e viene alla Congregazione di Carità:—Sono contento!—mi disse,—ho goduto la mia gioventù.
È un assioma di questo mondo. Io come godo la mia gioventù? Come mi preparo per Te? Come penso? E come soffro?
Oh il mondo mi assolverà sempre da qualunque sudicio amorazzo, non mi assolverà d'aver amato una vergine pura e povera e infelice!
Sera.—Io mi tolgo da pranzo e Ti ricordo sempre! Ricordo la povera minestra fredda e certi tozzi di polenta che vidi in certe povere casuccie, dove le mamme avevano un bambino in collo.
6 maggio.—….Sorriso di donna, che cosa sei?
8 maggio.—Non posso resistere; apro il mobiletto e guardo il tuo ritratto, o Lidia, e Ti fisso negli occhi. S'avvicina il giorno di santa Lidia, Ti scriverò. Da due giorni non leggo la Gazzetta di Venezia. Ti troverò fra i morti?—Penso al suicidio. No, penso a vivere con Tei in campagna! O primavera!
9 maggio.—O Lidia, Ti guardo negli occhi. Come Ti amo! Dio, Ti supplico, a patto di qualunque infelicità, rendila mia, per un giorno solo!—Ti guardo ancora negli occhi, e mi domando:—Sei Tu? Tu, Lidia!
10 maggio.—Oggi, quale spavento! Vidi e rividi un capitano del 35.° fanteria. Era il Tuo sposo? il Tuo promesso? Veniva a Milano per uccidermi?
12 maggio.—Penso alle mie ultime volontà che ho scritto, e vorrei raccomandare a mia madre…. Oh mia madre mi capirà quando leggerà quelle mie righe e queste mie pagine. Come sono contento pensando che in quel dì non saranno più mie vergogne quelle sante, pure, caste effusioni dell'anima mia, in quel dì non saranno più fanciullaggini le mie melanconie e i miei bisogni, ma in quel dì nella loro tremenda evidenza si mostreranno i sacrifizi e le repressioni dell'anima dai miei ventidue a questi miei ventisette anni! Capiranno? Oh no! a loro non fu dato il tormento di amare gentilmente a ventidue anni! a loro non fu dato ingegno e sentimento tormentatore di squisita e sfidatrice poesia!
Mia madre dirà:—Che tesoro d'affetti, che avvenire, che felicità! che anima! seppelliamo tutto in una buca e per sempre! Poteva e voleva essere buono e felice, voleva una fanciulla, ma casta, ma gentile, ma infelice. Lo seppelliamo per sempre!
Sì, per sempre! non si viene più di laggiù: è triste verità: si muore: l'anima è la memoria che lasciamo e l'anima mia ve la lascio in queste mie pagine e in quelle mie ultime volontà e in questo mio grido del cuore straziato:—O mamma, ti raccomando la mia Lidia: per Lei sono stato puro, gentile, sperando in Dio… Credi tu in Dio? Sì! Dunque per l'amore di Dio, per Lui che volle ch'Ella fosse il mio angelo attraverso la mia bollente giovinezza che poteva essere piena di spaventose colpe, per Dio che volle ch'Ella mi stimasse e mi rendesse gentile e pauroso e timido, per Dio che me la mostrò, me la tolse, mi tormentò di incertezze, e pare che me la destini ancora, per Dio che è l'Amore e lesse nell'anima mia, per Dio, te la raccomando, o mamma,
Oh come vorrei che queste fossero l'ultime parole che scrivo è che tu troverai, perchè Ella, la mia Lidia, ti sia raccomandata come una figlia!
17 maggio.—Voce, grazia, profumo, linee dolcissime, seduzione, sudore, carne della femmina, che siete voi per me? Vidi jeri e meditai sul quadro di Morelli «Le tentazioni di sant'Antonio.» Carne della femmina che sei? Tutto passa, e tu, corpo, imputridisci; dopo la giovinezza, nessun piacere; dopo la morte, nessuna vita!—O Lidia, in queste pagine su cui è scritto il tuo nome di vergine, oso io lasciare queste righe? Sì, per dirti che all'anima Tua sacrifico la mia bollente gioventù. Ti amo, purissimamente Ti amo e purissimamente Ti voglio mia!
18 maggio. «Io mi tacerò quando non mi sentirò più degna di stringervi la mano, come ora.» Queste sono le parole di Lidia, che mi spaventano da due giorni.
30 maggio.—A sera tarda mi trovai cogli artisti che festeggiavano il Michetti. Figlio di pastori a 25 anni è già celebre in Italia e in Francia, e guadagna quello che vuole. Come vorrei essere in lui! avere tanto nome e tanto merito e dire: Per una fanciulla! festeggiato, amato, ammirato e dire: Col pensiero di una fanciulla! Che superba compiacenza!
4 giugno.—Jeri sera ho ricordate le Tue parole a me e stamane voglio rileggerle:—J'ai aussi des remords, votre lettre m'a troublée—je me sens malheureuse car j'ai été pour vous cause de souffrance (oh sì), peut-être ma légéreté en est-elle la cause?—J'ai pleuré en lisant votre lettre, il m'a semblé entendre une voix que n'ètait point de cette terre, je ne croyais pas qu'il y eût sur cette terre une âme si belle que la vôtre!
O madre, queste parole sono il premio della mia castità, della mia religione, della mia timidezza, del mio amore!—E le ho lette in un santuario della Vergine.
Tout ce qui finit est si court Allez toujours—
24 marzo 1880.—Facendo la carità, trovo un padre che si uccide perchè la Congregazione è una vecchia istituzione burocratica piena di pregiudizii. Credo di servire il mio partito, ma per reggere alla noia di stare tre o quattro ore al tavolino della Costituzionale a scribacchiare i verbali mi immagino sempre d'aver avanti agli occhi la nostra Regina Margherita, e per lei, donna, faccio quel sacrificio di star lì. Essendomi occupato della Società Dantesca, trovo i Commendatori amici che mi fanno dire che sono assenti da Milano. Quando ho studiato che conforti ho avuto? quando ho scritto? quando mi ero inchiodato sulle panche dell'Accademia?
Io mi sento artista, perchè sto in contemplazione di un raggio di sole che fa luccicare mestamente l'iniziale delle pergamena e vivifica i colori di un angolo di tappeto turco e fa spiccare le ombre del tavolo barocco e polveroso. Io sono artista—melanconico e sognatore.
Guardo alla libreria polverosa…. O poeti, non vi leggo più! penso che anch'io volevo essere romanziero storico: e, dopo il mio amore, romanziere antico. Incominciai col Buondelmonte e finii coll'abbozzo Tisi.
Ho qui un vasetto di viole del pensiero. Da sei anni a primavera ho questa gentile compagnia: viole ed illusioni.—I miei amici vedendomi, triste, mi dicono per consolarmi:—Prendi moglie….
29 marzo.—Perchè nulla annotai nel dicembre, nel gennaio, nel febbraio, quando servivo i poveri alla cucina economica? Perchè non scrissi le soddisfazioni dell'anima mia nel fare il bene? E il bene l'ho fatto pensando a Te: ho avuto dolcezza, pazienza, perseveranza, dicendomi:—Lidia mi vede.—Ma chi sei Tu che ti facesti padrona della mia giovinezza? Chi sei? Perchè ti sono così schiavo? Perchè mi fai piangere? Perchè farai piangere mia madre?—Oh alcune volte impreco contro di Te, e ti odio e vorrei che l'anima tua soffrisse come la mia!
E che? La vita, l'avvenire è dinnanzi a me…. Sì, ma dove le risoluzioni? la forza d'animo? la perseveranza? la fede?—Alcune volte mi dico:—Dimenticarono tanti: dimenticherò anch'io: avrò una famiglia: avrò una carriera.—Ma no! sento solo le mie melanconiche fantasticaggini artistiche! Sento solo l'armonia del mio dolce passato! Ho sofferto, e i miei dolori non sono troppo preziosi, per mutarli nelle gioie banali di vita solita.
(sera).—Oggi mi sentii poeta. Meditai una poesia, I morti, i morti all'ospedale e i morti in battaglia—i morti d'amore—i morti in campagna….
Lessi i ricordi della vita di Settembrini. Come mi sentii consolato! Che fede in Dio! Che amore nella sua donna! Che carattere!—Mio Dio! perchè non sono vissuto nel tempo delle cospirazioni, dei patiboli, delle battaglie? A me che rimane? Lo sconforto!
11 aprile.—Sono otto mesi ch'io da mattina a sera aspetto una lettera di Lidia; che cosa mi potrebbe dire?
S'io mi trovassi padrone di trecento od anche di duecento mila lire, scriverei a Lidia:—Voi siete povera: ditemi quanto vi abbisogna per la vostra felicità…. Vi darei tutto. Avrei fatto il mio dovere dopo di avervi date tante proteste di affetto vero.—Dopo, colla coscienza forte e finalmente persuaso di aver fatto una buona azione, dopo mi voterei a Dio. Per andare missionario bisogna tanto denaro? Don Fedele non era ricco.
Fra tutte queste cose vecchie del mio studio, ho delle camelie in un vaso, camelie candidissime, camelie rosee… Perchè adorando i fiori, con dolcissima illusione, con irresistibile bisogno, adoro la donna?
Fanciulle belle e bruttine che passeggiate al sole, se sapeste il mio sacrificio! Nulla, nulla si cancella dall'anima mia e mi sento senza speranza, senza amore, con troppo amore!
Come ti bestemmio, o Dio! Non ti credo nei cieli! Sei in terra e Sei l'amore! Sii maledetto, o amore!—. Perchè non mi uccidi?
O sole, come ti amo sui picchi delle montagne selvagge! Come mi sentii felice nei deserti della Natura! come libero! come poeta!—Ma tu, Sole, mi schiaffeggiavi, mi macchiavi il volto e le mani, sì ch'io avevo persino vergogna della montanara che m'accompagnava: e quando tornavo fra gli uomini, io mi sentivo rigurgitante l'anima di grandiosa, di aspra, d'infinita poesia, e gli uomini ridevano di compassione per me, e le donnine ghignavano di scherno! O Sole! o Sole, mi tormentasti e mi tormenti! Io amerei Te e l'infinito mare, ma diverrei brutto d'una bruttezza ineducata!—Donne che per qualche minuto avete avuto un pensiero per me, chi siete? Vi ho io amato? Siete voi invecchiate? Mi avete dimenticato, come io ho dimenticato voi? L'anima sussulta!—I bei giorni ch'io ho passato con Te, o R., a ventitrè anni! Le belle cose che ti diceva parlando di Dio e leggendo le poesie! gli orrendi tumulti che si suscitavano nell'anima mia quando ti recitavo il mio Giuliano! Il Giuliano è incatenato in questo mio povero, sporco e meschino corpicciuolo, e lo squassa e lo uccide! Ero buono, ti confesso, una volta, gentile verso la Madonna, fiducioso in Dio. Ed ora?—Non leggo più poesie stampate. È domenica: io non benedico il Signore. Sorgete tutte in me, o male passioni dell'anima mia, tormentatemi, abbattetemi, schiacciatemi. Ch'io muoia maledetto, perdonando a nessuno.
12 aprile.—Eravamo soli in una cameretta disabitata del sacrestano: c'era una crociona nera dei morti: un canapè: delle seggiolaccie: un tavolo sconnesso…. Sui monti imperversò un uragano. Lei aveva paura dei lampi…. Si schiarì il cielo: tornò il sole, bellissimo: la montagna divenne festante. Io lessi l'agonia suprema del mio Tintoretto!—Che speranze, che fede nell'arte! Che baldanza nel guardare al mio futuro! Chi ridà i miei ventitrè anni?—Tu fosti gentile, soave, confidente, affettuosa, compassionevole con me.
Ma perchè mi tornano alla memoria queste dolci ricordanze della mia giovinezza? Perchè con tanta insistenza, vi risaluto ancora, o anime, ch'io chiamai gentili?—Su, a quella chiesetta scrivemmo i nostri nomi. Ci saranno ancora? Chi li avrà letti?—E parlammo di Te, o A., povera e affettuosissima e nervosa Signora che mi amasti! e mi piangesti in volto là su quei colli! piangesti ricordando il tuo passato!—Dirai tu, o Lidia, che questi sieno ricordi profani, perchè rubano a Te? Ma chi fosti tu per me?
12 aprile.—Sorgete tutte in me, o male passioni dell'anima mia: o tristi ricordi, o gelosia, o frenetici odi, o tremende ardenze del mio corpo, io sfido Iddio!—Così imploravo ieri.—E invece sorgono dal passato i ricordi dolci—dolcissimi—dell'affetto, dell'amicizia, della stima, della simpatia, della confidenza.
13 aprile.—Ma sai, Lidia, che ho un'illusione quest'anno? Di divenire pittore d'armi antiche. Mosè Bianchi, Pagliano, Bazzero, De Albertis, tutti gli artisti della Società Patriottica mi riconoscono per specialista nel disegnare armi antiche. Sono assai apprezzati i miei schizzi.—Diventare artista! Avere il mio studio! Nel mio studio mettere un pianoforte per Te! Oh il mio sogno! Avere i fiori, la donna, la purissima arte, qualche libro tedesco e qualche inglese e francese! Essere artista!
20 aprile.—Sono melanconicissimo fra gli amici.
Uno di questi amici raccontò una cosa graziosissima di sua moglie. Quando tornavano dall'altare di nozze, lei disse—Ora scappami, se puoi!—All'albergo, ella si addormentò fidente e stanca, ed egli stava a guardarla pensando:—Mio Dio, che spavento! È mia per tutta la vita!
Tu vedi com'è l'anima mia, o Vergine santissima: Tu sai ch'io voglio morire. Fammi morire. Risparmiami un delitto. Fammi morire. Tremenda malattia dell'anima! Io inorridisco! Scrivo io un romanzo o scrivo i miei pensieri? Scrivo il mio sconforto su un pezzo di carta che si consumerà, con un inchiostro che si sbiadirà, scrivo pei topi che rosicchieranno queste mie memorie, scrivo che sento d'amare! Che sfiducia ho io—io nulla farò a questo mondo perchè sono incertissimo di tutto e su tutto—non sono mai in pace—voglio e non voglio.
Perchè così presto ho sciupato il mio ideale della Carità?
Perchè ho conosciuto l'uomo basso, vigliacco, volgare, neghittoso, ipocrita e stupidamente prolifico? I poveri?—Presto avremo le elezioni politiche. Io mi dimetterò da Segretario della Costituzionale… Che importa a me della briga degli ambiziosi e degli intriganti?
È maggio: o fiori, o farfalle, o verde, o cielo, o fanciulle!
Come sono brutto io! La mia poesia bisogna ch'io la tenga nascosta in fondo al cuore, per me, per piangere solo, per pregar solo, per disperare solo!—Alcune volte sogno d'essere lontano, lontano nel mondo, fra gente nuova, sotto un cielo nuovo, con dolori nuovi… O mia mamma, perchè ho anche la squisitezza tormentosa di sentire i dolori di certe povere creature che non hanno casa, patria, parenti? Perchè penso mestissimamente a quella disgraziata—elegantissima—che ieri andava al manicomio?
Ricevo dalla Accademia di Brera dei biglietti di congratulazione per me spediti da Promis, Biondelli, Mongeri. Mi sento incoraggiato. Se potessi arrivare a quel posto! Ma coll'amore dell'arte non si fa carriera!
20 luglio.—Come ti sento, bisogno della mia giovinezza, del mio ingegno, della mia vita!—Lavoro moltissimo pei poveri: ma sento poco la compassione, sento un grande odio per la finzione, per l'inganno, per la umana bestialità! Come gli uomini sono gli autori delle loro sventure!
23 luglio.—Lavoro molto pei poveri. A vincere il mio carattere timido penso sempre:—Essi, i poveri, potrebbero trovarsi al mio posto: io, al loro: se io avessi bisogno?—E lavoro… È volgare la mia vita? O Signore, quando leggo la Tua Bibbia, come ancora nel mio avido scetticismo, ho dei momenti di fede gentile! O Signore, perchè mi tormentasti e mi tormenti coll'incertezza?
Scriverò a Recoaro per far apparecchiare le camere a mia madre e a me. Son spaventato: guardando solo l'orario, e leggendo quei nomi di stazioni venete, mi si stringe la gola… Rivedrò Lidia. È un'idea fissa.
Ah se potessi condannarti all'oblio! Ti amai, Ti amai, versai, nelle lettere che ti scrissi, l'anima mia, ti dissi il mio tormento, rinunciai alle prepotenti gioie che mi provocano a' miei anni, studiai, mi dedicai ai poveri, e al mio paese… E Tu? Come mi rispondesti? Tu chi ami?
Ah fosti crudele! Ed io perchè amo di acuire così il mio dolore?
Vi chiudo nel mobiletto, o pagine tristi, e siate l'ultime che scrivo!
C'ingannano i poveri, c'ingannano i preti, e c'ingannano i dottori….
* * *
31 settembre.—Non ho mai voluto scriverti per non darti dolore! Ho fatto le appendici artistiche del Pungolo, e ho dovuto condirle d'arguzie e forse di sconcezze per il pubblico, in quei giorni che la mamma era ammalata (e mi faceva davvero pensare tristamente di lei) e in quei giorni in cui volevo tacerti i miei pensieri. A Recoaro, come ho vissuto bene nella compagnia gentile di una fanciulla, che non mi credette sciocco e beghino! E perchè ti dico questa simpatia, e quei no! no! no! che mi dissi e feci capire a lei, pensando a te? È una fanciulla che mia madre ha visto nascere e che ha sempre conosciuta e che sarebbe contenta di vedere al mio fianco…
Ti ricorderai di me? Si spezzerà il filo tra noi? Chi primo obblierà? Vado a Limbiate e visiterò quel cimitero dove io ho scritto lagrime e sorrisi, io che ora sghignazzo facendo il giornalista lepido. Lidia, perdonami, faccio così per buttarmi nel mondo, e occupare un posto, e avere una possibilità di farti mia! Pensa che quella ragazza mi era molto simpatica: ed è forse l'ultima che incontrerò nella mia vita—nella mia vita stupida e ritiratissima.
1.° ottobre.—Stamani, quando la campanella di sotto suonò la messa, mi sentii tristissimo…. Preghi tu ancora? O perchè penso tanto a te e con tanto timore? Quante cose si sono cambiate in campagna. Vicino a quel cancello a Carate, ov'io venivo tutti i giorni nel 73 a guardare in quel giardino ove tu mi avevi dato un fiore di vainiglia e una foglia spinosa, vicino a quel cancello, ove scrivevo le date e mi pareva d'esserti fedele, hanno alzato un muro. L'ossario di Solaro ov'io passavo quasi tutti i giorni, e guardando i crani pensavo a te, dicendomi:—che cosa è la vita? e dove io ho contemplato quella mano rattrappita e secca, quando avevo sul cuore la lettera che mi avevi scritta e m'immaginavo la tua manina tonda e morbida, l'ossario l'hanno demolito… E noi abbiamo cambiato l'aspetto delle camere, del giardino, ma il mio cuore non muta.
Ho riletto la mia lettera del 15 ottobre 1877. Tutto è finito?… Coraggio, mi dico, il mio dovere ora è di servire i poveri, è d'esser umile, e di gettare questa penna insulsa…. Che cosa ho fatto per esser degno di lei? E che cosa farò?…. Tre anni fa, come mi sentivo buono e poeta e fiducioso, nella mia disperazione: ora nell'apatia, come mi sento vecchio! Perchè mi dico coraggio? Che fare? Che studiare?—Come gli uomini sono tristi! E non so staccarmi da questa memoria, mi pare così di esserle fedele….
18 ottobre.—Odoro nel cassetto un profumo che mi ricorda la mia santa malattia e le mie purissime illusioni….
20 ottobre.—Questi sono i giorni in cui io ho tanto pensato a Te. A Limbiate c'è una ragazza bionda, gentile, pallida che di sera somiglia a Te: son già due anni che solevo annotare questa circostanza, ma mi pareva d'esserti infedele….
Vittoria avrà avuto qualche po' di simpatia per me? Là a Recoaro mi ha regalato un pezzo di sasso colle piriti, preso all'orrido della Spaccata, ed ora lo tengo qui sul mio tavolo, quando scrivo. Come sono pallidi i miei ricordi di Recoaro!—Quante volte passeggiavamo noi due soli, alla sera colla mamma lontano a cento passi, e chiacchieravamo e ci sentivamo giovani. Chi ama ella? Certo amerà. So di un giovanetto simpaticissimo che l'amerà: e lo vedo alla Patriottica e mi è caro, e non mi sento geloso.
21 ottobre.—Volevo dicessero:—Quel giovane si è fatto seriissimo, è divenuto il servo dei poveri, è dolce, è pio, è rassegnato. Ha un profondo dolore, ma soave che coll'amore consacra la sua vita… Volevo mi amassero tutti ed io mi tranquillassi…. No! risusciti tu, mio animo d'artista e mi scuoti! mi tormenti! Mi fai delirare! Sghignazzo ancora: ancora sono superbo, ancora odio, ancora voglio morire come il mio Ugo! Tra questi spaventi sento l'amore a mia madre, a mio padre—l'amore che mi viene dai ricordi, quando ero piccino, quando Limbiate era un luogo di pace.
È una virtù questa vigliaccheria dell'obblìo?
O Vergine che un giorno ho pregato, o Madonna, in cui ancora ho un barlume di fede melanconica, protettrice della mia Lidia, fammi dimenticare la mia Lidia!
E preghiera questa?
Come sarei felice di morire e di terminare il martirio dell'anima mia!
22 ottobre.—Faccio forza per non scrivere, ma non posso.
Jeri ho veduto una bellissima rosa nel vecchio e squallido cimitero di Limbiate, ed ero con un prete: oggi ho incontrata la marchesina B: ed ero con due preti: stanotte fui tormentato dalla più fiera esasperazione della libidine che non concedo al mio corpo e col pensiero mi purificavo… ero con te. Chi le capisce le mie febbri e le mie speranze e di quando in quando i miei mortali spossamenti e questi orgasmi quasi suicidi? Come vivo stupido, fra gli stupidi o gli ignoranti, amoroso fra gli indifferenti, poeta fra questo volgo!
22 ottobre.—Ieri siamo stati alla Cassina Ferrari a vedere la villa Torras, un giardino romantico che da vent'anni forse io non avevo più veduto. Vi è una lapide nel boschetto, una lapide che parla di ricordi amorosi e di dolci confidenze. Mi ricordo che ad otto o nove anni fummo là in compagnia e c'erano le giovinette e i giovinetti che leggevano e si guardavano in volto e si deliziavano pei viali….
Il triste cielo, la natura mesta ed umida, l'ora mattutina e il canto dei coscritti avvinazzati mi fanno pensare….
È finito anche questo autunno…. E finora non sono ancora andato ai luoghi ove pellegrinavo negli anni scorsi pensando a Te.
Ti dirò come mi annoio? Ho passato tre ore con un prete a far passare le commediole delle marionette ch'egli deve far recitare alle fanciulle del suo collegio! Sono i libricciuoli nostri, dei nostri otto e nove anni. Il prete mi parla di farse, di sciocchezze, di melodrammi che fa lui…. Ed io lo ascolto…. Io che vorrei parlarti del mio Giuliano! E tu mi ascolteresti? E se tu non fremessi alle mie tempeste, io ti direi che quel Giuliano fu letto ad un'altra donna, da me a lei, che lasciò ch'io posassi la mia testa sulle sue ginocchia, e toccandola colle sue manine, mi disse:—Credo che ci sia dentro un inferno!—La tua memoria era in me santissima e dolce: e la maliarda libidine mi arroventava e mi strappava le carni. Quando diceva di non sentirsi bene ella mi lasciava accostare la mia fronte alla sua, mi lasciava toccarle il polso; e quando diceva ch'era nervosa voleva ch'io le stringessi forte ambo le braccia alle spalle in istretta voluttuosa….
Tre ore. anzi quattro ore stupide le ho passate passeggiando coll'ottimo prete che mi discorreva di panegirici, e di sacro cuore…. Il mio Giuliano è un panegìrico, il mio cuore è un sacro cuore!
In questi giorni sì mesti e sì squallidi, al declinare dell'anno, a sera, come si desidera la sua donna da guardare in volto!—Mio Dio! Suonano le campane dell'Ave Maria, quella sottile vocina della campanella di sotto mi fa ricordare…. Pregavi tu, Lidia, quando ti inginocchiavi nella chiesetta della Madonna?
Domenica, 24 ottobre.—Splende il sole e dovrei essere lieto, ma sento il massimo sconforto… M'imagino d'essere in questa casa, ma spopolata, morti tutti e divenute sacre le memorie, ed io vecchio, legato a te, ed obliato da te, senza una donna al fianco che sia stata la gioia di mia madre.
Torno dalla chiesetta di Pinzano…. Perchè su nell'organo guardando giù la chiesetta innondata di luce e di incenso, mi sono sentito tanto commosso? Perchè ti ho desiderato con me?
Poveri contadini, che avete lavorato sotto la pioggia, nel letame, forse colpiti anche dallo sprezzo di noi che passavamo in carrozza, poveri fratelli che sorgerete a vendetta in un dì non lontano, beatevi del sole, dell'oro, dell'incenso della vostra chiesetta…. Contribuire a farvi gioire un po', un sol giorno nell'anno, è affetto, è delicatezza, è forse anche dovere…. Ed io come sono egoista!
(Sera).—Torno da Pinzano dove si è ballato, e sono mesto come tutte le volte che vedo quel tripudio che a me non fu mai concesso. Penso che l'educazione che mi diedero i miei parenti fu santa, ma stupidina. Vedo anche i giovanetti delle famiglie che ricorrono alla Congregazione di carità, li vedo ballare.
Spettacolo triste! Sento sul volto la polvere che mi gettano i tacchi delle danzatrici: e sono quasi geloso delle mogli altrui.
In società sono uno sciocco, un collegiale. Che penso?
(Alba mestissima).—La natura ha una voce sconfortante per me! Sei tu, anima di donna, che parli a me da quel cielo melanconicamente roseo, da quel nero hosco della botanica, da quel piano silente?… Se tu, o Lidia, in questo momento muori o ti ricordi di me, io prego Dio.
25 ottobre.—Com'è bella la Natura, quando si ama! Splende il sole: il cielo è limpidissimo.
Volevo che queste pagine, fossero un libro di preghiera, e invece diventano una confessione di illusioni, di pazzie e di odii. Lacererò le pagine più tristi. Mio padre va a letto e dice di non sentirsi bene…. Sarà un po' di poltronaggine o una malattia! Dio mio, egli dice che è così triste il diventare vecchi. L'intimità della famiglia doveva essere il mio sogno: e invece ho avuto pel capo tanti delirii d'avvenire. Mio padre, quand'io ero piccino, era buono e mi voleva bene. E perchè sono io diventalo uomo? Perchè ho tanto sofferto? Poi sei venuta tu, maledetta, nel mio pensiero e nel mio cuore.
È giornata triste: s'avvicina l'inverno: mio padre deve sentire anche lui uno sconforto tremendo. O Signore, quand'era ammalato, tanti anni fa, ho pregato tanto per lui e tanto devotamente! Ti prego ancora, o Vergine, che sai come è l'anima mia…. perdonatemi tutti, o mio padre, o mia madre, o Carlo!—Perdonatemi… Lo sento che non sono cattivo.
30 ottobre.—Ieri ho fatto una passeggiata. Era tempo piovoso e melanconico. Abbiamo visto dei cimiteri…. Ma è sì dolce avere con sè una donna gentile! La mia vergine soavissima dov'è? Ho amato le sue memorie contemplando le croci di un cimitero! Almeno tu fossi morta! Almeno fossi morto io! Mi avresti pianto….
Splende il sole e si vedono i lontani monti, e sorride il cielo, e cadono le foglie…. Un altro autunno che finisce! un altro inverno che mi aspetta!
Quando ti avrò dimenticata, quando nulla più saprò di te, quando presenterò a mia madre una donna che possa fare la mia contentezza e la sua felicità, sarò io onesto? È a prezzo di tanto dolore ch'io mi dirò finalmente tranquillo? Io mi sono votato ad esser vergine: oh almeno potessi vivere con mio fratello!… solo che farei?
Vittoria, m'avevi dato un poco di pace. No! no! no! Non ti amavo! No! ma sentivo com'è bello lo stare con una fanciulla, che mia madre conosce tanto, che non dà turbamenti ne incertezze, che con una mia domanda può essere mia moglie, una moglie da poter presentare agli amici, ai parenti…. E tu chi sei, che col tuo sguardo d'angelo hai marchiata la mia fronte con una maledizione che quasi tutti qui mi leggono?… Tu chi sei? Oh dimenticami.
1.° novembre.—È il giorno di tutti i Santi. Splende il sole e s'odono i canti mattutini nella chiesetta di sotto. Perchè sento tanta malinconia? E perchè leggo queste memorie?
Il giardino è tutto bianco di brina. Dio, com'è triste sentirsi nel cuore questi primi geli!
Ci capita addosso un invito in casa S. Come mi fa dispiacere l'esser così stupido fra la gente. Nulla so, nulla dico: sono impacciato.
3 novembre.—Ieri nel dì dei morti ebbi dei momenti di grandissima gioia pensando a te, e al bambino biondo e gentile che avremo….
Ho domandato al figlio del fattore se egli sente la melanconìa dell'inverno.—No, e perchè?—mi risponde. L'altro ieri, al ritorno d'una allegra passeggiata, andai in cimitero…. C'era con me una signora, povera, ma gentile, ma educata, ma pietosa. Ci facemmo pensosi. Dio santo! Come io la sento la poesia del dolore! Come io ho bisogno della donna! Come mi trovo bene fra le croci!
6 novembre.—Dio! perchè anch'io non fui a Mentana? perchè non son morto? In questi giorni si commemorano i martiri della libertà, ed io mi sento ancora tanto piccino e poltrone! Era la mia un'anima repubblicana?
11 novembre.—Oggi parto. La natura è mestissima, ed io vado incontro alla noia ed allo scoraggiamento…. Non amo più i poveri: sono indifferente agli studii. Sento già vergogna delle persone con cui dovrò parlare per il lavoro sui Musei privati di Milano pel Vallardi.
12 novembre.—Sono nel mio studiolo di Milano. Mi sento scoraggiatissimo. Voglio mettere un po' d'ordine nelle mie carte: trovo grammatiche greche, esercizi latini, tedeschi e inglesi, e abbozzi di drammi.
Volevo, per far luogo, mettere queste cose in un fascio sulla libreria…. Le grammatiche portano le tue cifre, o Lidia, scritte da me quando volevo attingere un po' di coraggio: e i drammi cominciano col tuo ricordo T. c. q. f. e. s. c. A. t. Tout ce qui finit est si court. Allez toujours. Come mi faccio sempre melanconico! Volevo far posto pei nuovi scritti…. E che m'importa dell'arte, del nome, dell'antiquaria? M'importa nulla! Sento la mia giovinezza passata e le mie speranze cadute, e il mio cuore inaridito! Credimi, non so lavorare per amor proprio! Fra le mie carte trovo il libriccino dell'Aleardi e quello del Leopardi.
23 novembre.—Ieri a sera, alla Società degli Artisti, ho assistito allo svestirsi della modella, una ragazza triviale e perduta. Come parlava brutalmente dell'amore!
Sai, Lidia, è uno spavento per me l'udire l'immoralità dalla bocca di una donna giovane.
Mio Dio! e che fascino satanico in quella fascetta calda che si tolse, in quella camiciuola trasparente, in quelle braccia seminude, a quel profumo della carne! Quando penso a te e al nulla della mia vita come mi sento sconsolato! Ecco la mia voluttà: la melanconia del tuo ricordo.
25 novembre.—Angelucci, vecchio ed illustrissimo pedante, viene a Milano, e presso i pedanti illustri di Brera, critica il mio opuscoletto sulle armi del museo archeologico. Che m'importa? Ma credevo quello studio una prima base, per farmi un po' di nome, per andare avanti, per rendermi degno di te. Che m'importa dell'archeologia? Sono artista e non antiquario: son poeta e non rigattiere. Ma mi sento sconfortato.
27 novembre.—Ieri mi trovai coll'Angelucci. Il chiarissimo amico non moverà un dito per aiutarmi: e se gli venisse l'occasione, mi mozzerebbe anche la strada, parlando dei miei spropositi. Mille grazie. Per il nuovo lavoro che devo cucire avevo bisogno di un po' di coraggio. Mongeri mi spaura, Porro è indifferente e Angelucci mi lasciò freddo. Nessun passo farò: sono ricco, lo dicon tutti e me lo dicono…. Grazie.—Anche oggi devo aspettare l'Angelucci qui in casa. Oh questo mio studiolo dovrebbe per me essere un luogo di pace, di raccoglimento, un santuario di speranze: le mie belle armi, i mobili, la luce, il sole, il tuo ricordo….
Da un po' di tempo, per queste mie sciocchezze d'archeologia, che non approdano a nulla, trascuro i poveri e mi faccio indifferente alla miseria altrui…. Ero sepolto, ero oscuro, ero rassegnato, ero buono, perchè ridiventai ambizioso e impaziente e credulo in un avvenire mio? Mi tornano le malattie tremende.—A guarirmi da questi spasimi vorrei viaggiare: sarei anche partito per l'Egitto, ma perchè rompere l'ordine posticcio della famiglia? Mio Dio! mio padre invecchia e mi fa compassione, mia madre, dopo tante sofferenze incomincia a star un po' benino…. E viaggiando non sentirei il demonio dell'odio e l'angelo dell'amore in me?
(Sera).—Sin dopo il primo dell'anno 1881 non voglio vedere nessuna ragazza: aspetto il tuo biglietto di visita! E poi?
28 novembre.—Devo andare in casa Sola-Busca per vedere gli oggetti d'arte antica. La ricchezza mi spaventò sempre. Vorrei andare a Limbiate al vecchio cimitero. La morte mi consola sempre. Credo in Dio e sento la sua pace.
3 dicembre.—Oggi ho incominciato il lavoro di archeologia: non ho pensato a te e ho potuto lavorare.—Mio padre è a letto, non si sente bene. Se di notte mi sveglio, i miei pensieri sono tristissimi. Che figlio sono io per lui? Che uomo d'onore sono io per te? Li capisci questi tormenti?
Ieri il Consiglio della Società degli artisti e Patriottica mi volle proporre a segretario; oggi dal Comitato per l'esposizione del 1881 ricevo la nomina di membro di una commissione per una mostra d'arte antica. I miei concittadini hanno fiducia in me: io solo non ho coraggio! Lavorerò, accetto pensando a te.
11 dicembre (sera) .—Oggi prima di pranzo mia madre mi racconta che Vittoria è fidanzata. Era la fanciulla conosciuta da lei, da lei amata, da lei forse desiderata…. Non ti nascondo una mia illusione: avevo avuta molta intimità con lei, là sui monti, in faccia al cielo…. Sullo scoglio dello Spitz mi aveva dato il braccio….
Che vuoi? Nella mia vita stupida, fredda, senza gioie e senza dolori, mi era parso una gloria l'essere vicino ad una vergine: pensando a te, Lidia, che non mi amavi! Mi pareva di non essere così brutto, o così sciocco, o così pedante, come sono!
Perchè sarò incatenato alla tua memoria? perchè morire scettico e illuso per te? L'essere con una fanciulla, gentile ed elegante, in una chiesetta di montagna, il toccarle il piedino per darle la staffa, il ricever sorrisi e la frase:—Oh credevo che lei fosse serio serio!—l'offrirle fiori, confetti, erbe: il mangiare con lei coquettement sullo stesso vassoino un dolce, vedere un volto fresco, lieto, aperto, udir una voce giovane, capisci, Lidia, che sono cose che per me le dico tentazioni? Il tuo ricordo impallidiva.
Dovevo forse lacerare tutte queste carte. Il tuo nome solo, o mia Lidia, doveva esser scritto su queste pagine. Invece, quante volte ti dimentico per esprimervi sogni, speranze, illusioni! Ma questa è la storia dell'anima mia.
Ti avrei scritto anche le orgie, gli abbracci lascivi, le ebbrezze, se non fossi sempre vissuto così timido!
* * *
Vado a prendere del bromuro di potassio. È la cura per i miei amori.
13 dicembre.—Oggi fui in casa E. Per vedere le cose antiche sedevo sul tappeto ai piedi di una scansia: la signorina era vispa e spensierata, ma io sarei troppo vecchio per lei.
15 dicembre.—Oggi prima di pranzo la mamma mi dice che Vittoria sposa un ingegnere e va a Merate, in campagna. Ciò prova che era una buona ragazza adatta per me. O Lidia!
25 dicembre (Natale).—Sono in pace: ieri a sera ho baciati mia madre e mio padre. Oggi De Marchi mi manda delle sue novelline pel Natale: le dedica—Alla mia Lina, che m'intende, Chi intende me? Io avevo tanto bisogno d'amici e di quiete d'animo, e come invece son sfortunato!—Penso se mi manderà o no a capo d'anno il biglietto di visita!
26 dicembre.—Stanotte, morbosamente, le ho sognate tutte le spaventose voluttà della donna. Stamattina, vedendo il sole, ho sentito desiderio della mia fanciulla! Che importa a me di tutto?—Vorrei esser felice.
È squallido l'oblio.
27 dicembre.—Come sono scoraggiato! Stassera vado da Monsignor Arcivescovo. Sono invitato come uno dei patrocinatori pel ristauro di San Vincenzo in Prato. Che m'importa dell'archeologia? Una volta avevo tanto dolore, ma tanta era la mia speranza! Ora non ho più dolore, ma non ho più speranze! Apatia!
28 dicembre.—Gli altri che lavorano hanno un po' d'ambizione ed io mi sprofondo nel massimo sconforto! Eppure l'anima mia si sente nata per sprezzare ogni ambizione, ogni fumo, ogni finzione, e per esser modesto e tranquillo e felice con una donna!—Studiare? Studiare? No, no, no! s'accresce il mio sconforto sui libri!
Devo scrivere per Treves un articolo sulla Rocchetta del Castello.
Sento il peso che mi sono imposto.
Sono persuaso che i miei sono studii di archeologia seria ed utile? No: rubo dai libri. Sono persuaso che ci vuol grande fatica a studiare e che mi manca tutto? Sì e non ho più volontà di studiare. E perchè? perchè, mio Dio, ho la mente tanto torpida? Dicono ch'io scrivo con facilità: se sapessero il mio tormento!
«Oh blest be thine unbroken light!»
1.° gennaio 1881.—È finito un anno! Un altro incomincia!—Trepido aspettando il tuo biglietto, o Lidia.—Chi si ricorda di me? Vittoria pensa alla felicità delle sue nozze: tu dove sei? Come hai passato Natale? Ti ricordi che ho una famiglia? Che dovresti averne una anche tu?
Ho lavorato fino alle cinque e mezzo, si fa buio. Presto andrò d'abbasso pel pranzo. La portinaia mi darà il tuo biglietto?
2 gennaio.—Jeri, scendendo le scale, mi dissi:—E se mi mandasse col suo biglietto un altro che fosse di suo marito?—Stamattina ero quasi libero e gaio: a mezzo giorno, tornando quassù per lavorare, accendo la stufa. L'odore di pino bruciato mi rammenta Limbiate, e i fuochi dei poveri focolari in novembre, e il tormento dell'anima mia…. Non dimenticarmi che ho sofferto tanto! Non dimenticarmi! Verrà la primavera a darmi i languori e le poesie e i ricordi…. Ed io sarò solo nell'anima mia.—Non dimenticarmi!—Vorrei guardare il tuo ritratto, ma non oso!
(Sera).—Perchè mi hai dimenticato così? Non sai ch'io lavoro per te? Che m'importa dell'archeologia, della politica, dell'arte?
Mi rompo lo stomaco di giorno nelle biblioteche, e rubo il sonno di notte, per lavorare per te…. Senza cuore! dimenticami, ma non sarai dimenticata da me; verrà la primavera, verranno le mie prime viole, leggerò ancora il mio Byron…. E ti amerò! Ti amerò! Ti amerò sempre!
3 gennaio.—Oggi sono rimasto fuori di casa tutto il giorno. Tornando a pranzo, speravo che la portinaia mi desse il tuo biglietto…. Come due soli anni fa t'avevo santamente e mestamente pregata di mandarmi un solo biglietto!—Nulla.—Come è squallido l'obblio! Lo sento ora. Che scopo avrà la mia vita se anche questo sogno è perduto? Lavoravo, lavoravo, lavoravo, perchè il mio nome giungesse a te come un nome onorato e stimato…. Ed ora?
Il nome? il nome? Per un matrimonio, che accontenti le ciarle del mondo, bastano i denari di mio padre! Chi sa ch'io fui casto, tormentato, poeta e gentile? Chi lo sa? Perchè non mi sono dato alle femmine?—Mio Dio! tu sei in alto, più in alto di me e di Lidia e tu vedi e mi premii così! L'obblio! E perchè non la morte, se mi cadono tutti i sogni di sette od otto anni?
4 gennaio.—L'oubli seul sépare. Siamo separati e questa volta per sempre! O mie memorie, miei boschi di Limbiate, mio cimitero, mie malattie!—Tutto è finito ed io coltivo squisitamente il mio dolore.
6 gennaio.—Suonano le campane da morto. È morta anche l'anima mia! Chi conosce il tormento di questa mia solitudine?
Tu non mi ami! hai pensalo a spezzare il filo fra noi, il filo sottilissimo? Hai provato dolore?
Io non reggo! Mi decido a mandarti il mio biglietto. Capirai perchè ho tardato?—ho guardato il biglietto che mi hai mandato l'anno scorso: mi sono sentito commosso.—Tutto il giorno ho studiato, e mi sento stanco: un giorno il mio lavoro lo dedicavo a Te.
Ho preparato il mio biglietto per Lidia. Per vedere l'indirizzo, ho voluto rivedere quello suo dell'anno scorso: la busta è povera, c'è un francobollo meschino da due!—Chi è questa fanciulla?—Ti mando il mio biglietto: tardi: che dirai? Ti annoio?—Se non mi rispondi col Tuo, siamo davvero separati dall'oblio.
9 gennaio.—Dimmi, quando sarà finito il mio tormento? Aspetto la tua carta di visita. Se non rispondi, Ti odierò! Sarà l'odio, non l'oblio!
11 gennaio.—Perchè annoterò anche le debolezze? ho pianto! Or ora ho incontrata la mia fanciulla….
Non scrivo! non scrivo! E supplico Dio che Tu mi dimentichi, o Lidia! E perchè?—Chi mi vorrà un po' di bene?—La scienza, la scienza dei libri è crudele, è crudele e mi schiaccia!—E questo stupido pettegolezzo della politica come è vuoto! Dio mio!
Mi suona nell'anima un riso argentino di fanciulla che poteva farmi felice.—E sono qui impotente, iroso ed odio.—Che mi valgono quelle sciocchezze che ho pubblicato sui giornali e sui libri? Sono ambizioso io?
Vorrei essere felice: vorrei essere contento: vorrei esser quieto.
12 gennaio.—Quante cose ho sognato stanotte. Ero felice!
18 gennaio.—Mi faccio forza: non voglio scrivere…. Siamo separati. Tu hai obliato! Io non posso rimanere qui, in questo studio. C'è il mobiletto, le tue, le mie lettere, il mio tormento. Come vorrei mutare studio e incominciare una vita nuova!
Ieri a sera ho veduto il seno opulento di un modello nudo alla scuola degli artisti: io ho aiutato a vestire quella ragazza. Dio, che perdizione nelle carni della femmina! Ho ventinove anni e vorrei impazzire nella voluttà.—Oggi devo accompagnare al cimitero una mamma. Stamattina ho baciato la mia.—Il tarlo fa un gran buco nel mio cassettone.—Come vorrei mutare!—Spero ancora…. Il mio biglietto T'è giunto?
Forse sei partita per la Germania e il mio biglietto non Ti trovò a
Venezia.
30 gennaio.—Siamo separati. Come hai dimenticato! Ed io ti ho amato tanto!
Perchè rimarrò qui? dove tutto mi fa ricordare di Te? Vorrei cambiare cielo e abitudini…. Vorrei la mia donna!
Non scrivo di più.—La Tua memoria è santa. Tu fosti il mio angelo, ho tanto sofferto per Te. Ma non ti odio, no, no! Ti benedico.—Forse sono l'ultime righe che scrivo. Seppellirò tutte queste carte, ma la tua memoria sarà sempre in me, e lo sa Dio s'io ti perdono.
10 febbraio.—Perchè non posso sognarle le mie illusioni?—Perchè sono artista?
19 febbraio. Anche tu, Lidia, dovevi sposarti in febbraio. Oggi si marita quella ragazza con cui ho passato più di un'ora gentile, là sui monti, dove tremavo di vederti.—È finita ogni mia speranza!
20 febbraio.—Da vari mesi trascuro i poveri, per darmi a un po' di studio…. A che studiare? Io non riuscirò. Ho sempre scritto pensando a qualche anima gentile…. Ed ora? Che deserto!
Mio Dio, Ti supplico, ginocchioni, gettato a terra Ti supplico, fammi morire!
Ho letto le memorie dell'anno scorso.—Mio Dio, fammi morire.
Risparmiami un altro anno di tormenti.
Trovo nel cassetto una memoria che mi diede Vittoria. Oh piango!—E devo scrivere pei musei e pelle biblioteche.
Ho lavorato cinque ore. Scendo. Trovo i confetti della sposa.
21 febbraio.—Perchè sono sì sconfortato?—Si muore così bene a trent'anni.
25 febbraio.—Ho lavorato tutto il giorno, come un somaro, come uno scolaretto. A chi dedico ora i miei pensieri?
26 febbraio.—Ho sentito le campane—solenni—di San Carlo suonare come in quelle sere in cui dopo la mia malattia nel 74 io passeggiavo solo nei giardini pubblici… O Lidia, come Ti amo ancora!
Oh suicidio!—È sera: è buio. Dispero.—Lidia, non potei resistere. Lessi una tua lettera a me: tu fai voti pel mio avvenire.—Sono scorsi due anni e Tu mi hai dimenticato!
27 febbraio.—Hanno finito di sorridere per me le fanciulle…. e non mi hanno mai sorriso.—Come vi voglio bene, o miei ferri vecchi, o povere armi, che fra tante tempeste mi avete dato occasione a un po' di svago! Le conosco tutte:—alcune mi rammentano delle date: quando Lidia mi scrisse: quando scrissi a Lei: quando ero disperato: quando ero consolato…—Avevo giurato di non aprire più queste memorie, di perdere la chiave di questo cassetto. Se potessi mutare camera, idee, abitudini, e pigliare un po' di speranza!
28 febbraio.—Povero mio cuore!… Sciocco! povera mia carne che nulla godesti, che avesti l'inferno nelle fibre e che sarai mangiata dai vermi! Povera giovinezza che sei passata, senza godimenti, senza voluttà, senza ubbriachezze!—E il mio inno a Dio?
3 marzo.—È primavera: è giovedì grasso, ho assistito in cimitero alla cremazione del prof. Goletti. Una donnina elegante e bella ciarlava. Gli uccelli sentivano l'amore.—Sono solo!—Stanotte ho vegliato penosamente. Mio Dio, darei tutto a' tuoi poveri, sacrificherei questa mostruosa passione per le cose antiche, mi rinnegherei, ma Tu dammi—per un'ora sola—il conforto sommo di appoggiare la mia testa sul seno di una donna che mi ami—che io ami!—Chi mi ha amato? È primavera: mi guardo nello specchio—come sono brutto io!
4 marzo.—Perchè questo sconforto? Perchè ti ho amato troppo. E Tu lo meritavi?—Cominciano i giorni delle indecisioni, dei dubbi, degli spossamenti.—Dammi l'oblio,—dammi anche l'imbecillita: ch'io non abbia più memoria.
5 marzo.—-S'io prendessi moglie avrei coraggio di distruggere queste annotazioni? Avrei coraggio di conservarle?—Non prenderò moglie.
6 marzo.—Un giornale, la Lombardia, parlando delle cose politiche, mi insulta. Che m'importa?—Ieri a sera ho accompagnato mia madre alla fiera di Porta Genova, ero felice d'averla con me. Oh sento come spenderei bene le mie premure con una donna!
La notte veglio penosamente. Sento un gran vuoto! Mio fratello ieri non si sentiva bene: ed io penso come sono cattivo con lui. Gli darò tutte le mie armi. Che mi resterà per un po' di svago? Le mie armi mi danno l'unico conforto: mi sento artista!
7 marzo.—Come sono melanconico, la mattina quando mi desto!—Come mi spavento pensando che il mio nome è lanciato al pubblico! Chiunque mascalzone avrà diritto di sindacare i miei atti della vita privata? Come mi spiacerebbe s'io divenissi ridicolo!—Chi mi insulterà? E rinuncierò io a quella soavissima e dolce pratica religiosa della eucarestia? ho sempre pensato a Te, Lidia.
Perchè non lavoro? Perchè l'unica mia gioia è il desiderare la morte? Qui nel mio studio sono tormentato da tutti i miei ricordi, da tanti rimorsi, da troppa sfiducia.
—Perchè ricordo quei mesi in cui studiavo il tedesco e l'inglese? Sono qui ancora i miei libri, Goethe e Byron, e mi fanno la più grande tristezza.—Disimparo le lingue per dimenticare le mie prime illusioni. O mio Gesù, lessi per primo libro in inglese e tedesco il tuo santo vangelo. Come era il mio amore?
9 marzo.—È una splendida giornata. A questo sole, a questo cielo, a questa gran vita che si diffonde io grido:—Mio Dio, fammi morire!—Come è profondo il mio sconforto! Di notte veglio tormentosamente pensando al mio avvenire. L'ho aspettata con ansia la primavera, per lavorare quassù al tepido, all'aria dolce, ed oggi mi sento che il marzo e l'aprile vengono a spossarmi funestamente. Non ho più la speranza in Te che mi consoli: ho la tua memoria che mi tormenta.—Ho bevuto stanotte molto bromuro di potassio. E come sono turbato! Devo fuggire da questo mio studiolo. Quanta tristezza!—Dove vado? In biblioteca fra i libri vecchi. Fuggo! fuggo da questo abborrito studiolo!—E quando, vecchio, sempre più disilluso, o infelicissimo o colpevole o—peggio—sterile, quando le cercherò ancora le memorie della mia giovinezza?
10 marzo. (Sera).—Suonano le avemarie. Come sarei felice vicino ad una donna! Nel buio scomparirebbero le mie bruttezze. Forse parlerebbe potente—poetessa unica—l'anima mia. Oh miei ricordi!
Credevo d'esser ambizioso e non lo sono!—Sono ammalato.
Era di marzo; ero convalescente, ero innamorato dei fiori e dei bambini, nel 1874, amavo amavo amavo la mia fanciulla! E mi cadevano i capegli e mi sentivo buono!—Ed oggi?
Adorai la Madonna nella Pinacoteca. Nel mio studiolo, venne un giovinetto mio conoscente, profumato, elegante, distinto…. Come in faccia sua mi sentivo piccino e sciocco e originale!
17 marzo.—Ho qui le bozze delle sciocchezze archeologiche che ho scritto pel Vallardi. Stamattina ho giocato con qualcuna delle mie armi antiche di predilezione, ero contento! O perchè ognuna di voi ha un ricordo per me?
Una sciocchezza. Il mio articolo pel Vallardi fu composto da varie donne. Vi leggo i nomi scritti in lapis. Perchè è un buon augurio? Perchè di così poco mi sento contento?
19 marzo.—È primavera. Stasera dovrò presiedere la Commissione degli studi alla Patriottica, una commissione di professori e di illustri. Che m'importa della scienza?
Sono nervosissimo.—Queste cose antiche che mi stringono d'attorno sono polverose. Vorrei avere dei fiori e degli uccellini.—È primavera!
25 marzo.—Stamattina dissi a mia madre: ho il nichilismo nell'anima; dovevo dire: ho l'amore il più potente! E chi ama me? E così domandando chi mi ama, che sarà di me, se sarò felice, così, aspettando, pregando, soffocandomi, bestemmiando, ho lasciato scorrere otto anni, i più belli della giovinezza.
Sto correggendo le ciarle archeologiche pel Vallardi. Penso a Limbiate in questo giorno piovoso, e leggo qualche verso di Byron.
Fra sei giorni devo fare il buffone (per beneficenza) alla Patriottica ed oggi voglio uccidermi in uno dei peggiori accessi di amore e di odio.
28 marzo.—Continua il mio parossismo.—O mio avvenire! Oggi voglio fare una visita in cimitero.
Ma perchè scrivo? È l'unico mio conforto.
(Sera).—Perchè vengo quassù? Per annotare: anche questo giorno è passato, un giorno di noia, di sconforto, di tormento, come tutti gli altri. A trenta anni.
Sento un suono di pianoforte. O mio gentile, o mio santo, o mio mesto ideale della donna!
(Sera).—Il parossismo è passato.—Sono spossato!
1.° aprile.—La mia giornata incomincia colla noia. Io non posso più stare in questo odiato bugigattolo del mio studio, dove mi perseguitano tutte le memorie più tristi…. Si je vous ai fait du mal…. Senza dubbio, mi hai fatto un grandissimo male.
Le mie memorie più dolci sono quelle di Limbiate, dei boschi, delle solitudini, del cimitero. Ieri ho visitato Mantegazza, De Albertis, Induno, nei loro studi: come li invidio! Il mio studio l'avrò, e nel mio studio verrà una donna a sorridermi?… Mi guardo nello specchio. Non ero poi sì brutto: dopo la malattia ho perduto i capegli e la giovinezza. Ero venuto quassù per scrivere il verbale della Associazione Costituzionale.
Perchè gli altri miei amici sono contenti?
Vidi ieri un mio amico—un gentile e bel giovinetto. Come lo sento il desiderio d'essere gentile e bello.
Torno quassù. Che disamore! che mancanza di fede e di entusiasmo!—Tutti i giorni l'istessa noia: la biblioteca, la Congregazione, la Patriottica.
Spossato come sono, morrei calmo e, direbbero i miei parenti, sereno. Non spero nulla. È finito tutto per me! Non leggo più Byron nè Goethe nè Dante: disimparo il francese, l'inglese e il tedesco (oh mie notti invano spese!), e oblio tutto, e se mi faccio inscrivere alla Società Storica Lombarda è per ironia.
Che importa a me di ciò che è grande e nobile e generoso?
La mia noia mi avvelena tutto.—Andrò in Biblioteca.
Una sola passione mi rimaneva—le mie armi. Un solo odio mi rode—l'odio contro me stesso che nulla volli o seppi godere nel mondo inebbriante. Che importa a me di tutti questi sogni? Da otto anni, da dieci, da dodici anni, io farnetico: c'è da impazzire.—Ora tutto è finito!
L'oubli seul sépare.—Ecco l'obblio.
Hai ucciso l'anima mia.
(Sera).—S'io prendessi moglie?—Oh suicidio!
2 aprile.—Proprio nel momento in cui preparo la tromba per la buffonata di stasera alla Patriottica (che tormento per me!) apro il mio mobiletto, e leggo questa mia frase a Lidia—La mia giovinezza non ha più scopi.
L'anima mia è ammalata a morte. Mi divertirò stassera? Farò ridere gli altri? Non volevo scrivere, ma lessi…. Dopo due anni, ho pensato sempre a te, o Lidia.
5 aprile.—Come sei triste, o primavera, per me!—Sono disoccupato. Il mio cervello si ottunde: sento un peso alla testa: non saprei scrivere due righe. Potessi divenire pazzo!—Vorrei viaggiare, ma ecco un nuovo tormento: non posso, e potendo non vorrei: il sole mi macchierebbe orrendamente la faccia: sono già sì brutto!
Ricevo la notizia che il povero Don Angiolo di Limbiate è morto e già sepolto. Ecco un altro anello al nostro passato che si spezza. Ricordo i soli delle brughiere, le nostre caccie, i nostri giorni felici.
7 aprile.—Ieri ho fatto una visita in casa G. La signorina è gentilissima con me. Arriverà il giorno in cui io abbrucierò queste pagine? È un sacrificio necessario pel mio avvenire.—Sono stanco, impigrito, senza speranza, senza dolore e senza gioia.—Perch'io possa mutare vita è assolutamente necessario ch'io non venga più quassù, ch'io non pensi più, ch'io non prenda più la penna…. A che?—Lidia mi ha fatto gli auguri di un avvenire felice. Sarò felice? Con chi?—O la mia vita sarà nel dolore sempre per lei che si è dimenticata di me?—Ti sei fatta sposa? Dove sei? Dolore! dolore! dolore! Non so scrivere e non so sperare.
Oggi per gli altri fui impaziente e risoluto: per me sono sempre stato un somaro e uno schiavo.
È primavera. Rinverdiscono gli alberi: tornano le rondini…. Un poco di pace, un poco di pace!—cessi l'odio.
Oggi ho comperato il letto a una povera mamma giovane. Una volta la carità la facevo in nome Tuo, ispirandomi a Te, o Lidia, ed ero gentile… Ed ora?—Bisogna ch'io fugga questo luogo e queste memorie.
Domenica 10 aprile.—È domenica. Io non prego Dio: ma lo maledico: io impreco, io bestemmio, perchè io odio. Tormenti indicibili d'amore e d'odio, di gelosia, di furore! E c'è il mondo che vede, che parla, che vuol ciarlare, che ciarlerà: quindi io chino la testa, e mi soffoco: mi vinco, mi uccido, mi sbatto a terra e faccio l'indifferente!
L'indifferente?…. Fuggi! fuggi, lontano lontano, viaggia e dimentica.—Perdo in salute, peggioro il mio carattere: ma sto qui…—Ho letto con voluttà mestissima le mie ultime volontà a mia madre. O gente positiva, come ridereste voi se mi vedeste piangere! Mi ammalerò ancora? perderò i capegli? diventerò gentile nell'anima ma schifoso nel corpo?
—Prendi moglie, mi dicono gli amici, e una signorina mi fa tante gentilezze, una signorina ricca, d'ottima famiglia, e côlta.
(Sera).—A te, povero foglio di carta che puoi essere bruciato, a te consegno le espansioni dell'anima mia—il sangue del mio cuore.
S'avvicina Pasqua e spererò nel perdono di Dio. Dio non può perdonarmi…. Eppure ti prego ginocchioni:—Fammi morire, prima ch'io muoia maledetto dagli altri e fa che tutti sappiano ch'io muoio, augurando la felicità agli altri.
Rilessi le memorie dell'aprile dell'anno scorso. Dove seppellirò queste pagine?
14 aprile.—Ho messo in ordine queste mie cose vecchie. Ho cambiato di posto a' miei manoscritti e a' miei libri letti nella malattia del 1874. Per far luogo…. a che? Spero ancora di scrivere?—Oggi sono stanchissimo. Sono spossato dall'odio e perdono! Ma che scopo ha la mia vita?—Due dì fa sono stato a Limbiate: oh primavera! oh primavera, come io ti sento! Vidi i fiori, i bambini, le rondini, le farfalle. O fanciulle, se sapeste come io mi tormento!—Giù, là in fondo, in quel terzo giardinetto tutto il dì siede una mamma felice e gentile.
15 aprile (sera).—Venerdì Santo. Tu risorgerai, o Gesù, ma l'anima mia è morta.—Sono spossato, Oggi ho pensato delle cose gentili, pure, con un po' di speranza.
16 aprile.—Ho accettato di scrivere le appendici artistiche del Pungolo per l'Esposizione. Avrò coraggio di scrivere? E che scriverò?… Uscivo dalla Direzione del Pungolo: mi sentivo contento, superbo: con un po' di speranza…. Perchè Ti ho ricordata? Il mio supplizio deve essere eterno?
17 aprile.—Un po' di giorni fa sono stato a Limbiate. Come ho ricordato i miei tormenti! Ho tentato di scrivere un racconto Tisi ed isterismo per scrivere i tormenti di un giovane e di una giovane: oggi trascrivo qui queste righe:—«Il corpo sentiva addoppiarsi la vita e la robustezza, sentiva un veleno diffondersi prepotentemente per tutte le fibre: v'erano dei momenti in cui tremavo di febbre e sentivo come in me spezzarsi qualcosa, dei momenti senza mia coscienza in cui mi gettavo a terra, abbracciando l'immensa madre. Nei campi graffiavo a smuovere le zolle, cercando la feconda vita degli insetti e dell'erbe, odorava con voluttà l'odore che usciva da quelle viscere, scaldate dal sole. Questa terra coprirà un giorno le mie ossa, dicevo, e precorrendo col pensiero, vivevo una vita superstite nei mille atomi del mio corpo, che si sarebbe sfatto, per rinascere, per fecondare l'amore degli insetti e dell'erbe: e gioivo, gioivo, piangendo, e parevami che le mie mani strette negli steli, i miei capegli mossi dal vento, il mio occhio fisso in qualche fiore, mi dessero la massima delle voluttà, che emana dai capegli di una maliarda, dall'abito infocato, dalle pupille spossate. Terra! terra! Come ti ho amato! E da quei deliri, da quei contorcimenti mi levavo, fissando lo sguardo nel cielo….»
Chi capirà il mio tormento?—Vi vidi insieme e contenti! Oh siate felici!
(Sera). Leggevo una lettera di Lidia a me, la più gentile, la più confidente…. Ed ecco uno sciocco amico, illuso letterato, mi chiede denaro…. Vita stupida fra questi giornalisti!—Che scopo ha la mia vita? L'Arte?—Non credo all'Arte.
Lunedì 18.—Ieri a sera, vicino ad una Birreria e casa di giuoco, mentre raccontavo ad un mio amico d'infanzia i miei scoraggiamenti e le mie amarezze, udii il suono dell'orgia. Voci di donne e canti di avvinazzati…. Dio! perchè mi fai tanto soffrire?—Oggi visitai un mio amico che è felice pensando che sposerà la sua Zozò: cara famigliarità! dolci scherzi! tenere confidenze! My dear Zozò.
—Sono rimasto qui al tavolo più di tre ore. Non mi è uscita un'idea mediocre dal cervello. Come farò?
(Sera). Dottore, dottore, senti il mio martirio orrendo. Ho amato una vergine: mi ha dimenticato: e sono legato a lei. Quella vergine non la vedrò più, ma spero nel perdono di Dio.
Dottore, dottore, come si guarisce da queste malattie? È orrendo il mio tormento! Che cosa ho fatto per meritarmi tanto castigo? Mio Dio, la mia fede era tanto gentile e l'anima mia era sì pura!
Martedì 19.—Io non reggo più. Ho dormito affannosamente con una smania terribile.
Sono l'ultime righe che scrivo. E come se morissi e ricevessi il pane dell'amore di Dio, parlo a tutti dal profondo dell'anima mia.—Perdonatemi tutti: sii felice, tu prima di tutti e di tutte, o Carlo. Sii felice, Tu, povero Peppino, e ricordati di me che ti ho amato tanto e ti ho sempre ispirato gentili sensi di affetto e salde parole di dovere: cresci buono e studioso e fidente nella vita. Perdonami, o R., il mio Tintoretto, il mio Giuliano!… E Tu, Lidia, povero cuore, Tu, gentile mia illusione, ricordami, se puoi, ricordami come si ricorda un fratello. Ma non odiarmi! E perchè? perchè odiarmi? Dio ti conceda le dolcezze che a me vennero dal tuo ricordo, quelle sante paci, quelle soavi e purissime religioni. Non ti affligga Dio coi miei martirii. A te ripeto: Sii felice! sii felice, sii felice! come quattro anni fa. E ricordo che anche tu mi avevi fatto questo augurio: Soyez heureux comme vous méritez de l'être.—O Lidia, il mio pensiero era di darti mia madre, di darti il mio cuore, di farti contenta, ed io avrei lavorato, forse avrei acquistato un nome, e Tu dovevi essere la mia pace. Perdonami e sii felice!—E a Te, mia mamma, che dico? Quante volte mi sarei ucciso, ma sempre ho pensato a Te. Eccoli, o mio amore sincero, costante, vigila, eccoti il mio cuore.—Non spaventarti dei miei martirii e delle mie bestemmie. Ho avuto dei momenti di fede così gentile, che Dio mi salva.
—Credevo fossero l'ultime righe! Ancora aggiungo:—O mia madre, o mia Lidia, perdonatemi, ricordatevi di me. Ancora una volta perdonatemi, perdonatemi.
5 maggio 1882. Venerdì.—È passato più d'un anno: ed apro il mio mobiletto: e noto questa data….
Come sono invecchiato! Non ho più fede! Non ho più speranza! Non ho più coraggio! Ho aperto questo mobiletto per vedere se c'erano nascoste certe mie annotazioni di cose antiche militari.—Da Lipsia, Sacher-Masoch mi invita a scrivergli un articolo…. È questa la gloria sognata? Il mio articolo sarà tradotto in tedesco.
Chiudo ancora il mobiletto: e non l'aprirò più fino a un altro anno. E poi?
Oh chiudete me sotterra!
Non amo più le mie memorie.