LETTURA QUATTORDICESIMA. PRAG'ÂPATI E PURUSHA.
Noi assistemmo fin qui alla rappresentazione vedica di esseri mitici, la natura fisica de' quali si lasciò sempre rintracciare. Ma gl'Inni vedici di più recente composizione ci presentano pure alcuni numi metafisici, sopra i quali essenzialmente si basò poi la teologia brâhmanica, e per i quali soltanto i Vedi furono dai sacerdoti indiani santificati e raccomandati come autorità suprema. Già commenti e trattati vedici, quali il Brâhmana, e la Upanishad, più che ai numi idillici ed eroici, quali sarebbero l'Aurora, gli Açvin, Indra ed i Marutas, rivolsero una speciale attenzione ai numi vedici di ultima formazione, alcuni de' quali furono anzi immaginati pel solo commento; onde non siamo liberi da ogni sospetto che una parte degl'Inni del Rigveda, specialmente dei filosofici, teologici, rituali, compresi negli ultimi libri, sia stata contemporanea ai commentarii, ossia non risalga molto più in là del quarto o quinto secolo innanzi l'êra volgare. È noto[73] come il Çatapatha Brâhmana abbia foggiato una nuova forma del Dio Prag'âpati, scambiando, o per ignoranza, o per mala fede sacerdotale, con un divino appellativo Ka l'interrogativo Ka, con cui nel ritornello dell'inno cosmogonico 121º del decimo libro del Rigveda il devoto si domanda a qual Dio creatore si debba sacrificare; questo preteso Dio Ka venne poi ancora identificato con Kaçyapa, con Brahman, con Vishnu, con Yama, con Kâma, col Vento, col Fuoco! L'inno vedico dice semplicemente: a qual Dio dobbiamo noi sacrificare? (Kasmai devâya havishâ vidhema;) l'antico commentatore vedico interpretò: al Dio Ka noi dobbiamo sacrificare.
Ma, se questo Ka è un nume intieramente fittizio, e di cui non si può tener conto se non per avvertire di che sorta di mostruosità può, consapevole od inconsapevole, farsi gravida la teologia, non è dubbio che gl'Indiani si posero, innanzi di conoscere la filosofia greca, la questione delle origini del mondo, e si domandarono quale fosse stato il creatore; il problema posto implicava la necessità di ammettere la esistenza di un Dio creatore; ed, ammessa questa ipotesi, ne veniva naturale il tentativo d'immaginare in qualche modo questo creatore universale, questo Prag'âpati o signore della generazione. Ma ognuno di voi comprende come qui l'osservazione de' fenomeni naturali deve avere una parte infima, e che il Dio dev'essere dalla sola immaginazione creato ex nihilo; arduo cómpito, e disperato. I poeti metafisici dell'ultimo periodo vedico e i loro immediati commentatori tormentarono singolarmente il loro ingegno, per ricercare il primo perchè delle cose; ma è evidente che il Dio venuto fuori da quella indagine spirituale non debba aver quasi più nulla di comune con la mitologia propriamente detta, ed entri invece più tosto nel dominio della filosofia e della religione. Che anco i commentarii vedici considerassero come un Dio di formazione recente il creatore Prag'âpati (Prag'âpati come Dio distinto appare soltanto nel decimo libro del Rigveda, ove furono accolti, per la massima parte, gl'inni più recenti), si può ricavare da una notizia del Çatapatha Brâhmana, ove, nominatisi i trentatrè Dei vedici, si aggiunge come trentesimoquarto Prag'âpati; sebbene da altri passi dal Çatapatha Brâhmana Prag'âpati appaia creatore degli Dei, non esclusi i principalissimi Indra, Agni, Soma, ec., e quello che assicurò agli Dei la immortalità, per mezzo de' sacrificii che vengono loro offerti. Gli antichi Inni vedici ci offrono già un sole Savitar, e abbiamo già detto che la voce savitar vale il generatore, come g'anakas, uno degli appellativi solari; gli antichi poeti vedici adorarono dunque ancor essi il loro Dio creatore, ma questo creatore era per essi semplicemente il sole, che ridesta alla vita erbe ed animali, che porta la vita nel mondo. Ma gli antichi poeti vedici non erano metafisici; nel sole creatore vedevano e ammiravano il generatore della vita ad essi presente; ma essi non staccavano ancora dal sole la persona di un sole creatore universale del cosmo. Se anche Savitar mena seco i Devâs, noi sappiamo già qual valore originario avesse per gli antichi poeti vedici la parola deva; che essa, cioè, esprimeva il luminoso celeste; niente quindi di più naturale che il concepire gli Dei uscenti fuori col sole. Ma da questa espressione poetica al concetto cosmogonico del Prag'âpati e poi tanto più del creatore Brahman corsero parecchi secoli; e la loro distanza o differenza perciò è immensa.
Il sole Savitar è chiamato negli Inni vedici anche esso Prag'âpati, ch'è il perfetto suo equivalente; Savitar prag'âpati vai quanto il generatore signore della generazione; ma qui prag'âpati è un semplice appellativo ed attributo solare, non è ancora una persona divina, astratta dal sole. Nel Taittiriya Brâhmana l'antica espressione vedica è già frantesa; e, per spiegare il sole generatore, ossia il generatore signore della generazione, Savitar prag'âpati, si crea una leggenda, si suppone esistente come essere supremo il Dio creatore, il Dio Prag'âpati, e si narra che questo Dio si personificò in Savitar, per creare tutte le creature. Con questi equivoci, de' quali, al solito, un po' di mala fede e un poco d'ignoranza fanno le spese, si diminuisce il valore mitico del vedico Savitar e s'accresce la dignità del nuovo venuto Dio supremo brâhmanico, del sommo Prag'âpati, il quale come fa dimenticare il sole, così fa dimenticare il fabbro divino vedico, l'artefice che compone tutte le forme nel cielo mitico, Tvashtar Viçvakarman e Viçvarûpa. Ma Tvashtar era persona mitica rispondente a fenomeni fisici; Prag'âpati invece vuol essere uno spirito dell'alto cielo, il genio Dyu[74] creatore, inspiratore supremo dei Veda, quantunque molte delle leggende che si riferiscono ad esso lo dimostrino spesso compiaciuto in godimenti assai materiali. Ma accanto ad esse se ne trovano altre, le quali ci offrono un curioso riscontro col dogma cristiano del Dio che per bene degli uomini si sacrifica, sacrificio di cui la Messa è un simbolo quotidiano. Io ho già avvertito come nel cielo mitico stesso il Dio solare si sacrifichi, giornalmente e annualmente pel bene degli uomini; ma, come son nati Dei astratti o metafisici, sopra Dei concreti o fisici, così il mito del sacrificio solare passò nel dogma di Prag'âpati, del quale nel Çatapatha Brâhmana si narra: «Prag'âpati diede sè stesso agli Dei, e divenne la loro vittima sacrificale (yag'n'as), poichè il sacrificio è il cibo degli Dei. Egli, dando sè stesso agli Dei, creò il sacrificio a sembianza di sè medesimo; perciò dissero: Prag'âpati è il sacrificio, poichè lo creò a sua similitudine.» Qual meraviglia che, con simili precedenti mitici, e poi teologici, siansi quindi nell'India svolte numerose leggende di carattere buddhistico, nelle quali vediamo Dei e penitenti sacrificarsi intieramente, per arrivare alla suprema beatitudine, ossia per identificarsi con Prag'âpati? chè, al pari del Dio Prag'âpati (secondo la nozione del Çatapatha Brâhmana), il sacrificio è l'anima di tutte le cose e di tutti gli Dei (sarveshâm vai esha bhûtânâm sarveshâm devânâm âtmâ yad yag'n'ah).
Ma, più che quello di sacrificarsi, ossia di spirare per mezzo del proprio sacrificio, o della penitenza, come Brahman,[75] la vita nell'universo, l'ufficio proprio e costante di Prag'âpati è quello di creare, dando forma e qualità alle cose g'anma (o rûpam) e (g')nâma, generazione e nome, di creare il genere e la specie, l'universo, ch'ei pone sopra l'enorme Skambha (una forma di Brahman con ufficio di Atlante) tutte le creature, ed, in proprio, trentatrè figlie che sono forse i trentatrè mondi ch'egli suscita dall'oblazione di riso bollito, presso l'Atharvaveda. Una sola creatura è eccettuata, nata da un appellativo forse più recente di quello di Prag'âpati; quest'unica creatura, presso il Çatapatha Brâhmana, appare Brahman. Come vedemmo il 34º Dio, ossia l'ultimo, Prag'âpati sovrapporsi agli Dei a motivo dei suo nome, come creatore universale; così Brahman, che succede a Prag'âpati come Dio supremo e supremo creatore, non appare già figlio di Prag'âpati, ma, a motivo del suo comodo appellativo di Svayambhû o esistente per sè, suo padre immediato, ad esempio di Prag'âpati, appare qual padre immediato di Tura Kâvasheya (Tura è un appellativo dato spesso ad Indra e ai Marutas: vale il forte; ed io sospetto che possa essere un equivalente dell'alito, o vento primigenio, il prâna, che trovasi pure identificato con Parg'anya, il Dio della tempesta, nella quale soffiano i potenti Marutas; Kâvasheya proviene da kavasha, tonante; onde la prima creazione di Prag'âpati sarebbe stata il vento tonante; presso l'Atharvaveda, Prag'âpati trovasi identificato col prâna). Tuttavia, nel Yag'urveda bianco, lo stesso Prag'âpati, al pari di Brahman, è ricordato come increato (ag'ayâmâna), che, recipiente d'ogni cosa, fornito di vulva, si crea in più forme (bahudhâ vig'âyate); ma, non potendosi concepire l'idea dell'eternità del Dio creatore, si ammise pure il Tempo o Kâlas (che ci richiama all'ellenico Kronos), come un Dio, e si rappresentò, presso l'Atharvaveda, Prag'âpati come figlio di Kâla, ossia del Tempo immortale, motore del passato e del futuro. Ma l'espressione del tempo padre di Prag'âpati equivale a quest'altra: il tempo generò le creature; nel vero, queste due espressioni equivalenti si trovano riunite nell'inno dell'Atharvaveda che celebra Kâla od il Tempo (Kâlah prag'âh asr'ig'ata; Kâlo' gre Prag'âpatim). L'inno aggiunge, identificando perciò Prag'âpati con Kaçyapa e con la penitenza: Dal tempo si generò Kaçyapa, «l'esistente per sè» (Svayambhû, come Brahman), dal tempo la penitenza (tapah, propriamente il calore). Vedemmo poco sopra associarsi, identificarsi Prag'âpati, ossia il Dio creatore con Prâna e con Tura Kâvasheya, ossia, come interpretammo, col vento tonante; invece di questo vento che sona, trovasi, pure congiunto con Prag'âpati, il divino flatus oris, «la voce, la sacra parola, la Vâc';» perciò si narra nel Kâthaka del Yag'urveda:[76] «Prag'âpati era questo mondo; seconda a lui seguì la parola (la vâc', «il verbo»); egli s'accoppiò ad essa; essa s'ingravidò; si allontanò da lui; e produsse queste creature; quindi rientrò in Prag'âpati.» Quest'ultimo particolare combina con la nozione del Pan'c'avinça Brâhmana, che fa uscire la parola da Prag'âpati: «Il solo Prag'âpati era questo mondo; egli aveva in proprio la parola; essa era a lui seconda; egli pensò: voglio lasciar andare questa Vac'; essa vuol distinguere tutto questo universo; e lasciò uscire la Vac'; essa andò distinguendo questo universo.» Il mondo biblico si crea in sei giorni, nel settimo il creatore si riposa, ossia cessa; Prag'âpati impiega mille anni solo per far penitenza, prima della creazione. Secondo il Çatapatha Brâhmana, esso aveva occhi, orecchi, bocca, poichè dall'occhio crea il cavallo, dall'alito la vacca, dall'orecchio la pecora, dalla voce la capra;[77] l'uomo lo crea dal manas o animo, che contiene in sè tutti gli aliti vitali (mano vai sarve prânâh); ma la forma di Prag'âpati non è immortale; essa si può distruggere; il solo che non muoia è il suo alito, il suo spirito. Così nella Maitrî Upanishad, si dice che «in Brahman coesistono due forme, la corporea e la incorporea; la corporea è fallace (asatyam), la incorporea salda (o sincera, satyam).»[78] Così ancora avviene che, dopo aver creato il mondo, Prag'âpati possa, presso il Çatapatha Brâhmana, farsene il sostentatore, ossia alimentarne la vita (Prag'âpatir vai bharatah sa hi idam sarvam bibharti). Quindi finalmente comprendiamo come, nella leggenda dello stesso Brâhmana, quando gli Dei abbandonano Prag'âpati divenuto debole e piangente, rimanga solo fedele presso di lui a consolarlo, a raccoglierne le lacrime, il Dio Manyu, il sentimento, e in ispecie, un sentimento violento, il quale degenera poi in violenza aperta, in collera furente. Il pio Manyu, sopra il quale cadono le lacrime di Prag'âpati derelitto, diviene Rudra, il terribile Rudra, una forma del Çiva distruggitore. Ed ecco come sulla persona divina di Prag'âpati, parecchi secoli innanzi al Cristianesimo, dal Dio creatore che fa penitenza, si sacrifica e crea, si svolge inconsciamente e non ancora teologicamente una Trimûrtti; Prag'âpati è egli stesso creatore, e poi bharata o bhartar o sostentatore, e genera con le sue lacrime Rudra o Çiva distruggitore. Egli è evidentemente uno e trino come il Dio cristiano. La conoscenza poi della Trinità cristiana potè accrescere favore nell'India al concetto della Trimûrtti; ma, se esso potè trovare nei tempi moderni così largo svolgimento, e tanto credito, e se i Missionarii cattolici non trovarono gran difficoltà a provare agl'Indiani che le due trinità si somigliavano, nella speranza di far quindi prevalere la superiorità della dottrina cristiana, convien dire che esistesse una base fisica del dogma, la quale ci sembra potersi rintracciare nella figura del misterioso[79] Dio Prag'âpati increato, che col Verbo crea; che, col sacrificio di sè stesso, salva le altre creature; che, dopo avere creato, conserva il mondo, e che si prepara, unito col fuoco, ossia con Agni, Çiva, Rudra distruggitore, a consumarlo. Come creatore, per virtù del sacro Verbo primogenito, del triplice Veda (considerandosi dai devoti il quarto Veda come apocrifo), secondo la leggenda cosmogonica del Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati potè poi anche più facilmente fornire gli elementi per costituire il Dio trino ed uno. Ritorna poi, nella leggenda cosmogonica del Çatapatha, ove compare Prag'âpati, una nozione che ci richiama al pesce fallico, primo generatore, che dicemmo essere pure penetrata nella cosmogonia biblica e cristiana. Secondo la leggenda (che incomincia con le parole: Da principio questo mondo non era esistente: «Asad vai idam agre âsît;» ma vi erano sette spiriti, aliti o venti «prânâh;» [lo spirito di mezzo si chiama Indra: «sa yo 'yam madhye prânah esha evendrah;» altra analogia che conferma in modo evidente la etimologia da me proposta per la parola Indra-antara]), i sette spiriti, i sette maschi, per riuscire più potenti si riuniscono per formare un solo gran maschio, un solo purusha, quattro di essi formano il gran purusha, che sarà Prag'âpati, l'âtman, ossia qui la parte sostanziale, il nerbo, l'anima del phallos, e gli altri tre le due alette (qui, come sembra probabile, i due testicoli, quasi la parte piumata, pennuta, alata del phallos) e la coda (la coda del purusha non può essere altro che il phallos stesso; ho già avvertito come il pesce, primo degli animali apparsi nel cosmos involto dalle acque ed il phallos cosmogonico siansi identificati; e dopo il phallos vedremo sorgere l'uovo, nuotante nelle acque). Nato il gran purusha, questo gran maschio desidera di diventar Prag'âpati, ossia di moltiplicarsi: come i Principi delle leggende epiche, quando vogliono aver figli, vivono per lungo tempo nell'astinenza, come Manu, dopo il diluvio, per ripopolare il mondo, fa grande penitenza; così Prag'âpati, volendo creare, fa grande penitenza (tapo 'tapyata), e, come frutto di tale penitenza, acquista la triplice scienza, che inspirerà poi i tre Vedi; allora ei fa uscire dallo spazio le acque e la parola; la parola s'aggiunse a lui; essa creò questo universo; Prag'âpati desiderò essere riprodotto per mezzo delle acque; ed entrò con la triplice Vidyâ (la scienza, quella che trova, quella che vede, quella che conosce; qui parrebbe l'arte di trovare, di scoprire, di vedere); e venne fuori un uovo; egli lo toccò, e ne fece nascere brahman, la preghiera, l'essenza della triplice scienza, l'essenza dei Vedi.
È evidente che una simile mostruosa leggenda consta di elementi di natura assai diversa, cioè di nozioni cosmogoniche mitiche e di sillogismi teologici, con l'intento d'inalzare a suprema dignità il Brâhmanesimo. Ma ciò che per noi importa qui aver dimostrato, è la forma primitiva del così detto Dio creatore, la quale non potè da prima essere concepita se non in un modo fisico e materiale, che ravvicina Prag'âpati all'appellativo del sole generatore del Rigveda, malgrado le aggiunte teologiche che convertono il primo creatore ardente e luminoso in un primo penitente e parlante, ed al vento o prâna primigenio. Così, nella leggenda dello stesso Çatapatha, ove si descrivono gli amori incestuosi di Prag'âpati con sua figlia, sebbene l'Autore del Brâhmana tenti distruggere tutto l'orrore del delitto con una sola finale confessione: «Prag'âpati è questo sacrificio,» è evidente che si tratta ancora di un Dio solare, e, in ogni modo, celeste, poichè lo stesso narratore della leggenda, nel dirci che Prag'âpati ama sua figlia, si mostra incerto nel definire se questa figlia, che gli Dei chiamano loro sorella, sia l'aurora od il cielo.
La interpretazione mitica del sole padre che si unisce con la figlia aurora, non offende punto la morale; poteva offenderla invece l'Autore della leggenda e più il suo malizioso commentatore indiano, mostrando l'Olimpo pieno di scandalo per tale delitto, e Rudra, per incarico degli Dei, intento a ferire Prag'âpati (probabilmente negli organi della generazione), così che il suo seme cadesse a terra per metà, in conformità del terribile precetto derivato da un inno del Rigveda, e che getterebbe una luce sinistra sopra una parte della vita patriarcale indiana (non troppo dissimile da quella biblica, che ci rappresenta gli amori di Loth con le sue figlie); ma l'inno diceva semplicemente: «Quando il padre s'uni con la propria figlia, il seme di lui cadde sopra la terra» (Pitâ yat svâm duhitaram adhishkan kshmayâ retah san'g'agmâno nishin'c'ad). Nel mito questo accoppiamento è poetico, poichè il seme che cade dal cielo sopra la terra è la rugiada o la pioggia; unendosi il sole con l'aurora, con la figlia del cielo, oppure con la nuvola pluvia, il seme del sole padre dell'aurora o del signore del cielo cade, in forma di rugiada o di pioggia, sopra la terra; ma, volendo pigliare alla lettera i miti e cavarne dogmi religiosi, si corre rischio di dare alla religione una morale scellerata. L'inno vedico (Rigveda, X, 61), quantunque non puro, nel suo linguaggio allegorico, si può spiegare tutto miticamente; l'interpretazione scorretta che si dà invece ad essa nel Çatapatha è mostruosa, poichè si converte un precedente mitico in una specie di diritto e di dovere nella regola della vita, facendosi del passato allegorico un presente reale.
Ma, tornando alla cosmogonia vedica, per quanto sia diverso il modo, con cui ci rappresenta l'ordine della creazione, ciò che v'ha di certo è che le acque ed il vento si considerarono come primi elementi, e che il primo creatore o Prag'âpati fu un maschio o purusha, il quale, dopo aver parlato, come il Jehovah biblico, dopo avere detto il fiat, creò.[80] Anzi è singolarissimo il trovare nel Çatapatha Brâhmana, ossia in un monumento letterario che risale oltre il quarto secolo innanzi l'êra volgare, come prima parola detta da Prag'âpati, desideroso di parlare per creare, la voce bhûs che tradurremmo per fias, e che, significando pure terra, fu cagione perchè, appena detta quella parola, la terra fosse creata: la seconda parola detta da Prag'âpati fu bhuvas, che vale ancora fias, ma significa pure firmamento; perciò, detta quella parola, nacque tosto il firmamento: nella terza parola non vi è più lo stesso equivoco, ma non è impossibile che qui siasi alterato il passo e che, invece di svar, vi s'abbia a leggere vedicamente asas (asa iti), che avrebbe ancora lo stesso valore di fias e che ritornerebbe nell'asau (dyaur) che segue. Ma il primo esempio, in ogni modo, basta per mostrarci la singolare analogia che presentano fra loro la leggenda cosmogonica indiana e la biblica, anco ne' più minuti e caratteristici particolari. È indiana, invece, esclusivamente indiana, la rappresentazione del Çatapatha di Prag'âpati in forma di testuggine, animale che nella mia Mitologia zoologica[81] ho già tentato di mostrare[82] come trovisi strettamente congiunto col phallos cosmogonico. Prag'âpati che diviene sostenitore del mondo, che, appena creato, domanda un punto d'appoggio nelle acque, che appoggia poi l'universo sopra Skambha, Prag'âpati che s'identifica con Kaçyapa, e, per esso, con la testuggine, prepara gli elementi della leggenda cosmogonica posteriore, nella quale i Devi e gli Asuri si accingono a creare il mondo, a produrre l'ambrosia o agitando l'oceano con un monte o enorme bastone, sostenuto in fondo alle acque da una testuggine. Nella mitologia brâhmanica la testuggine è un'incarnazione di Vishnu; ma noi abbiamo già indicato come nel Prag'âpati si contengano in germe le tre persone di una Trinità indiana. Viceversa, nella Mundaka Upanishad, la qualità di conservatore del mondo (bhuvanasya goptâ) viene assunta da Brahman, e, nello stesso Çatapatha, Nârâyana, ch'è poi uno de' nomi principali di Vishnu, appare come Purusha, ossia assume la qualità principale di Prag'âpati (col quale appare pure in contrasto) e del Brahman creatore. E, come vedemmo al sole vedico attribuirsi la qualità di Prag'âpati, e poi questa qualità staccarsi, astrarsi in una persona divina distinta, intorno alla quale si aggrupparono le varie leggende cosmogoniche esistenti e alcuni nuovi dogmi teologici; così la qualità essenziale di Prag'âpati, ossia il Purusha, il maschio universale, trovasi già nello stesso Rigveda, e specialmente in un inno panteistico del decimo libro (intitolato da esso, Purusha Sûkta, ossia inno di Purusha), distinta da Prag'âpati, col quale lo troviamo così spesso identificato. Questo Purusha riceve già una parte di quel carattere mostruoso e gigantesco che distingue i concepimenti brâhmanici, e, secondo ogni probabilità, non è nato in riva all'Indo, ma nell'India gangetica; difatto vi si fa già una menzione evidente delle quattro caste: esso ha mille teste, mille occhi, mille piedi; avvolge d'ogni parte la terra; egli è tutto, il passato ed il futuro; egli è l'eterno alimentatore. Il creato che esiste è solamente una piccola parte di lui; il sacrificio che gli Dei fecero a lui durò un anno; il burro liquefatto era la stessa primavera; l'estate il combustibile, la libazione il pluvio autunno; dalla sua bocca uscì il Brâhmano, dalle braccia il guerriero (râg'anya), dalle coscie l'agricoltore (vaiçya), dai piedi il servo artigiano (çudra), dalla sua anima (manas) la luna, dal suo occhio il sole, dalla sua bocca Indra ed Agni, dal suo alito il vento, dal suo umbilico l'atmosfera, dalla sua testa il cielo, da' suoi piedi la terra, da' suoi orecchi le quattro parti dell'orizzonte. Ma il fine dell'inno ci tradisce la intenzione tutta brâhmanica del poeta, e ci mostra come, staccandosi da Prag'âpati, di cui non parea abbastanza determinata la santità, il Purusha sia passato in Brahman. I Brâhmani non fanno altro che raccomandar la preghiera (brahma) accompagnata da sacrificii con oblazioni; per offrirne un esempio, l'inno termina identificando il Purusha col sacrificio, col Dio che si offre come vittima in sacrificio a quegli stessi Dei che sacrificano a lui. Il maschio universale così purificato, e inalzato in una regione più spirituale, s'identifica con Brahman, che dovrà quindi riuscire il sommo nume non tanto dell'Olimpo indiano, quanto della fede brâhmanica. Il Purusha panteistico si sacrifica disperdendosi, emanando nell'universo, come fa per l'appunto Brahman, il Brahman che, nel Purusha Sûkta dell'Atharvaveda, appare creatore del Purusha.